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popeIl Corriere della sera di giovedì 9 febbraio anticipa ampi stralci del colloquio di papa Francesco con i superiori degli ordini religiosi, pubblicato nel numero 4000 de La Civiltà cattolica e trascritto dal direttore, padre Spadaro. Al centro dell’intervento il tema degli abusi sui minori che il pontefice con la consueta ambiguità della lingua ufficiale della Chiesa cattolica definisce «corruzione». C’è il corrotto e il corruttore. Considerando che secondo papa Bergoglio il diavolo esiste ed è persona, dicendo che la corruzione è all’interno della Chiesa, non vorrà per caso il pontefice insinuare che i corruttori sono quei bambini che – venendo dall’esterno – inducono in tentazione i preti? Questa ideologia perversa e violentissima è ancora saldamente radicata nella mentalità delle gerarchie ecclesiastiche. (ft)

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bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna a 6 anni e mezzo per violenza sessuale su minori a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa Santa Lucia di Palermo, accusato di avere abusato di due ragazzini che frequentavano la sua parrocchia nel pomeriggio. Una delle contestazioni, quella più grave, è prescritta mentre è da rideterminare la condanna a sei mesi inflitta, in continuazione, per l’accusa di minore gravità. Si profila dunque un nuovo processo a carico del prete per la seconda pena. Nell’ottobre 2011 la Corte d’appello di Palermo aveva confermato la condanna a sei anni e mezzo mesi inflitta al parroco in primo grado. (Adnkronos)

Entra in vigore la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori. Aumenteranno i termini di prescrizione e migliorano i mezzi di prevenzione

La legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale entrerà in vigore domani, 23 ottobre. Siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano allora presieduto da Prodi, la Convenzione ha dovuto attendere cinque anni e sei passaggi parlamentari prima di essere tramutata in legge dello Stato il primo ottobre scorso. La norma, almeno sulla carta, intende fornire gli strumenti giuridici per potenziare la prevenzione senza rinunciare all’inasprimento delle pene come metodo di dissuasione. La novità principale della legge 172/12 riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione del reato, oggi fissata in dieci anni dal verificarsi dell’abuso. In base all’articolo 33 devono essere avviati «i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere affinche’ i termini di prescrizione … siano proporzionati alla gravità del reato in questione». Va poi sottolineata l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (articolo 414 bis del codice penale) e l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies del codice penale). Il primo prevede la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la corruzione di minori o la violenza sui bambini. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo definisce l’adescamento di minore come «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», prevedendo la reclusione da uno a tre anni. La ratifica della convenzione comporta anche l’inasprimento delle pene per molti altri reati legati ai fenomeni dell’abuso sessuale. In base alla legge di ratifica l’Italia designa come autorità nazionale responsabile al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali il ministero dell’Interno. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa ma fino a oggi solo in dieci hanno proceduto alla conversione in legge (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna).

Federico Tulli su Cronache Laiche

di Marco Politi, Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2012

Come uno spettro gli scandali di pedofilia perseguitano il Vaticano. In Israele è scoppiata una polemica violenta sulla nomina del nuovo ambasciatore vaticano, mons. Giuseppe Lazzarotto, già nunzio in Irlanda dal 2001 alla fine del 2007. È accusato di aver coperto, nel suo ruolo diplomatico, gli abusi avvenuti nella diocesi di Dublino.

Yedioth Ahronoth, il giornale israeliano a più larga diffusione, descrive l’arrivo di Lazzarotto come fonte di “imbarazzo e di umiliazione”. E invita il governo a “chiedere chiarimenti”. Yedioth Ahronot (e sulla sua scia altri media) va giù durissimo: “La nomina è uno schiaffo in faccia a Israele”. La storia, più che Lazzarotto personalmente, colpisce il Vaticano e i suoi decennali silenzi sugli abusi sessuali del clero. Lazzarotto come vescovo non è stato coinvolto in nessun caso di pedofilia. Come diplomatico, ubbidiente alle direttive della Santa Sede, ha però negato alla commissione d’inchiesta sui crimini pedofili nella diocesi di Dublino l’accesso alla documentazione in suo possesso.

