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Colpita dagli scandali degli abusi dei sacerdoti ed ecclesiastici sui bambini, la Chiesa, di fronte alle rivelazioni su questi crimini, si trova nella necessità di «capire cosa non ha funzionato nei tragici casi in cui non si è gestita la situazione e in cui la risposta agli abusi è stata inadeguata a causa di malintese preoccupazioni per il buon nome delle istituzioni che rappresentiamo». Lo ha detto il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna, intervenendo al Senato ad un Forum sul tema della protezione dell’infanzia, organizzato da Telefono Azzurro. A giudizio di Scicluna, il cui ruolo in Congregazione rispetto agli abusi è assimilabile a quello di un pm, serve oggi «un’onesta analisi» e la Chiesa ha «il dovere di intraprenderla». Benedetto XVI, ha ricordato mons. Scicluna, ha tra l’altro emanato norme canoniche che hanno spostato la prescrizione dei reati da a 10 a 20 anni e equiparato ai minori le persone che hanno deficit mentali. La denuncia degli abusi, ha ancora spiegato l’ecclesiastico, è talvolta «resa difficile da considerazioni sbagliate e fuori luogo di lealtà e appartenenza», diritto e dovere di denuncia spetta ai genitori o ai tutori che non devono cedere al timore di denunciare un ecclesiastico colpevole: il “potere sacro” «può generare la paura sbagliata di rivelare i crimini commessi da leader religiosi. In questo contesto – ha commentato Scicluna – la promozione della responsabilità delle comunità implica la possibilità di denunciare gli abusi del potere sacro per quello che è: un tradimento della fiducia».(CHR)

Il cardinale Angelo Bagnasco

Incontri di formazione e corsi di esercizi spirituali per i sacerdoti. Dopo il caso di don Seppia, l’ex parroco della chiesa dello Spirito Santo di Sestri Ponente arrestato a metà maggio, l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha comunicato le proprie indicazioni per evitare che si possano verificare altri scandali nella chiesa genovese. L’arcivescovo ha comunicato le sue intenzioni ai suoi più stretti collaboratori in occasione della riunione del Consiglio presbiterale e dei Vicari foranei. Il settimanale cattolico Il Cittadino riferisce un estratto della riunione in cui il cardinale ha mostrato l’intenzione di intervenire subito: “Non si può aspettare che passi la tempesta”, ha detto il porporato. Da qui il richiamo del cardinale Bagnasco alla fedeltà alla vocazione sacerdotale e di maggior cura e impegno nella formazione, sia quella in preparazione al sacerdozio, sia quella permanente. “Gruppi più ristretti per affrontare tematiche specifiche in cui affrontare temi etici e morali”.

repubblica.it

Aprire gli Archivi delle Curie a una Commissione indipendente che indaghi sui casi di pedofilia nel clero: lo chiede Maurizio Turco, deputato radicale, presidente di Anticlericale.net. «L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco – dichiara Turco – afferma che è sempre stata fatta l’esortazione a denunciare i casi di pedofilia all’interno del clero. D’accordo. Ma il problema è a chi denunciare? Al Vescovo? E che fine hanno fatto le denunce? Visto che di denunce da parte di Vescovi alla magistratura ce ne sono pochine. Anzi, sono più i casi di ostruzione della giustizia che di collaborazione con la stessa». «Bagnasco ha avuto modo di ritornare e approfondire la questione della pedofilia nel clero – prosegue il parlamentare – che è già una notizia visto che le gerarchie l’hanno negata per anni. Ma continua a girare intorno e a fare orecchie da mercante (nel Tempio) su ciò che gli chiediamo: aprire gli archivi segreti delle Curie ad una Commissione indipendente». «E non risponde a una domanda – insiste l’esponente radicale – perché i suoi colleghi delle Conferenze episcopali americana, belga, irlandese hanno aperto gli archivi segreti delle Curie? A parte il Vaticano, cosa hanno di diverso degli italiani i cattolici americani, belgi, irlandesi? Forse le gerarchie vaticane con i suoi Bertone?». (COM-IA)

