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Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

Malgrado i segnali chiari in arrivo da Roma, molti vescovi nel mondo ancora non hanno capito la lezione su come affrontare gli abusi su minori nella Chiesa

Alessandro Speciale (vaticaninsider/lastampa.it)

Durante il recente convegno dell’Università Gregoriana, “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede è stato chiaro: «Dobbiamo stare attenti ai candidati che scegliamo per l’importante incarico di vescovo – ha detto monsignor Charles Scicluna – e dobbiamo anche usare gli strumenti che il diritto canonico e la tradizione ci hanno messo a disposizione per richiamare un vescovo alle proprie responsabilità».

Monsignor Scicluna parlava di quei vescovi che non hanno affrontato – e ancora oggi non affrontano – i casi di abusi su minori commessi da ecclesiastici secondo le norme vaticane, inasprite negli ultimi anni, e non seguono le linee guida messe a punto o in corso di definizione da parte delle loro Conferenze episcopali: «Non è accettabile che se stabiliamo delle regole, la gente non le segua», ha aggiunto.

In particolare, durante la conferenza stampa che ha tenuto dopo il suo intervento al convegno della Gregoriana, l’arcivescovo maltese è sembrato far riferimento al canone 128 del Codice di diritto canonico («Chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto posto con dolo o con colpa, arreca danno ad un altro, è tenuto all’obbligo di riparare il danno arrecato»); ma, più in generale, ha ricordato che i vescovi, in quanto membri del clero, sono sottoposti alle stesse pene e regole valide per i sacerdoti. «Non si tratta di cambiare le leggi, ma di applicare quelle che abbiamo», ha sottolineato Scicluna.

Eppure, anche se da Roma, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati segnali chiari – da ultimo proprio la conferenza organizzata dall’ateneo gesuita, con la liturgia penitenziale per chiedere perdono alle vittime, presieduta dal cardinale Marc Ouellet – ancora oggi continuano ad esserci vescovi che non sembrano essere pronti ad assumersi le loro responsabilità e a seguire le regole.

Alcuni casi sono clamorosi: il vescovo di Cloyne, monsignor John Magee, ancora nel 2009 continuava ad ignorare le linee guida dei vescovi irlandesi sugli abusi. Alle porte di Roma, nella diocesi di Porto Santa Rufina, gli avvocati delle vittime di don Ruggero Conti hanno chiesto l’incriminazione del vescovo, monsignor Gino Reali, che aveva testimoniato in aula di aver saputo dei presunti abusi del sacerdote ma di aver ritenuto opportuno non informarne il Vaticano o la polizia.

Ma non sono casi isolati. Nell”epicentro’ della crisi, gli Stati Uniti, il vescovo di Kansas City, monsignor Robert Finn, è a processo per non aver riferito che uno dei suoi sacerdoti aveva l’abitudine di fare foto pornografiche a minori. Il tutto è accaduto nel 2011 e la prima udienza si terrà il prossimo settembre.

Anche in Polonia, secondo un’inchiesta del giornalista Jonathan Luxmoore, che vive nel Paese da anni, la Chiesa sembra ancora molto restia a prendere provvedimenti: tra i vari casi citati, quello di un sacerdote che dopo esser stato condannato a due anni con la condizionale, è tornato ad insegnare ai bambini – malgrado un divieto imposto dal giudice – ed è stato riassegnato alla sua parrocchia.

Quel che è più significativo è che il suo vescovo – che ha scritto una lettera aperta assicurando al sacerdote condannato la sua «simpatia» e criticando l’affronto subito «dal buon nome dei preti» – è monsignor Jozef Michalik, arcivescovo di Przemysl e presidente della Conferenza episcopale polacca. Il suo ausiliare, monsignor Marian Rojek, ha partecipato alla conferenza della Gregoriana in rappresentanza dei vescovi polacchi. La Polonia non è probabilmente l’unico Paese in cui le vittime che denunciano subiscono l’ostilità della Chiesa e degli stessi fedeli. Nella maggior parte dei casi, come nei decenni passati, in questi ambienti chi ha subito abusi non si fa avanti.

