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Il cardinale irlandese Séan Brady

Il vicepremier irlandese Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate Séan Brady dopo un documentario della BBC che lo accusa di omertà su diversi casi di pedofilia

Oggi il vicepremier irlandese (e ministro degli Esteri) Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate della Chiesa cattolica d’Irlanda, il cardinale Séan Brady, dopo il documentario “La vergogna della Chiesa Cattolica”, andato in onda martedì sera sulla BBC. Il documentario ha parlato di omertà e coperture su alcuni degli abusi sessuali commessi da religiosi della Chiesa d’Irlanda negli ultimi 50 anni. Il documentario si è concentrato soprattutto sulla figura di Brady, che, secondo l’accusa, avrebbe coperto gli abusi di Brendan Smyth, un prete cattolico irlandese colpevole di numerose violenze sessuali.

Le vicende al centro delle accuse risalgono al 1975. Quell’anno, Brady era un semplice prete e un insegnante nella contea di Cavan, in Irlanda, che venne inviato dal suo vescovo a far parte di un team d’indagine interna alla Chiesa irlandese sul caso di un religioso sospettato di diversi abusi, cioè Smyth. Secondo il documentario, nonostante evidenti prove di colpevolezza emerse durante l’inchiesta interna, la Chiesa cattolica non fece nulla per fermare Smyth che continuò ad abusare di altri bambini per almeno altri 13 anni. Secondo le inchieste della magistratura, Smyth, nato nel 1927, ha abusato di circa 100 bambini in 40 anni tra Irlanda del Nord, Irlanda e Stati Uniti, prima di essere arrestato a Belfast nel 1991. Alla fine, nel 1997, venne condannato a 12 anni di carcere, ma scontò solo un mese di pena, prima di morire.

L’accusa che viene fatta nel documentario è che nel 1975 Brady, essendo nel team di inchiesta della Chiesa, sapeva degli abusi di Smyth, confermati da almeno un paio di testimonianze di bambini violentati che avrebbero poi continuato a subire abusi. Brady sapeva perfino i nomi e gli indirizzi delle vittime, ma non avrebbe detto né fatto nulla negli anni per fermare Smyth. Ieri Brady si è difeso dicendo che il suo ruolo nell’inchiesta era quello di semplice “notaio”, cioè di scrivere testimonianze e altri documenti, ma non aveva alcun ruolo decisionale. Ha detto anzi di sentirsi “tradito” dalle autorità ecclesiastiche superiori che non avrebbero fatto nulla per fermare Smyth. Gilmore, invece, dice che Brady sarebbe stato complice della copertura fornita a Smyth, in quanto avrebbe dovuto parlare, per lo meno negli anni successivi.

Da alcuni mesi, i rapporti tra Irlanda e Chiesa cattolica sono ai minimi storici, dopo le ultime inchieste sui casi di abusi sessuali che hanno notevolmente danneggiato l’immagine della Chiesa. Secondo un religioso molto famoso in Irlanda, Brian D’Arcy, Brady avrebbe offerto le sue dimissioni da primate della Chiesa d’Irlanda già due anni fa, ma il Vaticano le avrebbe respinte. Lo scorso novembre, per protesta, l’Irlanda ha chiuso la sua ambasciata in Vaticano. La decisione era stata presa dopo la pubblicazione del cosiddetto Clyone Report, in cui era emerso che il Vaticano aveva cercato di coprire gli abusi avvenuti nella diocesi di Cloyne, in Irlanda, dal 1996 al 2009.

