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bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

Era sembrato di capire che le massime autorità vaticane avessero preso di petto e sviscerato fin dove loro consentito il dramma dei reati di pedofilia commessi dai preti in tante, troppe parti del mondo. Era sembrato che la fuga degli innumerevoli documenti dalle stanze del papa o ad esse limitrofe, che va sotto il nome di VatiLeaks, fosse stata affrontata con una buona dose di concretezza, fondata su indagini poliziesche e procedimenti giudiziari. Ora su entrambe le brutte questioni c’è un fumoso tirar le fila a opera di Benedetto XVI, per quanto riguarda il primo argomento, e del cardinale Tarcisio Bertone relativamente al secondo.

Il papa ha inviato al 50esimo Congresso eucaristico internazionale (10-17 giugno) un messaggio che, svolgendosi l’evento a Dublino, in quella Irlanda dove la pedofilia dei preti ha raggiunto vette inimmaginabili, non poteva astenersi dall’accennare al fenomeno. «Ringraziamento e gioia», ha detto, per la «così grande storia di fede e di amore» del cristianesimo «sono stati di recente scossi in maniera orribile dalla rivelazione di peccati commessi da sacerdoti e persone consacrate nei confronti di persone affidate alle loro cure. Al posto di mostrare ad essi la strada verso Cristo, verso Dio, al posto di dar testimonianza della sua bontà, hanno compiuto abusi su di loro e minato la credibilità del messaggio della Chiesa. Come possiamo spiegare – si è chiesto – il fatto che persone le quali hanno ricevuto regolarmente il corpo del Signore e confessato i propri peccati nel sacramento della Penitenza abbiano offeso in tale maniera?». «Rimane un mistero», è stata la sorprendente risposta del papa, che “chiude” le indagini sulle motivazioni di tanto dolore e tanto scandalo senza avere scovato il colpevole. Sorprendente ma, va sottolineato, anche stridente nell’accostamento all’uso che, della parola “mistero”, fa il papa poco più sopra, in ben più profondi concetti teologici. «Il tema del Congresso (“Comunione con Cristo e tra di noi”) ci porta a riflettere sulla Chiesa quale mistero di comunione con il Signore e con tutti i membri del suo corpo», afferma Benedetto XVI in apertura. Poi, ricordando che «il Concilio ha promosso la piena ed attiva partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico», ha spiegato che il rinnovamento liturgico desiderato dai padri conciliari «era proteso a rendere più facile l’entrare nell’intima profondità del mistero».

Nell’intervista che il cardinal Bertone ha rilasciato a Famiglia Cristiana, il segretario di Stato accusa del pasticcio VatiLeaks direttamente il diavolo, “puparo” del maggiordomo Paolo Gabriele, agli arresti per trafugamento di documenti, e dei tuttora “misteriosi” e più o meno ecclesiastici traditori con i quali il cameriere doveva essere in combutta. «La verità – ha detto – è che c’è una volontà di divisione che viene dal maligno». Ecco dunque il colpevole. Qui sì, è stato scovato. Certo, all’origine di ogni male, e perciò anche del VatiLeaks, c’è, per i credenti, il Male personificato. Il quale, non riconosciuto, sa però farla da padrone anche nella Chiesa cattolica. Vedi l’Inquisizione, per dirne una. Lontana. Vedi la pedofilia dei preti, per dirne un’altra. Vicina. Ma quali abiti ha vestito il diavolo, quali menti ha abitato, di quali strutture si è servito? È un “mistero”?

Eletta Cucuzza, Adista

Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

Come anche il più estroso dei bookmakers avrebbe previsto è rimasta immacolata la fedina penale di Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. La causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998, si è conclusa con il ritiro della denuncia a pochi giorni dalla sentenza. Nel 2011 Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson ha capito che molto probabilmente avrebbe perso la causa, venerdì scorso 10 febbraio, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.

Padre Lawrence Murphy, cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. Secondo l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena, intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider, «è evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi». Lena quindi, spiegando la linea difensiva, ha ribadito che «la Santa Sede non può avere la responsabilità di controllare direttamente le azioni di più di 400.000 preti in giro per il mondo».