Anche in quei Paesi dove c’è stato un marcato cambiamento di mentalità è sempre possibile tornare indietro. Lo testimonia l’intervista rilasciata dall’ex-arcivescovo di New York, il cardinale Edward Egan, proprio nei giorni del simposio romano sulla pedofilia. Il porporato, con riferimento al periodo in cui era vescovo di Bridgeport, nel Connecticut, spiega di essere pentito di aver scritto una lettera di scuse ai fedeli della sua diocesi nel 2002: «Non lo avrei dovuto mai dovuto dire. Ho detto ‘se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, mi dispiace’, ma non credo di aver fatto nulla di sbagliato».

Il tempo in cui il prefetto della Congregazione vaticana per il clero, il cardinale Dario Castrillon Hoyos, scriveva a un vescovo francese per complimentarsi con lui per aver protetto un prete accusato di abusi durante un processo è sicuramente passato. Ma questi casi recenti mostrano che – come ha detto alla Gregoriana l’arcivescovo di Monaco di Baviera, il cardinale Reinhard Marx – «il lavoro da fare per affrontare la crisi degli abusi è tutt’altro che finito».

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

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Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.

Don Ruggero Conti

Secondo il tribunale le accuse nei confronti del parroco sono fondate. A una ragazza disse: “Dormirai con me”. Il difensore di uno dei giovani: “Citeremo in giudizio Vaticano e diocesi. Chiederemo un risarcimento di 5 milioni di euro”

repubblica.it

La condanna a 15 anni e 4 mesi di reclusione inflitta a Don Ruggero Conti, il parroco romano accusato di violenza sessuale sui minori, si ”fonda sulla immediata, diretta, coerente, sincera e partecipata narrazione compiuta in dibattimento dalle vittime” che ha dato al tribunale la possibilità ”di valutare il loro atteggiamento emozionale, indicativo di una sincerità sofferta e partecipata, mostrato al suo cospetto”. E’ quanto scrivono nelle motivazioni della sentenza, giunta il 3 marzo scorso, i giudici della sesta sezione penale di Roma. L’uomo è accusato di aver abusato alcuni minori che frequentavano la parrocchia di Selva Candida in un periodo che va dal 1998 al 2008.

Il tribunale, presieduto da Francesca Russo, afferma inoltre che ”la tesi del complotto ordito dal vice parroco Don Brichetto e dai catechisti, con il coinvolgimento dei ragazzi ex frequentatori della parrocchia, è rimasta indimostrata: molte delle vittime e dei giovani parrocchiani hanno dichiarato addirittura di non conoscersi fra di loro e qualcuno di non ha neppure mai avuto contatti con don Brichetto”. Per i giudici ”piuttosto l’input alle indagini appare plausibile che possa essere stato soltanto occasionalmente originato da invidie e piccoli contrasti di potere interno (organizzativo e gestionale prima ancora che pastorale) via via maturati negli ambienti di quella parrocchia”. Nelle motivazioni, inoltre, si afferma che ”la personalità del Conti è stata abbondantemente delineata dai testi introdotti da accusa e difesa, giudicata compatibile, nei suoi tratti caratterizzanti, con la concreta, continuata, annosa ripetizione di quelle condotte nel lunghissimo lasso temporale coperto dalla compiuta istruttoria dibattimentale”.