I fatti  risalgono al 2007. La giudice Yvonne Murphy sta indagando sugli abusi sessuali del clero avvenuti tra il 1975 e il 2004. (Se ne documenteranno, riduttivamente, 326 con il coinvolgimento di 46 sacerdoti). La giudice Murphy chiede informazioni alla Congregazione per la Dottrina della fede. Il Vaticano svicola e replica che la richiesta non è avvenuta tramite i canali diplomatici. Nel febbraio 2007 la Murphy si rivolge al nunzio Lazzarotti chiedendogli di trasmettere il materiale in suo possesso riguardante la diocesi di Dublino e gli abusi. O almeno di confermare di non avere alcun tipo di documentazione del genere. Il nunzio, evidentemente istruito da Roma, non rispose mai.

Il rapporto Murphy denuncerà una costante delle autorità ecclesiastiche: “Mantenere il segreto, evitare scandali, proteggere la reputazione della Chiesa e tutelare i suoi beni”. Seguirà il rapporto Ryan: 800 colpevoli di abusi in 200 istituti religosi, nell’arco di 35 anni. Ogni volta che in qualsiasi paese è stata messa in piedi una commissione di inchiesta indipendente sugli stupri clericali è emersa una “mappa dell’inferno”. È proprio per questo motivo che l’episcopato italiano è terrorizzato dall’idea di istituire una commissione d’indagine come, ad esempio, hanno fatto i vescovi in Germania, Austria e Belgio.

Le polemiche su Lazzarotto sono il segnale di una ferita che non si è chiusa, il sintomo di un virus che non è stato debellato. Fino a quando – ci si può chiedere – lo spettro degli abusi inseguirà il Vaticano e si tornerà a parlare dei crimini commessi e nascosti? La risposta è semplice. Fino a quando il Vaticano non imboccherà la linea della piena trasparenza. Papa Ratzinger – ribattono in Curia – ha segnato una svolta con la sua Lettera agli Irlandesi del 2010, in cui denuncia i vescovi per non avere ascoltato le grida delle vittime e invita i preti a presentarsi in tribunale. Il Papa ha emanato regole più severe per combattere il fenomeno, ha incontrato gruppi di vittime in varie parti del mondo, ha obbligato gli episcopati a elaborare linee d’azione.

Tutto vero. Ma non si può rimanere a metà. Serve trasparenza totale per il futuro e per il passato. Nelle settimane scorse, un giudice americano di Portland, nell’Oregon, ha dichiarato improcedibile il tentativo di portare sul banco degli accusati il romano pontefice in una causa di risarcimento per crimini di pedofilia. Jeff Anderson, l’avvocato milionario dei risarcimenti, aveva tentato il colpo grosso denunciando il Papa come “datore di lavoro” di un prete criminale Andrew Ronan. La Corte federale ha respinto il concetto che il pontefice sia assimilabile al capo di una multinazionale. Giubilo negli ambienti ecclesiastici come fosse stata un’assoluzione da qualsiasi responsabilità! Non è così. La Santa Sede è stata parte attiva del sistema di occultamento e minimizzazione di innumerevoli crimini.

Ancora oggi il Papa non ha emanato un decreto sull’obbligo di denuncia dei preti criminali da parte dei vescovi, non è stato avviato un lavoro di monitoraggio e di inchiesta a livello mondiale, non sono stati aperti gli archivi vaticani che albergano la documentazione di responsabilità e insabbiamenti del passato.

