Posts contrassegnato dai tag ‘Rapporto Ryan’

ImmagineLa Visita Apostolica della Chiesa irlandese ordinata da papa Benedetto XVI in seguito all’esplosione dello scandalo pedofilia ”ha permesso ai visitatori di vedere con i loro occhi quanto le mancanze del passato abbiano dato luogo a una comprensione e reazione insufficiente al terribile fenomeno dell’abuso dei minori, non ultimo da parte di vari vescovi e superiori di ordini religiosi”. E’ quanto si legge nella sintesi dei risultati della Visita, pubblicati oggi dalla Sala Stampa vaticana.

”Con un grande senso di dolore e vergogna – sottolinea il rapporto -, bisogna ammettere che all’interno della comunità cristiana giovani innocenti sono stati abusati da preti e religiosi alla cui cura erano stati affidati, mentre coloro che dovevano vigilare spesso non lo hanno fatto adeguatamente”. Tuttavia, prosegue il rapporto, ”i visitatori hanno potuto verificare che, dall’inizio degli anni ’90, sono stati fatti passi verso una maggiore consapevolezza della serieta’ del problema degli abusi, sia nella Chiesa che nella società, e di quanto sia necessario trovare misure adeguate per contrastarlo”. Nella sintesi del rapporto, che contiene osservazioni della Santa Sede e di tutti i dicasteri vaticani interessati dalla visita, si rinnova ”il senso di sgomento espresso da Papa Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda” e ”la vicinanza che egli ha più volte manifestato alle persone vittime di tali atti peccaminosi e criminali compiuti da sacerdoti o religiosi”. Nel testo si sottolinea come questa visita apostolica abbia avuto ”un carattere pastorale”, permettendo da un lato di ”attestare la gravita’ delle mancanze che hanno dato luogo nel passato ad una non sufficiente comprensione e reazione, anche da parte dei vescovi e superiori religiosi, al terribile fenomeno dell’abuso sui minori”.

Il testo di sintesi presentato oggi precisa che le ”Linee guida” enunciate nel documento ”Safeguarding Children” del 2008 prevedano alcuni aspetti di basilare importanza per continuare a monitorare e prevenire misfatti in questo ambito: anzitutto si parla di ”un capillare coinvolgimento dei fedeli e delle strutture ecclesiastiche nel lavoro di prevenzione e formazione”; si ribadisce la disponibilità piena ad ”una stretta collaborazione con le autorità civili nella tempestiva segnalazione delle accuse”; si riafferma ”il costante rimando alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per ciò che è di sua competenza”. Il testo sottolinea, inoltre, che ”tali norme si sono rivelate uno strumento efficace per gestire le denunce di abuso e per accrescere la sensibilità dell’intera comunità cristiana in materia di tutela dei minori”.

Oltre a come affrontare l’assistenza nei confronti delle vittime degli abusi, il documento si occupa anche degli autori degli abusi (preti e religiosi) e di coloro che tra i religiosi sono stati accusati ingiustamente. Si ricorda cosi’ che vescovi e superiori religiosi, in collaborazione con il ”National Board for Safeguarding Children”, ”dovranno sviluppare una normativa per trattare i casi di sacerdoti o religiosi verso cui siano state avanzate accuse, ma nei confronti dei quali il Pubblico ministero abbia deciso di non procedere”. Allo stesso modo, prosegue il testo di sintesi, ”si dovranno stabilire norme per facilitare il ritorno nel ministero di sacerdoti falsamente accusati e per offrire l’adeguata attenzione pastorale ai sacerdoti o religiosi che siano stati ritenuti colpevoli di abusi su minori”.

Quanto alla formazione nei seminari e negli istituti religiosi, il documento vaticano afferma che e’ necessario assicurare che ”la formazione offerta sia radicata in un’autentica identità presbiterale, offrendo una più sistematica preparazione alla vita imperniata sul celibato sacerdotale, sapendo mantenere un adeguato equilibrio tra le dimensioni umana, spirituale ed ecclesiastica”.

Sempre in tema di formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, il testo evidenzia l’importanza di ”introdurre più rigorosi criteri di ammissione” e di ”mostrare un maggiore impegno per la formazione intellettuale dei seminaristi”. Si afferma inoltre che ”i religiosi in Irlanda si uniranno ai vescovi nella comune riflessione” su questi temi della formazione per una adeguata identità presbiterale e religiosa, oltre che per offrire assistenza alle stesse vittime degli abusi.

Nonostante la gravità dei fatti verificatisi, i visitatori vaticani sottolineano ”la permanente vitalità della fede del popolo irlandese”, notano ”la dedicazione con cui molti vescovi, sacerdoti e religiosi vivono la propria vocazione”, riscontrano ”la vicinanza umana e spirituale che molti di loro hanno avvertito da parte dei fedeli in un tempo di crisi” e riconoscono ”la profonda fede di molti uomini e donne e un vasto coinvolgimento di sacerdoti religiosi e laici nel dare vita alle strutture di tutela dei minori”. Tra gli ultimi aspetti citati nel documento, si parla della riflessione circa l’attuale configurazione delle diocesi, considerate da molti troppe rispetto alla popolazione irlandese, da riconsiderare in vista di rendere le strutture diocesane ”meglio idonee a rispondere all’odierna missione della Chiesa”. (asp/cam/alf)

Altre notizie sullo stesso argomento:

Pedofilia: Papa sgomento per il caso Irlanda. Diocesi da riorganizzare (Agi)

Pedofilia: card. Brady, no interferenza Vaticano con giustizia irlandese (Asca)

Pedofilia: Vaticano, nei preti e laici Irlanda grave dissenso da chiesa (Asca)

Scandalo pedofilia in Irlanda Rapporto inviati del Papa: “Quei vescovi non adeguati” (Il Giornale)

Pedofilia, Vaticano: Senso di vergogna e tradimento per Irlanda (TMNews)

Pedofilia, Vaticano: Riformare Chiesa d’Irlanda (Lettera43)

The report will be published by the Vatican this morning

The Vatican will publish a report this morning on the Catholic child abuse scandals in Ireland. It was compiled following visits to Ireland by teams of Vatican-appointed foreign church leaders. It will also look at the church’s dealings with survivors of abuse and current child protection policies. The report was promised two years ago by Pope Benedict XVI in his letter to Catholics in Ireland. It is expected to impose a rationalisation of dioceses. The Pope expressed horror in the wake of the Ryan and Murphy reports, which revealed a 70-year history of child abuse by a significant number of priests, brothers and nuns and cover-ups by their religious superiors. Six teams were assigned to formally assess the implications of the abuse scandals in each of the four archdioceses, in religious orders and congregations based in Ireland and abroad. Some of the teams met victims and concerned Catholics in advertised locations, as well as individual survivors behind closed doors.

