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Il vescovo di New York, Timothy Dolan

Quando era arcivescovo di Milwaukee, autorizzò pagamenti a preti pedofili perché lasciassero il ministero. A Milano la denuncia di O’Malley sulle gravi omissioni della chiesa sugli abusi

Alessandro Speciale su Vatican insider

Il tema degli abusi non denunciati entra nel dibattito interno alla chiesa ”Tra le ragioni della perdita di credibilità della Chiesa c’e’ anche la pedofilia”. Lo ha detto il Cardinale Sean Patrick O’Malley, intervenendo al VII Incontro Mondiale delle Famiglie in corso a Milano.    “Dobbiamo esprimere il nostro dolore” – ha aggiunto – “alle persone che sono state ferite e assicurare loro che nel futuro questi fatti non accadranno mai piu’. Quello che predichiamo deve essere anche quello che pratichiamo: noi dobbiamo proclamare il Vangelo ed essere veri discepoli di Cristo”. L’Arcivescovo di Boston non ha mancato di ricordare che ”nei Paesi dove si è verificato questo problema sono state adottate delle linee guida”.

E intanto, proprio mentre è impegnato in uno scontro all’ultimo sangue con il presidente Barack Obama – che coincide in pieno con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del prossimo novembre -, il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente dei vescovi statunitensi si ritrova coinvolto in uno scandalo che potrebbe macchiarne l’immagine. Il presunto “scheletro nell’armadio” del porporato – scelto da papa Benedetto XVI per aprire il concistoro dello scorso febbraio e additato da qualcuno come potenziale papabile – è sempre quello: la pedofilia e il modo in cui Dolan, quando nel 2003 era arcivescovo di Milwaukee, gestì i casi dei preti colpevoli di abusi. Secondo quanto ammesso dall’arcidiocesi di Milwaukee, ai sacerdoti ritenuti, per le accuse ricevute, “non riassegnabili” ad un ministero pastorale fu offerto un pagamento fino a 20mila dollari perché non frapponessero ostacoli al loro processo di laicizzazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Per Jerry Topczewski, il segretario generale della diocesi, si trattava di un contributo per aiutare i sacerdoti coinvolti nella fase di “transizione” alla vita da laico: “Che piaccia o no, l’arcidiocesi è canonicamente responsabile per il sostegno economico di un prete – anche se questi ha commesso un crimine orribile e un peccato come l’abuso sessuale di un minore”.

Ma per il gruppo di sostegno delle vittime Snap, Survivors Network of those Abused by Priests, il pagamento non era altro che una “mazzetta” offerta al prete perché lasciasse la Chiesa senza creare problemi – i soldi venivano pagati metà subito, metà a conclusione del processo di riduzione allo stato laicale. Inoltre, la cifra offerta ai preti pedofili era molto simile al risarcimento massimo offerto all’epoca alle vittime, pari a 30mila dollari. “In quale altro lavoro, soprattutto uno in cui si ha a che fare con delle famiglie e si gestiscono delle scuole e dei programmi per giovani – chiede Snap in una lettera aperta all’arcidiocesi – viene offerto un bonus in denaro a un impiegato se ha stuprato e molestato dei bambini?”.

Ma il vero imbarazzo per il cardinale Dolan, al di là dei pagamenti ai preti pedofili, è forse un altro. L’attuale arcivescovo di New York aveva dichiarato di non aver mai saputo nulla di un programma per offrire pagamenti in denaro ai preti accusati di molesite e aveva anzi respinto le accuse come “false, grottesche e ingiuste”. I documenti venuti alla luce durante la causa per bancarotta dell’arcidiocesi di Milwaukee – dichiarata bancarotta nel 2011 perché non più in grado di pagare i risarcimenti pattuiti dalle vittime di abusi – mostrano però come proprio l’arcivescovo Dolan abbia presieduto nel marzo 2003 una riunione del Consiglio economico diocesano, in cui venne discussa proprio la possibilità di offrire fino a 20mila dollari ai preti “non riassegnabili”. Fino ad oggi, l’arcidiocesi di New York non ha risposto alle richieste di un commento ricevute su questa vicenda.

