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Il cardinale irlandese Séan Brady

Il vicepremier irlandese Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate Séan Brady dopo un documentario della BBC che lo accusa di omertà su diversi casi di pedofilia

Oggi il vicepremier irlandese (e ministro degli Esteri) Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate della Chiesa cattolica d’Irlanda, il cardinale Séan Brady, dopo il documentario “La vergogna della Chiesa Cattolica”, andato in onda martedì sera sulla BBC. Il documentario ha parlato di omertà e coperture su alcuni degli abusi sessuali commessi da religiosi della Chiesa d’Irlanda negli ultimi 50 anni. Il documentario si è concentrato soprattutto sulla figura di Brady, che, secondo l’accusa, avrebbe coperto gli abusi di Brendan Smyth, un prete cattolico irlandese colpevole di numerose violenze sessuali.

Le vicende al centro delle accuse risalgono al 1975. Quell’anno, Brady era un semplice prete e un insegnante nella contea di Cavan, in Irlanda, che venne inviato dal suo vescovo a far parte di un team d’indagine interna alla Chiesa irlandese sul caso di un religioso sospettato di diversi abusi, cioè Smyth. Secondo il documentario, nonostante evidenti prove di colpevolezza emerse durante l’inchiesta interna, la Chiesa cattolica non fece nulla per fermare Smyth che continuò ad abusare di altri bambini per almeno altri 13 anni. Secondo le inchieste della magistratura, Smyth, nato nel 1927, ha abusato di circa 100 bambini in 40 anni tra Irlanda del Nord, Irlanda e Stati Uniti, prima di essere arrestato a Belfast nel 1991. Alla fine, nel 1997, venne condannato a 12 anni di carcere, ma scontò solo un mese di pena, prima di morire.

L’accusa che viene fatta nel documentario è che nel 1975 Brady, essendo nel team di inchiesta della Chiesa, sapeva degli abusi di Smyth, confermati da almeno un paio di testimonianze di bambini violentati che avrebbero poi continuato a subire abusi. Brady sapeva perfino i nomi e gli indirizzi delle vittime, ma non avrebbe detto né fatto nulla negli anni per fermare Smyth. Ieri Brady si è difeso dicendo che il suo ruolo nell’inchiesta era quello di semplice “notaio”, cioè di scrivere testimonianze e altri documenti, ma non aveva alcun ruolo decisionale. Ha detto anzi di sentirsi “tradito” dalle autorità ecclesiastiche superiori che non avrebbero fatto nulla per fermare Smyth. Gilmore, invece, dice che Brady sarebbe stato complice della copertura fornita a Smyth, in quanto avrebbe dovuto parlare, per lo meno negli anni successivi.

Da alcuni mesi, i rapporti tra Irlanda e Chiesa cattolica sono ai minimi storici, dopo le ultime inchieste sui casi di abusi sessuali che hanno notevolmente danneggiato l’immagine della Chiesa. Secondo un religioso molto famoso in Irlanda, Brian D’Arcy, Brady avrebbe offerto le sue dimissioni da primate della Chiesa d’Irlanda già due anni fa, ma il Vaticano le avrebbe respinte. Lo scorso novembre, per protesta, l’Irlanda ha chiuso la sua ambasciata in Vaticano. La decisione era stata presa dopo la pubblicazione del cosiddetto Clyone Report, in cui era emerso che il Vaticano aveva cercato di coprire gli abusi avvenuti nella diocesi di Cloyne, in Irlanda, dal 1996 al 2009.