(Fonte: Bbc News )

Leggi anche: “Pedofilia, i risultati dell’indagine della Chiesa irlandese ordinata dal Papa” (Vatican insider, La Stampa.it)

L'ex vescovo di Cloyne, John Magee

Il 21 luglio le gravi accuse del governo di Dublino. Ieri la risposta ufficiale dal Vaticano: le gerarchie di Roma non hanno «ostacolato» le indagini sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti nella diocesi di Cloyne

Federico Tulli

Preoccupazione per le gravi mancanze nel governo della diocesi di Cloyne in Irlanda e il trattamento inadeguato delle accuse di abuso sessuale di bambini e minori da parte di sacerdoti a essa appartenenti, ma deciso rifiuto delle accuse del governo irlandese secondo cui la Santa Sede ha tentato di ostacolare un’inchiesta della magistratura civile. Così, in sintesi, la Sede Apostolica del Vaticano ha risposto con una lettera ufficiale alle gravi accuse mosse a luglio scorso dal premier irlandese Enda Kenny in relazione alle conclusioni del Rapporto Cloyne, l’indagine sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti dell’omonima diocesi, garantiti – come ha provato l’inchiesta – dalla copertura del responsabile di allora, il vescovo John Magee.

Il documento è stato consegnato ieri dall’arcivescovo Ettore Balestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, a Helena Kelcher, Incaricato d’Affari dell’Ambasciata d’Irlanda presso la Santa Sede. Oltre alla replica – «non c’è nessuna prova di interferenza negli affari interni dello Stato Irlandese» – esso contiene una dettagliata analisi del Rapporto che il ministro degli Esteri d’Irlanda, Eamon Gilmore ha consegnato, con le considerazioni del Governo irlandese sulla questione, il 14 luglio scorso, all’arcivescovo Giuseppe Leanza, Nunzio apostolico in Irlanda, nel frattempo rimosso dall’incarico e in corso di trasferimento ad altra sede secondo quanto scrive l’Irish Times. Il rapporto ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo i magistrati, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. Le autorità irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”. Ed è proprio su questo punto che verte gran parte della risposta ufficiale annunciata dalla Santa Sede dopo l’attacco a viso aperto contro la gestione vaticana dei numerosi casi di pedofilia clericale sferrato il 21 luglio scorso dal premier Kenny alla Camera dei deputati in Dublino. «La Congregazione per il Clero – ammette la Santa Sede – ha espresso riserve circa l’obbligo di denuncia; non ha però proibito ai vescovi irlandesi di denunciare alle autorità civili le accuse di abuso sessuale sui minori, né ha incoraggiato i vescovi a non osservare la legge». A tale riguardo la nota cita un incontro tra l’allora prefetto della Congregazione, cardinal Dario Castrillo’n Hoyos, e i vescovi d’Irlanda del 12 novembre 1998, in cui il prelato avverte che «la Chiesa, specialmente attraverso i suoi Pastori (i vescovi), non deve in nessun modo porre ostacoli al legittimo cammino della giustizia civile, quando esso è stato avviato da coloro che ne hanno diritto». Fatto sta che dopo il 1998 ben tre inchieste oltre a quella in esame hanno provato la reticenza di diverso vescovi irlandesi nei casi di pedofilia clericale (Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005; Rapporto Ryan, 20 maggio 2009; Rapporto Murphy, 26 novembre 2009), e che già da due anni nella contea di Cloyne avvenivano degli abusi segnalati da vittime e familiari al vescovo della diocesi, Magee, senza che fosse preso alcun provvedimento o quanto meno appurata la veridicità delle accuse. Questo ha fatto sì che le violenze si protraessero indisturbate fino al 2009. Una data che coincide con le dimissioni presentate da Magee a papa Benedetto XVI quando l’indagine che lo avrebbe travolto cominciava a prendere forma.

(Pubblicato sul quotidiano Terra)

Una nuova inchiesta governativa sulla pedofilia nel clero cattolico irlandese. La quarta in sei anni. Obiettivo della magistratura far luce sull’insabbiamento delle notizie di reato nella diocesi di Cloyne, retta dal vescovo John Magee già segretario di tre Papi.

Federico Tulli [Cronache laiche]

Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005. Rapporto Ryan, 20 maggio 2009. Rapporto Murphy, 26 novembre 2009. Rapporto Cloyne, 13 luglio 2011. Le questioni irlandesi sono un passaggio chiave per il pontificato di Joseph Ratzinger. È con i vescovi d’Irlanda che il 28 ottobre 2006 affronta per la prima volta in un discorso ufficiale lo scandalo dei preti pedofili. Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono «enormi crimini», di fronte ai quali diventa «urgente» ricostruire la fiducia e la sicurezza perdute, dice il Papa ai membri della Conferenza episcopale d’Irlanda, ricevuti in udienza per la loro visita ad limina presso il Vaticano. È davanti a loro che per la prima volta afferma: «Occorre stabilire sempre la verità, e prevenire l’eventualità che i fatti si ripetano e soprattutto portare sostegno alle vittime». Solo in questo modo, secondo Ratzinger, «la Chiesa in Irlanda potrà crescere più forte ed essere ancora più capace di dare testimonianza della forza redentrice della croce di Cristo».

Il 5 giugno 2009, pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto Ryan, Benedetto XVI pronuncerà parole identiche agli stessi vescovi della Conferenza episcopale irlandese. Dopo il Rapporto Murphy, il papa cambia strategia. Intuisce che, come era accaduto dieci anni prima negli Stati Uniti, anche in Irlanda non è più possibile trattare la pedofilia nel clero cattolico come un affare interno e decide di rivolgersi direttamente ai fedeli irlandesi con una lettera pastorale. Annunciata a dicembre 2009, verrà resa pubblica il 19 marzo 2010. In un mirabile passaggio il pontefice si autocita riproponendo quanto disse nel 2006 ai porporati giunti da Dublino.