E ancora. Nelle motivazioni della sentenza i giudici fanno riferimento ai ”numerosi dvd che riprendono le vacanze estive in montagna organizzata da Ruggero Conti. Lui stesso, circondato dai giovani partecipanti ma anche da adulti, collaboratori e genitori, afferma scherzosamente di voler essere chiamato ‘imperatore’ perché ‘modestamente gli piace essere adulato”. Nella sentenza inoltre si sottolinea che ”a una ragazza alla quale deve essere inflitta una penitenza, al termine di un gioco di gruppo scherzosamente, don Conti dice ‘dice ‘mangerai e dormirai sempre con me”’. Per il tribunale ”il tratto che ne emerge è quello di una figura preminente per l’indiscusso ruolo spirituale rivestito all’interno della comunità, di una personalità seducente e affabile, accogliente e rassicurante, di un organizzatore inappuntabile in grado di richiamare, nella partecipazione alle attività comunitarie, tutti i parrocchiani, giovani e giovanissimi compresi, attraverso iniziative (come i pernottamenti nella privata abitazione e la visione collettiva dei film anche in ore serali) davvero inusuali per una tradizionale parrocchia romana”.

L’avvocato di una delle vittime. ”Citeremo in giudizio sia il Vaticano che la diocesi di Santa Rufina, che era a perfetta conoscenza dei fatti già dal 2006 e non ha fatto nulla. Siamo pronti a chiedere un risarcimento per i danni di 5 milioni di euro”. E’ quanto afferma l’avvocato Fabrizio Gallo, difensore di una vittima di abusi da parte di Don Ruggero Conti, commentando le motivazioni della sentenza con cui l’ex parroco è stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi di reclusione. Per il penalista dalla Chiesa ”sono arrivate solo belle parole. Di fronte a un prete che ha ripetutamente violentato minori di 14 anni, non ha fatto alcun gesto per chiedere scusa ai ragazzi e stargli vicino. Nel processo – ha concluso Gallo – sembravano loro alla sbarra, sembravano loro gli imputati: ora vogliamo giustizia”.

Parla Luis Miguel Rocha, autore dei tre romanzi-verità che hanno fatto luce sui principali fatti politici accaduti negli ultimi 40 anni, in Italia e Città del Vaticano