Fonte: Il Post

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Il governo irlandese ha riconosciuto oggi «la serietà» con cui la Santa Sede ha risposto al Rapporto Cloyne sugli abusi pedofili commessi nella Chiesa irlandese, pur sostenendo che le sue passate posizioni «hanno dato il pretesto ad alcuni per non collaborare» con le autorità del Paese. «Prendo atto della dichiarazione della Santa Sede che è “desolata e piena di vergogna” per le terribili sofferenze inflitte alle vittime degli abusi sessuali in Irlanda», scrive in un comunicato il ministro degli Esteri e vice premier Eamon Gilmore. Il numero due del governo di Dublino riconosce inoltre «la serietà con la quale la Santa Sede» ha preso in esame il rapporto sugli atti di pedofilia commessi tra il 1996 e il 2009 da 19 sacerdoti della diocesi rurale di Cloyne, nel sud-ovest del Paese. Tuttavia, egli giudica certi argomenti «tecnici e legalistici», e ribadisce che la circolare del Vaticano del 1997 «ha dato un pretesto ad alcuni per non collaborare completamente con le autorità civili irlandesi». «In conclusione, la Santa Sede ha proposto di perseguire il dialogo e la cooperazione su queste questioni», nota il vice primo ministro, «e io lavorerò in questa direzione», ha aggiunto in quello che sembra un gesto di pacificazione. Il 20 luglio scorso, in un discorso al Parlamento, il premier Enda Kenny aveva pronunciato parole molto dure all’indirizzo del Vaticano, ritenendo che «lo stupro e la tortura di bambini erano stati sottostimati e gestiti con l’obiettivo di proteggere» la Chiesa. Kenny aveva denunciato «la disfunzione, la sconnessione dalla realtà, l’elitarismo, il narcisismo che dominava la cultura del Vaticano a quel tempo». Pochi giorni dopo il Vaticano aveva richiamato a Roma «per consultazioni» il nunzio apostolico mons. Giuseppe Leanza. (GR)

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A me sembra che il governo irlandese non abbia gradito del tutto lo smarcamento della Chiesa di Roma. Siete d’accordo?

Federico Tulli

L'ex vescovo di Cloyne, John Magee

Il 21 luglio le gravi accuse del governo di Dublino. Ieri la risposta ufficiale dal Vaticano: le gerarchie di Roma non hanno «ostacolato» le indagini sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti nella diocesi di Cloyne

Federico Tulli

Preoccupazione per le gravi mancanze nel governo della diocesi di Cloyne in Irlanda e il trattamento inadeguato delle accuse di abuso sessuale di bambini e minori da parte di sacerdoti a essa appartenenti, ma deciso rifiuto delle accuse del governo irlandese secondo cui la Santa Sede ha tentato di ostacolare un’inchiesta della magistratura civile. Così, in sintesi, la Sede Apostolica del Vaticano ha risposto con una lettera ufficiale alle gravi accuse mosse a luglio scorso dal premier irlandese Enda Kenny in relazione alle conclusioni del Rapporto Cloyne, l’indagine sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti dell’omonima diocesi, garantiti – come ha provato l’inchiesta – dalla copertura del responsabile di allora, il vescovo John Magee.

Il documento è stato consegnato ieri dall’arcivescovo Ettore Balestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, a Helena Kelcher, Incaricato d’Affari dell’Ambasciata d’Irlanda presso la Santa Sede. Oltre alla replica – «non c’è nessuna prova di interferenza negli affari interni dello Stato Irlandese» – esso contiene una dettagliata analisi del Rapporto che il ministro degli Esteri d’Irlanda, Eamon Gilmore ha consegnato, con le considerazioni del Governo irlandese sulla questione, il 14 luglio scorso, all’arcivescovo Giuseppe Leanza, Nunzio apostolico in Irlanda, nel frattempo rimosso dall’incarico e in corso di trasferimento ad altra sede secondo quanto scrive l’Irish Times. Il rapporto ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo i magistrati, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. Le autorità irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”. Ed è proprio su questo punto che verte gran parte della risposta ufficiale annunciata dalla Santa Sede dopo l’attacco a viso aperto contro la gestione vaticana dei numerosi casi di pedofilia clericale sferrato il 21 luglio scorso dal premier Kenny alla Camera dei deputati in Dublino. «La Congregazione per il Clero – ammette la Santa Sede – ha espresso riserve circa l’obbligo di denuncia; non ha però proibito ai vescovi irlandesi di denunciare alle autorità civili le accuse di abuso sessuale sui minori, né ha incoraggiato i vescovi a non osservare la legge». A tale riguardo la nota cita un incontro tra l’allora prefetto della Congregazione, cardinal Dario Castrillo’n Hoyos, e i vescovi d’Irlanda del 12 novembre 1998, in cui il prelato avverte che «la Chiesa, specialmente attraverso i suoi Pastori (i vescovi), non deve in nessun modo porre ostacoli al legittimo cammino della giustizia civile, quando esso è stato avviato da coloro che ne hanno diritto». Fatto sta che dopo il 1998 ben tre inchieste oltre a quella in esame hanno provato la reticenza di diverso vescovi irlandesi nei casi di pedofilia clericale (Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005; Rapporto Ryan, 20 maggio 2009; Rapporto Murphy, 26 novembre 2009), e che già da due anni nella contea di Cloyne avvenivano degli abusi segnalati da vittime e familiari al vescovo della diocesi, Magee, senza che fosse preso alcun provvedimento o quanto meno appurata la veridicità delle accuse. Questo ha fatto sì che le violenze si protraessero indisturbate fino al 2009. Una data che coincide con le dimissioni presentate da Magee a papa Benedetto XVI quando l’indagine che lo avrebbe travolto cominciava a prendere forma.