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. William Levada

Il prefetto Levada si eclissa: niente domande per la stampa

di Marco Politi (Il Fatto quotidiano)

Comincia con un’assenza il grande convegno vaticano sugli abusi sessuali. Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’organo supremo che gestisce in Vaticano i dossier dei preti criminali, non si presenta alla stampa. Nei momenti cruciali Levada non risponde mai ai media. Non c’era nel marzo 2010, quando Benedetto XVI affrontò con rigore il tema nella sua Lettera agli Irlandesi denunciando che la Chiesa non aveva dato ascolto al grido delle vittime. Il porporato lasciò solo il portavoce vaticano Lombardi a fronteggiare i giornalisti ansiosi di avere risposte sul perchè di tanti casi insabbiati nel corso di decenni. Levada non è venuto neanche ieri.
Eppure toccava al cardinale la relazione di apertura al convegno e il programma ufficiale parlava chiaro: «Al termine della propria presentazione gli oratori saranno a disposizione per le domande in sala stampa per un massimo di 30 minuti». Invece, minuti zero. Forse Levada temeva che qualche reporter americano ponesse domande scomode. Afferma la maggiore organizzazione di vittime degli Stati Uniti, l’associazione SNAP, che da arcivescovo a San Francisco e a Portland (nell’Oregon) Levada avrebbe «insabbiato denunce su violenze su minori e molestie sessuali». Resta il fatto che da cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger non si sottraeva alle domande spinose della stampa.
L’episodio rivela l’ambivalenza dell’evento inaugurato lunedì all’università Gregoriana. Il simposio internazionale rappresenta indubbiamente un momento importante, una svolta rispetto al passato. Il tentativo –come afferma padre Lombardi – di affrontare la questione in modo globale, con una «presa di coscienza collettiva» per non dare risposte soltanto sull’onda delle emergenze bensì mobilitare la Chiesa per una «risposta attiva».
Dunque bisogna attrezzarsi per il futuro. Solo che non è ancora chiaro cosa succede con le migliaia di vittime del passato. Chi ha avuto, ha avuto…? Si lascia che singolarmente emergano dalla notte del loro dolore? O la Chiesa prenderà il coraggio a due mani e deciderà di «setacciare parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi per scoprire cosa è successo» come ha chiesto sul Fatto Quotidiano Bernie McDaid, una delle vittime americane che incontrò Benedetto XVI a Washington nel 2008?
Papa Ratzinger, nel messaggio augurale al convegno, ha auspicato che tutta la Chiesa si mobiliti per la guarigione, la salvaguardia e il «sostegno alle vittime». Il pontefice ha anche sottolineato la necessità di un «profondo rinnovamento della Chiesa ad ogni livello». Ma il nodo non è stato sciolto.
Il cardinale Levada nella sua relazione ha evitato l’argomento. Ha parlato di un drammatico aumento degli abusi del clero ai danni di minori negli ultimi anni, ha citato la cifra di 4000 dossier arrivati alla Congregazione per la Dottrina della fede, però si è limitato ad affermare che la quantità di casi ha «rivelato da una lato l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente di diritto canonico a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». Nell’ombra è rimasta anche la questione della denunci dei criminali alle procure. Dice il cardinale che la «collaborazione della Chiesa con le autorità civili» è la dimostrazione del riconoscimento che l’abuso sessuale di minori «non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali». Però collaborareè un conto, andare dalla polizia è un altro. Sarebbe tollerabile – ripetono da anni le organizzazioni di vittime – che un preside non denunci automaticamente un professore che abusa? Ha rimarcato tempo fa sul Giornale il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano Pietro Forno, capo del pool specializzato per gli abusi, che mai la gerarchia ecclesiastica ha ostacolato il suo lavoro, «ma in tanti anni non mi è mai, sottolineo mai, arrivata una sola denuncia da un vescovo o da un singolo prete». E questo, ha soggiunto, «è un po’ strano».