Federico Tulli

Autore di due fortunatissimi best-seller, uno sul decesso di Giovanni Paolo I (La morte del Papa) e l’altro sull’attentato a Giovanni Paolo II (La santa pallottola), Luis Miguel Rocha è di nuovo in libreria per Cavallo di Ferro con La Santa verità, un thriller incentrato sui manoscritti del Mar Morto e i loro segreti. Come nelle due “puntate” precedenti, Rocha ambienta la trama tra storia passata, recente e attuale del Vaticano, coinvolgendo questa volta papa Benedetto XVI e il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone. Nella vicenda, che ipotizza l’esistenza di un Vangelo scritto da Gesù e una serie di segreti, gelosamente custoditi dalla Chiesa sulla sua vera identità, si susseguono omicidi e colpi di scena che legano ai fatti elementi di cronaca vera: dalla morte di Giovanni Paolo I alla P2. Un tema, questo, già approfondito ne La morte del Papa (ora riedito da Beat, le edizioni della Biblioteca degli editori associati di tascabili nate a settembre 2010 «per raccogliere i tesori delle case editrici letterarie e indipendenti italiane in pubblicazioni economiche inedite»), romanzo storico in cui Rocha denuncia la cospirazione che portò all’omicidio di papa Luciani, rivelando tutte le circostanze che si verificarono nella notte della sua morte, le menzogne e i segreti tenuti nascosti per tre decenni. Se, alla fine degli anni ’70 i “cattivi” erano annidati tra le maglie della Cia apparentati con la P2 di Licio Gelli, oggi, ne La Santa verità, sono i Gesuiti. Disposti a tutto pur di salire al soglio papale. Grande esperto di questioni vaticane e fine conoscitore dei più intricati retroscena, lo scrittore portoghese ha di recente dichiarato di non poter rivelare «le fonti interne al Vaticano» che gli hanno consentito di ricostruire in forma romanzata fatti realmente accaduti, ma raccontati all’opinione pubblica sotto forma di verità ufficiale in maniera del tutto diversa. A Rocha left ha rivolto alcune domande.
Tre grandi scandali hanno segnato il 2010 del Vaticano. Pedofilia, Propaganda Fide, Legionari di Cristo. Specie con la pedofilia la Curia ha dato all’esterno un’immagine di sé poco coesa. Cosa che accade di rado, qual è la sua opinione?
La mancanza di coesione della Chiesa ogni tanto si ripresenta, specialmente quando il mondo e il Vaticano non sono in sintonia. La pedofilia è condannata ovunque, ma non dal Vaticano. Ovviamente non dico che sia incoraggiata dalla Santa Sede, ma ai suoi occhi non è un crimine. Il vero problema è che l’opinione pubblica guarda ai numerosi casi venuti alla luce e pensa di poter applicare la legge civile, invece non è così. Il Vaticano è uno Stato a parte che ha le proprie leggi e, che piaccia o no, sono leggi diverse dagli altri Stati. Capisco che possa scioccare quando si viene a sapere che un vescovo ha nascosto per anni gli abusi sessuali su minori da parte di uno dei suoi preti, ma credetemi non è un connivente, sta solo applicando la legge.
Diversi vaticanisti sostengono che quando scandali così gravi arrivano alla conoscenza dell’opinione pubblica è il segnale di una “guerra” in atto tra le diverse fazioni interne alle gerarchie ecclesiastiche. È d’accordo?
Non ci sono guerre in corso. Il problema è che in questi casi, specialmente per la pedofilia, sono coinvolte persone esterne alla Chiesa, il che fa sì che la cosa sia ancora più difficile da tenere sotto controllo. In ogni caso so per certo che la maggior parte dei casi di pedofilia perpetrata dai preti non arriva all’opinione pubblica e viene risolta in segreto attraverso un risarcimento finanziario.
Ne La morte del Papa lei racconta che a Giovanni Paolo I fu fatale la decisione di attuare uno spoil system dirompente. Del resto dovranno passare oltre 30 anni prima che allo Ior, con Benedetto XVI, cambino certi consolidati rapporti di forza. Secondo lei, quella in atto in Vaticano, è vera “rivoluzione”?
Se già da 30 anni i responsabili dei conti bancari della Chiesa sapevano già come eseguire complesse operazioni finanziarie in qualsiasi parte del mondo, è più che certo che sanno farlo ancora. Lo Ior ha a sua disposizione alcuni tra i migliori periti mondiali nella finanza e nell’economia. Ancora una volta prendo atto che, come nella pedofilia, ciò che agli occhi del sistema finanziario internazionale può sembrare illecito non lo è secondo le leggi del Vaticano. Se a prima vista alcune operazione possono sembrare riciclaggio di denaro, non lo sono se effettuate entro le frontiere della Santa Sede con le sue leggi specifiche. Detto ciò questo cambiamento è molto intelligente, raggiunge più mercati e, in un certo senso, crea una buona reputazione negli altri Stati. In un certo modo, il Vaticano avrà sempre leggi economiche speciali e diverse rispetto agli altri Paesi. Si pensi alla Svizzera e gli off-shore, le maggiori fortune vengono conservate in Vaticano e non c’è luogo più sicuro.

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Il caso “don Conti”

Vede, sente, non parla

La recente vicenda che ha visto condannare in primo grado a 15 anni e 4 mesi per pedofilia e induzione alla prostituzione minorile, don Ruggero Conti, ex parroco della Natività di Maria santissima a Roma, rivela una volta per tutte la natura propagandistica della “tolleranza zero” tanto invocata da Benedetto XVI. Dopo la sentenza dei primi di marzo si è venuto a sapere che il 20 maggio 2010, nel pieno dello scandalo che ha colpito le diocesi di mezza Europa, il vescovo di Porto-Santa Rufina, Gino Reali, non denunciò alle autorità civili don Ruggero, né avvisò il Vaticano, come prevedono le norme canoniche. A riferirlo, in una deposizione che si è svolta appunto il 20 maggio, è lo stesso monsignore. «Esiste una direttiva della Chiesa cattolica che dice che c’è l’obbligo, in presenza di un fatto accertato, di denuncia alle autorità civile laddove la legge dello Stato lo preveda, ma non so cosa preveda la legge italiana», ammise “candidamente” il presule il quale evidentemente non ritenne necessario informarsi. Quanto al Vaticano, monsignor Reali spiegò: «Io ho l’obbligo di avvisare la Congregazione per la dottrina per la fede quando ho fatto un’indagine previa e ho verificato che è fondata, ma in questo caso non l’ho avvisata. Ho chiesto informazioni e ho incontrato in termini informali qualcuno della Congregazione». Tutto qui. Don Ruggero Conti è stato arrestato nel 2008 e condannato nel 2011 per aver violentato 7 ragazzini. Nessun processo canonico è stato avviato nei suoi confronti.