(Pubblicato sul quotidiano Terra)

Quello dei risarcimenti alle vittime degli abusi sessuali potrebbe rivelarsi un colpo da k.o. per le diocesi irlandesi, tanto che quelle più nell’occhio del ciclone stanno pianificando di mettere in vendita proprietà e immobili per far fronte alle richieste di danni e scongiurare il tracollo finanziario. Uno scenario che rispecchia in parte quello degli anni scorsi in alcune diocesi statunitensi, travolte dai debiti prodotti dallo scandalo pedofilia e costrette persino a dichiarare bancarotta. Nella diocesi di Cloyne – al centro dell’ultimo rapporto governativo su una serie di abusi e coperture dal 1996 al 2009, tale da innescare addirittura una crisi diplomatica tra Irlanda e Vaticano – è stato chiesto ai parroci di redigere liste di beni che possano essere ceduti per raccogliere fondi per gli indennizzi alle vittime. È l’Irish Independent a rivelare oggi l’iniziativa quasi disperata della piccola diocesi, situata nella Contea di Cork (sud-ovest dell’Irlanda), per mettere in salvo le proprie finanze. La diocesi sta anche progettando un tributo volontario delle parrocchie sui ricavi dalle future vendite di proprietà: il che significherebbe che le parrocchie, che di norma controllano autonomamente le proprie finanze, dovranno passare una parte degli introiti (si pensa al 6 per cento) alle casse generali della diocesi. Quest’ultima ha già’ ammesso di disporre di piccole proprietà residenziali disponibili per l’immediata cessione. Ma anche alle 46 parrocchie, anch’esse in possesso di immobili adatti alla bisogna, è stato chiesto di considerarne la vendita nel caso non fossero di stretta necessità. E se la decisione di vendere rimane rigorosamente in capo alle singole parrocchie, il metodo e’ stato individuato come il fattore chiave per rimettere in sesto le finanze diocesane. Peraltro il conto finale per i danni alle circa 40 vittime dei preti pedofili nella diocesi di Cloyne potrebbe essere nell’ordine dei milioni di euro. Dopo la pubblicazione il mese scorso del Cloyne Report, che chiamava pesantemente in causa anche le coperture da parte dell’ex vescovo John Magee – in passato segretario personale di ben tre Papi -, l’attuale amministratore apostolico monsignor Dermot Clifford, arcivescovo di Cashel e Emly, ha spiegato che potrebbero occorrere anni prima che le finanze diocesane si riprendano pienamente dalle conseguenze dello scandalo. E tra gli ostacoli c’è il fatto che a detenere le proprietà sono le parrocchie e quindi la decisione se vendere o no dovrà essere presa a livello locale. Non aiuta, poi, la crisi economica, che in alcune zone della Contea di Cork ha fatto precipitare il prezzo degli immobili anche del 50 per cento. Intanto, è imminente la consegna al governo di Dublino della risposta ufficiale della Santa Sede dopo le accuse al Vaticano successive alla pubblicazione del Cloyne Report. A fine luglio il nunzio apostolico monsignor Giuseppe Leanza (che peraltro ha già come sua nuova destinazione la nunziatura di Praga) eta stato richiamato a Roma «per consultazioni», fatto pressoché senza precedenti nella storia della diplomazia vaticana. La durezza della reazione di Dublino, dove si ipotizza anche una legge che obblighi i sacerdoti a rivelare eventuali casi di abusi appresi in confessionale, è stata giudicata eccessiva in Vaticano. E nei giorni scorsi anche il primate di tutta l’Irlanda, cardinale Sean Brady, ha detto pubblicamente che mettere in dubbio l’inviolabilità del segreto della confessione rappresenta una «sfida alla libertà religiosa» dei cattolici. (GR)