Fonte: Il Post

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Quello dei risarcimenti alle vittime degli abusi sessuali potrebbe rivelarsi un colpo da k.o. per le diocesi irlandesi, tanto che quelle più nell’occhio del ciclone stanno pianificando di mettere in vendita proprietà e immobili per far fronte alle richieste di danni e scongiurare il tracollo finanziario. Uno scenario che rispecchia in parte quello degli anni scorsi in alcune diocesi statunitensi, travolte dai debiti prodotti dallo scandalo pedofilia e costrette persino a dichiarare bancarotta. Nella diocesi di Cloyne – al centro dell’ultimo rapporto governativo su una serie di abusi e coperture dal 1996 al 2009, tale da innescare addirittura una crisi diplomatica tra Irlanda e Vaticano – è stato chiesto ai parroci di redigere liste di beni che possano essere ceduti per raccogliere fondi per gli indennizzi alle vittime. È l’Irish Independent a rivelare oggi l’iniziativa quasi disperata della piccola diocesi, situata nella Contea di Cork (sud-ovest dell’Irlanda), per mettere in salvo le proprie finanze. La diocesi sta anche progettando un tributo volontario delle parrocchie sui ricavi dalle future vendite di proprietà: il che significherebbe che le parrocchie, che di norma controllano autonomamente le proprie finanze, dovranno passare una parte degli introiti (si pensa al 6 per cento) alle casse generali della diocesi. Quest’ultima ha già’ ammesso di disporre di piccole proprietà residenziali disponibili per l’immediata cessione. Ma anche alle 46 parrocchie, anch’esse in possesso di immobili adatti alla bisogna, è stato chiesto di considerarne la vendita nel caso non fossero di stretta necessità. E se la decisione di vendere rimane rigorosamente in capo alle singole parrocchie, il metodo e’ stato individuato come il fattore chiave per rimettere in sesto le finanze diocesane. Peraltro il conto finale per i danni alle circa 40 vittime dei preti pedofili nella diocesi di Cloyne potrebbe essere nell’ordine dei milioni di euro. Dopo la pubblicazione il mese scorso del Cloyne Report, che chiamava pesantemente in causa anche le coperture da parte dell’ex vescovo John Magee – in passato segretario personale di ben tre Papi -, l’attuale amministratore apostolico monsignor Dermot Clifford, arcivescovo di Cashel e Emly, ha spiegato che potrebbero occorrere anni prima che le finanze diocesane si riprendano pienamente dalle conseguenze dello scandalo. E tra gli ostacoli c’è il fatto che a detenere le proprietà sono le parrocchie e quindi la decisione se vendere o no dovrà essere presa a livello locale. Non aiuta, poi, la crisi economica, che in alcune zone della Contea di Cork ha fatto precipitare il prezzo degli immobili anche del 50 per cento. Intanto, è imminente la consegna al governo di Dublino della risposta ufficiale della Santa Sede dopo le accuse al Vaticano successive alla pubblicazione del Cloyne Report. A fine luglio il nunzio apostolico monsignor Giuseppe Leanza (che peraltro ha già come sua nuova destinazione la nunziatura di Praga) eta stato richiamato a Roma «per consultazioni», fatto pressoché senza precedenti nella storia della diplomazia vaticana. La durezza della reazione di Dublino, dove si ipotizza anche una legge che obblighi i sacerdoti a rivelare eventuali casi di abusi appresi in confessionale, è stata giudicata eccessiva in Vaticano. E nei giorni scorsi anche il primate di tutta l’Irlanda, cardinale Sean Brady, ha detto pubblicamente che mettere in dubbio l’inviolabilità del segreto della confessione rappresenta una «sfida alla libertà religiosa» dei cattolici. (GR)

Russell Shorto*, The New York Times Magazine, Stati Uniti (Fonte: Internazionale n. 886 del 25 febbraio 2011)

Il cattolicesimo è da sempre un elemento fondante dell’identità nazionale irlandese. Ma decenni di abusi e violenze hanno incrinato la iducia dei fedeli. E oggi il paese cerca di costruire un rapporto diverso con la religione

Andrew Madden appartiene a quella nuova generazione di celebrità irlandesi che preferirebbero di gran lunga non essere famose. È stato tra i primi a rivelare pubblicamente di aver subito abusi sessuali da parte di un prete cattolico. Le sue parole hanno costretto l’Irlanda a un esame di coscienza collettivo che dura da qualche anno. Quando l’ho incontrato, nell’autunno del 2010 a Dublino, il paese era scosso dalla crisi economica. Per tutta la durata del pranzo abbiamo parlato delle colpe del governo e delle banche. Solo più tardi, mentre giravamo in macchina per il suo vecchio quartiere e passavamo davanti alla casa dall’intonaco grezzo dove è cresciuto e dove i suoi genitori vivono ancora, Madden ha cominciato a parlare della sua infanzia. Seduto in auto di fronte alla chiesa del Cristo Re, dove ha trascorso gran parte della sua adolescenza come chierichetto e cantando nel coro, mi ha raccontato per sommi capi i quattro anni di violenze subite alla fine degli anni settanta per mano del reverendo Ivan Payne, uno dei più famigerati pedofili del clero cattolico irlandese. Madden aveva già raccontato molte volte la sua storia alla stampa irlandese. L’elenco dei dettagli degli abusi sembrava freddo e meccanico. Solo quando ci siamo fermati davanti alla casa dove abitava padre Payne, e dove si erano consumate le violenze, è stato preso da un’ansia profonda e ha sussurrato: “Oh mio dio”. Il mio pomeriggio in compagnia di Andrew Madden potrebbe rappresentare l’istantanea del dramma che ha colpito l’Irlanda. Il paese è preoccupato per le conseguenze – umane, sociali e politiche – della crisi. Ma dietro a questi timori, e in qualche modo collegato, c’è un trauma ancora più profondo e intimo. Il fenomenale boom economico degli ultimi vent’anni, e la secolarizzazione che l’ha accompagnato, hanno fatto credere agli irlandesi che il paese fosse cambiato, che non fosse più un paese arretrato e dominato dalla chiesa cattolica romana. Ma dopo il crollo dell’economia, gli irlandesi si sono trovati faccia a faccia con loro stessi. E hanno cominciato a fare i conti con un rapporto tra chiesa e stato che era, e che per molti versi è ancora, perversamente antimoderno. Tra le varie crisi che la chiesa cattolica si trova ad affrontare oggi nel mondo, lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e altri membri del clero è particolarmente grave. E ha colpito l’Irlanda più di ogni altro paese: nessun’altra comunità ha reagito con la stessa indignazione. Nel 2009 gli irlandesi hanno risposto alla pubblicazione di due lunghi e documentati atti di accusa contro il clero locale con rabbia e disgusto. Alcuni sacerdoti sono stati insultati in pubblico, e al governo è stato chiesto di prendere le distanze dalla chiesa. Nei documenti erano descritti nel dettaglio migliaia di casi di stupro, molestie sessuali e percosse, oltre ai tentativi delle autorità ecclesiastiche di proteggere i colpevoli ignorando le vittime.