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Il libro

Se duemila anni vi sembran pochi

Per due millenni i papi hanno plasmato la storia con il loro potere, e nessuna istituzione ha creato tanta ingiustizia e iniquità quanto la Chiesa. Dalle sante crociate al tribunale dell’Inquisizione, dalla condanna di Galileo e Copernico al rogo di Giordano Bruno: qualsiasi idea o persona non conforme ai dettami della Chiesa o in contrasto con le sue retrograde convinzioni scientifiche, artistiche o storiche è stata bollata come eretica ed eliminata con i metodi più atroci. La storia di tutti i crimini commessi dalla Chiesa e ispirati dai vicari di Cristo è oggi magistralmente raccontata da Tim C. Leedom e Maryjane Churchville ne Il libro che nessun papa ti farebbe mai leggere (Newton Compton). Crimini che i papi hanno continuato a commettere nel XX e XXI secolo: pensiamo agli accordi con Mussolini, Franco e Hitler, alla “via dei monasteri” per aiutare la fuga dei criminali nazisti, per non parlare dello sterminio di 50mila bambini nativi canadesi per mano dei preti cattolici. Parallelamente si allarga lo scandalo finanziario del Vaticano, e crescono i sospetti di collusioni con la mafia e i governi militari conservatori. Mentre continua a opporsi all’eutanasia e al controllo delle nascite, il papa sostiene ancora oggi l’arrogante superiorità della Chiesa rispetto alla legge di qualsiasi Stato sovrano.

left 11/2010

don Ruggiero Conti

L’ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida è accusato di abusi su 7 bambini. I reati tra il ’98 e il 2008

È stato condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione don Ruggero Conti accusato di aver abusato tra il 1998 e il maggio del 2008 di sette bambini affidati alle sue cure nell’oratorio e nei campi estivi. Lo ha deciso la VI sezione del Tribunale penale di Roma. Il sacerdote, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida a Roma venne arrestato il 30 giugno del 2008, finì ai domiciliari e poi libero. I reati per i quali è stato condannato vanno dagli atti sessuali con minori alla violenza sessuale e alla induzione alla prostituzione minorile.

L’ACCUSA – Il pubblico ministero Francesco Scavo aveva chiesto, in una precedente udienza, la condanna dell’imputato a 18 anni di reclusione più il pagamento di una multa pari a 50mila euro per i reati di violenza sessuale, atti sessuali con minori, induzione alla prostituzione minorile, continuati e aggravati. Per il magistrato, il sacerdote deve rispondere di «condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti».

LA DIFESA – Nella sua arringa difensiva l’avvocato Patrizio Spinelli, uno dei legali del sacerdote, ha chiesto l’assoluzione del suo cliente affermando che «contro Don Ruggero non ci sono prove certe. È un uomo che nella sua vita ha fatto solo del bene, come da molti ribadito anche in questo processo». «Rileggete con assoluta serenità, al di là dei vostri convincimenti personali, gli atti a vostra disposizione – ha auspicato l’avvocato Spinelli rivolgendosi ai giudici -, e cercate di capire come sono nate e si sono sviluppate le varie denunce contro don Ruggero. Valutate se contro l’imputato ci sia una sola prova certa. E tenete conto di quelle persone che in aula vi hanno raccontato della fede che ha animato questo sacerdote che ha fatto solo del bene al prossimo. La sanzione peggiore per lui non sarebbe tanto la condanna penale quanto non poter più esercitare la funzione perché la Chiesa glielo impedirebbe».