Né negli Stati Uniti né in Italia, come qualcuno aveva supposto. Quando gliel’hanno chiesto, ha risposto: «No, non ero lì». John Magee era ed è in Irlanda, a Mitchelstown, nella contea di Cork. Vive in una casa messa a disposizione della parrocchia, come ha confermato lui stesso a un giornale irlandese. Magee è l’ex vescovo della diocesi di Cloyne, contea di Cork, al centro del rapporto uscito a metà luglio che riferisce su numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti nel periodo dal 1996 al 2009, che lo stesso Magee avrebbe coperto. Un rapporto che ha provocato una bufera in Irlanda, polemiche al di fuori dei suoi confini e ha indotto il Vaticano a ritirare per consultazioni il nunzio nel Paese. Magee, che tra l’altro fu consigliere di tre papi, dopo i sospetti circolati su di lui, nel marzo 2009 chiese di essere sospeso a Benedetto XVI che accetto le sue dimissioni nel marzo 2010. Oggi l’edizione domenicale dell’Irish Independent annuncia: «Ecco il vescovo Magee», pubblicando una foto in cui l’ex vescovo di Cloyne appare con indosso un maglione con i tipici disegni irlandesi. L’Independent afferma di averlo «scovato» giovedì scorso. Lui ha accettato di farsi fotografare, ma non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ha fatto sapere, però, tramite il fratello, che era con lui, di avere in preparazione un comunicato. Successivamente ha fatto avere al giornale una propria dichiarazione di cui il quotidiano riporta il testo. In esso Magee, richiama il comunicato già diffuso il giorno che il Rapporto Cloyne venne pubblicato riconoscendo «pienamente la responsabilità per l’incapacità della diocesi a gestire efficacemente le accuse sugli abusi sui minori. In quella dichiarazione – aggiunge – chiesi scusa alle vittime di tali abusi e anche oggi mi scuso senza riserve. Ho pubblicamente chiesto scusa alle vittime nella cattedrale di Cobh Cattedrale la vigilia di Natale del 2008. Desidero precisare che ho risposto a tutte le domande della Commissione d’inchiesta e le mie risposte sono sul registro pubblico, come parte del rapporto stesso. Non ho nulla da aggiungere alle risposte date in quell’occasione. Ho offerto le mie dimissioni a Sua Santità Papa Benedetto XVI e il 9 marzo 2010 sono state accettate. Sono un ex vescovo che vive in una casa gentilmente messa a disposizione per il mio uso nella parrocchia di Mitchelstown». (BOS)

Padre Federico Lombardi, capo della Sala stampa vaticana

L’ultimo rapporto sulla pedofilia irlandese sta mettendo in seria difficoltà il Vaticano, che deve risponderne allo stesso governo

Federico Tulli    [Cronache Laiche, 13 ago 2011]

Da enclave del cattolicesimo romano nel meltin’ pot culturale britannico a pericolosa bomba a orologeria. L’Irlanda, profondamente segnata dalla dolorosa storia di pedofilia nel clero, sta creando non pochi grattacapi ai piani alti di Città del Vaticano. È qui che da una decina di giorni si lavora alacremente per formulare una convincente risposta ufficiale della Santa Sede alle pesanti accuse di scarsa collaborazione con la polizia lanciate dal premier irlandese, Enda Kenny. Risposta che il governo di Dublino si aspetta entro la fine di agosto ma che potrebbe arrivare anche a ridosso di Ferragosto perché il Vaticano ha tutto l’interesse a tentare di ricucire al più presto lo strappo diplomatico con il fido alleato in terra anglicana.

Pietra dello scandalo, come si ricorderà, è il Rapporto d’indagine sulla diocesi di Cloyne pubblicato il 13 luglio scorso, che ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo il rapporto, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. I magistrati irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”.

Questa la storia, ora brevemente la cronaca delle scorse settimane. Di fronte a prove inoppugnabili il primo ministro non ha usato mezzi termini: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, democratico e Repubblica non più di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Sebbene si trattasse del quarto Rapporto irlandese in sei anni che giungeva alle stesse conclusioni sia riguardo la reiterazione dei crimini sia riguardo la reticenza dei vescovi locali e delle gerarchie di Roma di fronte alle inchieste governative, la sdegnata reazione di Kenny (appoggiato senza tentennamenti dal Parlamento) ha colto di sorpresa la Santa Sede.