Per inquadrare meglio la storia facciamo un passo indietro di qualche anno. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». A calare la pietra tombale sulla vicenda ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Si svolge a Roma il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento” sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Messaggio iniziiale del Papa: “Attenzione massima a chi subisce”. Il prefetto Levada: “Inadeguatezza del diritto canonico”

[Il Fattoquotidiano.it]

Negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della fede, anche «sotto la guida costante del card. Joseph Ratzinger», ha visto «un drammatico aumento» del numero di casi di reato di abusi sessuali su minori da parte del clero, anche a causa della copertura mediatica che questi scandali hanno avuto in tutto il mondo. Nel corso dell’ultimo decennio sono arrivati all’attenzione della Congregazione vaticana oltre 4 mila casi di abusi sessuali su minori e questi casi «hanno rivelato, da un lato, l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente canonica (o diritto canonico) a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». E’ quanto ha detto il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Nell’aprire il convegno internazionale sull’abuso sessuale, il cardinale ha subito voluto fare un chiarimento: c’è il massimo impegno da parte del Papa, della Santa Sede e delle Conferenze episcopali per «trovare i modi migliori per aiutare le vittime, proteggere i minori e formare i sacerdoti di oggi e di domani affinché siano consapevoli di questa piaga e venga eliminata dal sacerdozio». Del resto, lo stesso Benedetto XVI ha chiesto a tutta la Chiesa – attraverso le parole del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – di promuovere contro gli abusi sessuali «una cultura vigorosa di efficace salvaguardia e sostegno alle vittime». Nel messaggio indirizzato oggi al simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento, il Papa ha assicurato «la sua preghiera per questa importante iniziativa», ha detto Bertone, «e ha chiesto al Signore che, attraverso le vostre deliberazioni, molti vescovi e superiori religiosi in tutto il mondo possano essere aiutati a rispondere adeguatamente alla tragedia degli abusi sui minori».

Nella sua relazione, il prefetto ha subito ricordato quanto il Papa ha fatto, a partire dallo scandalo degli abusi sessuali scoppiato negli Usa negli anni 2001 e 2002. «Voglio esprimere la mia personale gratitudine a papa Benedetto – ha detto Levada – che come allora prefetto, fu determinante» nell’implementare «nuove norme per il bene della Chiesa». «Ma il Papa – ha subito aggiunto – ha dovuto subire attacchi da parte dei media in questi ultimi anni in varie parti del mondo, quando invece avrebbe dovuto ricevere la gratitudine di tutti noi, nella Chiesa e fuori».

Il cardinale ha poi articolato il suo intervento affrontando varie tematiche: ha parlato del bisogno delle vittime di essere ascoltate e dell’obbligo per la Chiesa di ascoltare e comprendere «la gravità di quanto le vittime hanno sofferto». Ha quindi affrontato la questione della «protezione dei minori» nei vari ambiti della Chiesa nonché la formazione dei candidati al sacerdozio ribadendo quanto sia importante sottoporli ad «un maggiore scrutinio». Al centro dell’interesse, l’impegno affinchè «non si ripetano mai più in futuro casi di abuso». Nella relazione, un intero paragrafo è riservato alla cooperazione della Chiesa con le autorità civili. A questo proposito, si afferma: «La collaborazione della Chiesa con le autorità civili in questi casi riconosce la verità fondamentale che l’abuso sessuale di minori non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali nella maggior parte delle giurisdizioni civili». Il cardinale ha voluto concludere la relazione con una osservazione: «Vale la pena ripeterlo: coloro che hanno abusato sono una piccola minoranza. Tuttavia, questa piccola minoranza ha provocato un gran danno alle vittime e alla missione della Chiesa».

Intervista al giudice Silvana Arbia, cancelliere della Corte

«Responsabili di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia» compiuti sistematicamente da esponenti del clero cattolico. Una circostanziata denuncia accompagnata da un dossier di oltre 10mila pagine è stata presentata il 12 settembre scorso alla Corte penale internazionale (Cpi) de l’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. A oltre due mesi dalla clamorosa denuncia tutto tace. Che fine ha fatto quel dossier? Ci sono possibilità che scatti l’incriminazione nei confronti di persone tanto influenti? Left lo ha chiesto a Silvana Arbia, cancelliere della Corte, nell’ambito di un seminario organizzato a Milano dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Giudice Arbia, la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù rientrano nei crimini di cui si occupa la Cpi?

Sì, ci sono i presupposti. Ma per qualificare un reato come un crimine contro l’umanità compreso nella lista indicata nello statuto della Cpi, deve essere commesso in un contesto di attacco generalizzato o sistematico contro la popolazione. Se non c’è questo contesto sono crimini comuni, gravissimi, ma non si tratta di crimini contro l’umanità. Saranno perseguiti dai singoli Stati coinvolti.