Controllo e repressione

Lo scorso dicembre un nuovo moto di indignazione è stato scatenato dalla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta su quello che è forse stato il prete che si è macchiato dei peggiori abusi: il reverendo Tony Walsh, protetto dal Vaticano anche dopo che le autorità ecclesiastiche locali gli avevano chiesto di deporre la tonaca. Altre inchieste sono attese a breve. Intanto, a gennaio, è venuta alla luce una lettera del 1997 in cui il nunzio apostolico a Dublino scriveva ai vescovi irlandesi che il Vaticano aveva “forti riserve” sulla segnalazione obbligatoria alla polizia dei casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. Una notizia che ha provocato ulteriore sdegno. Le persone più indignate sono quelle tra i 20 e i 30 anni. È la generazione che ha raggiunto la maggiore età durante la ripresa economica, è cresciuta sotto l’influsso della nuova cultura laica e non sente più di dovere alla chiesa cieca obbedienza. “Quando ho letto le denunce, ho pensato che non posso più nemmeno fingere di far parte di questa istituzione”, racconta Grainne O’Sullivan, una designer di 32 anni. Verso la fine del 2009, insieme a un suo amico programmatore, Cormac Flynn, e a un dipendente della pubblica amministrazione di Cork, Paul Dunbar, ha creato un sito internet, CountMeOut.ie, per aiutare gli irlandesi che volevano rinnegare ufficialmente la chiesa cattolica. Nei mesi successivi il sito è diventato un punto di riferimento per molti e il modulo per l’abbandono del cattolicesimo, la Defectio ab ecclesia catholica actu formali, è stato scaricato da oltre dodicimila persone.

In seguito, lo scorso agosto, il Vaticano ha introdotto una modifica al diritto canonico che rende in pratica impossibile ogni defezione dalla chiesa. Flynn, O’Sullivan e Dunbar hanno sospeso il servizio, ma sul loro sito gli irlandesi continuano a scambiarsi informazioni sugli abusi del clero. La loro iniziativa ha contribuito ad aprire un dibattito sull’identità nazionale e sulla possibilità di separare finalmente l’aggettivo “irlandese” da quello “cattolico”. Per molti irlandesi, tuttavia, abbandonare il cattolicesimo è come rinunciare alla propria identità etnica o sessuale. La scorsa estate, in una tavola rotonda in tv sugli abusi, un giornalista ha chiesto a una donna che stava attaccando il clero se fosse pronta a lasciare la chiesa cattolica. La donna, confusa, ha fatto una pausa, e poi ha risposto: “E per andare dove?”. Tuttavia, se fino a qualche tempo fa far parte della comunità cattolica garantiva molti vantaggi sociali, oggi non è più così. “Ora è il contrario”, spiega Eamon Maher, studioso del cattolicesimo irlandese. “Ormai la gente diffida di chi si definisce cattolico osservante”. L’allontanamento del paese dalla chiesa è cominciato prima dello scandalo degli abusi. Tra il 1974 e il 2008, il numero degli irlandesi che vanno abitualmente a messa è diminuito del 50 per cento: un problema che il Vaticano si trova ad affrontare spesso, soprattutto nei paesi occidentali. In tutto il mondo lo scandalo degli abusi sessuali e l’atteggiamento sempre più conservatore e gerarchico che prevale ormai dagli anni settanta stanno allontanando la chiesa da popoli un tempo molto devoti. “L’Irlanda è un ottimo esempio di questo fenomeno. La chiesa ha trasformato quest’isola in una sorta di campo di concentramento dove poteva controllare tutto”, afferma Mark Patrick Hederman, abate di Glenstal Abbey, un monastero benedettino della contea di Limerick. “E il controllo riguardava soprattutto il sesso. Da piccolo ti dicevano che, se ti masturbavi, eri impuro e il demonio si sarebbe impossessato di te. Intere generazioni sono state vittime dei complessi di colpa derivanti da un’educazione simile. Ma ora quel gioco è finito”.