All’accusa di colpevole inerzia segue infatti una piccata replica ufficiale per bocca di padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «La Santa Sede risponderà opportunamente alla domanda posta dal Governo irlandese a proposito del Rapporto sulla diocesi di Cloyne». Siamo al 22 luglio, e Lombardi “invita” Dublino «a dibattere la vicenda con la massima obiettività». Tre giorni dopo con una mossa che ha pochissimi precedenti nella storia, il 25 luglio la Segreteria di Stato vaticana richiama a Roma il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, ufficialmente per consultazioni in merito al Rapporto Cloyne. In qualità di ambasciatore può contribuire alla redazione della risposta richiesta da Dublino. Risposta che però molto probabilmente non sarà lui a recapitare. Il 28 luglio l’Irish Times scrive che Leanza sarà trasferito a breve presso l’ambasciata vaticana in Repubblica Ceca. Secondo il quotidiano irlandese lo stesso nunzio è stato duramente criticato da Dublino perché avrebbe ostacolato le indagini della commissione incaricata di preparare il Rapporto Cloyne, richiedendo che ogni comunicazione passasse attraverso i canali diplomatici ufficiali.

Giova ricordare che identiche accuse colpirono anche il predecessore di Leanza, Giuseppe Lazzarotto. Nel febbraio 2007, mentre indagava su presunti abusi compiuti nell’isola da parte di sacerdoti cattolici la magistrata Ivonne Murphy (da qui il Rapporto Murphy del 26 novembre 2009) richiese una serie di informazioni all’allora ambasciatore vaticano a Dublino. Richieste, scrive l’Irish Times, sistematicamente ignorate. Da Lazzarotto Murphy voleva tutti i documenti rilevanti in suo possesso, ma non ottenne risposta. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al Rapporto, estratti del quale furono inviati al Nunzio prima della pubblicazione, visto che menzionavano il suo ufficio. Il 22 dicembre 2007, nel pieno dell’inchiesta, Lazzarotto viene improvvisamente nominato Nunzio apostolico in Australia. Al suo posto subentra monsignor Giuseppe Leanza. Il quale ora lascerà, se l’indiscrezione dell’Irish Times è confermata. Ovviamente la scelta che farà la Segreteria di Stato è cruciale. Per recuperare la credibilità perduta agli occhi degli irlandesi e non solo, il Vaticano non può limitarsi a spostare pedine e a promettere tolleranza zero. Questo direbbe il buon senso. La lunga storia dei crimini pedofili nell’ambito del clero cattolico dice però che alla fine la “ragion di Stato” prevale sempre sul senso di giustizia (terrena…). Pertanto non è azzardato ipotizzare che anche questa volta la toppa della Santa Sede sarà peggiore del buco, ma solo per chi guarda la vicenda dall’ottica delle vittime e dei loro familiari.

Il premier irlandese Kenny ha lanciato in Parlamento un attacco senza precedenti al Vaticano accusando la Santa Sede di aver minimizzato stupri e torture di bambini irlandesi da parte di preti molestatori. Kenny ha detto che il rapporto sulla diocesi di Cloyne, pubblicato la scorsa settimana, ha messo in luce il tentativo del Vaticano di frustrare l’inchiesta sulle molestie sessuali.

Una nuova inchiesta governativa sulla pedofilia nel clero cattolico irlandese. La quarta in sei anni. Obiettivo della magistratura far luce sull’insabbiamento delle notizie di reato nella diocesi di Cloyne, retta dal vescovo John Magee già segretario di tre Papi.

Federico Tulli [Cronache laiche]

Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005. Rapporto Ryan, 20 maggio 2009. Rapporto Murphy, 26 novembre 2009. Rapporto Cloyne, 13 luglio 2011. Le questioni irlandesi sono un passaggio chiave per il pontificato di Joseph Ratzinger. È con i vescovi d’Irlanda che il 28 ottobre 2006 affronta per la prima volta in un discorso ufficiale lo scandalo dei preti pedofili. Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono «enormi crimini», di fronte ai quali diventa «urgente» ricostruire la fiducia e la sicurezza perdute, dice il Papa ai membri della Conferenza episcopale d’Irlanda, ricevuti in udienza per la loro visita ad limina presso il Vaticano. È davanti a loro che per la prima volta afferma: «Occorre stabilire sempre la verità, e prevenire l’eventualità che i fatti si ripetano e soprattutto portare sostegno alle vittime». Solo in questo modo, secondo Ratzinger, «la Chiesa in Irlanda potrà crescere più forte ed essere ancora più capace di dare testimonianza della forza redentrice della croce di Cristo».