C’è un documento impressionante nelle carte segrete di Vatileaks, pubblicate da Nuzzi. Un appunto del segretario papale don Gaenswein su un incontro avvenuto il 19 ottobre 2011 con il sacerdote Rafael Moreno, ex segretario privato di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo e pluristupratore. Don Moreno – scrive Gaensewin – è stato per 18 anni segretario di Maciel. Da lui abusato. È venuto per dire che nel 2003 ha voluto informare Giovanni Paolo II. Non è stato ascoltato né creduto. Voleva parlare al cardinale segretario di Stato Sodano, ma non gli è stata concessa udienza. Dunque nel 2003 i vertici vaticani chiudevano gli occhi sui crimini di Maciel (e lo avevano fatto anche prima). C’è tantissimo da portare alla luce. Prima lo farà, meglio si sentirà il Vaticano. Come dopo una buona confessione.

Abusata dall’età di otto anni e per tutta l’adolescenza dal nonno (Parma). Uccide il padre, pregiudicato per violenza su una tredicenne, perché lo sospetta di aver stuprato anche sua figlia (Taranto). Arrestato con l’accusa di aver violentato due nipotini, di cui uno invalido (Bergamo). L’attenzione dell’opinione pubblica è oramai da tempo puntata, giustamente, sulla impressionante serie di crimini pedofili compiuti da persone appartenenti al clero cattolico. Giova ricordare però che i responsabili della stragrande maggioranza degli abusi sono persone appartenenti alla cerchia familiare della giovane vittima. I tre casi appena citati a esempio, sono la punta di un iceberg dalle dimensioni impressionanti. La “Famiglia” tradizionale, invocata in questi giorni quale esempio di baluardo della società proprio dalle stesse istituzioni che per decenni hanno insabbiato e coperto gli scandali “clericali” in mezzo mondo, presenta un lato nascosto e dolorosissimo mai indagato a sufficienza. Specie nel nostro Paese.

[prosegue a breve su Cronache Laiche e su BabylonPost – FT]

Lasciate che i pargoli vengano a me, ma non quelli abusati dai miei pastori. Questo il messaggio tra le righe (ma mica poi tanto) del papa nella sua visita pastorale in Messico dei giorni scorsi. All’esortazione alla salvaguardia dell’infanzia («Desidero levare la mia voce invitando tutti a proteggere e accudire i bambini, perché mai si spenga il loro sorriso, possano vivere in pace e guardare al futuro con fiducia»), non è seguita quella che sarebbe dovuta essere solo la naturale conseguenza: l’incontro con le vittime degli abusi di padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo. Eppure, il papa ha detto di parlare a «tutti i bambini del Messico, particolarmente quelli che sopportano il peso della sofferenza, l’abbandono, la violenza o la fame». Tutti tranne quelli, ormai adulti, che la violenza l’hanno subita dalla stessa Chiesa per mano di uno dei più abietti personaggi che abbiano vestito l’abito talare.

Ma d’altronde la storia del fondatore dei Legionari di Cristo è davvero imbarazzante per la Chiesa di Roma, che nonostante continui a dichiarare la totale inconsapevolezza dei due ultimi papi, Wojtyla e Ratzinger, sulla vera “natura” di Degollado, si sottrae al colloquio con gli ex seminaristi abusati perché, secondo il direttore della sala stampa vaticana padre Lombardi, l’incontro sarebbe stato chiesto con «arroganza» dalle stesse vittime invece che, come da prassi, dai vescovi.
Cioè se è la Chiesa locale che chiede al papa di parlare con le vittime dei suoi pastori pedofili – ossia se queste sono sufficientemente mansuete e rassegnate – bene, altrimenti è meglio evitare per non sporcarsi le mani in situazioni a rischio e potenzialmente lesive dell’immagine della Chiesa stessa. Chiaro, no? Alla faccia della ricerca di «verità e trasparenza» che lo stesso Lombardi attribuisce su questo tema ai due papi. Il cui ruolo, su questa oscena storia di abusi e insabbiamenti che si snoda dal 1948 al 2006, anno della “punizione” di Degollado, è ben descritto nel libro I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II (Jason Berry e Gerald Renner, Fazi editore)

Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza.

La punizione di cui si parla è la sospensione a divinis, la rinuncia a ogni pubblico ministero e una vita di ritiro e preghiera per comportamenti «immorali» che hanno «causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione». Non ai seminaristi da lui violentati per anni, quelli a cui ora si nega anche il solo confronto.