Il Rapporto Cloyne è ancora caldo e Ratzinger, a oggi, non si è pronunciato ma forse sappiamo già cosa dirà. O forse no. L’ennesimo scandalo irlandese potrebbe spingerlo a rinnovare il proprio messaggio di ammonimento per tentare di renderlo più efficace. Dopotutto tra quei vescovi più volte sollecitati ad assumere un comportamento responsabile nei confronti dei crimini seriali che stanno minando le fondamenta della Chiesa di uno dei Paesi più devoti alla causa cattolica e apostolica romana, c’era anche John Magee, il protagonista in negativo del Rapporto Cloyne essendo stato per 33 anni a capo della diocesi che porta il nome di questa ultima inchiesta governativa. La riassumo brevemente. Si tratta di un documento di 400 pagine elaborato dalla Commissione di indagine sulla diocesi di Cloyne, incaricata di verificare come furono trattate oltre 40 segnalazioni di abusi su minori compiuti da sacerdoti tra il 1996 e il 2009. Gli autori del report chiamano in causa Magee ritenendolo responsabile di non aver mai riferito nulla alle autorità pubbliche.

Una storia di reticenza e omertà ecclesiale già sentita, identica a migliaia di altre venute alla luce in altre parti del mondo e pure nella stessa Irlanda, come documentato dagli altri Rapporti governativi prima citati. Magee, oggi 75enne e in passato segretario personale di tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I, e Giovanni Paolo II), non è più vescovo di Cloyne dal 2010. Consapevole della imminente pubblicazione del Rapporto Ryan che per primo si è occupato della sua diocesi, il 7 marzo 2009, dietro insistenti richieste di sue dimissioni, chiese al Papa di essere sospeso dall’incarico ed essere sostituito alla guida della diocesi da un amministratore apostolico. Benedetto XVI accettò la sua istanza il 24 marzo 2010. Oggi John Magee è vescovo emerito.

***

Rapporto Ferns. La Commissione di inchiesta porta alla luce oltre cento casi di abusi “sessuali” su minori compiuti da 21 sacerdoti della omonima diocesi nel sud dell’isola, tra il 1962 e il 2002.

Rapporto Ryan. «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiude l’inchiesta che prende il suo nome. Dall’indagine durata nove anni emerge che percosse, violenze e umiliazioni si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta. Raccogliendo le testimonianze di circa 2.500 vittime la Child Abuse Commission ha coinvolto oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Nel periodo analizzato circa 35.000 minori sono stati ospitati in queste istituzioni, secondo gli investigatori almeno un terzo di loro potrebbe aver subito abusi.

Rapporto Murphy. Per quasi 30 anni dal 1975 al 2004 la Chiesa cattolica locale e la polizia irlandese hanno coperto gli abusi sessuali perpetrati su diversi minori da 46 sacerdoti cattolici a Dublino. Uno di loro confessa oltre 100 stupri. La denuncia del giudice Yvonne Murphy riguarda anche i nomi di alti dirigenti della polizia e di quattro ex arcivescovi di Dublino: John Charles McQuaid, Dermot Ryan, Kevin McNamara e Desmond Connell. Tutti sono accusati di aver coperto i sacerdoti pedofili.

Russell Shorto*, The New York Times Magazine, Stati Uniti (Fonte: Internazionale n. 886 del 25 febbraio 2011)

Il cattolicesimo è da sempre un elemento fondante dell’identità nazionale irlandese. Ma decenni di abusi e violenze hanno incrinato la iducia dei fedeli. E oggi il paese cerca di costruire un rapporto diverso con la religione

Andrew Madden appartiene a quella nuova generazione di celebrità irlandesi che preferirebbero di gran lunga non essere famose. È stato tra i primi a rivelare pubblicamente di aver subito abusi sessuali da parte di un prete cattolico. Le sue parole hanno costretto l’Irlanda a un esame di coscienza collettivo che dura da qualche anno. Quando l’ho incontrato, nell’autunno del 2010 a Dublino, il paese era scosso dalla crisi economica. Per tutta la durata del pranzo abbiamo parlato delle colpe del governo e delle banche. Solo più tardi, mentre giravamo in macchina per il suo vecchio quartiere e passavamo davanti alla casa dall’intonaco grezzo dove è cresciuto e dove i suoi genitori vivono ancora, Madden ha cominciato a parlare della sua infanzia. Seduto in auto di fronte alla chiesa del Cristo Re, dove ha trascorso gran parte della sua adolescenza come chierichetto e cantando nel coro, mi ha raccontato per sommi capi i quattro anni di violenze subite alla fine degli anni settanta per mano del reverendo Ivan Payne, uno dei più famigerati pedofili del clero cattolico irlandese. Madden aveva già raccontato molte volte la sua storia alla stampa irlandese. L’elenco dei dettagli degli abusi sembrava freddo e meccanico. Solo quando ci siamo fermati davanti alla casa dove abitava padre Payne, e dove si erano consumate le violenze, è stato preso da un’ansia profonda e ha sussurrato: “Oh mio dio”. Il mio pomeriggio in compagnia di Andrew Madden potrebbe rappresentare l’istantanea del dramma che ha colpito l’Irlanda. Il paese è preoccupato per le conseguenze – umane, sociali e politiche – della crisi. Ma dietro a questi timori, e in qualche modo collegato, c’è un trauma ancora più profondo e intimo. Il fenomenale boom economico degli ultimi vent’anni, e la secolarizzazione che l’ha accompagnato, hanno fatto credere agli irlandesi che il paese fosse cambiato, che non fosse più un paese arretrato e dominato dalla chiesa cattolica romana. Ma dopo il crollo dell’economia, gli irlandesi si sono trovati faccia a faccia con loro stessi. E hanno cominciato a fare i conti con un rapporto tra chiesa e stato che era, e che per molti versi è ancora, perversamente antimoderno. Tra le varie crisi che la chiesa cattolica si trova ad affrontare oggi nel mondo, lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e altri membri del clero è particolarmente grave. E ha colpito l’Irlanda più di ogni altro paese: nessun’altra comunità ha reagito con la stessa indignazione. Nel 2009 gli irlandesi hanno risposto alla pubblicazione di due lunghi e documentati atti di accusa contro il clero locale con rabbia e disgusto. Alcuni sacerdoti sono stati insultati in pubblico, e al governo è stato chiesto di prendere le distanze dalla chiesa. Nei documenti erano descritti nel dettaglio migliaia di casi di stupro, molestie sessuali e percosse, oltre ai tentativi delle autorità ecclesiastiche di proteggere i colpevoli ignorando le vittime.

Controllo e repressione

Lo scorso dicembre un nuovo moto di indignazione è stato scatenato dalla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta su quello che è forse stato il prete che si è macchiato dei peggiori abusi: il reverendo Tony Walsh, protetto dal Vaticano anche dopo che le autorità ecclesiastiche locali gli avevano chiesto di deporre la tonaca. Altre inchieste sono attese a breve. Intanto, a gennaio, è venuta alla luce una lettera del 1997 in cui il nunzio apostolico a Dublino scriveva ai vescovi irlandesi che il Vaticano aveva “forti riserve” sulla segnalazione obbligatoria alla polizia dei casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. Una notizia che ha provocato ulteriore sdegno. Le persone più indignate sono quelle tra i 20 e i 30 anni. È la generazione che ha raggiunto la maggiore età durante la ripresa economica, è cresciuta sotto l’influsso della nuova cultura laica e non sente più di dovere alla chiesa cieca obbedienza. “Quando ho letto le denunce, ho pensato che non posso più nemmeno fingere di far parte di questa istituzione”, racconta Grainne O’Sullivan, una designer di 32 anni. Verso la fine del 2009, insieme a un suo amico programmatore, Cormac Flynn, e a un dipendente della pubblica amministrazione di Cork, Paul Dunbar, ha creato un sito internet, CountMeOut.ie, per aiutare gli irlandesi che volevano rinnegare ufficialmente la chiesa cattolica. Nei mesi successivi il sito è diventato un punto di riferimento per molti e il modulo per l’abbandono del cattolicesimo, la Defectio ab ecclesia catholica actu formali, è stato scaricato da oltre dodicimila persone.

In seguito, lo scorso agosto, il Vaticano ha introdotto una modifica al diritto canonico che rende in pratica impossibile ogni defezione dalla chiesa. Flynn, O’Sullivan e Dunbar hanno sospeso il servizio, ma sul loro sito gli irlandesi continuano a scambiarsi informazioni sugli abusi del clero. La loro iniziativa ha contribuito ad aprire un dibattito sull’identità nazionale e sulla possibilità di separare finalmente l’aggettivo “irlandese” da quello “cattolico”. Per molti irlandesi, tuttavia, abbandonare il cattolicesimo è come rinunciare alla propria identità etnica o sessuale. La scorsa estate, in una tavola rotonda in tv sugli abusi, un giornalista ha chiesto a una donna che stava attaccando il clero se fosse pronta a lasciare la chiesa cattolica. La donna, confusa, ha fatto una pausa, e poi ha risposto: “E per andare dove?”. Tuttavia, se fino a qualche tempo fa far parte della comunità cattolica garantiva molti vantaggi sociali, oggi non è più così. “Ora è il contrario”, spiega Eamon Maher, studioso del cattolicesimo irlandese. “Ormai la gente diffida di chi si definisce cattolico osservante”. L’allontanamento del paese dalla chiesa è cominciato prima dello scandalo degli abusi. Tra il 1974 e il 2008, il numero degli irlandesi che vanno abitualmente a messa è diminuito del 50 per cento: un problema che il Vaticano si trova ad affrontare spesso, soprattutto nei paesi occidentali. In tutto il mondo lo scandalo degli abusi sessuali e l’atteggiamento sempre più conservatore e gerarchico che prevale ormai dagli anni settanta stanno allontanando la chiesa da popoli un tempo molto devoti. “L’Irlanda è un ottimo esempio di questo fenomeno. La chiesa ha trasformato quest’isola in una sorta di campo di concentramento dove poteva controllare tutto”, afferma Mark Patrick Hederman, abate di Glenstal Abbey, un monastero benedettino della contea di Limerick. “E il controllo riguardava soprattutto il sesso. Da piccolo ti dicevano che, se ti masturbavi, eri impuro e il demonio si sarebbe impossessato di te. Intere generazioni sono state vittime dei complessi di colpa derivanti da un’educazione simile. Ma ora quel gioco è finito”.

Il lago dei pellegrini

Per raggiungere il luogo più emblematico del cattolicesimo irlandese bisogna attraversare la brughiera della contea di Donegal, tra greggi di pecore in bilico su speroni di roccia grigia, fino ad arrivare a Lough Derg, un lago circondato da pini. Nelle sue acque si trova Station Island dove, secondo la leggenda, nel quinto secolo san Patrizio ebbe una visione mentre era in missione per convertire gli irlandesi. Station Island è meta di pellegrinaggi in dal medioevo. Il priore Richard Mohan, che è qui dal 1974, mi accoglie sull’isola mentre una tempesta autunnale spazza le acque del lago. Durante il pranzo nella mensa del monastero, mi racconta di come ha modernizzato il centro di accoglienza per i fedeli. Un tempo i pellegrini dormivano ammucchiati in una grotta sotterranea, oggi ci sono letti comodi, docce e perfino un negozio di souvenir. Secondo Mohan, Station Island “è nei geni stessi del popolo irlandese”, tanto che per indicare il pellegrinaggio esiste un’espressione specifica: going in on Station, andare a Station. Il più grande scrittore irlandese vivente, il poeta premio Nobel Seamus Heaney, ha dedicato la sua opera più amata a una riflessione sul pellegrinaggio, gli irlandesi e il loro braccio di ferro con la chiesa. La raccolta di poesie si chiama, ovviamente, Station Island. Secondo Mohan, l’aumento dei visitatori sull’isola, oltre 20mila all’anno, è legato al calo delle presenze nelle chiese nel resto del paese. Molti irlandesi hanno voltato le spalle alla chiesa ufficiale ma non alla fede cattolica, e visitano questo luogo sperduto nel tentativo di entrare direttamente in contatto con la loro tradizione storico-religiosa senza la mediazione del clero. “Il pellegrinaggio è considerato un gesto d’indipendenza”, dice Mohan. Anche se, in realtà, l’isola è ancora sotto il controllo della chiesa. Nel corso del novecento Station Island è diventata il simbolo del radicamento del cattolicesimo in Irlanda. All’inizio del secolo, a Dublino, i temi del dibattito politico erano essenzialmente due: l’occupazione britannica e la religione. Il commediografo George Bernard Shaw e il poeta William Butler Yeats erano convinti che la rottura con l’Inghilterra avrebbe permesso alla società irlandese di tagliare i ponti con la chiesa cattolica e di acquisire una sensibilità più moderna e internazionale. Altri facevano coincidere il patriottismo irlandese con il cattolicesimo, le tradizioni rurali e la lingua gaelica. Furono questi ultimi a imporsi. Éamon De Valera, il secondo premier dell’Irlanda indipendente, scrisse la costituzione in collaborazione con John Charles McQuaid, l’onnipotente arcivescovo di Dublino, che pretese per la chiesa cattolica un ruolo speciale negli affari di stato. Ancora oggi la costituzione comincia con le parole: “Nel nome della santissima Trinità”. È così che si è formata l’immagine della repubblica d’Irlanda: un paese rurale, affascinante, prigioniero di un’eterna, tragicomica lotta con la chiesa. In questo clima gli arcivescovi di Dublino sono diventati una sorta di grandi inquisitori, dotati di immenso potere. La pesante influenza della chiesa ha tenuto per decenni la società irlandese isolata dal resto del mondo. Maher mi racconta che nel 1970 i suoi genitori rimasero profondamente disorientati quando la recita serale del rosario si trovò improvvisamente a competere con le serie tv americane come Dallas, “che raccontavano un universo fatto di ricchezza, auto di lusso e relazioni extraconiugali”.

