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Abusata dall’età di otto anni e per tutta l’adolescenza dal nonno (Parma). Uccide il padre, pregiudicato per violenza su una tredicenne, perché lo sospetta di aver stuprato anche sua figlia (Taranto). Arrestato con l’accusa di aver violentato due nipotini, di cui uno invalido (Bergamo). L’attenzione dell’opinione pubblica è oramai da tempo puntata, giustamente, sulla impressionante serie di crimini pedofili compiuti da persone appartenenti al clero cattolico. Giova ricordare però che i responsabili della stragrande maggioranza degli abusi sono persone appartenenti alla cerchia familiare della giovane vittima. I tre casi appena citati a esempio, sono la punta di un iceberg dalle dimensioni impressionanti. La “Famiglia” tradizionale, invocata in questi giorni quale esempio di baluardo della società proprio dalle stesse istituzioni che per decenni hanno insabbiato e coperto gli scandali “clericali” in mezzo mondo, presenta un lato nascosto e dolorosissimo mai indagato a sufficienza. Specie nel nostro Paese.

[prosegue a breve su Cronache Laiche e su BabylonPost – FT]

La Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano, allora guidato da Prodi, è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Poche settimane più tardi, per dar forza a quella importante decisione, i ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais) hanno siglato i protocolli d’intesa per la creazione dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile dotandolo di Ciclope, una banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Uno strumento necessario alle forze dell’ordine nel loro lavoro di prevenzione e monitoraggio e contrasto della pedofilia e pedopornografia. Nei piani dei tre dicasteri c’era infatti l’obiettivo di non disperdere il patrimonio informativo e informatizzato già presente nell’ambito delle diverse amministrazioni, avvalendosi della collaborazione scientifica del centro nazionale di Documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, e tramite il «coinvolgimento di esperti del Sistema informativo interforze del Ministero dell’Interno e del Sistema informativo di gestione dei Registri penali del Ministero della Giustizia». Ebbene, a oggi, nemmeno lo stanziamento di almeno otto milioni di euro a favore Osservatorio, nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro), è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi.

Ciclope, insomma, non funziona. C’è ma non si vede, e soprattutto, non ci vede. Lo ha confermato don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter e membro del comitato scientifico di Ciclope, interpellato da Cronache Laiche nell’ambito del simposio internazionale “Verso la guarigione e il rinnovamento” organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma nel febbraio scorso. Il disinteresse delle istituzioni, o peggio, il finto interesse nei confronti dei crimini pedofili, purtroppo non si ferma qui. Affinché le indicazioni contenute nella Convenzione di Lanzarote diventino operative non basta la firma del governo. Occorre che il parlamento voti la legge di ratifica. Ebbene, questa norma viene rimpallata da quattro anni tra Camera e Senato (dove attualmente si trova) senza essere mai approvata. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet.

In questi giorni di due anni fa si celebrava in Italia la II Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Tra le tante iniziative messe in campo, quella senza dubbio più incisiva portava la firma del Telefono Azzurro onlus. L’incipit dello sconvolgente Dossier pedofilia reso pubblico per l’occasione citava così: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere». L’associazione guidata da Ernesto Caffo apriva così uno squarcio sprofondo sulla realtà di un fenomeno che nel nostro Paese appare ancora troppo poco indagato. Le parole che introducono il documento pesano ancora oggi come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini».