IL CASO – Don Ruggero fu arrestato il 30 giugno 2008 mentre stava organizzando con l’oratorio il viaggio per partecipare alla Giornata Mondiale della Giovenù di Sidney che si tenne dal 12 al 21 luglio di quell’anno. L’accusa è convinta che il sacerdote, per dieci anni, abbia ripetutamente abusato di giovani affidati alle sue cure nell’oratorio e nei campeggi estivi, approfittando delle situazioni di debolezza o difficoltà familiare in cui versavano le vittime. Dopo l’arresto, le indagini successive portarono alla luce altri casi di abusi che sarebbero avvenuti negli anni Ottanta quando don Conti non era stato ancora ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale a Legnano. Si tratta di episodi ormai prescritti anche se alcune vittime dell’epoca sono state comunque sentite in aula come testi dell’accusa. Il parroco, dal canto suo, ha sempre respinto le accuse, forte anche del sostegno di decine di fedeli che hanno sempre seguito le udienze per manifestargli in ogni momento solidarietà e stima. (redazione on line)

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campidoglioDi fronte all’inerzia del Campidoglio un cittadino si costituisce parte civile al processo per pedofilia contro don Conti, l’ex garante per la famiglia designato da Alemanno

Federico Tulli  *  left n. 25 del 26 giugno 2009

Rischiava di rimanere uno dei tanti processi per pedofilia che vedono imputati in Italia degli uomini di Chiesa e che troviamo sempre defilati (quando va bene) nei trafiletti di cronaca locale. E invece la storia di Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima”, arrestato nel 2008 con l’accusa di aver abusato di sette minori che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e lo scorso anno, sta velocemente cambiando binario tramutandosi in caso politico. Con tanto di riflettori mediatici costantemente accesi, e non solo sulle vicende giuridiche dal momento che a fronteggiarsi in sede civile si ritroveranno niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo. Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo in questione verte su diversi punti. Per prima cosa va ricordato che Ruggero Conti è stato garante del programma per la famiglia e le periferie nella campagna elettorale del sindaco Gianni Alemanno, cioè fino a poche settimane prima di essere arrestato il 30 giugno 2008 (mentre si preparava a partire per Sidney dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù). Inoltre, per la prima volta un tribunale ha riconosciuto l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non è stata operata dal Comune di Roma, ma da un cittadino, l’esponente dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, ha esercitato “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. È questo il caso del Campidoglio che ha espresso la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ha ammesso la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune. In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiara «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combina con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Va detto che il complicato “rapporto” del Comune di Roma con i processi per pedofilia che vedono coinvolti dei preti è di natura bypartisan. Consigliere nella prima circoscrizione di Roma durante l’ultimo mandato di Veltroni, l’esponente dei Radicali aveva già tentato di convincere l’ex leader del Pd a far costituire il Comune in due processi analoghi a quello di don Conti. «Ma senza successo», racconta a left Staderini. Ora invece, non solo grazie all’azione popolare garantirà «alle parti offese di non essere lasciate sole», ma ha anche ottenuto da Alemanno la promessa di costituire il Campidoglio in ogni processo per violenza subita da donne e uomini, maggiorenni o minorenni, senza distinzione alcuna. Sullo sfondo della storia rimangono le gerarchie vaticane. Ma solo per ora. Con l’udienza del 7 luglio prossimo entrerà “in gioco” il vescovo Gino Reali, responsabile della diocesi in cui operava Ruggero Conti. È stato chiamato dal Pm a testimoniare come persona informata dei fatti e dovrà rispondere alle domande delle parti sulle segnalazioni che avrebbe ricevuto senza però intervenire. Domande che potrà fare anche il Comune, tramite il cittadino Staderini. Anche questa è una prima volta. 