In Irlanda la contraccezione è stata illegale fino al 1980, e fino al 1985 i preservativi si potevano comprare solo con la prescrizione medica. Con l’avanzare del secolarismo in altre parti del mondo, la chiesa di Roma ha cominciato a considerare l’Irlanda un baluardo. E ha incoraggiato i leader di Dublino a mantenere la chiesa all’interno della struttura politica del paese. Nel 1977 il ministro degli esteri Garret FitzGerald ha raccontato che, in un incontro privato, Paolo VI gli aveva ricordato che “l’Irlanda era un paese cattolico, forse l’unico rimasto, e che doveva rimanere tale”. Secondo Ivana Bacik, senatrice del Partito laburista e favorevole alla separazione tra stato e chiesa, da allora le cose non sono molto cambiate: “In nessun’altra nazione europea, con l’ovvia eccezione della Città del Vaticano, la chiesa è così profondamente coinvolta negli affari di stato come in Irlanda”. La gerarchia della chiesa irlandese, aggiunge l’abate Hederman, è stata a lungo convinta che il paese avesse un ruolo particolare, che fosse quasi una fortezza del cattolicesimo: “L’Irlanda doveva essere un paese puro, in cui il sesso è accettabile solo nel matrimonio e ai fini della procreazione. E il prete doveva essere il più puro dei puri. Non è difficile capire come in questo sistema si siano diffusi i comportamenti che oggi ci fanno gridare allo scandalo ma che per anni sono stati la norma. Il potere era in mano a persone che non capivano la propria sessualità. O, forse, che non sapevano nemmeno cosa fosse la sessualità”. Gli abusi sessuali e le punizioni corporali che accompagnavano questa ricerca della purezza assoluta sono rimaste nascoste, ma sotto gli occhi di tutti, per troppo tempo. Un lettore attento di Gente di Dublino di James Joyce sa che gli abusi e le molestie in Irlanda ci sono sempre stati. Ma nelle scuole cattoliche la violenza è stata tollerata fino alla fine del novecento. Lo scrittore Colm Tóibín, che ha frequentato una scuola della congregazione dei Fratelli cristiani fino all’età di 15 anni, mi ha detto: “A volte avevo la sensazione che non ci fosse una linea di separazione tra abusi sessuali e punizioni corporali. Ogni venerdì, uno dei fratelli picchiava un ragazzo di fronte alla classe e, in qualunque modo lo colpisse, riusciva sempre a mettergli la mano sui genitali. Ridevamo, ma in realtà vivevamo in uno stato di terrore permanente. La mattina, prima di andare a scuola, vomitavo. Chi sbagliava un’addizione si prendeva uno schiaffo. I Fratelli cristiani mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Ma non riesco a essergli grato”. I cambiamenti in atto in Irlanda hanno avuto ripercussioni a livello mondiale per il Vaticano, che è ormai assediato dalle polemiche. Alcune riguardano le posizioni estremamente conservatrici di Benedetto XVI, che a molti cattolici sembra insensibile e lontano dalla realtà.

In un discorso del 2006 il pontefice ha lasciato intendere che l’Islam è intrinsecamente violento, l’anno dopo ha reintrodotto una preghiera per la conversione degli ebrei e nel 2009 ha deciso di reintegrare un vescovo negazionista già scomunicato. Ma quello degli abusi sessuali è uno scandalo completamente diverso. Negli Stati Uniti i giornali ne parlano dagli anni ottanta: un rapporto del 2004 elencava circa 11mila denunce per molestie che riguardavano il 95 per cento delle diocesi cattoliche del paese. Ma altrove la storia è più recente. E ha a che fare non tanto con il sesso quanto con l’esercizio del potere da parte delle gerarchie ecclesiastiche. L’anno scorso lo scandalo ha colpito la Germania, il Belgio e i Paesi Bassi. Ci sono stati casi molto discussi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Malta, Svizzera, Austria, Messico, Nuova Zelanda, Canada, Kenya, Filippine, Australia e in altri paesi. Quasi ovunque le istituzioni ecclesiastiche hanno provato a coprire gli abusi e a proteggere i colpevoli. Nel marzo del 2010 le accuse hanno colpito direttamente il papa. Quando era arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger era stato informato della decisione di rimettere al suo posto un prete pedofilo e, da cardinale, non aveva dato ascolto alle suppliche dei vescovi americani che chiedevano a Roma la sospensione a divinis di un prete del Wisconsin colpevole di aver molestato duecento bambini sordi tra il 1950 e il 1970. Il modo in cui il Vaticano ha affrontato gli scandali ha provocato ulteriore indignazione. Durante il discorso di Natale del 2010 il papa ha scatenato un putiferio suggerendo che era stata la cultura occidentale in senso lato ad aver reso accettabile la pedofilia. Secondo Peter Nissen, osservatore di cose vaticane e professore di storia culturale della religione all’università di Nimega, nei Paesi Bassi, “questa è la più grande crisi che la chiesa cattolica ha dovuto affrontare dai tempi della rivoluzione francese. E forse è ancora più profonda. Allora la chiesa fu vittima della crisi. Oggi ne è la causa”. Nello scandalo irlandese la posta in gioco per il Vaticano è molto alta. Come conseguenza degli abusi, sono aumentate le richieste di separare la chiesa dalle istituzioni del paese. Anche se finanziato dallo stato, più del 90 per cento delle scuole primarie è gestito dalla chiesa, come pure la maggior parte degli ospedali pubblici. Il risultato è che alcuni interventi altrove considerati di normale amministrazione, l’aborto, per esempio, o la vasectomia, in Irlanda sono una rarità.