Oggi alla Camera, in occasione della IV Giornata contro la pedofilia e la pedopornografia, si svolge una conferenza alla quale parteciperanno tra gli altri il ministro di Grazia e Giustizia, Paola Severino, il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, il capo del dipartimento Pari Opportunità, Patrizia De Rose, il direttore della Polizia postale, Antonio Apruzzese, il Garante per l’Infanzia, Vincenzo Spadafora, e il preside dell’Istituto di Psicologia della Ponificia Università Gregoriana, padre Hans Zollner, coordinatore del simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Non esiste occasione migliore per riportare alla luce la questione della mancata ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote. Non più tardi di due settimane fa, Spadafora, nel presentare proprio alla Camera la prima relazione annuale sui diritti (violati) dell’infanzia, dopo aver sciorinato dati agghiaccianti per un Paese civile, aveva ammonito senza mezzi termini: «È urgente ratificare la Convenzione». Chissà se anche oggi il suo appello – che, ci aspettiamo, rinnoverà – è destinato a cadere sciaguratamente nel vuoto. Staremo a vedere.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Colpita dagli scandali degli abusi dei sacerdoti ed ecclesiastici sui bambini, la Chiesa, di fronte alle rivelazioni su questi crimini, si trova nella necessità di «capire cosa non ha funzionato nei tragici casi in cui non si è gestita la situazione e in cui la risposta agli abusi è stata inadeguata a causa di malintese preoccupazioni per il buon nome delle istituzioni che rappresentiamo». Lo ha detto il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna, intervenendo al Senato ad un Forum sul tema della protezione dell’infanzia, organizzato da Telefono Azzurro. A giudizio di Scicluna, il cui ruolo in Congregazione rispetto agli abusi è assimilabile a quello di un pm, serve oggi «un’onesta analisi» e la Chiesa ha «il dovere di intraprenderla». Benedetto XVI, ha ricordato mons. Scicluna, ha tra l’altro emanato norme canoniche che hanno spostato la prescrizione dei reati da a 10 a 20 anni e equiparato ai minori le persone che hanno deficit mentali. La denuncia degli abusi, ha ancora spiegato l’ecclesiastico, è talvolta «resa difficile da considerazioni sbagliate e fuori luogo di lealtà e appartenenza», diritto e dovere di denuncia spetta ai genitori o ai tutori che non devono cedere al timore di denunciare un ecclesiastico colpevole: il “potere sacro” «può generare la paura sbagliata di rivelare i crimini commessi da leader religiosi. In questo contesto – ha commentato Scicluna – la promozione della responsabilità delle comunità implica la possibilità di denunciare gli abusi del potere sacro per quello che è: un tradimento della fiducia».(CHR)

Per la Chiesa e il Vaticano «l’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico o la violazione di un codice di condotta interno a un istituto, sia esso religioso o meno. È anche un reato perseguibile dalla legge civile». Lo ha ribadito mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenendo al Senato a un Forum di Telefono azzurro sulla protezione dei bambini. Monsignor Scicluna, il cui dicastero è competente per la prevenzione e la lotta agli abusi di esponenti del clero sui bambini, ha ricordato che «anche se i rapporti con l’autorità civile variano da paese a paese, è importante cooperare con tale autorità». La Chiesa sta ancora elaborando una propria cultura e linee di condotta contro questi crimini: «Siamo tutti – ha commentato mons. Scicluna – in una fase di apprendimento», e «le istituzioni, comprese le Chiese, faranno bene a mostrare la loro apertura alla ricerca e allo sviluppo nel campo della prevenzione degli abusi sui minori». (CHR)

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Presentata a Roma l’indagine di Telefono Azzurro ed Eurispes sulla “Condizione della infanzia e dell’adolescenza in Italia”. Le nuove generazioni sono totalmente ignorate dalla politica di Federico Tulli

Crisi, conflittualità e solitudine. Senza che sia percepito come un reale problema dagli adulti e dalle istituzioni, i bambini e gli adolescenti sono le prime vittime del malessere sociale che attanaglia l’Italia. Le pesanti ripercussioni della crisi economica e culturale sul nucleo fondante della società, vale a dire l’ambiente familiare, ricadono direttamente sui più deboli che «tendono a ridurre al minimo la dialettica con i genitori, riversando le proprie “paure” ed emozioni nei social network su internet oppure rifugiandosi davanti alla televisione».