Cecilia Maria Calamani (Cronache laiche)
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Il presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco

L’idea che ci sia dell’erotismo, quindi desiderio, dietro la più devastante delle violenze esercitata su un essere umano indifeso, dimostra quanto sia incomprensibile, per certa cultura, la realtà del bambino (dunque della specie umana tutta)

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Lo scenario, desolante, è da film poliziesco anni 70. “Le autorità brancolano nel buio”, citerebbe polemico a nove colonne il titolo del solito giornale che campa di retorica e frasi fatte. Ma Cronache laiche non rientra nella schiera di testate che si esprimono a suon di luoghi comuni, né è qui per recensire un b-movie né tanto meno vuole parlare, almeno in questa sede, del clima che si respirava in Italia ai tempi dell’austerity. Le autorità che brancolano nel buio, infatti, non indossano divise né impugnano pistole. Non portano basettoni, la loro barba è ben rasata e nemmeno sfoggiano un colorito linguaggio infarcito di parolacce e imprecazioni. No. Monsignor Charles Scicluna e il cardinale Angelo Bagnasco proprio non ce li vediamo in questi panni. Però nel buio brancolano lo stesso. Specie quando devono affrontare affrontare l’affaire “pedofilia nel clero”. Quelle commesse dai preti pedofili sono «spesso forme di abuso di potere a sfondo erotico» ha affermato Scicluna che di mestiere fa il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede (già tribunale dell’Inquisizione). In qualità di braccio della legge del Papa, è sul suo tavolo in Vaticano che passano tutte le segnalazioni di abusi o presunti tali compiuti da sacerdoti, che i vescovi raccolgono nelle loro diocesi. È lui che valuta i dossier, conduce l’indagine ed eventualmente rinvia a giudizio il presunto reo presso il prefetto della Congregazione, cardinale William Levada (il successore di Joseph Ratzinger).

L’idea che ci sia dell’erotismo, quindi desiderio, dietro la più devastante delle violenze esercitata su un essere umano indifeso, dimostra quanto sia incomprensibile, per questa cultura, la realtà del bambino (dunque della specie umana tutta). E spiega perché da duemila anni la pulsione psicotica del pedofilo, l’omicidio psichico che esso compie nei confronti del bambino, sia considerata dal legislatore che redige le norme del diritto canonico e dal magistrato che deve giudicare, un peccato “sessuale” da mondare come tanti altri con la confessione e qualche ave Maria in ritiro spirituale. Quando invece è un delitto tra i più efferati. Perché? Perché è determinato da una pulsione omicida che vuole distruggere qualsiasi possibilità di sviluppo della sessualità altrui. Le vittime scelte lucidamente dai pedofili sono infatti nell’età in cui ancora non c’è la sessualità piena e formata. Questa si definisce con l’adolescenza. Inoltre, solo laddove c’è la sessualità ci può essere scambio di desiderio reciproco. E se c’è desiderio non è violenza. Pertanto ogni atto “a sfondo erotico” compiuto nei confronti di una persona in età pre-adolescenziale, è solo ed estremamente violento e distruttivo: impedisce la realizzazione di una caratteristica specifica umana.

Tutto ciò evidentemente sfugge anche al cardinale Angelo Bagnasco. Incontri di formazione e corsi di esercizi spirituali per i sacerdoti. È questa la ricetta prescritta dal presidente della Conferenza episcopale italiana per evitare che si verifichino altri scandali nella Chiesa genovese dopo la vicenda di don Seppia (per inciso, in qualità di arcivescovo di Genova dovrebbe spiegare lui per primo cosa ha fatto per impedire al sacerdote di agire indisturbato). Bagnasco l’ha comunicata ai suoi più stretti collaboratori in occasione della recente riunione del Consiglio presbiterale e dei Vicari forane, secondo quanto riferisce il settimanale cattolico Il Cittadino che ha pubblicato un estratto dell’incontro. «Non si può aspettare che passi la tempesta» ha detto il porporato. Da qui il suo richiamo alla fedeltà alla vocazione sacerdotale e a una maggior cura e impegno nella formazione, sia quella in preparazione al sacerdozio, sia quella permanente. «Gruppi più ristretti per affrontare tematiche specifiche in cui affrontare temi etici e morali». Lode all’impegno. Ma non è chiaro chi spiegherà agli uomini di Chiesa cosa sia la sessualità umana. E come essa vada difesa dalla pulsione omicida del pedofilo, non demonizzata.