Tuttavia, secondo Thomas Doyle, un frate domenicano che è stato avvocato canonico negli Stati Uniti e in seguito ha rappresentato le vittime degli abusi sessuali, l’Irlanda è il primo paese che ha schierato il governo contro la chiesa nello scandalo della pedofilia. “Sono state istituite tre commissioni, tutte finanziate dallo stato e presiedute da giudici ordinari”, spiega. “Il caso irlandese è seguito con attenzione anche da altri paesi tradizionalmente cattolici e dove si sono verificati abusi. Il Québec ha appena aperto un’inchiesta. E sembra che stiano per farlo anche i Paesi Bassi, l’Austria, il Belgio, l’Italia, la Spagna e la Francia”. In un certo senso, l’Irlanda costituisce un modello per le indagini. Non c’è da sorprendersi, quindi, che il Vaticano cerchi di limitare i danni. A novembre il papa ha inviato una commissione di alte autorità ecclesiastiche incaricate di indagare non solo sugli abusi, ma anche sul sistema di formazione dei sacerdoti e sulla gestione delle parrocchie. “Un’offerta di aiuto da parte del santo padre molto ben accetta”, ha dichiarato il portavoce della conferenza episcopale irlandese Martin Long. Ma nella mossa del papa molti irlandesi hanno visto una conferma dell’approccio gerarchico tipico del Vaticano che è alla radice dei problemi attuali della chiesa. Il reverendo John Littleton, ex presidente dell’ormai abolita conferenza nazionale dei sacerdoti d’Irlanda e tra i religiosi più rispettati del paese, lo ha detto senza mezzi termini: “Non abbiamo bisogno dell’aiuto di Roma”. Il reverendo Sean McDonagh, uno dei leader dell’associazione dei sacerdoti irlandesi, creata dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi, ha suggerito che, per arrivare alla radice del problema, la commissione d’inchiesta “dovrebbe cominciare proprio dall’esame del modo in cui Roma ha gestito la vicenda”. “Non sono a conoscenza di una sola diocesi importante nel mondo nella quale non si sia verificato uno scandalo. E credo che parte del problema stia proprio nella struttura stessa della chiesa”, ha detto il reverendo Donald Cozzens, tra le voci cattoliche più autorevoli negli Stati Uniti. “Non voglio dire che per cambiare le cose servirebbe un papa diverso o una cultura diversa, ma sicuramente c’è bisogno di maggiore apertura. Dobbiamo considerare tutte le questioni in gioco. Il celibato obbligatorio è davvero una scelta saggia e teologicamente corretta?”.

Tra Dickens e Dan Brown

In proporzione al numero di abitanti, l’Irlanda è il paese in cui si è verificata la maggior parte degli abusi. Per numero di casi è seconda solo agli Stati Uniti, anche se la sua popolazione è cento volte più piccola di quella americana. Dei due documenti pubblicati nel 2009 con i risultati delle indagini condotte dalle autorità civili, il cosiddetto rapporto Ryan ha esaminato gli abusi avvenuti nelle istituzioni gestite dalla chiesa cattolica, mentre il rapporto Murphy si è occupato delle violenze all’interno della diocesi di Dublino. In totale si tratta di oltre cinque volumi e più di 2.500 pagine. Nel rapporto Murphy ci sono dettagli di ogni tipo: un sacerdote che violenta una ragazza con le mani durante la confessione e poi se le lava in una bacinella sull’altare, un altro che usa un crocifisso per brutalizzare una ragazza e un prete che costringe sistematicamente i chierichetti a tirarsi giù i pantaloni, li picchia e poi si masturba. Il rapporto Ryan, che racconta in dettaglio la vita nelle cosiddette industrial schools, le scuole frequentate dai ragazzi poveri o abbandonati, sembra un incrocio tra i romanzi di Charles Dickens e quelli di Dan Brown: “Sono stato picchiato e mandato in ospedale dal direttore e non mi è stato permesso di andare al funerale di mio padre per evitare che qualcuno vedesse i miei lividi”, si legge in una delle testimonianze. E ancora: “ Sono stato legato a una croce e violentato mentre altri si masturbavano”. La commissione che ha redatto il rapporto, guidata dal giudice Yvonne Murphy, ha sottolineato che, quando i casi di abuso sono venuti alla luce, la chiesa ha dichiarato di non averli affrontati con la giusta determinazione perché “non aveva ancora compreso l’entità del problema”. Una giustificazione ritenuta infondata. Alle autorità ecclesiastiche interessava soprattutto “mantenere il segreto, evitare gli scandali, proteggere la reputazione della chiesa e conservare intatto il suo patrimonio”, conclude il rapporto. “Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere fisico e psicologico dei ragazzi e la giustizia per le vittime, erano subordinate a queste priorità”. Maeve Lewis, direttrice di One in four, un centro di consulenza e patrocinio per le vittime di abusi, spiega che “sulla carta la politica della chiesa per la protezione dei minori è più avanzata di quella dello stato”. Il reverendo John Littleton racconta che, se le nuove norme verranno applicate, d’ora in poi un sacerdote che si prepara a celebrare la messa non potrà più rimanere solo con i chierichetti in sagrestia. Maeve Lewis afferma però che “molti uomini di chiesa si sono sentiti oltraggiati dai rapporti della commissione e non ne hanno voluto accettare i risultati”. Secondo il portavoce dei vescovi irlandesi, Martin Long, l’appoggio della chiesa al lavoro della commissione non è solo di facciata. Long ammette che spesso la chiesa ha trascurato i fedeli, ma poi afferma che se le autorità ecclesiastiche hanno protetto i colpevoli a spese dei bambini è solo perché “non avevano capito la gravità degli abusi”: una difesa a cui le vittime reagiscono con sdegno. “Ma oggi i vescovi hanno capito che le cose sono cambiate”, aggiunge Long. Il 19 marzo 2010 Benedetto XVI ha inviato una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, che doveva essere la risposta definitiva del Vaticano allo scandalo degli abusi. Oltre ad autorizzare una visita pastorale di alcuni arcivescovi stranieri in Irlanda, la lettera invita i cattolici irlandesi alla preghiera, al digiuno e all’adorazione eucaristica. Quando chiedo a Long quali siano i progetti per ricostruire la chiesa in Irlanda, mi risponde che “la base del rinnovamento sarà proprio la lettera del papa”.