L’indagine di Eurispes e Telefono Azzurro sulla “Condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia” presentata ieri a Roma dai presidenti di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, e dal presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, è un dito puntato contro l’indifferenza della società di oggi verso le esigenze dei protagonisti della società di domani. Uno dei chiari segnali di scollamento tra il mondo dei “grandi” e di quello dei più piccoli è rappresentato dal ritardo cronico nell’attuazione di valide politiche di integrazione da mettere a disposizione dei migranti di seconda e terza generazione, dei figli e dei nipoti cioè degli stranieri che da anni hanno scelto di vivere e lavorare nel nostro Paese.

Il 46 per cento degli alunni non è di origine italiana ma la politica o fa finta di non accorgersene oppure quando entra in azione è per creare allarme sociale “dilapidando” il valore rappresentato dalla diversità culturale, di tradizioni di usi e costumi che queste persone portano in dote. Dimostrando così minore intelligenza dei giovani “italiani”, poiché questi secondo l’indagine Eurispes- TA dimostrano di essere poco o nulla influenzati. Il 30,7 per cento di loro dichiara infatti di provare curiosità nei confronti dei compagni “stranieri”, un sentimento indice di apertura verso mondi sconosciuti, fatti di tradizioni, pratiche e culture differenti da quelle note. Altro impulso positivo lo sente il 19,9 per cento che è mosso da simpatia, mentre il 12,4 da interesse a conoscere persone che non “appartengono” alla cultura maggioritaria e dominante. Il 23,2 per cento, invece, si dice indifferente, mentre il 2,3 per cento arriva a esprimere odio e disprezzo.

«Il volto dell’Italia a 150 anni dalla sua Unità è cambiato, ha sempre più la fisionomia della multiculturalità», osserva Fara. «Se questo è sicuramente un fenomeno demografico acclarato, non lo è ancora sul piano sociale. Persistono le difficoltà legate alla differenza, gli stereotipi, i pregiudizi, l’ostilità e odiose generalizzazioni. I ritardi del Paese su questo delicato tema, rischiano di diventare emergenza soprattutto tra le mura scolastiche dove l’indagine di quest’anno ha rilevato un’incidenza significativa della presenza di minori di diversa nazionalità. Solo lavorando alla valorizzare delle differenze culturali, amalgamandole e facendole convivere armoniosamente, potrà esistere un’Italia realmente multiculturale, in cui le diversità sono una ricchezza e non causa di divisioni e dissidi».

In effetti non è che ai bambini e agli adolescenti figli di genitori italiani vada tanto meglio. «I cambiamenti intervenuti a modificare i modelli sociali, la cultura e l’economia negli ultimi anni, soprattutto in relazione alla massiva presenza di nuovi strumenti tecnologici e di comunicazione, hanno in buona parte ridefinito i concetti dell’infanzia e dell’adolescenza» racconta il presidente di Eurispes. «I mutamenti nelle strutture familiari, i rapidi avanzamenti tecnologici, la grave instabilità economica – aggiunge – hanno influito profondamente sul modo in cui i bambini e gli adolescenti vivono, sulle sfide che si trovano ad affrontare, sul modo in cui sono accuditi, aiutati a crescere, sulla speranza con cui possono guardare al futuro».

Secondo Fara, «la disparità sociale e l’ineguaglianza economico-finanziaria continuano a persistere e, anzi, tendono ad accentuare le loro caratteristiche proprio a causa di quei processi di globalizzazione che non in tutti i casi risultano virtuosi, soprattutto quando le stesse classi dirigenti politiche, che sarebbero chiamate e governarne i cambiamenti indirizzandoli verso una condizione di equilibrio ed equità, si trovano impreparate ad affrontarli». «La politica mostra un difetto», chiosa il presidente Eurispes: «Preferisce vivere in un mondo che non c’è. Sembra che voglia tenersi lontano dai problemi e che viva su “Second Life”. La sfida di oggi è quella di rispondere concretamente ai bisogni dei bambini e degli adolescenti, con un impegno che non può essere, ovviamente, demandato ai singoli, non importa se individui o istituzioni, ma congiunto e composto di un piano integrato di azioni a più livelli: istituzioni ed enti locali ma anche comunità, scuola e famiglie».

