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Tommaso Dellera* (ADISTA – Segni Nuovi n.45)

La Colpa è il primo gruppo italiano di vittime della pedofilia clericale. Nato nel 2010, il 25 settembre di quell’anno ha tenuto il suo primo incontro nazionale, a Verona, con gli ex alunni dell’Istituto per sordomuti Provolo, mentre il 31 ottobre ha partecipato all’incontro mondiale delle vittime della pedofilia clericale, indetto dall’organizzazione statunitense Survivors Voice a Roma, con una manifestazione finale di fronte al Vaticano.

Gli obiettivi del gruppo La Colpa sono anzitutto l’attenzione alle vittime della pedofilia clericale: creare un luogo e uno spazio in cui possano ritrovarsi, riconoscersi, condividere le proprie esperienze, ricevere solidarietà e sostegno, superare la paura, la vergogna e il senso di colpa che l’abuso porta con sé. Parte essenziale di questo programma è la diffusione d’informazioni sull’assistenza legale e psicologica con la creazione di una rete nazionale di professionisti presenti in ogni città, nella convinzione che il percorso di trasformazione da vittima a sopravvissuto e a essere vivente è possibile solo attraverso un serio lavoro psicologico sotto la guida di personale specializzato. Conseguenza di quanto sopra è la denuncia alle competenti autorità dei pedofili all’interno della chiesa cattolica, con la loro segnalazione alle forze dell’ordine nei modi più opportuni.

In secondo luogo, il gruppo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della pedofilia clericale attraverso incontri pubblici e tramite i contatti con i media per far comprendere che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno sistematico che si verifica grazie alle coperture e all’atteggiamento omertoso da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ai privilegi di cui esse godono nel nostro paese oltre e contro lo stesso messaggio evangelico di verità e di giustizia. La pedofilia, clericale e non, inoltre, è un problema sociale, perché provoca danni permanenti che richiedono cure specializzate e coinvolge un numero sempre alto di persone, non solo il singolo individuo, in quanto causa seri problemi nelle relazioni interpersonali, sociali e familiari, arrivando a interessare ogni contesto. Il pedofilo è dunque un criminale affetto da un disturbo di personalità che compie reati gravissimi che si ripercuotono sulla società intera. E’ fondamentale comprendere che la condotta pedofila è recidiva e non può essere curata con le preghiere e presunti metodi spirituali, ma con l’isolamento del criminale in carcere (in strutture adatte a recepire questi individui) e un’adeguata e permanente terapia psichiatrica (che fornisca un potenziale percorso di recupero, i cui risultati devono comunque essere costantemente verificati e monitorati da specialisti). In ogni caso, il pedofilo deve sempre e per sempre essere allontanato da contesti in cui sono presenti minori (oratori, parrocchie, istituzioni religiose, scuole, campeggi ecc.). E’ essenziale capire che la violenza che sorge da questa strutturale incapacità di avere rapporti alla pari con persone adulte costituisce un vero e proprio abuso di potere e, di conseguenza, si nutre, si sviluppa e si diffonde più facilmente in contesti fortemente gerarchizzati e strutturati nei quali il potere si esercita senza controlli, da parte di una casta e in nome di un’autorità che si definisce di attribuzione divina, cioè, per sua stessa natura libera e spesso al di sopra, o al di fuori, delle autorità civili: caratteristiche, queste, che definiscono alcuni aspetti strutturali della chiesa cattolica (non ovviamente tutti i fedeli e i sacerdoti).