Una rigorosa inchiesta sulla vicenda umana e politica del papa polacco. La storia “segreta” degli ultimi 50 anni del Vaticano. Arrivano in libreria due testi fondamentali per conoscere ciò che tv e stampa non dicono

Federico Tulli

Non c’è solo il volto di Karol Woytjla sofferente negli ultimi giorni di vita o appena ferito dal proiettile sparato da Ali Agca. Impresse nella memoria collettiva dei credenti e (purtroppo) non solo, tramite i bombardamenti a tappeto eseguiti sui media dalla propaganda vaticana per tutta la durata del pontificato di Giovanni Paolo II, sono innumerevoli le istantanee che fanno passare l’idea di un uomo franco, leale, sportivo, moderno e quant’altro. Una macchina oliata ed efficiente che è riuscita ad annullare l’impatto emotivo provocato dagli ammiccamenti di Woytjla ai dittatori fascisti di mezza America Latina. E che non si è fermata, come è ovvio, nemmeno nei giorni che precedono la cerimonia di beatificazione del Primo maggio in piazza S. Pietro. Come è già stato detto, la scelta del manifesto prodotto e affisso ovunque a spese del contribuente romano e su cui campeggia un papa in evidente stato di salute con in braccio un bimbo in fasce, non appare affatto casuale. Essa rientra nella gigantesca operazione di pulizia dell’immagine sia della Chiesa cattolica (offuscata dalle sconvolgenti notizie degli scandali pedofili e dei loro insabbiamenti sistematici avvenuti in tutto il mondo), sia di Karol Wojtyla in particolare, la cui beatificazione è sembrata frettolosa anche all’interno di parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A far luce sul livello di credibilità che meritano la Chiesa di Roma e l’uomo che più di ogni altro ne ha segnato le sorti nella seconda metà del XX secolo, fino a incidere sul corso della storia anche al di fuori delle mura vaticane, escono in questi giorni due libri: Wojtyla segreto (Chiarelettere) di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti; e 101 misteri e segreti del Vaticano (Newton Compton) di Claudio Rendina. Testi che puntano la lente su aspetti diversi della vicenda umana e politica del papa polacco e della “sua” Chiesa, ma che insieme contribuiscono a colmare un inquietante vuoto lasciato dalla carta stampata e dai media radiotelevisivi.

La “controinchiesta” del vaticanista Galeazzi e di Pinotti, ad esempio, raccoglie molte