Gian Maria Volontè è il commissario de “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (Elio Petri, 1970)

Breve profilo di un uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale di prete. L’analisi dell’avvocato Luciano Santoianni e dello psichiatra Andrea Masini

Federico Tulli

Sebbene sia stato relegato prevalentemente nelle pagine di cronaca locale come fosse uno dei tanti processi per pedofilia, quello di Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, non è un processo come gli altri. Sia per l’entità della condanna richiesta dal Pm, 18 anni di carcere, sia, soprattutto, perché Conti più di altri è il classico cittadino al di sopra di ogni sospetto. Per questo motivo, la sua è una di quelle vicende che spaccherebbero in due l’opinione pubblica, tra innocentisti e colpevolisti (come si usa dire), facendo la fortuna dei giornali. Se solo avessero il coraggio di raccontarla.

Ecco allora un breve profilo dell’uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, tanto somiglierebbe allo spietato e lucido killer che nei panni del commissario del film di Elio Petri, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale. Una storia di pedofilia nella Chiesa, tristemente simile alle tante che negli ultimi anni hanno sconvolto gli Stati Uniti e mezza Europa, Italia esclusa.

Andiamo per ordine e cominciamo dalla fine, ricordando che don Ruggero Conti è stato garante del programma per la famiglia e le periferie nella campagna elettorale del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, cioè fino a poche settimane prima di essere arrestato il 30 giugno 2008. I magistrati lo hanno bloccato mentre si preparava a partire per Sidney dove con i ragazzini del suo oratorio avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù. Da allora è in stato di arresto. Del resto i capi d’accusa sono piuttosto gravi: abusi su sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote avrebbe indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà famigliare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa racconta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».

Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione. E non solo per quanto già raccontato. Di recente, a carico del sacerdote sono infatti emersi altri abusi che risalirebbero fino a 25 anni fa e che si sarebbero svolti a Legnano, quando Conti ancora non era stato ordinato e insegnava educazione sessuale. I fatti sono ormai prescritti, ma questo significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima avrebbe indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo. Non proprio la più cristallina delle vocazioni. Se così fosse si tratterebbe di un feroce criminale che per decenni ha potuto agire indisturbato come il personaggio cinematografico interpretato da Volontè. Per conoscere la risposta, non resta che attendere la sentenza del tribunale di Roma. Primo passo giuridico verso l’accertamento delle responsabilità penali e di una verità che al momento appare tra le più agghiaccianti. Sfortunatamente per i protagonisti, questo non è un film di Petri, né un romanzo di Stevenson.

Cronache Laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione

Fu arrestato nel giugno 2008 perché accusato di aver abusato di sette minorenni (repubblica.it)

Pedofilia, il pm chiede 18 anni per don Ruggero Conti

Condannare a 18 anni di reclusione e a pagare una multa pari a 50mila euro don Ruggero Conti, già parroco della parrocchia Natività di Maria Santissima, arrestato nel giugno 2008 perché accusato di aver abusato di sette minorenni. Lo ha chiesto il pm Francesco Scavo ai giudici della VI sezione del tribunale penale collegiale davanti ai quali si celebra il processo.

Violenza sessuale, atti sessuali con minori, induzione alla prostituzione minorile aggravate sono i reati contestati al sacerdote. Nel corso della requisitoria il pm ha sottolineato come, tenendo ferma la presunzione di innocenza, “ci troviamo di fronte a condotte che se vere sono di una gravità inaudita. Le condotte così come descritte nel capo di imputazione – ha detto – denotano una serialità, una spiccata propensione all’abuso e comportamenti compiuti con dolo”.

