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La Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano, allora guidato da Prodi, è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Poche settimane più tardi, per dar forza a quella importante decisione, i ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais) hanno siglato i protocolli d’intesa per la creazione dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile dotandolo di Ciclope, una banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Uno strumento necessario alle forze dell’ordine nel loro lavoro di prevenzione e monitoraggio e contrasto della pedofilia e pedopornografia. Nei piani dei tre dicasteri c’era infatti l’obiettivo di non disperdere il patrimonio informativo e informatizzato già presente nell’ambito delle diverse amministrazioni, avvalendosi della collaborazione scientifica del centro nazionale di Documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, e tramite il «coinvolgimento di esperti del Sistema informativo interforze del Ministero dell’Interno e del Sistema informativo di gestione dei Registri penali del Ministero della Giustizia». Ebbene, a oggi, nemmeno lo stanziamento di almeno otto milioni di euro a favore Osservatorio, nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro), è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi.

Ciclope, insomma, non funziona. C’è ma non si vede, e soprattutto, non ci vede. Lo ha confermato don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter e membro del comitato scientifico di Ciclope, interpellato da Cronache Laiche nell’ambito del simposio internazionale “Verso la guarigione e il rinnovamento” organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma nel febbraio scorso. Il disinteresse delle istituzioni, o peggio, il finto interesse nei confronti dei crimini pedofili, purtroppo non si ferma qui. Affinché le indicazioni contenute nella Convenzione di Lanzarote diventino operative non basta la firma del governo. Occorre che il parlamento voti la legge di ratifica. Ebbene, questa norma viene rimpallata da quattro anni tra Camera e Senato (dove attualmente si trova) senza essere mai approvata. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet.

In questi giorni di due anni fa si celebrava in Italia la II Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Tra le tante iniziative messe in campo, quella senza dubbio più incisiva portava la firma del Telefono Azzurro onlus. L’incipit dello sconvolgente Dossier pedofilia reso pubblico per l’occasione citava così: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere». L’associazione guidata da Ernesto Caffo apriva così uno squarcio sprofondo sulla realtà di un fenomeno che nel nostro Paese appare ancora troppo poco indagato. Le parole che introducono il documento pesano ancora oggi come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini».

Oggi alla Camera, in occasione della IV Giornata contro la pedofilia e la pedopornografia, si svolge una conferenza alla quale parteciperanno tra gli altri il ministro di Grazia e Giustizia, Paola Severino, il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, il capo del dipartimento Pari Opportunità, Patrizia De Rose, il direttore della Polizia postale, Antonio Apruzzese, il Garante per l’Infanzia, Vincenzo Spadafora, e il preside dell’Istituto di Psicologia della Ponificia Università Gregoriana, padre Hans Zollner, coordinatore del simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Non esiste occasione migliore per riportare alla luce la questione della mancata ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote. Non più tardi di due settimane fa, Spadafora, nel presentare proprio alla Camera la prima relazione annuale sui diritti (violati) dell’infanzia, dopo aver sciorinato dati agghiaccianti per un Paese civile, aveva ammonito senza mezzi termini: «È urgente ratificare la Convenzione». Chissà se anche oggi il suo appello – che, ci aspettiamo, rinnoverà – è destinato a cadere sciaguratamente nel vuoto. Staremo a vedere.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

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Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

In Italia, le cifre parlano di circa 300 vittime negli ultimi dieci anni. Punire i colpevoli è molto difficile a causa della prescrizione dei reati commessi in passato

Alessandro Speciale (vaticaninsider/lastampa.it)

La Conferenza Episcopale Italiana vuole avere un’idea precisa delle proporzioni del fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana. A questo scopo, ha inviato un questionario a tutte le diocesi della penisola per sapere quanti preti sono stati indagati e condannati nei vari gradi di giudizio per reati sessuali contro minori. A rivelare l’iniziativa è stato don Fortunato di Noto, sacerdote fondatore dell’associazione anti-pedofilia Meter, in un incontro con i giornalisti durante i lavori del simposio sugli abusi nella Chiesa dell’Università Gregoriana “Verso la guarigione e il rinnovamento”.
Don di Noto ha spiegato che al momento non ci sono dati precisi sull’ampiezza del fenomeno. Una stima fornita dalla Cei in più occasioni parla di 100-125 casi, con circa 300 vittime, registrati negli ultimi dieci anni. Ma il sacerdote auspica che anche nel nostro Paese venga condotto uno studio scientifico come è stato fatto negli Stati Uniti, dove la Conferenza episcopale ha commissionato una ricerca pluriennale al John Jay College.

Per il sacerdote, da decenni impegnato nel combattere la pedofilia e la pedopornografia in tutta la società, il dato di fondo rimane comunque che «il passato ormai è passato: se oggi un vescovo per sue decisioni non ascolta le vittime e non prende provvedimenti, è contro la Chiesa. Ma una vittima di 30 anni fa non può chiedere giustizia in Italia», perché il crimine è  prescritto, ha spiegato. In rappresentanza della Cei, al simposio ha partecipato monsignor Lorenzo Ghizzoni, vescovo ausiliare di Reggio Emilia che ha paragonato ad una «rivoluzione copernicana» per la Chiesa italiana la determinazione emersa dal convegno di «mettere al primo posto le vittime».

«Il convegno – ha detto il presule – ha sottolineato l’importanza di dirsi la verità. Non bisogna nascondersi che questo passaggio è avvenuto prima in America, poi in paesi del Nord Europa». «C’è stato un cambiamento di mentalità per tutti», ha aggiunto: «Ci sono errori in cui si è caduti, in cui tanti sono caduti, e questo convegno e’ un contributo che potrebbe diventare positivo. Non c’è’ più il diritto di dire “ero impreparato, non sapevo”». Monsignor Ghizzoni ha evidenziato che i casi in Italia «nella stragrande maggioranza riguardano adolescenti».

La Cei sta ultimando le linee guida sulla gestione e la prevenzione degli abusi richieste dalla Congregazione vaticana per la dottrina della fede. Una bozza del documento è stato presentato all’ultimo Consiglio Permanente dei vescovi. Toccherà alla plenaria dei vescovi, che si riunirà il prossimo maggio, dare loro il via libera definitivo.

Malgrado i segnali chiari in arrivo da Roma, molti vescovi nel mondo ancora non hanno capito la lezione su come affrontare gli abusi su minori nella Chiesa

Alessandro Speciale (vaticaninsider/lastampa.it)

Durante il recente convegno dell’Università Gregoriana, “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede è stato chiaro: «Dobbiamo stare attenti ai candidati che scegliamo per l’importante incarico di vescovo – ha detto monsignor Charles Scicluna – e dobbiamo anche usare gli strumenti che il diritto canonico e la tradizione ci hanno messo a disposizione per richiamare un vescovo alle proprie responsabilità».

Monsignor Scicluna parlava di quei vescovi che non hanno affrontato – e ancora oggi non affrontano – i casi di abusi su minori commessi da ecclesiastici secondo le norme vaticane, inasprite negli ultimi anni, e non seguono le linee guida messe a punto o in corso di definizione da parte delle loro Conferenze episcopali: «Non è accettabile che se stabiliamo delle regole, la gente non le segua», ha aggiunto.

In particolare, durante la conferenza stampa che ha tenuto dopo il suo intervento al convegno della Gregoriana, l’arcivescovo maltese è sembrato far riferimento al canone 128 del Codice di diritto canonico («Chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto posto con dolo o con colpa, arreca danno ad un altro, è tenuto all’obbligo di riparare il danno arrecato»); ma, più in generale, ha ricordato che i vescovi, in quanto membri del clero, sono sottoposti alle stesse pene e regole valide per i sacerdoti. «Non si tratta di cambiare le leggi, ma di applicare quelle che abbiamo», ha sottolineato Scicluna.

Eppure, anche se da Roma, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati segnali chiari – da ultimo proprio la conferenza organizzata dall’ateneo gesuita, con la liturgia penitenziale per chiedere perdono alle vittime, presieduta dal cardinale Marc Ouellet – ancora oggi continuano ad esserci vescovi che non sembrano essere pronti ad assumersi le loro responsabilità e a seguire le regole.

Alcuni casi sono clamorosi: il vescovo di Cloyne, monsignor John Magee, ancora nel 2009 continuava ad ignorare le linee guida dei vescovi irlandesi sugli abusi. Alle porte di Roma, nella diocesi di Porto Santa Rufina, gli avvocati delle vittime di don Ruggero Conti hanno chiesto l’incriminazione del vescovo, monsignor Gino Reali, che aveva testimoniato in aula di aver saputo dei presunti abusi del sacerdote ma di aver ritenuto opportuno non informarne il Vaticano o la polizia.

Ma non sono casi isolati. Nell”epicentro’ della crisi, gli Stati Uniti, il vescovo di Kansas City, monsignor Robert Finn, è a processo per non aver riferito che uno dei suoi sacerdoti aveva l’abitudine di fare foto pornografiche a minori. Il tutto è accaduto nel 2011 e la prima udienza si terrà il prossimo settembre.

Anche in Polonia, secondo un’inchiesta del giornalista Jonathan Luxmoore, che vive nel Paese da anni, la Chiesa sembra ancora molto restia a prendere provvedimenti: tra i vari casi citati, quello di un sacerdote che dopo esser stato condannato a due anni con la condizionale, è tornato ad insegnare ai bambini – malgrado un divieto imposto dal giudice – ed è stato riassegnato alla sua parrocchia.

Quel che è più significativo è che il suo vescovo – che ha scritto una lettera aperta assicurando al sacerdote condannato la sua «simpatia» e criticando l’affronto subito «dal buon nome dei preti» – è monsignor Jozef Michalik, arcivescovo di Przemysl e presidente della Conferenza episcopale polacca. Il suo ausiliare, monsignor Marian Rojek, ha partecipato alla conferenza della Gregoriana in rappresentanza dei vescovi polacchi. La Polonia non è probabilmente l’unico Paese in cui le vittime che denunciano subiscono l’ostilità della Chiesa e degli stessi fedeli. Nella maggior parte dei casi, come nei decenni passati, in questi ambienti chi ha subito abusi non si fa avanti.

Anche in quei Paesi dove c’è stato un marcato cambiamento di mentalità è sempre possibile tornare indietro. Lo testimonia l’intervista rilasciata dall’ex-arcivescovo di New York, il cardinale Edward Egan, proprio nei giorni del simposio romano sulla pedofilia. Il porporato, con riferimento al periodo in cui era vescovo di Bridgeport, nel Connecticut, spiega di essere pentito di aver scritto una lettera di scuse ai fedeli della sua diocesi nel 2002: «Non lo avrei dovuto mai dovuto dire. Ho detto ‘se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, mi dispiace’, ma non credo di aver fatto nulla di sbagliato».

Il tempo in cui il prefetto della Congregazione vaticana per il clero, il cardinale Dario Castrillon Hoyos, scriveva a un vescovo francese per complimentarsi con lui per aver protetto un prete accusato di abusi durante un processo è sicuramente passato. Ma questi casi recenti mostrano che – come ha detto alla Gregoriana l’arcivescovo di Monaco di Baviera, il cardinale Reinhard Marx – «il lavoro da fare per affrontare la crisi degli abusi è tutt’altro che finito».

Si svolge a Roma il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento” sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Messaggio iniziiale del Papa: “Attenzione massima a chi subisce”. Il prefetto Levada: “Inadeguatezza del diritto canonico”

[Il Fattoquotidiano.it]

Negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della fede, anche «sotto la guida costante del card. Joseph Ratzinger», ha visto «un drammatico aumento» del numero di casi di reato di abusi sessuali su minori da parte del clero, anche a causa della copertura mediatica che questi scandali hanno avuto in tutto il mondo. Nel corso dell’ultimo decennio sono arrivati all’attenzione della Congregazione vaticana oltre 4 mila casi di abusi sessuali su minori e questi casi «hanno rivelato, da un lato, l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente canonica (o diritto canonico) a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». E’ quanto ha detto il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Nell’aprire il convegno internazionale sull’abuso sessuale, il cardinale ha subito voluto fare un chiarimento: c’è il massimo impegno da parte del Papa, della Santa Sede e delle Conferenze episcopali per «trovare i modi migliori per aiutare le vittime, proteggere i minori e formare i sacerdoti di oggi e di domani affinché siano consapevoli di questa piaga e venga eliminata dal sacerdozio». Del resto, lo stesso Benedetto XVI ha chiesto a tutta la Chiesa – attraverso le parole del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – di promuovere contro gli abusi sessuali «una cultura vigorosa di efficace salvaguardia e sostegno alle vittime». Nel messaggio indirizzato oggi al simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento, il Papa ha assicurato «la sua preghiera per questa importante iniziativa», ha detto Bertone, «e ha chiesto al Signore che, attraverso le vostre deliberazioni, molti vescovi e superiori religiosi in tutto il mondo possano essere aiutati a rispondere adeguatamente alla tragedia degli abusi sui minori».

Nella sua relazione, il prefetto ha subito ricordato quanto il Papa ha fatto, a partire dallo scandalo degli abusi sessuali scoppiato negli Usa negli anni 2001 e 2002. «Voglio esprimere la mia personale gratitudine a papa Benedetto – ha detto Levada – che come allora prefetto, fu determinante» nell’implementare «nuove norme per il bene della Chiesa». «Ma il Papa – ha subito aggiunto – ha dovuto subire attacchi da parte dei media in questi ultimi anni in varie parti del mondo, quando invece avrebbe dovuto ricevere la gratitudine di tutti noi, nella Chiesa e fuori».

Il cardinale ha poi articolato il suo intervento affrontando varie tematiche: ha parlato del bisogno delle vittime di essere ascoltate e dell’obbligo per la Chiesa di ascoltare e comprendere «la gravità di quanto le vittime hanno sofferto». Ha quindi affrontato la questione della «protezione dei minori» nei vari ambiti della Chiesa nonché la formazione dei candidati al sacerdozio ribadendo quanto sia importante sottoporli ad «un maggiore scrutinio». Al centro dell’interesse, l’impegno affinchè «non si ripetano mai più in futuro casi di abuso». Nella relazione, un intero paragrafo è riservato alla cooperazione della Chiesa con le autorità civili. A questo proposito, si afferma: «La collaborazione della Chiesa con le autorità civili in questi casi riconosce la verità fondamentale che l’abuso sessuale di minori non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali nella maggior parte delle giurisdizioni civili». Il cardinale ha voluto concludere la relazione con una osservazione: «Vale la pena ripeterlo: coloro che hanno abusato sono una piccola minoranza. Tuttavia, questa piccola minoranza ha provocato un gran danno alle vittime e alla missione della Chiesa».

Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa

Il promotore di giustizia della Congregazione della Dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna, e il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, figurano tra i relatori di un importante simposio organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana sul tema «Verso la guarigione e il rinnovamento» che si propone di contribuire a «una risposta globale al problema degli abusi sessuali e della tutela dei vulnerabili»

Un grande simposio per “una risposta globale al problema degli abusi sessuali e della tutela dei vulnerabili” sarà organizzato “dalla Pontificia università Gregoriana, con l’appoggio di diversi dicasteri della Santa Sede, e diretto a vescovi delle diverse conferenze episcopali e a Superiori religiosi”. E’ quanto si legge oggi in un comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana. L’incontro avrà luogo nel febbraio del 2012, ma i contenuti e il significato dell’evento dal titolo: ‘Verso la guarigione e il rinnovamento’, verranno presentanti sabato prossimo nel prestigioso ateneo pontificio con il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, e il promotore di giustizia della congregazione per la Dottrina della fede, mons. Charles J. Scicluna. All’incontro con la stampa parteciperanno anche, tra gli altri, padre Francois Xavier Dumortier, Rettore della Gregoriana, padre Hans Zollner, preside dell’Istituto di Psicologia e responsabile del comitato preparatorio del simposio, mons. Klaus Peter Franzl, dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera. Il simposio di febbraio è diretto ai vescovi e ai superiori maggiori religiosi, a coloro cioè a cui è demandato il compito di eventuali accertamenti di fronte a casi di abusi sui minori ad opera di religiosi. Gli esperti di Virtus, programma sviluppato in America per la prevenzione degli abusi, ed altri esperti guideranno i workshop, in 4 lingue, che tratteranno gli argomenti anche nella prospettiva specifica delle diverse aree geografiche. Fra gli obiettivi dell’iniziativa quello di costruire “un nuovo centro di e-learning multilinguistico, a disposizione dei responsabili ecclesiastici, per l’informazione e la diffusione delle risorse e delle migliori pratiche per rispondere al problema”.