Marcial Maciel Degollado e Giovanni Paolo II

voci critiche anche interne al Vaticano, ostili alla beatificazione ma di fatto mai davvero ascoltate. «È mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere… Mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia» osserva in passaggio della deposizione giurata rilasciata il 7 marzo 2007, il teologo Giovanni Franzoni, nel corso del processo di beatificazione di Karol Wojtyla. Oppure ancora ecco cosa dice il 18 dicembre 2009 il cardinale Godfried Danneels, ex arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio: «Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali». Perché tanta fretta? Resta il dubbio di una decisione politica, commentano gli autori. E l’amarezza per i tanti vescovi che hanno combattuto contro regimi feroci, come Wojtyla contro il comunismo, giocandosi la vita. Nel libro si ricorda tra gli altri Oscar Romero, vescovo di San Salvador, trucidato mentre celebrava una messa. Anche lui possibile santo, ma c’è chi si oppone alla sua beatificazione. Cardinali per lo più vicini a Wojtyla e al suo successore Joseph Ratzinger. La fazione vincente. «Oggi in gioco c’è il futuro della Chiesa: da una parte il potere dall’altra il messaggio di Cristo. I fatti dimostrano che con la beatificazione lampo di Wojtyla la Chiesa celebra soprattutto la sua ossessione secolare per il potere». Una considerazione simile scaturisce alla lettura del libro firmato dallo storiografo Rendina. Il quale senza tanti giri di parole e con la chiarezza e precisione che contraddistinguono le sue ricostruzioni, racconta di cardinali corrotti e vescovi mondani, di banchieri e faccendieri, di ladri e assassini, di preti pedofili e cortigiane, e perfino antipapi. Sono questi, spiega, i protagonisti degli innumerevoli segreti che la storia ufficiale del Vaticano da sempre cerca di occultare. Tra le Mura Leonine si nascondono verità scioccanti e in gran parte ancora poco indagate: gli scandali finanziari (Ior, Banco Ambrosiano, i finanziamenti a Solidarność, i rapporti con la Banda della Magliana) e “sessuali” (porporati assassinati in casa di prostitute, i troppi casi accertati di pedofilia), i legami con i poteri occulti e la massoneria, la finta beneficenza per coprire prestiti e usura, il mercimonio degli annullamenti in Sacra Rota. Rendina, grande esperto di Storia della Chiesa, si concentra in particolare sugli ultimi quattro papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. Cinquant’anni di pontificato, la metà dei quali sotto Giovanni Paolo II, in cui si sono verificati una serie di scandali che hanno scosso la Chiesa di Roma dalle fondamenta. Ne citiamo uno per tutti “pescando” di nuovo nel libro di Galeazzi e Pinotti. Tra le polemiche più feroci che hanno accompagnato la campagna di beatificazione di Wojtyla c’è quella sulla solidità del suo rapporto con Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo. «Le voci sui comportamenti pedofili di Maciel risalgono addirittura agli anni Quaranta, dopo la fondazione dei Legionari di Cristo – scrivono i due giornalisti -. Ma le prime accuse arrivano sicuramente in Vaticano nel 1956 e non rimangono del tutto inascoltate, se il sacerdote viene sospeso per due anni. Reintegrato nelle sue funzioni, dopo un lungo silenzio è di nuovo oggetto di un esposto alla Santa sede, questa volta inoltrato da un ex responsabile della congregazione negli Stati Uniti. Siamo nel 1978, e sulla cattedra di Pietro siede Wojtyla. Non accade niente per dieci anni, finché nel 1989 le stesse accuse vengono ripresentate, di nuovo per via riservata, ma ancora non riescono ad abbattere il muro di difesa che evidentemente in Vaticano è stato alzato intorno alla figura di Marcial Maciel. A questo punto, nel 1997, la denuncia diventa pubblica. La stampa fa da cassa di risonanza alle voci di alcuni ex membri ed ex alunni dei seminari dei Legionari di Cristo, che accusano il fondatore di abusi sessuali compiuti su loro stessi e su altri ragazzi». Ma finché Wojtyla è in vita non accade nulla. La congregazione conta decine di migliaia di adepti, anche “laici”, che ovunque nel mondo fondano e gestiscono scuole e università. I Legionari sono una formidabile fonte di denaro. Poco importa se la loro opera si sviluppi sulla pelle di donne e bambini violentate dal fondatore e dai suoi dipendenti. Essa è decisamente funzionale al potere di Giovanni Paolo II che un anno prima di morire, nel 2004, elogia pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. Bisognerà attendere il 2006 prima che l’ultra ottuagenario prete messicano sia sospeso a divinis da Benedetto XVI e invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. Decisamente tardiva la mossa di Ratzinger che per 22 anni da capo della Congregazione per la dottrina della fede (tutti sotto il pontificato di Woytjla) aveva eluso qualsiasi richiesta di processare Maciel.

left 17/2011

L’11 maggio la Cassazione potrebbe mettere la parola fine sul caso di don Bertagna. Nel 2006 confessò abusi e violenze su 38 bambini e adolescenti