Il lago dei pellegrini

Per raggiungere il luogo più emblematico del cattolicesimo irlandese bisogna attraversare la brughiera della contea di Donegal, tra greggi di pecore in bilico su speroni di roccia grigia, fino ad arrivare a Lough Derg, un lago circondato da pini. Nelle sue acque si trova Station Island dove, secondo la leggenda, nel quinto secolo san Patrizio ebbe una visione mentre era in missione per convertire gli irlandesi. Station Island è meta di pellegrinaggi in dal medioevo. Il priore Richard Mohan, che è qui dal 1974, mi accoglie sull’isola mentre una tempesta autunnale spazza le acque del lago. Durante il pranzo nella mensa del monastero, mi racconta di come ha modernizzato il centro di accoglienza per i fedeli. Un tempo i pellegrini dormivano ammucchiati in una grotta sotterranea, oggi ci sono letti comodi, docce e perfino un negozio di souvenir. Secondo Mohan, Station Island “è nei geni stessi del popolo irlandese”, tanto che per indicare il pellegrinaggio esiste un’espressione specifica: going in on Station, andare a Station. Il più grande scrittore irlandese vivente, il poeta premio Nobel Seamus Heaney, ha dedicato la sua opera più amata a una riflessione sul pellegrinaggio, gli irlandesi e il loro braccio di ferro con la chiesa. La raccolta di poesie si chiama, ovviamente, Station Island. Secondo Mohan, l’aumento dei visitatori sull’isola, oltre 20mila all’anno, è legato al calo delle presenze nelle chiese nel resto del paese. Molti irlandesi hanno voltato le spalle alla chiesa ufficiale ma non alla fede cattolica, e visitano questo luogo sperduto nel tentativo di entrare direttamente in contatto con la loro tradizione storico-religiosa senza la mediazione del clero. “Il pellegrinaggio è considerato un gesto d’indipendenza”, dice Mohan. Anche se, in realtà, l’isola è ancora sotto il controllo della chiesa. Nel corso del novecento Station Island è diventata il simbolo del radicamento del cattolicesimo in Irlanda. All’inizio del secolo, a Dublino, i temi del dibattito politico erano essenzialmente due: l’occupazione britannica e la religione. Il commediografo George Bernard Shaw e il poeta William Butler Yeats erano convinti che la rottura con l’Inghilterra avrebbe permesso alla società irlandese di tagliare i ponti con la chiesa cattolica e di acquisire una sensibilità più moderna e internazionale. Altri facevano coincidere il patriottismo irlandese con il cattolicesimo, le tradizioni rurali e la lingua gaelica. Furono questi ultimi a imporsi. Éamon De Valera, il secondo premier dell’Irlanda indipendente, scrisse la costituzione in collaborazione con John Charles McQuaid, l’onnipotente arcivescovo di Dublino, che pretese per la chiesa cattolica un ruolo speciale negli affari di stato. Ancora oggi la costituzione comincia con le parole: “Nel nome della santissima Trinità”. È così che si è formata l’immagine della repubblica d’Irlanda: un paese rurale, affascinante, prigioniero di un’eterna, tragicomica lotta con la chiesa. In questo clima gli arcivescovi di Dublino sono diventati una sorta di grandi inquisitori, dotati di immenso potere. La pesante influenza della chiesa ha tenuto per decenni la società irlandese isolata dal resto del mondo. Maher mi racconta che nel 1970 i suoi genitori rimasero profondamente disorientati quando la recita serale del rosario si trovò improvvisamente a competere con le serie tv americane come Dallas, “che raccontavano un universo fatto di ricchezza, auto di lusso e relazioni extraconiugali”.

In Irlanda la contraccezione è stata illegale fino al 1980, e fino al 1985 i preservativi si potevano comprare solo con la prescrizione medica. Con l’avanzare del secolarismo in altre parti del mondo, la chiesa di Roma ha cominciato a considerare l’Irlanda un baluardo. E ha incoraggiato i leader di Dublino a mantenere la chiesa all’interno della struttura politica del paese. Nel 1977 il ministro degli esteri Garret FitzGerald ha raccontato che, in un incontro privato, Paolo VI gli aveva ricordato che “l’Irlanda era un paese cattolico, forse l’unico rimasto, e che doveva rimanere tale”. Secondo Ivana Bacik, senatrice del Partito laburista e favorevole alla separazione tra stato e chiesa, da allora le cose non sono molto cambiate: “In nessun’altra nazione europea, con l’ovvia eccezione della Città del Vaticano, la chiesa è così profondamente coinvolta negli affari di stato come in Irlanda”. La gerarchia della chiesa irlandese, aggiunge l’abate Hederman, è stata a lungo convinta che il paese avesse un ruolo particolare, che fosse quasi una fortezza del cattolicesimo: “L’Irlanda doveva essere un paese puro, in cui il sesso è accettabile solo nel matrimonio e ai fini della procreazione. E il prete doveva essere il più puro dei puri. Non è difficile capire come in questo sistema si siano diffusi i comportamenti che oggi ci fanno gridare allo scandalo ma che per anni sono stati la norma. Il potere era in mano a persone che non capivano la propria sessualità. O, forse, che non sapevano nemmeno cosa fosse la sessualità”. Gli abusi sessuali e le punizioni corporali che accompagnavano questa ricerca della purezza assoluta sono rimaste nascoste, ma sotto gli occhi di tutti, per troppo tempo. Un lettore attento di Gente di Dublino di James Joyce sa che gli abusi e le molestie in Irlanda ci sono sempre stati. Ma nelle scuole cattoliche la violenza è stata tollerata fino alla fine del novecento. Lo scrittore Colm Tóibín, che ha frequentato una scuola della congregazione dei Fratelli cristiani fino all’età di 15 anni, mi ha detto: “A volte avevo la sensazione che non ci fosse una linea di separazione tra abusi sessuali e punizioni corporali. Ogni venerdì, uno dei fratelli picchiava un ragazzo di fronte alla classe e, in qualunque modo lo colpisse, riusciva sempre a mettergli la mano sui genitali. Ridevamo, ma in realtà vivevamo in uno stato di terrore permanente. La mattina, prima di andare a scuola, vomitavo. Chi sbagliava un’addizione si prendeva uno schiaffo. I Fratelli cristiani mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Ma non riesco a essergli grato”. I cambiamenti in atto in Irlanda hanno avuto ripercussioni a livello mondiale per il Vaticano, che è ormai assediato dalle polemiche. Alcune riguardano le posizioni estremamente conservatrici di Benedetto XVI, che a molti cattolici sembra insensibile e lontano dalla realtà.

In un discorso del 2006 il pontefice ha lasciato intendere che l’Islam è intrinsecamente violento, l’anno dopo ha reintrodotto una preghiera per la conversione degli ebrei e nel 2009 ha deciso di reintegrare un vescovo negazionista già scomunicato. Ma quello degli abusi sessuali è uno scandalo completamente diverso. Negli Stati Uniti i giornali ne parlano dagli anni ottanta: un rapporto del 2004 elencava circa 11mila denunce per molestie che riguardavano il 95 per cento delle diocesi cattoliche del paese. Ma altrove la storia è più recente. E ha a che fare non tanto con il sesso quanto con l’esercizio del potere da parte delle gerarchie ecclesiastiche. L’anno scorso lo scandalo ha colpito la Germania, il Belgio e i Paesi Bassi. Ci sono stati casi molto discussi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Malta, Svizzera, Austria, Messico, Nuova Zelanda, Canada, Kenya, Filippine, Australia e in altri paesi. Quasi ovunque le istituzioni ecclesiastiche hanno provato a coprire gli abusi e a proteggere i colpevoli. Nel marzo del 2010 le accuse hanno colpito direttamente il papa. Quando era arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger era stato informato della decisione di rimettere al suo posto un prete pedofilo e, da cardinale, non aveva dato ascolto alle suppliche dei vescovi americani che chiedevano a Roma la sospensione a divinis di un prete del Wisconsin colpevole di aver molestato duecento bambini sordi tra il 1950 e il 1970. Il modo in cui il Vaticano ha affrontato gli scandali ha provocato ulteriore indignazione. Durante il discorso di Natale del 2010 il papa ha scatenato un putiferio suggerendo che era stata la cultura occidentale in senso lato ad aver reso accettabile la pedofilia. Secondo Peter Nissen, osservatore di cose vaticane e professore di storia culturale della religione all’università di Nimega, nei Paesi Bassi, “questa è la più grande crisi che la chiesa cattolica ha dovuto affrontare dai tempi della rivoluzione francese. E forse è ancora più profonda. Allora la chiesa fu vittima della crisi. Oggi ne è la causa”. Nello scandalo irlandese la posta in gioco per il Vaticano è molto alta. Come conseguenza degli abusi, sono aumentate le richieste di separare la chiesa dalle istituzioni del paese. Anche se finanziato dallo stato, più del 90 per cento delle scuole primarie è gestito dalla chiesa, come pure la maggior parte degli ospedali pubblici. Il risultato è che alcuni interventi altrove considerati di normale amministrazione, l’aborto, per esempio, o la vasectomia, in Irlanda sono una rarità.

Tuttavia, secondo Thomas Doyle, un frate domenicano che è stato avvocato canonico negli Stati Uniti e in seguito ha rappresentato le vittime degli abusi sessuali, l’Irlanda è il primo paese che ha schierato il governo contro la chiesa nello scandalo della pedofilia. “Sono state istituite tre commissioni, tutte finanziate dallo stato e presiedute da giudici ordinari”, spiega. “Il caso irlandese è seguito con attenzione anche da altri paesi tradizionalmente cattolici e dove si sono verificati abusi. Il Québec ha appena aperto un’inchiesta. E sembra che stiano per farlo anche i Paesi Bassi, l’Austria, il Belgio, l’Italia, la Spagna e la Francia”. In un certo senso, l’Irlanda costituisce un modello per le indagini. Non c’è da sorprendersi, quindi, che il Vaticano cerchi di limitare i danni. A novembre il papa ha inviato una commissione di alte autorità ecclesiastiche incaricate di indagare non solo sugli abusi, ma anche sul sistema di formazione dei sacerdoti e sulla gestione delle parrocchie. “Un’offerta di aiuto da parte del santo padre molto ben accetta”, ha dichiarato il portavoce della conferenza episcopale irlandese Martin Long. Ma nella mossa del papa molti irlandesi hanno visto una conferma dell’approccio gerarchico tipico del Vaticano che è alla radice dei problemi attuali della chiesa. Il reverendo John Littleton, ex presidente dell’ormai abolita conferenza nazionale dei sacerdoti d’Irlanda e tra i religiosi più rispettati del paese, lo ha detto senza mezzi termini: “Non abbiamo bisogno dell’aiuto di Roma”. Il reverendo Sean McDonagh, uno dei leader dell’associazione dei sacerdoti irlandesi, creata dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi, ha suggerito che, per arrivare alla radice del problema, la commissione d’inchiesta “dovrebbe cominciare proprio dall’esame del modo in cui Roma ha gestito la vicenda”. “Non sono a conoscenza di una sola diocesi importante nel mondo nella quale non si sia verificato uno scandalo. E credo che parte del problema stia proprio nella struttura stessa della chiesa”, ha detto il reverendo Donald Cozzens, tra le voci cattoliche più autorevoli negli Stati Uniti. “Non voglio dire che per cambiare le cose servirebbe un papa diverso o una cultura diversa, ma sicuramente c’è bisogno di maggiore apertura. Dobbiamo considerare tutte le questioni in gioco. Il celibato obbligatorio è davvero una scelta saggia e teologicamente corretta?”.

Tra Dickens e Dan Brown

In proporzione al numero di abitanti, l’Irlanda è il paese in cui si è verificata la maggior parte degli abusi. Per numero di casi è seconda solo agli Stati Uniti, anche se la sua popolazione è cento volte più piccola di quella americana. Dei due documenti pubblicati nel 2009 con i risultati delle indagini condotte dalle autorità civili, il cosiddetto rapporto Ryan ha esaminato gli abusi avvenuti nelle istituzioni gestite dalla chiesa cattolica, mentre il rapporto Murphy si è occupato delle violenze all’interno della diocesi di Dublino. In totale si tratta di oltre cinque volumi e più di 2.500 pagine. Nel rapporto Murphy ci sono dettagli di ogni tipo: un sacerdote che violenta una ragazza con le mani durante la confessione e poi se le lava in una bacinella sull’altare, un altro che usa un crocifisso per brutalizzare una ragazza e un prete che costringe sistematicamente i chierichetti a tirarsi giù i pantaloni, li picchia e poi si masturba. Il rapporto Ryan, che racconta in dettaglio la vita nelle cosiddette industrial schools, le scuole frequentate dai ragazzi poveri o abbandonati, sembra un incrocio tra i romanzi di Charles Dickens e quelli di Dan Brown: “Sono stato picchiato e mandato in ospedale dal direttore e non mi è stato permesso di andare al funerale di mio padre per evitare che qualcuno vedesse i miei lividi”, si legge in una delle testimonianze. E ancora: “ Sono stato legato a una croce e violentato mentre altri si masturbavano”. La commissione che ha redatto il rapporto, guidata dal giudice Yvonne Murphy, ha sottolineato che, quando i casi di abuso sono venuti alla luce, la chiesa ha dichiarato di non averli affrontati con la giusta determinazione perché “non aveva ancora compreso l’entità del problema”. Una giustificazione ritenuta infondata. Alle autorità ecclesiastiche interessava soprattutto “mantenere il segreto, evitare gli scandali, proteggere la reputazione della chiesa e conservare intatto il suo patrimonio”, conclude il rapporto. “Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere fisico e psicologico dei ragazzi e la giustizia per le vittime, erano subordinate a queste priorità”. Maeve Lewis, direttrice di One in four, un centro di consulenza e patrocinio per le vittime di abusi, spiega che “sulla carta la politica della chiesa per la protezione dei minori è più avanzata di quella dello stato”. Il reverendo John Littleton racconta che, se le nuove norme verranno applicate, d’ora in poi un sacerdote che si prepara a celebrare la messa non potrà più rimanere solo con i chierichetti in sagrestia. Maeve Lewis afferma però che “molti uomini di chiesa si sono sentiti oltraggiati dai rapporti della commissione e non ne hanno voluto accettare i risultati”. Secondo il portavoce dei vescovi irlandesi, Martin Long, l’appoggio della chiesa al lavoro della commissione non è solo di facciata. Long ammette che spesso la chiesa ha trascurato i fedeli, ma poi afferma che se le autorità ecclesiastiche hanno protetto i colpevoli a spese dei bambini è solo perché “non avevano capito la gravità degli abusi”: una difesa a cui le vittime reagiscono con sdegno. “Ma oggi i vescovi hanno capito che le cose sono cambiate”, aggiunge Long. Il 19 marzo 2010 Benedetto XVI ha inviato una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, che doveva essere la risposta definitiva del Vaticano allo scandalo degli abusi. Oltre ad autorizzare una visita pastorale di alcuni arcivescovi stranieri in Irlanda, la lettera invita i cattolici irlandesi alla preghiera, al digiuno e all’adorazione eucaristica. Quando chiedo a Long quali siano i progetti per ricostruire la chiesa in Irlanda, mi risponde che “la base del rinnovamento sarà proprio la lettera del papa”.