Il 5 giugno 2009, pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto Ryan, Benedetto XVI pronuncerà parole identiche agli stessi vescovi della Conferenza episcopale irlandese. Dopo il Rapporto Murphy, il papa cambia strategia. Intuisce che, come era accaduto dieci anni prima negli Stati Uniti, anche in Irlanda non è più possibile trattare la pedofilia nel clero cattolico come un affare interno e decide di rivolgersi direttamente ai fedeli irlandesi con una lettera pastorale. Annunciata a dicembre 2009, verrà resa pubblica il 19 marzo 2010. In un mirabile passaggio il pontefice si autocita riproponendo quanto disse nel 2006 ai porporati giunti da Dublino.

Il Rapporto Cloyne è ancora caldo e Ratzinger, a oggi, non si è pronunciato ma forse sappiamo già cosa dirà. O forse no. L’ennesimo scandalo irlandese potrebbe spingerlo a rinnovare il proprio messaggio di ammonimento per tentare di renderlo più efficace. Dopotutto tra quei vescovi più volte sollecitati ad assumere un comportamento responsabile nei confronti dei crimini seriali che stanno minando le fondamenta della Chiesa di uno dei Paesi più devoti alla causa cattolica e apostolica romana, c’era anche John Magee, il protagonista in negativo del Rapporto Cloyne essendo stato per 33 anni a capo della diocesi che porta il nome di questa ultima inchiesta governativa. La riassumo brevemente. Si tratta di un documento di 400 pagine elaborato dalla Commissione di indagine sulla diocesi di Cloyne, incaricata di verificare come furono trattate oltre 40 segnalazioni di abusi su minori compiuti da sacerdoti tra il 1996 e il 2009. Gli autori del report chiamano in causa Magee ritenendolo responsabile di non aver mai riferito nulla alle autorità pubbliche.

Una storia di reticenza e omertà ecclesiale già sentita, identica a migliaia di altre venute alla luce in altre parti del mondo e pure nella stessa Irlanda, come documentato dagli altri Rapporti governativi prima citati. Magee, oggi 75enne e in passato segretario personale di tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I, e Giovanni Paolo II), non è più vescovo di Cloyne dal 2010. Consapevole della imminente pubblicazione del Rapporto Ryan che per primo si è occupato della sua diocesi, il 7 marzo 2009, dietro insistenti richieste di sue dimissioni, chiese al Papa di essere sospeso dall’incarico ed essere sostituito alla guida della diocesi da un amministratore apostolico. Benedetto XVI accettò la sua istanza il 24 marzo 2010. Oggi John Magee è vescovo emerito.

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Rapporto Ferns. La Commissione di inchiesta porta alla luce oltre cento casi di abusi “sessuali” su minori compiuti da 21 sacerdoti della omonima diocesi nel sud dell’isola, tra il 1962 e il 2002.

Rapporto Ryan. «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiude l’inchiesta che prende il suo nome. Dall’indagine durata nove anni emerge che percosse, violenze e umiliazioni si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta. Raccogliendo le testimonianze di circa 2.500 vittime la Child Abuse Commission ha coinvolto oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Nel periodo analizzato circa 35.000 minori sono stati ospitati in queste istituzioni, secondo gli investigatori almeno un terzo di loro potrebbe aver subito abusi.

Rapporto Murphy. Per quasi 30 anni dal 1975 al 2004 la Chiesa cattolica locale e la polizia irlandese hanno coperto gli abusi sessuali perpetrati su diversi minori da 46 sacerdoti cattolici a Dublino. Uno di loro confessa oltre 100 stupri. La denuncia del giudice Yvonne Murphy riguarda anche i nomi di alti dirigenti della polizia e di quattro ex arcivescovi di Dublino: John Charles McQuaid, Dermot Ryan, Kevin McNamara e Desmond Connell. Tutti sono accusati di aver coperto i sacerdoti pedofili.