Federico Tulli

La capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit di qualsiasi pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, ma la legge parla chiaro: in Italia il reato cade in prescrizione dopo dieci anni. E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi pedofilo è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Questo spiega perché a fronte della tanto propagandata “tolleranza zero” di Benedetto XVI, si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Se lo scudo protettivo cade, oltre alla mostruosità del contesto appena descritto non di rado emerge la serialità con cui è stato compiuto il crimine. A quanto detto combacia perfettamente tutta la storia di don Pierangelo Bertagna l’ex parroco dell’abazia di Farneta (nel comune di Cortona in Toscana) reo confesso di abusi su 38 vittime, alcune delle quali non avevano nemmeno 10 anni. Giuridicamente parlando la vicenda – che left segue sin dal n.16 del 2006 -, volgerà definitivamente al termine l’11 maggio prossimo. Giorno in cui si riunisce la III sezione della Corte di Cassazione per valutare il ricorso dei suoi difensori dopo la condanna in appello a 8 anni di reclusione inflitta dai giudici di Firenze nel 2010, che a sua volta avevano confermato quella del gup di Arezzo comminata nel 2006. In attesa che sia messa la parola fine e la sentenza passi in giudicato, e nella “speranza” che chi di dovere (non solo il Vaticano) ricavi dalla vicenda Bertagna gli elementi per rimodulare l’approccio e quindi l’opera di prevenzione dei crimini pedofili, ripercorriamo brevemente alcune tappe significative.

Il caso dell’ex abate è scoppiato nell’estate del 2005, quando i genitori di un tredicenne lo denunciarono ai carabinieri. Dopo una prima ribellione da parte della comunità locale che considerava l’abate un santo, l’apertura delle indagini produsse in poco tempo una sorta di effetto domino, con una catena di esposti presentati dalle famiglie di altri 15 bambini tutti appartenenti alla stessa parrocchia di Farneta, a lui affidati a vario titolo. Le indagini, condotte dal pm di Arezzo Ersilia Spena, portarono quindi all’arresto del religioso che nel corso dei diversi interrogatori arrivò a confessare altri 22 abusi compiuti prima di diventare sacerdote all’età di 39 anni. Crimini, questi, avvenuti in seminario, e presso le comunità che aveva frequentato nel nord Italia. Un violentatore seriale che, si legge nella sentenza di primo grado, «non cercava mai rapporti paritetici, ma si approcciava sempre a soggetti in stato di inferiorità (fisica, di età, di condizione) cercando di possedere e dominare l’oggetto» delle sue “attenzioni”. Occasioni che Bertagna, oggi cinquantenne, si procurava con «lucidità», «creando le situazioni in cui rimaneva solo con i minori, in genere a lui affidati da ignari genitori». «In definitiva – cita ancora il testo – è risultato essere sempre lucidissimo nell’esecuzione dei crimini, dimostrando con ciò di saper bene controllare i suoi impulsi parafilici quando le circostanze sconsigliavano di agire. E tale lucidità è comprovata da diversi episodi». C’è poco altro da aggiungere, se non che in seguito alla sospensione a divinis avvenuta nel 2006 dopo le prime confessioni, era stato annunciato nei confronti di Bertagna anche il processo penale amministrativo «secondo le disposizione ecclesiastiche». Ma questo è decaduto dopo la concessione della dispensa dal sacerdozio ottenuta da Benedetto XVI. Dove sia oggi Pierangelo Bertagna non è certo. “Voci” non verificate lo davano agli arresti domiciliari in un convento o in un’abbazia del centro Italia, a meditare in vista della sentenza definitiva.

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Il caso

Il Vaticano alla sbarra

Negli anni Sessanta, la Santa Sede approvò il trasferimento dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote pedofilo, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile dei suoi crimini. Per questo motivo Jeff Anderson, avvocato di una vittima, nel 2010 ha citato in giudizio il Vaticano presso il tribunale di Portland nell’Oregon. La scorsa settimana, decidendo di non esprimersi sull’istanza e rimettendo la palla in mano al tribunale di Portland, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede. Non è questo l’unico caso di spicco che oppone il Vaticano ad Anderson (che a gennaio ha aperto anche uno studio a Londra per tutelare le vittime britanniche). Nei giorni scorsi, il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. Lo sostiene Andreson, legale dell’uomo, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, reo confesso di oltre 200 crimini pedofili in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni Settanta. Anderson sostiene che Joseph Ratzinger e i cardinali Sodano e Bertone (all’epoca ai vertici della Congregazione per la dottrina della fede), devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, poiché il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili. f.t.

left 17/2011

«Siamo estremamente scioccati» del modo in cui l’ex vescovo di Bruges Roger Vangheluwe, ha «minimizzato» le sue azioni e le conseguenze per le vittime. Lo sottolineano, in una nota, i vescovi del Belgio dopo l’intervista televisiva in cui l’ex prelato ha detto chiaramente di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti, descrivendo il tutto come una sorta di “gioco”. «Questa intervista – si legge nella dichiarazione dei vescovi del Belgio sulla vicenda – non corrisponde in alcun modo a quello che gli era stato chiesto da Roma. Noi gli abbiamo dato fiducia per un suo ritiro all’estero, nel silenzio, per una riflessione sui suoi atti e per dar seguito ad un trattamento spirituale e psicologico imposta da Roma». «L’intervista è estremamente offensiva per le vittime, per le loro famiglie e tutti coloro che hanno dovuto affrontare problemi di abusi sessuali. Anche per i fedeli è uno schiaffo», aggiungono i vescovi, sottolineando che il tono di quanto detto da Vangheluwe «è in totale contraddizione con gli sforzi intrapresi per prendere sul serio il problema degli abusi sessuali, di ascoltare le vittime e di determinare misure adeguate». «Vangheluwe – rincara la dose il vescovo di Tournai, Guy Harpigny, incaricato del dossier sulla pedofilia – mina un anno di sforzi della chiesa che si è sforzata di far progredire il dossier e avere contatti con la giustizia per fare completa chiarezza». «Molti si attendono una riduzione allo stato laicale e un’esclusione dalla Chiesa, ma il processo è ancora lontano da essere terminato», ha aggiunto monsignor Harpigny secondo il quale ora «bisogna avere fiducia nel Vaticano; io – ha affermato in un’intervista al quotidiano La Libre Belgique – li conosco abbastanza per sapere che Roma deciderà al momento venuto». (PUC)

18 settembre 2010, Londra. La manifestazione "Protest the Pope" in occasione della visita pastorale di Benedetto XVI

Dopo la prima puntata pubblicata la scorsa settimana in cui ci soamo occupati della pedofilia nel clero cattolico olandese e belga, prosegue l’inchiesta di Terra nei Paesi europei che tra il 2009 e il 2010 sono stati attraversati dalla lunga ondata degli scandali. La conferenza di presentazione di Survivors voice Europe, di cui abbiamo dato conto martedì 5 aprile, è stata l’occasione per incontrare Marco Tranchino. Italiano residente a Londra da diversi anni, è il coordinatore della coalizione di associazioni che hanno sostenuto “Protest the Pope”, la clamorosa manifestazione di protesta contro Benedetto XVI e la politica vaticana di insabbiamento degli abusi pedofili, che il 18 settembre 2010 ha invaso le vie della capitale britannica. Tranchino è anche organizzatore delle campagne di Central London Humanists, sodalizio che promuove un’etica umanista e una società laica.