Per capire qual è stata la reazione del paese alle parole di Benedetto XVI mi rivolgo a un membro laico della chiesa cattolica irlandese. Marie Collins ha 64 anni ed è nata a Dublino. Nel 1960, all’età di 13 anni, è stata ricoverata per tre settimane in quello che allora si chiamava Our Lady’s hospital for sick children. E lì è stata molestata e violentata dal cappellano dell’ospedale, il reverendo Paul McGennis. “Non avevo idea di quello che stesse facendo, ma sapevo che era sbagliato”, dice Collins. “La notte abusava di me e la mattina dopo mi dava la comunione”. Negli anni successivi Collins ha sofferto di depressione, ansia e agorafobia. Raggiunti i quarant’anni è riuscita finalmente a raccontare la sua esperienza, prima a un medico e poi al curato della sua parrocchia, che l’ha incolpata dell’accaduto prima di assolverla dai suoi peccati. Intanto padre McGennis era ancora al suo posto. Dieci anni dopo Marie Collins ha scritto all’arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, oggi cardinale. Per tutta risposta Connell le ha fatto sapere che McGennis era un bravo sacerdote e che lei non avrebbe dovuto “rovinargli la vita”. Alla fine, grazie all’aiuto della polizia e nonostante le reticenze della chiesa, McGennis è stato arrestato. Il rapporto Murphy ha rivelato che le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza del suo comportamento in dal 1960. Marie Collins mi racconta che si sarebbe aspettata un maggior senso di responsabilità da parte della chiesa dopo la pubblicazione dei rapporti. L’anno scorso si è venuto a sapere che il cardinale Sean Brady, il primate d’Irlanda, nel 1975 aveva contribuito a coprire uno dei più noti pedofili della chiesa locale, il reverendo Brendan Smyth. Il cardinale aveva preso in considerazione l’idea di dimettersi, ma poi ha deciso di rimanere al suo posto. “Questo significa che in Irlanda la chiesa è guidata da un uomo che non si assume le sue responsabilità”, commenta Collins. Per quanto riguarda la lettera pastorale, le vittime degli abusi criticano soprattutto il tentativo del papa di collegare il comportamento sessuale del clero alla “secolarizzazione della società irlandese”: un modo per non assumersi le proprie responsabilità, secondo Collins. “La preghiera e l’adorazione dell’eucaristia vanno benissimo”, dice. “Più volte il papa ha detto di essere rimasto sconvolto dalle rivelazioni sugli abusi in tutto il mondo. È difficile credergli. Tra il 1981 e il 2005 Ratzinger è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Di certo conosceva le denunce”. Gli eventi degli ultimi due anni hanno convinto Marie Collins ad allontanarsi dalla chiesa. “Non sono più una cattolica praticante”, racconta. “È difficile conciliare il comportamento delle gerarchie della chiesa con quello che predicava Gesù”. I fedeli di Kilkenny Una domenica mattina di fine novembre visito il convento dei cappuccini della cittadina di Kilkenny. Sta per cominciare la messa in lingua gaelica. Tra i fedeli riuniti in chiesa si respira un vero senso di comunità. Gli abusi sessuali e la crisi del debito sembrano molto lontani. Per quanto impressionante sia stato il calo dei cattolici praticanti, in Irlanda il 40 per cento dei fedeli va ancora a messa regolarmente, una cifra ben più alta che negli altri paesi europei di tradizione cattolica.

Molti irlandesi sentono la necessità di appartenere a una comunità di fedeli. Ma di che tipo? E a quali condizioni? Il reverendo Tony Flannery, uno degli organizzatori dell’associazione dei sacerdoti cattolici, racconta di aver partecipato di recente ad alcune riunioni dei fedeli di una parrocchia rurale sul futuro della chiesa irlandese. “Erano persone di 60, 70, 80 anni. Sono rimasto stupito dalla radicalità dei loro interventi. Vogliono che le donne siano più coinvolte. Vogliono riprendersi la chiesa. Lo scandalo degli abusi ha scosso le fondamenta della chiesa cattolica locale con una violenza che non avrei mai immaginato. È questo il lato positivo di quello che è successo: oggi c’è maggior dialogo tra sacerdoti e laici”. Chiedo a Flannery se pensa che quest’apertura possa riguardare anche le cariche più alte della gerarchia ecclesiastica. Sorride. “No. Non c’è alcun segnale in questo senso”. In realtà, una delle persone che hanno davvero cercato di cambiare qualcosa è l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin. Martin ha presentato al Vaticano le lettere di dimissioni di due vescovi ausiliari irlandesi coinvolti nello scandalo degli abusi. Benedetto XVI le ha respinte ma ha promosso Martin cardinale. Chi segue le vicende della chiesa irlandese sostiene che i vescovi locali hanno preso le distanze dall’arcivescovo, facendo quadrato intorno al papa e agli arcivescovi inviati da Roma. La stessa visita apostolica voluta dal papa è vista da molti come un’altra prova del fatto che il Vaticano non intende realizzare alcuna riforma, ma vuole solo continuare a esercitare il suo controllo. “Se il Vaticano avesse voluto condurre un’inchiesta credibile sugli abusi sessuali”, afferma Thomas Doyle, “non avrebbe mandato arcivescovi e cardinali. Sono proprio loro, le alte gerarchie della chiesa, che hanno creato il problema”. Nel frattempo, la crisi economica potrebbe giocare a vantaggio della chiesa. Le preoccupazioni sulla disoccupazione e i tagli alla spesa pubblica hanno la precedenza sulle considerazioni circa il ruolo della chiesa nella società. La scorsa estate si era parlato di un piano per sottrarre alla chiesa il controllo delle scuole finanziate dallo stato. Ma a gennaio un portavoce del ministero dell’istruzione mi ha spiegato che sulla questione è necessario “riflettere ancora” e mi ha suggerito di rivolgermi alle autorità ecclesiastiche per avere altre informazioni. Nel 2009, quando sono stati pubblicati i rapporti Ryan e Murphy, gli irlandesi hanno appreso con sconcerto che il governo aveva accettato che il contributo della chiesa al pagamento degli indennizzi alle vittime fosse di 127 milioni di euro, circa il 10 per cento del totale pagato. Messi sotto pressione, l’anno scorso gli ordini religiosi hanno deciso di alzare la quota al 50 per cento. Una parte degli indennizzi è subordinata però alla vendita degli immobili di proprietà della chiesa: un compito molto difficile nel bel mezzo di una crisi finanziaria. Alla fine saranno ancora i contribuenti irlandesi a pagare buona parte del conto.