 

L’associazione statunitense Snap e una Ong americana hanno depositato l’accusa al Tribunale penale internazionale de L’Aja. Un dossier di oltre 10mila pagine

Federico Tulli

«Responsabili di crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia» nel clero cattolico. Una circostanziata denuncia accompagnata da un dossier di oltre 10mila pagine è stata presentata alla Corte penale internazionale de l’Aja dall’associazione di vittime statunitense Snap (Survivors network of those abused by priests) e dalla Ong americana Center for constitutional rights. Destinatari dell’accusa, il Vaticano e i suoi vertici: papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, e il prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada. Sul proprio sito (snapnetwork.org) i responsabili di Snap spiegano di aver deciso questo «storico passo» per proteggere «tutti i bambini innocenti e gli adulti vulnerabili». Assistiti dagli avvocati dall’Ong hanno quindi presentato una «richiesta di dichiarazione di competenza giurisdizionale» presso la Corte. L’accusa nei confronti del Vaticano rappresentato dalle sue gerarchie è di «aver tollerato e reso possibile la copertura sistematica e largamente diffusa di strupri e crimini “sessuali” contro i bambini in tutto il mondo». Alla denuncia è allegata una corposa documentazione con l’esposizione dei numerosi casi di pedofilia clericale in tutto il mondo. Essa arriva a poco più di un anno dal varo delle nuove norme del Vaticano che regolano le indagini e il processo canonico contro i sacerdoti pedofili. Una mossa ritenuta insufficiente dall’associazione di vittime fondata a Chicago nel 1988 da Barbara Blaine e che oggi conta migliaia di interventi di sostegno alle vittime in tutti gli Stati Uniti. «L’ammissione di responsabilità da parte delle autorità ecclesiastiche è stata troppo tiepida e soprattutto è avvenuta troppo in ritardo» racconta Mary Caplan, responsabile Snap per l’area di New York. «Sono parole vuote – aggiunge – a cui non sono seguiti fatti concreti. Mentre un fatto è che nel 2005 Benedetto XVI ha invocato l’immunità di capo di Stato per evitare di comparire in un processo in Texas. Noi pensiamo che se il papa in tutta onestà si sentisse innocente, avrebbe colto l’opportunità di presentarsi in tribunale a difendere il proprio operato. Invece, il fatto che lui e i suoi avvocati siano disposti a sfruttare scappatoie legali anziché affrontare direttamente le accuse contro, la dice lunga sulla complicità in questi terribili crimini». Tra le “scappatoie” contestate c’è anche la pratica molto utilizzata dalla Chiesa di presentare istanza di fallimento poco prima della scadenza dell’obbligo di risarcimento delle vittime. «È accaduto ad esempio per la diocesi di Milwaukee. Qui all’inizio di febbraio scorso, la Corte ha chiesto di indagare su 75 milioni di dollari scomparsi improvvisamente nel nulla. Le vittime di abusi sono spesso lasciate sole a combattere contro la propaganda del Vaticano per ottenere giustizia» conclude Caplan. Anche per questo la denuncia è arrivata a L’Aja.

(Dal quotidiano Terra)

Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottirna della fede

Annunciata per il 16 maggio la Lettera della Congregazione per la dottrina della fede alle Conferenze episcopali. Contiene le indicazioni da seguire nei casi di abusi commessi da chierici 