La Colpa, infine, si propone di agire come un gruppo di pressione presso le istituzioni e le forze politiche italiane per ottenere una nuova legge che elimini la prescrizione, meccanismo che troppo spesso consente ai pedofili di rimanere impuniti, continuare a compiere abusi e a fare vittime indisturbati. La rimozione conseguente al trauma dell’abuso subito da un minore impedisce di riconoscere e tanto meno di denunciare la violenza e spesso ci vogliono venti, venticinque, trenta e anche quarant’anni prima che la mente e il corpo siano in grado di far emergere ciò che è accaduto; altro tempo, poi, è necessario per accettare e curare questo trauma, grazie al ricorso alla terapia specialistica che consenta di intraprendere un percorso di recupero e, appunto, di cura. Di fronte a tutto questo, le leggi in vigore, che prevedono la prescrizione del reato dopo soli 10 anni, risultano del tutto inadeguate (lo saranno anche quando si verificherà la ratifica della Convenzione di Lanzarote che prevede il raddoppio dei termini di prescrizione, anche se la situazione sarà certamente migliore). Una situazione solo sulla carta più favorevole alle vittime è quella disposta dall’attuale papa con l’approvazione, nel maggio 2010, delle nuove norme che portano la prescrizione a venti anni dal compimento della maggiore età del minore. Solo sulla carta, perché, come si è appreso negli ultimi giorni, per l’Italia, come per altri paesi, non è imposto al clero l’obbligo di denuncia dei pedofili all’interno della chiesa.

L’altra finalità immediata che il gruppo di pressione si propone è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla pedofilia clericale in Italia, con la partecipazione di rappresentanti delle vittime degli abusi e rappresentanti della chiesa; l’importante è che i criteri siano chiari, certi, pubblici e i risultati divulgati nel rispetto delle leggi democratiche. Finora la chiesa cattolica italiana si è sempre rifiutata di istituire anche solo una commissione interna con questo scopo, e tale non è la commissione – del resto, del tutto segreta – di cui ha dato notizia Bagnasco nella sua prolusione, in qualità di presidente, alla 63° Assemblea Generale della Cei.

Esistono delle caratteristiche peculiari della pedofilia clericale, senza con ciò voler creare un’inutile gerarchia tra reati. La sua specificità è data dalla dimensione sacrale – il ruolo del sacerdote che sfrutta il sentimento religioso, la sua autorità e la sua paternità fittizia per abusare di un minore -, dalla dimensione spirituale -i danni alle vittime implicano un diverso senso di colpa e di vergogna, una perdita di fiducia e la sensazione di tradimento, una confusione di carattere morale che coinvolgono appunto la sfera spirituale -, dalla dimensione sociale -lo status del sacerdote, del religioso e della religiosa, che godono di privilegi e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società, proprio in funzione di quella natura sacra che caratterizza la loro figura -, dalla dimensione istituzionale -la vittima ha a che fare non solo con il suo carnefice, ma con un’istituzione, di cui il pedofilo fa parte, che agisce anche a livello politico, oltre che sociale e religioso, con suoi propri organi di propaganda e informazione e che mette in piedi una rete di complicità. Istituzione che contiene al proprio interno una serie di elementi che favoriscono il fenomeno degli abusi e che attirano, proprio per la scarsità dei controlli e la risibilità delle pene, personalità abusanti. Tra questi elementi, l’imposizione obbligatoria del celibato, che è una con-causa della pedofilia clericale, perché contribuisce a formare una personalità immatura; a maggior ragione se il celibato è imposto come stile di vita a giovani adolescenti, come accade nei seminari minori e in molte istituzioni cattoliche. Basti pensare, poi, a quante occasioni ha un sacerdote di rimanere da solo con dei minori senza alcun controllo esterno. Sono queste le ragioni per le quali Salvatore Domolo, nel corso del primo incontro di Verona, ha proposto di considerare la pedofilia clericale come un crimine contro l’umanità (per la sua vastità numerica, geografica e per la rete di copertura istituzionale che la caratterizza); e per le stesse ragioni, Survivors Voice ha lanciato una petizione all’Onu per chiedere di rubricare la pedofilia sistemica sotto il titolo di crimine contro l’umanità.