Una condotta, ha aggiunto, “insidiosa e insistente” e a chi sostiene che sia tutto un complotto il magistrato ha replicato: “Davvero dobbiamo pensare che persone così diverse tra loro abbiano messo insieme un tale disegno criminoso? Le dichiarazioni dei ragazzi sono precise e riferiscono di abusi compiuti con lo stesso modus. Esaminando i loro racconti dobbiamo ricordarci come si ragiona a dieci-dodici anni: in quei momenti un bambino ha paura e non sa cosa fare”.

La vicenda culminò il 30 giugno 2008 quando il sacerdote fu arrestato mentre stava organizzando con l’oratorio il viaggio per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sidney che si tenne dal 12 al 21 luglio 2008. Secondo l’accusa, il sacerdote negli ultimi dieci anni avrebbe ripetutamente abusato di giovani affidati alle sue cure, tra l’altro, nell’oratorio e nei campeggi estivi. Nel corso delle indagini successive all’emissione della misura cautelare, sarebbero emersi altri casi di abusi che risalirebbero fino a venticinque anni fa e che si sarebbero svolti a Legnano quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Fatti ormai prescritti e per i quali la procura non potrà quindi procedere, ma le presunte vittime saranno comunque citate come testimoni nel caso di un eventuale processo. Il parroco ha sempre respinto le accuse contestategli.Sono sette gli episodi di abuso imputati al sacerdote, tutti coinvolgono minori di sesso maschile; di questi, in due casi il prete avrebbe anche indotto i ragazzi a “compiere e/o subire gli atti sessuali in cambio di denaro e di altra utilità, in genere capi d’abbigliamento”.

Secondo la ricostruzione dell’accusa i fatti si sono svolti tra il 1998 e il maggio del 2008. Il sacerdote, stando al capo d’imputazione, per compiere gli abusi avrebbe approfittato dei situazioni di ‘debolezza’ o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli. In un caso un minore era stato affidato al prete dalla madre, in difficoltà economiche, perché si prendesse cura del figlio e lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. E proprio in questo caso il sacerdote avrebbe abusato del minore per circa quaranta volte in cambio di danaro (dai dieci ai trenta euro per ogni singola prestazione) o di abiti.

Anche nel secondo caso in cui il pm contesta il reato di prostituzione minorile il prete avrebbe indotto un ragazzo a subire atti sessuali in cambio di denaro (dai dieci ai cinquanta euro) per circa quattro o cinque volte al mese, invitandolo anche a fermarsi di notte nella sua abitazione. Secondo l’accusa, inoltre, il prete avrebbe abusato di un altro minore, approfittando dei momenti che passavano da soli con la scusa di impartirgli gratuitamente lezioni private attinenti alla preparazione al primo anno scolastico dell’istituto professionale per geometri. In un altro caso, infine, le violenze sarebbero avvenute dopo che il prete aveva invitato il ragazzino nella sua abitazione, in seguito ad un litigio che il minore aveva avuto con un giovane che frequentava la parrocchia e terminato con lesioni evidenti.

In due episodi le violenze sarebbero avvenute anche durante i campi estivi organizzati dal prete a Santa Caterina Valfurva (Sondrio) o in Trentino, tra l’altro, mentre gli altri partecipanti al campo erano a fare un’escursione. Il processo, nel corso del quale molti parrocchiani hanno testimoniato a favore del sacerdote, è stato aggiornato al 7 febbraio per la prosecuzione della discussione.

“Da radicale non auguro a nessuno di finire nelle disumane carceri italiane” afferma Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani, che rappresenta la parte civile a nome del Comune nel processo che vede imputato il sacerdote.Credo, comunque, che nel processo siano emerse prove molto forti a carico di Don Ruggero. Il 7 febbraio preciseremo con l’avvocato Elisabetta Valeri le conclusioni a nome del Comune”. “Spero che in Vaticano – conclude – abbiano finalmente compreso che ostacolare la giustizia italiana, con un atteggiamento omertoso rispetto ai casi di pedofilia è un grave errore, non solo per le future vittime ma per la chiesa stessa”.