Collegati alla tratta ci sono sempre altri orrendi crimini: pedopornografia, prostituzione forzata, sfruttamento di manodopera clandestina. Nei suoi quasi dieci anni di vita, la Cpi si è mai occupata di questi reati?

Al momento che io ricordi, no.

Lo stupro è considerato un crimine contro l’umanità?

Sì, se commesso nell’ambito di un attacco generalizzato o sistematico. Siamo sempre là, bisogna valutare il contesto.

Cosa pensa della denuncia contro il Papa presentata dalle vittime di preti pedofili?

Non si può avere opinione. Ognuno è libero di mandare alla Cpi denunce o petizioni. Però poi la Corte deve vedere se ci sono i presupposti per un’azione legale, se c’è la competenza per materia, se è rispettato il criterio temporale (la Cpi si occupa solo dei crimini compiuti dopo la sua fondazione avvenuta nel 2002, ndr) e tutti gli altri presupposti indicati nello statuto. Si tratta di crimini gravi, ma queste sono le valutazioni iniziali, è la prassi da seguire, non ci sono discriminazioni.

Sono passati due mesi, quanto ci vorrà per esprimere una risposta?

Non ci sono dei termini entro cui la Corte è tenuta a rispondere. E al momento questo non è accaduto, siamo ancora nella fase preliminare di valutazione della denuncia.

Federico Tulli, left 46/2011

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

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Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.

L’associazione statunitense Snap e una Ong americana hanno depositato l’accusa al Tribunale penale internazionale de L’Aja. Un dossier di oltre 10mila pagine

Federico Tulli

«Responsabili di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia» nel clero cattolico. Una circostanziata denuncia accompagnata da un dossier di oltre 10mila pagine è stata presentata alla Corte penale internazionale de l’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. Sul proprio sito (snapnetwork.org) i responsabili di Snap spiegano di aver deciso questo «storico passo» per proteggere «tutti i bambini innocenti e gli adulti vulnerabili». Assistiti dagli avvocati dall’Ong hanno quindi presentato una «richiesta di dichiarazione di competenza giurisdizionale» presso la Corte. L’accusa nei confronti del Vaticano rappresentato dalle sue gerarchie è di «aver tollerato e reso possibile la copertura sistematica e largamente diffusa di strupri e crimini “sessuali” contro i bambini in tutto il mondo». Alla denuncia è allegata una corposa documentazione con l’esposizione dei numerosi casi di pedofilia clericale in tutto il mondo. Essa arriva a poco più di un anno dal varo delle nuove norme del Vaticano che regolano le indagini e il processo canonico contro i sacerdoti pedofili. Una mossa ritenuta insufficiente dall’associazione di vittime fondata a Chicago nel 1988 da Barbara Blaine e che oggi conta migliaia di interventi di sostegno alle vittime in tutti gli Stati Uniti. «L’ammissione di responsabilità da parte delle autorità ecclesiastiche è stata troppo tiepida e soprattutto è avvenuta troppo in ritardo» racconta Mary Caplan, responsabile Snap per l’area di New York. «Sono parole vuote – aggiunge – a cui non sono seguiti fatti concreti. Mentre un fatto è che nel 2005 Benedetto XVI ha invocato l’immunità di capo di Stato per evitare di comparire in un processo in Texas. Noi pensiamo che se il papa in tutta onestà si sentisse innocente, avrebbe colto l’opportunità di presentarsi in tribunale a difendere il proprio operato. Invece, il fatto che lui e i suoi avvocati siano disposti a sfruttare scappatoie legali anziché affrontare direttamente le accuse contro, la dice lunga sulla complicità in questi terribili crimini». Tra le “scappatoie” contestate c’è anche la pratica molto utilizzata dalla Chiesa di presentare istanza di fallimento poco prima della scadenza dell’obbligo di risarcimento delle vittime. «È accaduto ad esempio per la diocesi di Milwaukee. Qui all’inizio di febbraio scorso, la Corte ha chiesto di indagare su 75 milioni di dollari scomparsi improvvisamente nel nulla. Le vittime di abusi sono spesso lasciate sole a combattere contro la propaganda del Vaticano per ottenere giustizia» conclude Caplan. Anche per questo la denuncia è arrivata a L’Aja.