Federico Tulli

La marcia di protesta del settembre scorso ha portato in piazza oltre 20mila persone proprio nei giorni in cui Benedetto XVI era a Londra per una storica visita pastorale, riuscendo a ottenere una copertura mediatica impensabile in Italia per un evento del genere. Tra gli slogan, non solo l’indignazione per come il Vaticano ha gestito la questione degli abusi pedofili ma anche la richiesta alle istituzioni europee di tutelare la laicità e i diritti civili fondamentali. Dato il successo di questa iniziativa, ne avete programmato altre? Con quali obiettivi?
Il 17 settembre 2011 a Londra ci sarà una nuova manifestazione per promuovere la laicità in Europa. La laicità è un valore essenziale per la democrazia e contiene in sé la base irrinunciabile per l’affermazione di tutti i diritti dei cittadini. Le questioni legate alla laicità sono tantissime. Il manifesto della “Secular Europe Campaign” promuove in primis la libertà di religione, di coscienza e di parola. Ci sono poi altri temi, tra cui il diritto a un’istruzione laica, i diritti di uguaglianza e autodeterminazione delle donne, i diritti civili di gay, lesbiche e transessuali, e il rifiuto dei privilegi e dell’influenza del Vaticano in Europa e nel mondo. La libertà di religione è un diritto umano fondamentale che include la libertà dalla religione.
Approfondisca questo punto.
In Italia e non solo, il Vaticano non si accontenta della libertà di religione, ma si pone l’obiettivo di forzare le società civili ad assumere la dottrina cattolica come legge dello Stato. Prendiamo l’esempio di Malta. A maggio ci sarà un referendum per rendere legale il divorzio per coniugi che sono stati separati per qualche anno. Il Vaticano sta facendo una campagna molto aggressiva affinché i cittadini maltesi votino contro questa proposta. Vogliono che il divorzio a Malta resti illegale. Evidentemente non basta alla Chiesa cattolica predicare ai fedeli la propria dottrina. Piuttosto l’approccio è quello totalitario di imposizione a tutti, credenti e non credenti. Questo è solo un piccolo esempio, ma il rischio è alto per tutti i paesi dell’Unione europea.

Marco Tranchino

Vale a dire?
L’Ue sta crescendo e maturando, e da un’unione solo commerciale, ora si sta finalmente occupando anche di diritti umani, di educazione, di ricerca scientifica, di stato sociale. Ma il Vaticano si sta insinuando nelle istituzioni di Bruxelles pretendendo di mantenere i privilegi acquisiti nei vari Stati membri (ad esempio l’esenzione dalle tasse per la quale l’Italia è stata ammonita più volte) e pretendendo di condizionarne le leggi, avendone visione prima della discussione in parlamento. Anno dopo anno il Vaticano sta consolidando il suo potere e mantenendo privilegi non solo economici. Purtroppo l’articolo 17 del Trattato per il Funzionamento dell’Ue, consente alle Chiese di mantenere i privilegi acquisiti negli stati membri e impone alle istituzioni europee di mantenere un dialogo costante e aperto con quelle religiose. Considerato che la dottrina delle diverse Chiese è spesso contraria ai diritti umani, è evidente che l’ingerenza di quella cattolica nel lavoro istituzionale sia un rischio per i diritti di tutti i cittadini.
I due Rapporti investigativi “Ryan” e “Muprhy” nel 2009 hanno scoperchiato un sistema che ha portato la magistratura irlandese ad affermare che «la pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa cattolica di Dublino». A marzo 2010 il Papa ha scritto una lettera agli irlandesi promettendo di fare “pulizia” e annunciando “tolleranza zero” verso i sacerdoti colpevoli di abusi. Più volte, in seguito, Benedetto XVI ha chiesto scusa alle vittime di tutto il mondo. Qual è il suo giudizio sulla risposta della Chiesa cattolica agli scandali scoppiati in Europa?
Il Papa ha pronunciato scuse piuttosto generiche, offrendo solo vuote promesse e nulla di concreto per le vittime, che si sono infatti sentite insultate. Joseph Ratzinger dovrebbe chiedere perdono per le sue responsabilità personali, considerato il suo ruolo centrale nel coprire gli abusi essendo stato a capo della Congregazione per la dottrina della fede. Il teologo Hans Kung ha chiesto al Papa di fare mea culpa anche per il prete pedofilo recidivo al quale, quando era Arcivescovo di Monaco di Baviera, consentì personalmente di continuare a lavorare con i bambini, abusandone altri.
Qual è il giudizio dell’opinione pubblica britannica sull’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?
La maggioranza dei cittadini inglesi condanna il Vaticano per come ha affrontato la questione degli abusi. Solo il 14 per cento della popolazione era a favore della visita di Stato di Ratzinger in Regno Unito a settembre 2010. Sul quotidiano The Independent, il giornalista Johann Hari denunciò pubblicamente il Papa per aver preferito proteggere i preti piuttosto che le vittime, mantenendo la segretezza, congratulandosi con i vescovi che non avevano denunciato gli abusi alle autorità civili. Il giornalista George Monbiot sul The Guardian ne auspicò l’arresto al suo arrivo in Gran Bretagna dicendo che solo così si sarebbe dimostrato che la legge è uguale per tutti. Purtroppo la legge non è uguale per tutti: Ratzinger, accusato di crimini contro l’umanità, non è ancora stato portato in tribunale.
Dopo i grandi scandali del 2009-2010 il Vaticano ha affermato di aver risolto il problema della pedofilia nel