Federico Tulli

Con estrema flemma il Vaticano aggiunge un altro mattoncino al corpus degli strumenti di prevenzione contro la pedofilia nel clero cattolico. Dopo la “tolleranza zero” invocata da Benedetto XVI (aprile 2010), e l’approvazione delle Nuove norme che regolano le indagini e il processo canonico (luglio 2010), è stata fissata per il 16 maggio prossimo la pubblicazione delle indicazioni che le Conferenze episcopali di tutto il mondo dovranno seguire per frenare la diffusione della pedofilia nella Chiesa. Obiettivo della lettera che sarà firmata dalla Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio) è uniformare le modalità di approccio a questo delitto da parte delle diverse diocesi, adeguandole alla linea rigorosa indicata dal pontefice in diverse occasioni. Non è però ancora chiaro se il documento costituirà l’occasione per sollecitare in maniera esplicita i vescovi a collaborare con le autorità civili e a denunciare non solo alla Congregazione eventuali abusi compiuti da loro dipendenti. «Le Nuove linee guida del Vaticano non sortiranno alcun effetto» commenta a Terra, la direttrice (area Ovest) dell’associazione statunitense di vittime Snap (Survivors network of those bused by priests conta oltre 10mila iscritti), Joelle Casteix. La quale aggiunge: «Sono parole scritte su carta e le parole non proteggono i bambini. Per proteggere i bambini servono fatti concreti. Ma questo è proprio ciò che il Vaticano rifiuta di intraprendere contro i preti predatori o i vescovi loro complici». A novembre 2010 durante una riunione di cardinali collegata al concistoro, il prefetto dell’ex Sant’uffizio, il cardinale William Levada, nell’annunciare la lettera che uscirà lunedì, fece riferimento alla «collaborazione con le autorità civili e alla necessità di un efficace impegno di protezione dei bambini e dei giovani e di un’attenta selezione e formazione dei futuri sacerdoti e religiosi». Durante lo stesso incontro si stabilì «di incoraggiare le Conferenze episcopali a sviluppare piani efficaci, tempestivi, articolati, completi e decisi di protezione dei minori, che tengano conto dei molteplici aspetti del problema e delle necessarie linee di intervento, sia per il ristabilimento della giustizia, sia per l’assistenza delle vittime, sia per la prevenzione e la formazione, anche nei Paesi dove il problema non si è manifestato in modo drammatico». Una delle prime Conferenze episcopali a ispirarsi a questi suggerimenti è stata quella cilena. Travolta dal “caso Karadima”, il 27 aprile scorso ha emanato un Protocollo che consente alle gerarchie ecclesiastiche locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Ferdinando Karadima è un sacerdote ottantunenne molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile. Colpevole di abusi su diversi adolescenti è stato condannato a «vivere in ritiro» spirituale dalla Congregazione. I fatti risalgono agli anni Ottanta, ma solo pochi giorni fa la giustizia civile ha potuto iniziare a indagare, annunciando l’invio di una rogatoria in Vaticano.

Terra, il primo quotidiano ecologista

La rete internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte dei preti (Snap) ha chiesto che il processo di santificazione di Giovanni Paolo II sia rallentato ricordando che proprio durante il suo pontificato (1978-2005) sono stati commessi la maggior parte dei reati e i tentativi di insabbiamento del fenomeno. Snap ha quindi annunciato la distribuzione tra oggi e domani di volantini di sensibilizzazione sul fenomeno pedofilia davanti alle chiese di 70 città in sette Paesi: Usa, Belgio, Canada, Ecuador, Francia, Olanda e Australia. Intanto in Belgio la scandalo dei preti pedofili continua a registrate nuovi sviluppi. Dopo l’intervista choc in cui l’ex vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, ha ammesso di aver abusato di due suoi nipoti, il giudice istruttore Wim De Troy ha disposto il sequestro della cassetta con la registrazione della videointervista. De Troy sta indagando per verificare la sussistenza del reato di omissione di assistenza a persone in pericolo che potrebbero aver commesso i vertici della Chiesa cattolica belga. Ed anche il procuratore del tribunale di Bruges, Jean-Marie Berkvens, ha deciso di riaprire l’inchiesta a carico di Vangheluwe in seguito a nuovi elementi emersi in relazione ad altri casi di abusi sessuali. (TI)