*L’AUTORE

Russell Shorto è un giornalista statunitense di origine olandese. Il suo ultimo libro è Le ossa di Cartesio. Una storia della modernità (Longanesi 2009).

Il New York Times e l’Associated Press pubblicano una lettera del 1997 in cui il Vaticano avvertiva i vescovi irlandesi di non essere d’accordo con la loro scelta di collaborare con le autorità civili nelle indagini che coinvolgono dei sacerdoti

Federico Tulli

Ancora sale sulle profonde ferite irlandesi. Nel 1997 il Vaticano esortò i vescovi dell’isola a non denunciare alle autorità civili i preti pedofili, nel rispetto del diritto canonico. È scritto in una lettera del 31 gennaio, firmata dal nunzio apostolico Storero, pubblicata dal New York Times e dall’Associated Press. La direttiva è stata scoperta dagli autori di Crimini indicibili, un docu-film proiettato martedì alla tv irlandese Rte in cui tra le altre cose si cita un vescovo che ha definito il testo «un mandato a nascondere i presunti crimini commessi da un prete». Nel 1997, sul trono di Pietro sedeva Karol Wojtyla, mentre il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era Joseph Ratzinger.

La politica di denunciare obbligatoriamente tutti i casi di pedofilia nel clero locale, che la Chiesa irlandese vuole attuare, è contraria al diritto canonico. Questo ha stabilito in Vaticano la Congregazione del Clero e questo scrive nella lettera del ‘97 monsignor Luciano Storero avvertendo la Conferenza episcopale d’Irlanda. Il nunzio spiega che tale politica, caldeggiata in particolare dal primate irlandese, cardinale Cahal Daly, è solo un «documento di studio», non una normativa approvata dalla Santa Sede e raccomanda ai vescovi di seguire «meticolosamente» il diritto canonico in base al quale le accuse devono essere valutate all’interno della Chiesa. Vale a dire dal Papa, titolare del potere giudiziario, e dalla Congregazione per la dottrina della fede, la magistratura vaticana. L’intenzione manifestata da Daly di denunciare alle autorità civili tutti i casi di abusi e molestie man mano “raccolti” dai suoi vescovi fu una delle conseguenze del grande scandalo che tra il 1994 e il 1995 aveva portato in tribunale con l’accusa di pedofilia circa 100 persone, tra preti e aderenti a ordini religiosi. Una vicenda che sconvolse l’Irlanda e fece vacillare sia la solida Chiesa locale che il rapporto di questa con il governo di Dublino. L’ondata d’indignazione popolare travolse infatti anche Albert Reynolds. Il premier che aveva contribuito alla storica tregua in Ulster, fu costretto alle dimissioni per aver nominato Harry Whelehan presidente dell’Alta Corte, la massima istanza giudiziaria del Paese, sebbene questi nel 1993 avesse ostacolato l’iter di estradizione in Nord Irlanda di Brendan Smyth, un prete cattolico condannato per pedofilia. Reynolds se ne va a “casa” alla fine del 1994 e la svolta dei processi del 1995 incoraggia le vittime irlandesi a uscire allo scoperto. Nei successivi 15 anni il tentativo delle gerarchie vaticane di mantenere sotto silenzio i crimini che si consumano nelle diocesi d’Irlanda si rivelerà vano. Ecco una breve sintesi dei fatti più significativi.

Nel 1998 due documentari televisivi denunciano la lunga storia delle violenze subite dai bambini nelle industrial school rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani. Sulla spinta emotiva di questi fatti, nel 2000 il governo di Dublino guidato da Bertie Ahern crea la Child abuse commission. La Cac si rivelerà un’arma estremamente efficace contro la pedofilia nel clero e la politica d’insabbiamento sistematico dei crimini avallata dal Vaticano e perseguita dai vescovi irlandesi nel rispetto del diritto canonico. È sotto l’egida di questa commissione che tra gli altri viene pubblicato il Rapporto Ryan, l’inchiesta che più di ogni altra ha contribuito a scoperchiare in tutta Europa il recente dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica. Per capire cosa gli investigatori si trovano ad affrontare, basti ricordare le parole con cui il 26 novembre 2009 giudice Sean Ryan chiude l’indagine e presenta il Rapporto che porta il suo nome: «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda». Del resto ha appena verificato percosse, violenze e umiliazioni su almeno diecimila bambini che si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta in oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Molti dei protagonisti di questa nuova profonda crisi irlandese sono degli insospettabili. Ad esempio, ben sei vescovi nel 2010 presenteranno le dimissioni a Benedetto XVI. Ma il primo a “cadere”, due mesi prima della pubblicazione del Rapporto Ryan, era stato l’ex segretario privato di ben tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) John Magee. Il 7 marzo 2009 dopo essere stato investito dall’inchiesta che ha toccato la sua diocesi di Cloyne, nel sud dell’Irlanda, il vescovo Magee chiede a Benedetto XVI di sospenderlo dall’incarico e di “commissariare” la diocesi. Joseph Ratzinger accetta le dimissioni di Magee il 24 marzo 2010. L’uomo di fiducia di Giovanni Paolo II oggi è vescovo emerito. Il primo maggio prossimo Karol Wojtyla sarà beatificato.

Terra, il primo quotidiano ecologista