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L’evento

Si svolge venerdì primo luglio a Verona la II Giornata della Memoria organizzata dalle vittime italiane dei reati di pedofilia commessi da religiosi. Gli ex allievi dell’istituto Antonio Provolo di Verona – con il supporto di Associazione Sordi A.Provolo, Associazione Sordi Basso Veronese, Associazione Non Udenti Provolo, Associazione La Colpa e Survivor’s Voice Europe – organizzano una manifestazione davanti all’Istituto Provolo(ore 17) e una conferenza stampa (ore 18,30):

– Per ricordare le vittime degli abusi sessuali dei sacerdoti dell’Istituto Provolo.

– Per sollecitare il Vaticano a esprimersi dopo che la commissione curiale ha avuto modo di sentire il racconto delle vittime. Tenuto anche conto che il presidente della commissione, Mario Sannite, ha dichiarato in una intervista televisiva del 24 maggio 2011 a Matrix (Canale 5), che «almeno tre, tra sacerdoti e religiosi, hanno ammesso gli abusi».

Info: http://www.lacolpa.it

Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottirna della fede

Annunciata per il 16 maggio la Lettera della Congregazione per la dottrina della fede alle Conferenze episcopali. Contiene le indicazioni da seguire nei casi di abusi commessi da chierici 

Federico Tulli

Con estrema flemma il Vaticano aggiunge un altro mattoncino al corpus degli strumenti di prevenzione contro la pedofilia nel clero cattolico. Dopo la “tolleranza zero” invocata da Benedetto XVI (aprile 2010), e l’approvazione delle Nuove norme che regolano le indagini e il processo canonico (luglio 2010), è stata fissata per il 16 maggio prossimo la pubblicazione delle indicazioni che le Conferenze episcopali di tutto il mondo dovranno seguire per frenare la diffusione della pedofilia nella Chiesa. Obiettivo della lettera che sarà firmata dalla Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio) è uniformare le modalità di approccio a questo delitto da parte delle diverse diocesi, adeguandole alla linea rigorosa indicata dal pontefice in diverse occasioni. Non è però ancora chiaro se il documento costituirà l’occasione per sollecitare in maniera esplicita i vescovi a collaborare con le autorità civili e a denunciare non solo alla Congregazione eventuali abusi compiuti da loro dipendenti. «Le Nuove linee guida del Vaticano non sortiranno alcun effetto» commenta a Terra, la direttrice (area Ovest) dell’associazione statunitense di vittime Snap (Survivors network of those bused by priests conta oltre 10mila iscritti), Joelle Casteix. La quale aggiunge: «Sono parole scritte su carta e le parole non proteggono i bambini. Per proteggere i bambini servono fatti concreti. Ma questo è proprio ciò che il Vaticano rifiuta di intraprendere contro i preti predatori o i vescovi loro complici». A novembre 2010 durante una riunione di cardinali collegata al concistoro, il prefetto dell’ex Sant’uffizio, il cardinale William Levada, nell’annunciare la lettera che uscirà lunedì, fece riferimento alla «collaborazione con le autorità civili e alla necessità di un efficace impegno di protezione dei bambini e dei giovani e di un’attenta selezione e formazione dei futuri sacerdoti e religiosi». Durante lo stesso incontro si stabilì «di incoraggiare le Conferenze episcopali a sviluppare piani efficaci, tempestivi, articolati, completi e decisi di protezione dei minori, che tengano conto dei molteplici aspetti del problema e delle necessarie linee di intervento, sia per il ristabilimento della giustizia, sia per l’assistenza delle vittime, sia per la prevenzione e la formazione, anche nei Paesi dove il problema non si è manifestato in modo drammatico». Una delle prime Conferenze episcopali a ispirarsi a questi suggerimenti è stata quella cilena. Travolta dal “caso Karadima”, il 27 aprile scorso ha emanato un Protocollo che consente alle gerarchie ecclesiastiche locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Ferdinando Karadima è un sacerdote ottantunenne molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile. Colpevole di abusi su diversi adolescenti è stato condannato a «vivere in ritiro» spirituale dalla Congregazione. I fatti risalgono agli anni Ottanta, ma solo pochi giorni fa la giustizia civile ha potuto iniziare a indagare, annunciando l’invio di una rogatoria in Vaticano.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Un altro prete pedofilo (reo confesso). Un altro abomivenole silenzio vaticano, con la Santa Sede impegnata a raccogliere «gli elementi necessari, in vista di una valutazione approfondita»