(Dal quotidiano Terra)

Una pesante cappa di silenzio grava sull’inchiesta della commissione curiale relativa alle violenze nell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona. Le vittime scrivono a Benedetto XVI

Federico Tulli

«Sono stato incaricato di inoltrare la presente richiesta dalle vittime di abusi sessuali da parte dei sacerdoti e fratelli laici dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona. Detti abusi (masturbazioni, sodomizzazioni, rapporti orali…) sono stati perpetrati anche nella chiesa di Santa Maria del Pianto, chiesa dell’interno dell’Istituto Provolo di Verona, dove tra l’altro è sepolto don Antonio Provolo, nella chiesa dell’Istituto Provolo di Chievo e nella chiesa della Tenuta dei Cervi di San Zeno di Montagna. Chiediamo pertanto che detti luoghi vengano sconsacrati». È il testo della lettera raccomandata, a firma Dario Laiti, spedita il 18 luglio scorso a papa Benedetto XVI, al segretario di Stato, Tarcisio Bertone, al presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, e al vescovo di Verona, Giuseppe Zenti.

Sette righe per sollecitare le gerarchie vaticane a un nuovo livello di attenzione nei confronti della vicenda criminale che si è consumata tra le mura dell’Istituto ai danni di circa 40 ospiti, tra gli anni Cinquanta e il 1984. Come spiega al nostro quotidiano Marco Lodi Rizzini, portavoce dell’associazione di vittime del Provolo, «la richiesta di procedere alla sconsacrazione dei luoghi di culto teatro degli abusi si collega ad alcuni fatti accertati dalla commissione curiale incaricata nel 2010 dal Vaticano di fare luce sulle denunce». La commissione, presieduta dall’ex presidente del Tribunale di Verona, Mario Sannite, ha finito il proprio lavoro a febbraio dopo aver raccolto le testimonianze sia delle vittime che di sacerdoti e fratelli laici presenti nell’Istituto all’epoca dei fatti contestati.

«Da allora – racconta Lodi Rizzini – attendiamo di conoscere le conclusioni dell’inchiesta, come convenuto con le autorità di Roma. Sappiamo per certo – prosegue – che la documentazione è stata già consegnata a monsignor Giampietro Mazzoni, il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. Ma a noi non è pervenuto nulla». Eppure qualcosa è già trapelato. Qualcosa di clamoroso su cui le vittime non intendono soprassedere. Intervistato a Matrix su Canale 5 il 24 maggio scorso, il presidente Sannite, ha dichiarato che «almeno tre, tra sacerdoti e fratelli laici, hanno ammesso gli abusi». «Sono passati due mesi da questa affermazione – osserva Lodi Rizzini -. Sebbene i tempi del Vaticano siano notoriamente lenti, riteniamo che sia giunto il momento che monsignor Mazzoni si pronunci».

Del resto lungo tutto il 2010, annus horribilis per l’immagine pubblica della Chiesa cattolica, «tolleranza zero e trasparenza» sono state le parole pronunciate più frequentemente dalle gerarchie ecclesiastiche di fronte all’emergenza provocata dai casi di pedofilia nel clero emersi nel mondo. Una formula semplice ed efficace per rispondere rapidamente alla pressione delle vittime e della società civile non più disposte, appunto, a tollerare sistematiche operazioni di insabbiamento e omertà da parte dei vertici della Santa Sede. «Ai destinatari della lettera non chiediamo altro che coerenza».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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La lettera originale

 

Aprire gli Archivi delle Curie a una Commissione indipendente che indaghi sui casi di pedofilia nel clero: lo chiede Maurizio Turco, deputato radicale, presidente di Anticlericale.net. «L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco – dichiara Turco – afferma che è sempre stata fatta l’esortazione a denunciare i casi di pedofilia all’interno del clero. D’accordo. Ma il problema è a chi denunciare? Al Vescovo? E che fine hanno fatto le denunce? Visto che di denunce da parte di Vescovi alla magistratura ce ne sono pochine. Anzi, sono più i casi di ostruzione della giustizia che di collaborazione con la stessa». «Bagnasco ha avuto modo di ritornare e approfondire la questione della pedofilia nel clero – prosegue il parlamentare – che è già una notizia visto che le gerarchie l’hanno negata per anni. Ma continua a girare intorno e a fare orecchie da mercante (nel Tempio) su ciò che gli chiediamo: aprire gli archivi segreti delle Curie ad una Commissione indipendente». «E non risponde a una domanda – insiste l’esponente radicale – perché i suoi colleghi delle Conferenze episcopali americana, belga, irlandese hanno aperto gli archivi segreti delle Curie? A parte il Vaticano, cosa hanno di diverso degli italiani i cattolici americani, belgi, irlandesi? Forse le gerarchie vaticane con i suoi Bertone?». (COM-IA)