Piccadilly Circus nel giorno della protesta contro il Papa

clero. Come commenta?
Di recente è stata scoperta una lettera inviata dal Vaticano ai vescovi irlandesi per dissuaderli dal coinvolgere le autorità civili. Dobbiamo smettere di credere alle promesse e verificare i fatti. E i fatti sono che la Chiesa cattolica si rifiuta di dare alla polizia delle varie Nazioni tutta la documentazione accumulata a Roma dalla dalla magistratura vaticana. Le gerarchie cattoliche dovrebbero smettere di trattare l’abuso sessuale come un peccato contro la morale e riconoscerlo per quello che è: un crimine gravissimo da denunciare immediatamente. Invece il messaggio che è stato finora dato ai preti che violentano un bambino è che la Chiesa li difenderà sempre, preferendo nascondere lo scandalo ed evitando di informare le autorità giudiziarie civili.
Abbiamo assistito insieme alla nascita di Survivors voice Europe. Un tratto comune che emerge dai racconti delle vittime è quello di ritrovarsi da sole a combattere contro il Vaticano per ottenere giustizia.
L’anno scorso ho conosciuto rappresentanti di altre associazioni di “sopravvissuti”. La coalizione coinvolta nella campagna “Protest the Pope” ha donato circa 2000 sterline a SNAP, la prima rete statunitense di vittime di questo crimine, per aiutarla a operare in Gran Bretagna. Inoltre siamo stati in contatto con MACSAS, un network britannico, e con uno specificamente per le donne di origine irlandese abusate dai preti. Credo che tutte stiano facendo un lavoro essenziale sia per aiutare chi ancora non ha trovato il coraggio di venire allo scoperto, sia per fare pressione sulle autorità civili affinché facciano finalmente giustizia e non consentano più al Vaticano di nascondere i crimini, punendo chi è colpevole di aver spostato i preti pedofili di parrocchia in parrocchia, permettendogli di abusare ancora, piuttosto che consegnarli alla magistratura civile.