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L’intervista

Caffo (Telefono Azzurro): «Manca una cultura dell’infanzia»

A maggio 2010 dalle pagine del Rapporto di Telefono Azzurro sulla pedofilia in Italia, il presidente Ernesto Caffo lanciava una pesante accusa: «La pedofilia in Italia è un dramma che la società tende a “rimuovere”». A maggio 2010 dalle pagine del Rapporto di Telefono Azzurro sulla pedofilia in Italia, il presidente Ernesto Caffo lanciava una pesante accusa: «La pedofilia in Italia è un dramma che la società tende a “rimuovere”». Ieri, presentando l’indagine condotta con Eurispes ammoniva: «Il nostro Paese deve investire di più sull’infanzia e l’adolescenza in tutti i loro aspetti. I più giovani vanno tutelati e non dimenticati: non possiamo perdere i nostri ragazzi, non ci possiamo permettere di intervenire troppo tardi».

Presidente Caffo, l’indifferenza nei confronti delle esigenze dei cittadini di domani è un problema sia sociale che politico?
La mancata percezione dell’infanzia come soggetto politico è un problema che non riguarda solo il nostro Paese. Chiari sintomi li cogliamo per esempio, sia alle Nazioni Unite sia in Commissione europea, e così via. Il mondo della politica non vede il bambino come un soggetto di diritti. Da questo punto di vista la battaglia da condurre, purtroppo, è di dimensione internazionale. E questo è il motivo per cui Telefono Azzurro fa parte di una rete mondiale di associazioni. Va anche detto, però, che specie su certi temi in Italia ci sono dei ritardi inspiegabili. Penso alla pedofilia, oppure al dramma dei bambini scomparsi.

L’Italia ha firmato la Convenzione di Lanzarote nel 2007, ma ancora non è stata fatta la legge di ratifica che tra le altre cose porterebbe l’inasprimento della pena per i pedofili e per i criminali che alimentano la tratta dei bambini, oltre a fornire migliori strumenti per la prevenzione di questi crimini. Da cosa dipende questo atteggiamento?
Mancano le risorse “culturali” e soprattutto le competenze per affrontare, risolvere e anche prevenire certi reati. Ci sono leggi annunciate, alcune anche emanate, che inspiegabilmente sono tali solo sulla carta. La politica, poi, ha un’altra grave colpa. Che è quella di non rendersi conto che le vittime di abusi subiscono un trauma anche psichico. Ancora prevalgono in questi casi dinamiche assistenziali che non possono risolvere la devastazione subita.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Mentre a Roma si conclude la due giorni organizzata dal Consiglio d’Europa per sensibilizzare i governi alla ratifica della Convenzione di Lanzarote, Telefono Arcobaleno denuncia un inquietante fenomeno di Federico Tulli

Un turpe traffico trova sfogo nella rete. Inarrestabile. Crescono senza sosta infatti, il volume d’affari della pedopornografia on line e i “clienti” pedofili, ma soprattutto aumenta il numero dei bambini vittime di sfruttamento che di questo mercato sono la merce di scambio. Nel 2010 i piccoli schiavi hanno toccato quota 4mila, mille in più dell’anno precedente, e tre quarti di loro ha meno di dieci anni. L’inquietante fotografia di un fenomeno per gran parte ancora poco indagato, emerge dal rapporto mensile diffuso ieri dall’osservatorio internazionale di Telefono Arcobaleno. «Lo sfruttamento dei bambini nell’ambito della pedopornografia – spiega il presidente dell’associazione Giovanni Arena – è stato erroneamente considerato per troppo tempo alla stregua di un crimine informatico piuttosto che, come dovrebbe essere, una vera e propria forma di riduzione in schiavitù, con la conseguente scarsa attenzione alla identificazione delle vittime, alla loro cura, al sostegno e al reinserimento sociale». Del resto, i dati che si basano sulle segnalazioni arrivate a Telefono Arcobaleno parlano chiaro. Nel 2010 meno dell’uno per cento delle vittime è stato identificato, segno tangibile dell’inaccettabile divario tuttora esistente fra l’atrocità del mercato della pedofilia on line e l’imbarazzante povertà delle soluzioni finora adottate per contrastarlo. Mentre, i “clienti” che alimentano il mercato degli oltre 45mila siti pedofili intercettati nel corso del 2010 (+6 per cento sul 2009) sono per lo più europei (il 58 per cento), con l’Italia al quinto posto al mondo per consumo di materiale pedopornografico, preceduto soltanto da Stati Uniti, Germania, Russia e Regno Unito. L’allarme di telefono Arcobaleno rende ancora più pressante la necessità per i Paesi europei di dotarsi degli strumenti normativi che la ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote metterebbe a disposizione di chi combatte sul campo la “battaglia” quotidiana contro i pedofili telematici. Una battaglia che ruota soprattutto intorno a un adeguato sistema di prevenzione, basato soprattutto sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica a un fenomeno che storicamente rimane sommerso. E una lotta che, dovendosi combattere su di un terreno in costante mutazione, è alla ricerca continua delle soluzioni più rapide e definitive per approntare efficaci misure repressive e dissuasive.

Il tema è stato tra i punti in agenda alla seconda giornata del convegno internazionale organizzato a Roma dal Consiglio d’Europa in collaborazione con il ministero per le Pari opportunità, per il lancio della “Campagna europea per combattere la violenza sessuale nei confronti dei bambini”. C’è anche l’Italia tra i firmatari del documento di Lanzarote varato in seno al Consiglio d’Europa, ma il nostro è uno dei 24 Paesi che ancora non hanno adeguato la normativa nazionale a questa convenzione che il primo luglio scorso è entrata in vigore. Sempre in ambito europeo, questa volta comunitario, è in discussione una direttiva Ue finalizzata a promulgare una legge per contrastare gli abusi, lo sfruttamento e la pedopornografia infantile. In questo caso, ricorda il presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo, tra i numerosi esperti intervenuti al convegno di Roma a fronte di una impercettibile presenza dei politici (soprattutto italiani), una delle proposte più controverse è quella che punta a rendere operativi gli strumenti di «filetring and blocking», per impedire l’accesso ai siti pedopornografici e per eliminare il contenuto. Secondo alcuni Stati, infatti, bloccare l’accesso ai siti non sarebbe una vera soluzione, perché il materiale resterebbe comunque on line. Dal canto suo, Telefono Azzurro ribadisce l’auspicio che si arrivi presto a una legge. «Occorre trovare risposte concrete, evitando di considerare i terribili fatti che conquistano le prime pagine dei giornali come casi isolati, ricordandoci piuttosto che sono il segnale di una sofferenza diffusa e troppo spesso sommersa» scrive Caffo nell’editoriale di Azzurro child, il mensile dell’associazione. «Da qui – aggiunge – l’importanza di parlarne, per portare queste tematiche alla luce e all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica». Alle parole devono però seguire i fatti. Il 24,8 per cento delle segnalazioni che riceve la hot line di Telefono Azzurro, Hot114, riguarda reati di pedopornografia, il 4,4 contenuti on line inadeguati, il 3,5 per cento contenuti violenti e ben 1,8 per cento sono situazioni di apologia della pedofilia. Proprio quest’ultimo crimine, ad esempio, non è ancora nemmeno contemplato dal nostro codice penale. Ma sarebbe introdotto dal ddl di ratifica della convenzione di Lanzarote che da nove mesi rimbalza senza sosta tra Camera e Senato. Cosa altro deve accadere perché sia definitivamente convertito in legge?

Terra, il primo quotidiano ecologista

Telefono Azzurro, Dossier pedofilia (gennaio 2008-marzo 2010)

Dalla premessa:

La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere. In Italia, in particolare – come Telefono Azzurro denuncia da anni -, la quota di “sommerso” relativa al fenomeno è allarmante. Rispetto a stati come Francia e
Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è  presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio ed una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea,  nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale; mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini.

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