*ricercatore universitario di Filosofia politica

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Sabato 26 marzo a Londra, la presentazione di Survivors voice Europe, costola continentale dell’organizzazione non profit fondata negli Stati Uniti da Bernie McDaid e Gary Berger

Federico Tulli

«Fare in modo che il Vaticano riconosca la propria responsabilità per le azioni dei suoi preti pedofili, ammetta le proprie colpe nei confronti dei sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero, adotti una reale politica di tolleranza zero sugli abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica, e crei un ampio e laico sistema di supporto e sostegno per i sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero del passato, del presente e del futuro. Infine, aumentare la consapevolezza pubblica sugli abusi sessuali nell’infanzia, che sono accaduti e accadono tuttora, non solo nella Chiesa cattolica, ma anche in altri istituti e case, in tutto il mondo». Il 26 marzo prossimo a Londra, con questo manifesto, nasce la costola europea dell’associazione di vittime di preti pedofili Survivors Voice, l’organizzazione non profit fondata negli Stati Uniti da Bernie McDaid e Gary Bergeron con l’obiettivo di creare una rete internazionale tra i diversi gruppi di superstiti presenti nei Paesi in cui si sono verificati gli abusi. All’incontro, che si svolge alla Conway Hall, partecipano anche vittime italiane, fuoriusciti dall’Opus Dei e diversi attivisti che si battono in difesa dei diritti umani: nel 2010, Survivors Voice ha lanciato sul proprio sito (survivorsvoice-europe.org) una petizione da presentare alle Nazioni Unite, per definire la violenza “sessuale” sistematica sui bambini «un crimine contro l’umanità». «L’idea di fondare Survivors voice Europe – raccontano due dei coordinatori dell’evento, l’inglese Sue Cox e l’olandese Ton Leerschoel – è nata dopo la storica manifestazione che il 31 ottobre scorso ha portato a Roma vittime di tutto il mondo per sfilare di fronte al Vaticano e mettere papa Benedetto XVI di fronte alle responsabilità proprie e della Chiesa. Colpevoli di aver ignorato sistematicamente le denunce e le richieste di intervento contro i preti autori delle violenze». L’idea di unire per la prima volta le forze è stata di Bernie McDaid. Lui era tra le cinque vittime di preti pedofili che il 18 aprile 2008 fu accolto in udienza privata da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale negli Stati Uniti. Nei minuti concessi dall’entourage del Papa, che a sorpresa aveva cambiato all’ultimo momento il rigido cerimoniale, Benedetto XVI pronunciò poche parole. Ma quell’incontro ebbe un enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica Usa, rivitalizzando la fiducia dei fedeli nei confronti della Chiesa cattolica americana che si trovava sull’orlo della bancarotta per via dei risarcimenti miliardari pagati alle vittime di oltre quattromila preti pedofili, dal 2002 in poi. McDaid era soddisfatto e fiducioso: «Il Pontefice ha recepito il nostro messaggio. Le sue scuse mi hanno commosso», disse. In realtà quei pochi minuti a cospetto di Benedetto XVI non portarono a nulla, osserva il fondatore di Survivors voice: «Dopo quelle promesse niente è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa». Nemmeno di fronte al fiume di nuovi casi identici a quelli statunitensi dei primi anni Duemila, che hanno scosso di recente mezza Europa dalla Gran Bretagna all’Irlanda, dalla Germania all’Olanda, dal Belgio all’Italia. Oggi, quella promessa di cambiamento disattesa, porta McDaid a giudicare ancora troppo blanda l’azione di Benedetto XVI e a chiedere al Vaticano «un’inchiesta completa su tutta la vita di Giovanni Paolo II, riguardante gli abusi su minori». «La dannosa copertura degli abusi – conclude – è divenuta globale, coinvolgendo l’intera comunità cattolica. Abbiamo bisogno di una nuova leadership per sanare le ferite e andare avanti. Papa Ratzinger deve dimettersi».

Terra, il primo quotidiano ecologista

La pedofilia nel clero torna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire

Federico Tulli * Cronache laiche

Tra i pochi giornalisti italiani che il 31 ottobre 2010, a Roma, hanno seguito insieme a chi scrive la manifestazione internazionale organizzata da Survivors voice, che ha riunito sulla linea di confine tra l’Italia e Città del Vaticano numerose associazioni italiane e straniere di vittime di preti pedofili, c’era anche la fotografa Silvia Amodio. Dopo la conferenza stampa che si è tenuta alla sede dei Radicali italiani, Silvia ha allestito un set dove ha ripreso molti protagonisti dell’evento. Il risultato è una galleria di ritratti unica al mondo. Mai prima di allora un(a) giornalista aveva deciso di raccontare il dramma della pedofilia nel clero attraverso i volti di chi questo crimine lo ha subito sulla propria pelle. Con rigore ed estrema professionalità, Silvia è riuscita a restituire a queste persone la cosa che più di ogni altra coraggiosamente rivendicano. Che poi è il motivo per cui avevano deciso di riunirsi a pochi passi da Città del Vaticano (dove non li hanno fatti entrare): uscire «fuori dall’ombra» in cui la propaganda della Senta sede li ha ricacciati con le scuse in serie (o seriali) pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Parole lucide, calcolate, quelle del papa, alle quali non sono seguiti dei fatti concreti in termini soprattutto di prevenzione dei crimini pedofili negli oratori, nei seminari, nelle scuole a gestione cattolica.

Il messaggio, indignato, dignitoso, dovuto, che i Sopravvissuti chiedevano di recapitare a Benedetto XVI il 31 ottobre scorso, è scolpito nei loro volti. E attende una risposta. Il servizio fotogiornalistico della Amodio è uscito con il numero di febbraio del mensile Marie Claire. Un applauso all’intelligenza di questa testata che ha avuto il coraggio di metterlo in pagina. Perché? Semplice. Da quando il papa ha chiesto scusa (o meglio, pronuncia scuse…) per i “peccati” commessi dai sacerdoti e coperti dalle gerarchie (di cui ha fatto e fa ancora parte), tra i media nazionali è piuttosto diffusa la convinzione che la pedofilia nella Chiesa cattolica sia un problema risolto, che quindi non fa più notizia. Nessuno, però, che si sia preso la briga di chiedere alle vittime cosa ne pensassero di queste scuse. Non un sopracciglio si è alzato Oltretevere nemmeno dopo che all’inizio dell’anno la Repubblica e Il Fatto quotidiano hanno pubblicato una lettera spedita da Malta in Vaticano, nella quale alcune vittime di sacerdoti pedofili chiedevano a Benedetto XVI giustizia per le violenze subite. «Perché – scrivono – la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». E ancora: «Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto». Silenzio tombale. Fino al primo marzo, giorno in cui “miracolosamente” la pedofilia ritorna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire.

«Oggi, i riflettori sullo scandalo pedofilia sono di nuovo spenti (anzi spentissimi)» scrive il direttore del giornale dei vescovi Marco Tarquinio nel presentare il documento. «E a misurarsi senza lesinare energie con il feroce e avido mostro dello sfruttamento sessuale dei più piccoli sono rimasti un gruppo di poliziotti e di uomini della legge, i soliti volontari e proprio quei preti e quegli uomini e quelle donne di Dio che erano stati messi “in blocco” nel mirino». Seguono i numeri agghiaccianti diffusi dalle agenzie delle Nazioni Unite relativi alla tratta e alla riduzione in schiavitù di bambini e alla pedopornografia, un’intervista al mago Zurlì, due speciali sul “turismo” pedofilo in Brasile e Thailandia, e una pagina dal titolo “Rigore e impegno. La Chiesa in campo”. Non è curioso che un dossier della Cei citi un report dell’Unicef nonostante il Vaticano sia uno dei pochi Paesi al mondo a non aver sottoscritto la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia? Perché non l’ha firmata? Pur non aderendo all’Onu, è risaputo che una firma avrebbe impegnato “moralmente” lo Stato vaticano a chiudere migliaia di seminari per minori sparsi nel mondo o quanto meno a squarciare il velo di omertà che copre tutto ciò che succede in questi istituti, dove, come ha denunciato più volte anche don Fortunato di Noto, si consuma buona parte dei crimini pedofili di matrice clericale. Ma andiamo oltre, evidenziando una tra le tante perle incastonate nella pagina del dossier costruita per completare l’opera di pulizia esteriore avviata nel 2010 con la lettera pastorale agli irlandesi di Benedetto XVI. La perla porta la firma prestigiosa di Mario Cardinali: «La Chiesa cattolica è forse l’organismo che più di ogni altro negli ultimi anni si è sforzata di combattere al proprio interno il triste fenomeno degli abusi sessuali nei confronti di minori perpetrati da sacerdoti o religiosi. E in questo un ruolo di primo piano lo ha avuto Joseph Ratzinger, dapprima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice». Non c’è dubbio, Ratzinger ha avuto un ruolo di primo piano nell’“affaire pedofilia”.

Nel 2003 era lui il magistrato che avrebbe dovuto giudicare i criminali cui fanno riferimento le vittime maltesi nella loro lettera. E nell’aprile del 2008 era sempre lui il pontefice che ha ricevuto a New York in colloquio privato uno dei fondatori di Survivors voice, Bernie McDaid, promettendo una risposta concreta della Chiesa alle istanze delle vittime. Due anni e mezzo dopo McDaid era in piazza di fronte al Vaticano per chiedere conto di quella promessa. «La polizia ha censito seicentomila bambini e bambine (di ogni parte del mondo) brutalizzati, venduti e comprati anche attraverso siti internet pedopornografici – conclude il direttore Tarquinio nel suo articolo. Appena seicento di questi piccoli sono stati salvati. Insomma, solo uno su mille ce la fa. È un numero che a noi toglie il sonno. Eppure il mondo dorme. Svegliamolo». Dev’essere un caso di sonnambulismo editoriale.

Tra i pochi giornalisti italiani che il 31 ottobre 2010, a Roma, hanno seguito la manifestazione internazionale dei Sopravvissuti, le associazioni di vittime di preti pedofili, c’era anche la fotografa Silvia Amodio. Dopo la conferenza stampa che si è tenuta alla sede dei Radicali italiani, Silvia ha allestito un set dove ha potuto scattare immagini ad alcuni dei protagonisti di questo importante evento. Il risultato è una galleria di ritratti unica al mondo. Mai prima di allora un(a) giornalista aveva deciso di raccontare il dramma della pedofilia nel clero attraverso i volti di chi questo crimine lo ha subito sulla propria pelle. Con rigore ed estrema professionalità, Silvia è riuscita a restituire a queste persone la cosa che più di ogni altra coraggiosamente rivendicano. Che poi è il motivo per cui avevano deciso di riunirsi a pochi passi da Città del Vaticano (dove non li hanno fatti entrare): uscire fuori dall’ombra in cui la propaganda della Senta sede li ha ricacciati con le scuse in serie (o seriali) pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Parole lucide, calcolate, quelle del papa, alle quali non sono seguiti dei fatti concreti in termini soprattutto di prevenzione dei crimini pedofili negli oratori, nei seminari, nelle scuole a gestione cattolica. Questo messaggio, indignato, dignitoso, dovuto, che i Sopravvissuti chiedevano di recapitare a Benedetto XVI il 31 ottobre scorso, è scolpito nei loro volti. E attende una risposta.

Ringrazio Silvia per avermi dato l’opportunità di pubblicare sul blog il suo servizio fotogiornalistico uscito con il numero di febbraio del mensile Marie Claire. Un applauso anche a questa testata che ha avuto l’intelligenza di metterlo in pagina. Perché? Semplice. Da quando il papa ha chiesto scusa (o meglio, pronuncia scuse…), tra i media nazionali è piuttosto diffusa la convinzione che la pedofilia nella Chiesa cattolica sia un problema risolto, che quindi non fa più notizia. Nessuno, però, che si sia preso la briga di chiedere alle vittime cosa ne pensassero di queste scuse. Silvia e la redazione di Marie Claire, evidentemente, lo hanno fatto.

Federico Tulli

Per “sfogliare” l’articolo completo in pdf seguire questo link: Fuori dall’ombra.

Ed ecco la cover del servizio di Silvia Amodio