Terra il primo quotidiano ecologista

Potrebbero esserci nuovi sviluppi in Cile sulla vicenda del sacerdote Fernando Karadima, 83 anni, accusato di abusi sessuali negli anni passati nei confronti di alcuni giovani: un giudice di Santiago ha reso noto che intende interrogare tutte le persone che possano contribuire alle indagini, inclusi alti rappresentanti della Chiesa. «Dobbiamo indagare tutto ciò che emergerà dall’indagine. Verranno chiamati a dichiarare coloro che potranno contribuire all’inchiesta», ha precisato la giudice Jessica Gonzalez, incaricata del caso, che – ricordano i media locali – ormai da tempo ha scosso la società cilena. Circa un mese fa, la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organismo del Vaticano che si occupa dei problemi del clero, ha dichiarato Karadima colpevole di abusi sessuali nei confronti di alcuni giovani. Nei giorni scorsi, il medico James Hamilton, uno dei cinque accusatori dell’anziano sacerdote, ha dichiarato che quattro vescovi sono stati testimoni di comportamenti impropri da parte di Karadima. Hamilton ha inoltre definito «criminale» l’ex arcivescovo di Santiago, cardinale Francisco Jaiver Errazuriz, per non aver ascoltato le accuse, bloccando di fatto le indagini. Su tali dichiarazioni è d’altro lato intervenuto l’arcivescovo di Santiago, cardinale Ricardo Ezzati. «Quanto ha detto del signor cardinale è inaccettabile.. lui ha tutte le ragioni per essere ferito, ciò non giustifica però il fatto che dica» di Errazuriz quanto «ha in effetti detto: è inaccettabile». (MBA-RIG)

Prosegue la proposta di incontro fra le vittime ( e i loro familiari) che hanno subito violenza sessuale da parte di consacrati della chiesa cattolica o di altre chiese. Come deciso a Verona durante il primo incontro nazionale italiano, si è scelto di cambiare ad ogni appuntamento il luogo dell’incontro, per poter dare un’impronta dell’evento su tutto il territorio, una testimonianza data proprio li, dove si sono consumati i crimini del clero. Nell’incontro del direttivo che si è tenuto a Milano il 7 gennaio 2011 si è scelta Savona come località per l’incontro primaverile del 14 maggio.

 

 

(info: http://www.crimesendthevatican.eu/)

Benedetto XVI e il cardinale Christoph Schönborn

Alessandro Speciale * Jesus n. 2/2011

Nel 2010, un numero record di fedeli ha deciso di lasciare la Chiesa cattolica in Austria. Il dato – atteso e temuto dopo lo scandalo pedofilia – è stato diffuso a inizio gennaio dall’agenzia cattolica Kathpress, sulla base di cifre fornite dalle diocesi. I numeri parlano di 87.393 abbandoni nel 2010 contro i 53.269 del 2009, con un aumento nel corso dei dodici mesi del 64%. Si tratta del dato più alto mai registrato dal 1945. Alla fine dell’anno appena concluso, in Austria si contavano 5 milioni e 450 mila cattolici, su una popolazione di circa 8 milioni, rispetto ai 5 milioni e 530 mila dell’anno precedente, un calo dell’1,4%. Il grosso degli abbandoni sono avvenuti nella prima metà del 2010, mentre infuriava lo scandalo pedofilia, mentre in estate l’emorragia è rallentata, segno che la strategia d’urto adottata dai vescovi austriaci per affrontare la crisi ha funzionato, almeno in parte.

Per l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn, anche in Austria la Chiesa si sta trasformando da una Chiesa tradizionale “di appartenenza” a una “per scelta”. «Siamo nel mezzo di una transizione», ha detto il porporato. Ma per Schönborn, anche se lo “tsunami” pedofilia è in parte responsabile per il record di abbandoni, e se è vero che ogni singola persona che lascia provoca un «dolore profondo», le vere ragioni dell’esodo sono più profonde. Gli austriaci fino a oggi sono rimasti cattolici «per pressione sociale e abitudine», mentre adesso chi resta nella Chiesa lo fa consapevolmente. Schönborn spera che anche chi ha lasciato continui a interrogarsi sulla questione Dio e che «la relazione con Dio continui anche dopo che uno è uscito dalla Chiesa. Non ci si può sottrarre al suo amore». Il cardinale ha anche citato uno studio, non ancora pubblicato, del teologo Paul Zulehner, secondo cui il 44% di coloro che hanno fatto l’abiura hanno pensato seriamente a rientrare nella Chiesa. Monsignor Egon Kapellari, vescovo di Graz, ha ricordato la necessità di «rispettare queste decisioni », nella speranza però che le persone si riavvicinino alla Chiesa.