Per capire qual è stata la reazione del paese alle parole di Benedetto XVI mi rivolgo a un membro laico della chiesa cattolica irlandese. Marie Collins ha 64 anni ed è nata a Dublino. Nel 1960, all’età di 13 anni, è stata ricoverata per tre settimane in quello che allora si chiamava Our Lady’s hospital for sick children. E lì è stata molestata e violentata dal cappellano dell’ospedale, il reverendo Paul McGennis. “Non avevo idea di quello che stesse facendo, ma sapevo che era sbagliato”, dice Collins. “La notte abusava di me e la mattina dopo mi dava la comunione”. Negli anni successivi Collins ha sofferto di depressione, ansia e agorafobia. Raggiunti i quarant’anni è riuscita finalmente a raccontare la sua esperienza, prima a un medico e poi al curato della sua parrocchia, che l’ha incolpata dell’accaduto prima di assolverla dai suoi peccati. Intanto padre McGennis era ancora al suo posto. Dieci anni dopo Marie Collins ha scritto all’arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, oggi cardinale. Per tutta risposta Connell le ha fatto sapere che McGennis era un bravo sacerdote e che lei non avrebbe dovuto “rovinargli la vita”. Alla fine, grazie all’aiuto della polizia e nonostante le reticenze della chiesa, McGennis è stato arrestato. Il rapporto Murphy ha rivelato che le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza del suo comportamento in dal 1960. Marie Collins mi racconta che si sarebbe aspettata un maggior senso di responsabilità da parte della chiesa dopo la pubblicazione dei rapporti. L’anno scorso si è venuto a sapere che il cardinale Sean Brady, il primate d’Irlanda, nel 1975 aveva contribuito a coprire uno dei più noti pedofili della chiesa locale, il reverendo Brendan Smyth. Il cardinale aveva preso in considerazione l’idea di dimettersi, ma poi ha deciso di rimanere al suo posto. “Questo significa che in Irlanda la chiesa è guidata da un uomo che non si assume le sue responsabilità”, commenta Collins. Per quanto riguarda la lettera pastorale, le vittime degli abusi criticano soprattutto il tentativo del papa di collegare il comportamento sessuale del clero alla “secolarizzazione della società irlandese”: un modo per non assumersi le proprie responsabilità, secondo Collins. “La preghiera e l’adorazione dell’eucaristia vanno benissimo”, dice. “Più volte il papa ha detto di essere rimasto sconvolto dalle rivelazioni sugli abusi in tutto il mondo. È difficile credergli. Tra il 1981 e il 2005 Ratzinger è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Di certo conosceva le denunce”. Gli eventi degli ultimi due anni hanno convinto Marie Collins ad allontanarsi dalla chiesa. “Non sono più una cattolica praticante”, racconta. “È difficile conciliare il comportamento delle gerarchie della chiesa con quello che predicava Gesù”. I fedeli di Kilkenny Una domenica mattina di fine novembre visito il convento dei cappuccini della cittadina di Kilkenny. Sta per cominciare la messa in lingua gaelica. Tra i fedeli riuniti in chiesa si respira un vero senso di comunità. Gli abusi sessuali e la crisi del debito sembrano molto lontani. Per quanto impressionante sia stato il calo dei cattolici praticanti, in Irlanda il 40 per cento dei fedeli va ancora a messa regolarmente, una cifra ben più alta che negli altri paesi europei di tradizione cattolica.

Molti irlandesi sentono la necessità di appartenere a una comunità di fedeli. Ma di che tipo? E a quali condizioni? Il reverendo Tony Flannery, uno degli organizzatori dell’associazione dei sacerdoti cattolici, racconta di aver partecipato di recente ad alcune riunioni dei fedeli di una parrocchia rurale sul futuro della chiesa irlandese. “Erano persone di 60, 70, 80 anni. Sono rimasto stupito dalla radicalità dei loro interventi. Vogliono che le donne siano più coinvolte. Vogliono riprendersi la chiesa. Lo scandalo degli abusi ha scosso le fondamenta della chiesa cattolica locale con una violenza che non avrei mai immaginato. È questo il lato positivo di quello che è successo: oggi c’è maggior dialogo tra sacerdoti e laici”. Chiedo a Flannery se pensa che quest’apertura possa riguardare anche le cariche più alte della gerarchia ecclesiastica. Sorride. “No. Non c’è alcun segnale in questo senso”. In realtà, una delle persone che hanno davvero cercato di cambiare qualcosa è l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin. Martin ha presentato al Vaticano le lettere di dimissioni di due vescovi ausiliari irlandesi coinvolti nello scandalo degli abusi. Benedetto XVI le ha respinte ma ha promosso Martin cardinale. Chi segue le vicende della chiesa irlandese sostiene che i vescovi locali hanno preso le distanze dall’arcivescovo, facendo quadrato intorno al papa e agli arcivescovi inviati da Roma. La stessa visita apostolica voluta dal papa è vista da molti come un’altra prova del fatto che il Vaticano non intende realizzare alcuna riforma, ma vuole solo continuare a esercitare il suo controllo. “Se il Vaticano avesse voluto condurre un’inchiesta credibile sugli abusi sessuali”, afferma Thomas Doyle, “non avrebbe mandato arcivescovi e cardinali. Sono proprio loro, le alte gerarchie della chiesa, che hanno creato il problema”. Nel frattempo, la crisi economica potrebbe giocare a vantaggio della chiesa. Le preoccupazioni sulla disoccupazione e i tagli alla spesa pubblica hanno la precedenza sulle considerazioni circa il ruolo della chiesa nella società. La scorsa estate si era parlato di un piano per sottrarre alla chiesa il controllo delle scuole finanziate dallo stato. Ma a gennaio un portavoce del ministero dell’istruzione mi ha spiegato che sulla questione è necessario “riflettere ancora” e mi ha suggerito di rivolgermi alle autorità ecclesiastiche per avere altre informazioni. Nel 2009, quando sono stati pubblicati i rapporti Ryan e Murphy, gli irlandesi hanno appreso con sconcerto che il governo aveva accettato che il contributo della chiesa al pagamento degli indennizzi alle vittime fosse di 127 milioni di euro, circa il 10 per cento del totale pagato. Messi sotto pressione, l’anno scorso gli ordini religiosi hanno deciso di alzare la quota al 50 per cento. Una parte degli indennizzi è subordinata però alla vendita degli immobili di proprietà della chiesa: un compito molto difficile nel bel mezzo di una crisi finanziaria. Alla fine saranno ancora i contribuenti irlandesi a pagare buona parte del conto.

*L’AUTORE

Russell Shorto è un giornalista statunitense di origine olandese. Il suo ultimo libro è Le ossa di Cartesio. Una storia della modernità (Longanesi 2009).

Un nuovo affondo da oltre Atlantico contro le diocesi cattoliche che hanno tollerato gli abusi sessuali da parte del clero: Jeff Anderson, l’avvocato che da quasi 30 anni ha lanciato una crociata a favore delle vittime dei preti pedofili, è sbarcato in Gran Bretagna. Anderson, che ha il suo quartier generale in Minnesota da dove ha fatto causa a migliaia di religiosi, vescovi e diocesi negli Usa e cercato di portare in tribunale anche il Papa e i vertici del Vaticano, ha annunciato in una conferenza stampa a Londra l’apertura di un nuovo studio legale con la collega britannica Ann Olivarius e l’avvio di una nuova azione legale, stavolta contro la diocesi irlandese di Clogher, accusata di complicità con padre Francis Markey, un sacerdote coinvolto in casi di pedofilia negli Stati Uniti e in Irlanda. Intervistato dal Guardian, Anderson ha detto di «aver ogni motivo di credere» che la Chiesa Cattolica continua a «riciclare» i preti molestatori trasferendoli di parrocchia in parrocchia: «Vogliamo che escano allo scoperto con tutti i nomi dei colpevoli. Il problema è grave qui quanto negli Stati Uniti».

La nuova battaglia giudiziaria coincide con una nuova fase della visita apostolica in Irlanda decisa dal Papa per esaminare a fondo la grave situazione creata dagli abusi e per ribadire la vicinanza della Chiesa con le vittime. Un incontro oggi a Drogheda, nella diocesi di Armagh, uno degli epicentri delle molestie, con l’ex arcivescovo di Westminster, cardinale Cormac Murphy O’Connor, è la prima di quattro sessioni che culmineranno in un servizio di penitenza e riconciliazione nella cattedrale di St. Patrick il 23 gennaio con lo stesso O’Connor e il cardinale primate di Irlanda, Sean Brady. Intanto a Dublino è tornato lo scorso fine settimana un altro “visitatore apostolico”, il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, che ha incontrato vittime e clero all’All Hollows College di Drumcondra. Non è intanto chiaro l’esito dell’azione di Anderson, che ha definito la nuova iniziativa «un’estensione della missione della sua vita per ottenere giustizia per i sopravvissuti, proteggere i minori e portare i responsabili e le istituzioni che li mettono nelle condizioni di agire davanti alla giustizia». Il nuovo studio legale Jeff Anderson-Ann Olivarius Law ha aperto un ufficio a Londra e presentato la prima denuncia congiunta presso un tribunale federale negli Usa contro padre Markey, ex cappellano negli anni Novanta della celebre Betty Ford Clinic negli Stati Uniti, pur avendo passato ripetuti periodi di riabilitazione contro la pedofilia in centri specializzati in Gran Bretagna e in New Mexico. Qualche mese fa Markey è stato estradato in Irlanda dove è accusato di aver stuprato un quindicenne 40 anni fa. (Alessandra Baldini)