Federico Tulli

Monsignor Roger Vangheluwe, l’ex vescovo di Bruges reo confesso nel 2010 di aver abusato per anni di suo nipote nemmeno adolescente durante gli anni ’70, e la scorsa settimana di aver compiuto lo stesso crimine nei confronti di un altro nipote, è andato via dal convento francese in cui la scorsa settimana era stato mandato a meditare dalla Santa Sede. Secondo quanto scrivono alcuni giornali è stato portato in un luogo segreto per evitare che rilasci nuove interviste. Il Vaticano, si legge in una nota, «cosciente della gravità delle rivelazioni di Vangheluwe sui suoi atti di pedofilia, non ha ancora preso una decisione ufficiale sulle sorti dell’ex vescovo». In un comunicato del 15 aprile il portavoce, padre Federico Lombardi, afferma inoltre che la Santa Sede «segue attentamente la situazione, essendo cosciente della sua gravità, e raccoglie gli elementi necessari, in vista di una valutazione approfondita».

Nell’attesa, ci permettiamo di suggerirne qualcuno.

Ad esempio, si potrebbe partire dalla scoperta avvenuta nell’estate del 2010 da parte della magistratura belga di 474 dossier su altrettante violenze, chiusi a chiave per 10 anni nelle stanze della commissione “indipendente” Adriaenssens (dal nome del presidente), che dai primi anni Duemila agiva in stretta collaborazione con i vescovi locali. È nell’ambito di questa stessa indagine che Roger Vangheluwe si è dovuto dimettere, accusato di aver violentato il nipote dodicenne. Si tratta dello stesso Roger Vangheluwe che era stato direttore del seminario di Bruges e che nel 1997 aveva fatto redigere il Catechismo ufficiale belga, per la minoranza fiamminga, acquisito poi come libro di testo per le lezioni di religione nelle scuole medie cattoliche. Ebbene, tra le altre cose, in questo Catechismo compare un fumetto con una bimba nuda messa a quattro zampe che dice: «Penso che sia bello accarezzare la mia fenditura. Gioco volentieri nelle mie mutandine assieme ad altri amici. Voglio restare in camera quando papà e mamma fanno sesso. Credo che la pipì sia benedetta».

Per 13 anni i genitori di quei bambini si sono rivolti all’allora primate di Bruxelles, Godfried Danneels, perché il libro venisse tolto dalla circolazione. Senza mai ottenere risposta. Stesso esito quando, dopo le dimissioni di Vangheluwe, hanno chiesto l’intervento del vescovo emerito di Anversa Paul Van den Berghe. Il responsabile per l’educazione, dapprima ha promesso di interessarsi al caso, ma poi ha lasciato cadere la cosa. Infine l’estremo tentativo di contattare il Nunzio a Bruxelles. Ma anche con lui non hanno avuto fortuna.

Che dire? Speriamo che gli emissari partiti dal Vaticano per raccogliere «gli elementi necessari» su Vangheluwe scelgano interlocutori diversi.

Cronache laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione