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Come anche il più estroso dei bookmakers avrebbe previsto è rimasta immacolata la fedina penale di Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. La causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998, si è conclusa con il ritiro della denuncia a pochi giorni dalla sentenza. Nel 2011 Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson ha capito che molto probabilmente avrebbe perso la causa, venerdì scorso 10 febbraio, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.

Padre Lawrence Murphy, cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. Secondo l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena, intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider, «è evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi». Lena quindi, spiegando la linea difensiva, ha ribadito che «la Santa Sede non può avere la responsabilità di controllare direttamente le azioni di più di 400.000 preti in giro per il mondo».

Per inquadrare meglio la storia facciamo un passo indietro di qualche anno. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». A calare la pietra tombale sulla vicenda ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Per la prima volta alto prelato incriminato per “insabbiamento”. “More Shame”, ancora vergogna. Un editoriale del New York Times torna ad accusare la chiesa cattolica romana per quanto riguarda la delicata questione della pedofilia. “Circa dieci anni dopo la scandalo” (il riferimento e alla vera e propria bufera che investì l’intera chiesa cattolica americana a partire dalla diocesi di Boston) “i bambini sono ancora in pericolo”. Secondo il rapporto di un grand-Jury della procura generale di Filadelphia diffuso il 10 febbraio, riferisce il quotidiano, tre sacerdoti e un insegnante della arcidiocesi di Filadelfia sono accusati dello stupro di due ragazzi mentre un alto funzionario, il monsignor William Lynn, è accusato di aver saputo e taciuto, mettendo a rischio migliaia di bambini. Lynn, responsabile del clero sotto il cardinale Anthony Bevilacqua (ora in pensione), è il primo alto prelato ad essere formalmente inquisito per aver “insabbiato” gli abusi. Il rapporto aggiunge che grazie a Lynn nella diocesi hanno continuato a operare e restare in contatto con i bambini almeno tre dozzine di sacerdoti accusati di pedofilia, anche le l’identità di quasi tutti questi sacerdoti non è nota. (TMNews, vgp)

Ecco come il cardinal Bertone ha applicato il principio di “legalità e moralità” nel caso di Lawrence Murphy, il prete che ha abusato di oltre 200 bambini sordomuti

di Federico Tulli

Il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone

Non è un caso di omonimia. Quel Bertone cardinal Tarcisio che oggi occupa i media catechizzando il Berlusconi cavalier Silvio invocando «legalità e moralità» è lo stesso Tarcisio cardinal Bertone che il 30 maggio 1998 “condanna” padre Lawrence Murphy, reo confesso di abusi su oltre 200 bimbi sordomuti compiuti in 24 anni, niente meno che a «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, arcivescovo di Milwaukee, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Si trovano a Città del Vaticano nelle stanze della Congregazione per la dottrina della fede, guidata all’epoca dal cardinale Joseph Ratzinger di cui Bertone era segretario, dove appunto devono decidere la sorte di Murphy che nelle parrocchie e nelle scuole della diocesi di Milwaukee ha “colpito” per quasi cinque lustri fino agli anni Ottanta.

Si diceva della sanzione estremamente blanda. Non si pensi che Murphy sia stato un privilegiato. Pur figurando tra i cinque delitti più gravi per il codice canonico, l’atto sessuale di un chierico con minore raramente nella storia è stato sanzionato dalla magistratura vaticana (l’Inquisizione, per intenderci) in altro modo. C’è chi si è visto vietare la comunione, oppure peggio è andata a qualche ultraottantenne che è stato spretato. Fatto sta che Murphy non è proprio il tipo di essere umano avvezzo al genere di pensieri auspicati da Bertone. Almeno lui dovrebbe saperlo bene. E non solo perché è oggettivamente difficile pensare a un impeto di sensibilità da parte di un uomo che ha passato almeno un terzo della propria vita in cerca di bambini da stuprare. Quanto perché nel pesante dossier sul pedofilo seriale (consultabile on line sul sito del New York Times) che Bertone ha per le mani, c’è la diagnosi di uno psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee che dopo aver esaminato il prete scrive nel rapporto: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Pochi mesi dopo la punizione, il 21 agosto 1998, Murphy muore. Senza aver mai speso una parola per le vittime e senza mai essere stato sottoposto a un processo. Del resto, predisponendo un procedimento canonico nei suoi confronti, osserva Bertone nel documento «confidenziale» protocollato col n. 111/96 che riassume le fasi dell’incontro, si corre il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Oltretutto, aggiunge, il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti». È questa la ciliegina sulla torta di un “capolavoro” di «legalità e moralità», per usare parole sue. In appendice al resoconto 111/96, subito dopo le considerazioni conclusive del segretario di Ratzinger, si legge: «Prima della conclusione dell’incontro, S.E. Mons. Weakland tiene a riaffermare che sarà difficile far comprendere alla comunità dei sordomuti la lieve entità di questi provvedimenti». Poi c’è la data. Infine il silenzio.

Cronache Laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione

Il New York Times e l’Associated Press pubblicano una lettera del 1997 in cui il Vaticano avvertiva i vescovi irlandesi di non essere d’accordo con la loro scelta di collaborare con le autorità civili nelle indagini che coinvolgono dei sacerdoti

Federico Tulli

Ancora sale sulle profonde ferite irlandesi. Nel 1997 il Vaticano esortò i vescovi dell’isola a non denunciare alle autorità civili i preti pedofili, nel rispetto del diritto canonico. È scritto in una lettera del 31 gennaio, firmata dal nunzio apostolico Storero, pubblicata dal New York Times e dall’Associated Press. La direttiva è stata scoperta dagli autori di Crimini indicibili, un docu-film proiettato martedì alla tv irlandese Rte in cui tra le altre cose si cita un vescovo che ha definito il testo «un mandato a nascondere i presunti crimini commessi da un prete». Nel 1997, sul trono di Pietro sedeva Karol Wojtyla, mentre il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era Joseph Ratzinger.

La politica di denunciare obbligatoriamente tutti i casi di pedofilia nel clero locale, che la Chiesa irlandese vuole attuare, è contraria al diritto canonico. Questo ha stabilito in Vaticano la Congregazione del Clero e questo scrive nella lettera del ‘97 monsignor Luciano Storero avvertendo la Conferenza episcopale d’Irlanda. Il nunzio spiega che tale politica, caldeggiata in particolare dal primate irlandese, cardinale Cahal Daly, è solo un «documento di studio», non una normativa approvata dalla Santa Sede e raccomanda ai vescovi di seguire «meticolosamente» il diritto canonico in base al quale le accuse devono essere valutate all’interno della Chiesa. Vale a dire dal Papa, titolare del potere giudiziario, e dalla Congregazione per la dottrina della fede, la magistratura vaticana. L’intenzione manifestata da Daly di denunciare alle autorità civili tutti i casi di abusi e molestie man mano “raccolti” dai suoi vescovi fu una delle conseguenze del grande scandalo che tra il 1994 e il 1995 aveva portato in tribunale con l’accusa di pedofilia circa 100 persone, tra preti e aderenti a ordini religiosi. Una vicenda che sconvolse l’Irlanda e fece vacillare sia la solida Chiesa locale che il rapporto di questa con il governo di Dublino. L’ondata d’indignazione popolare travolse infatti anche Albert Reynolds. Il premier che aveva contribuito alla storica tregua in Ulster, fu costretto alle dimissioni per aver nominato Harry Whelehan presidente dell’Alta Corte, la massima istanza giudiziaria del Paese, sebbene questi nel 1993 avesse ostacolato l’iter di estradizione in Nord Irlanda di Brendan Smyth, un prete cattolico condannato per pedofilia. Reynolds se ne va a “casa” alla fine del 1994 e la svolta dei processi del 1995 incoraggia le vittime irlandesi a uscire allo scoperto. Nei successivi 15 anni il tentativo delle gerarchie vaticane di mantenere sotto silenzio i crimini che si consumano nelle diocesi d’Irlanda si rivelerà vano. Ecco una breve sintesi dei fatti più significativi.

Nel 1998 due documentari televisivi denunciano la lunga storia delle violenze subite dai bambini nelle industrial school rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani. Sulla spinta emotiva di questi fatti, nel 2000 il governo di Dublino guidato da Bertie Ahern crea la Child abuse commission. La Cac si rivelerà un’arma estremamente efficace contro la pedofilia nel clero e la politica d’insabbiamento sistematico dei crimini avallata dal Vaticano e perseguita dai vescovi irlandesi nel rispetto del diritto canonico. È sotto l’egida di questa commissione che tra gli altri viene pubblicato il Rapporto Ryan, l’inchiesta che più di ogni altra ha contribuito a scoperchiare in tutta Europa il recente dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica. Per capire cosa gli investigatori si trovano ad affrontare, basti ricordare le parole con cui il 26 novembre 2009 giudice Sean Ryan chiude l’indagine e presenta il Rapporto che porta il suo nome: «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda». Del resto ha appena verificato percosse, violenze e umiliazioni su almeno diecimila bambini che si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta in oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Molti dei protagonisti di questa nuova profonda crisi irlandese sono degli insospettabili. Ad esempio, ben sei vescovi nel 2010 presenteranno le dimissioni a Benedetto XVI. Ma il primo a “cadere”, due mesi prima della pubblicazione del Rapporto Ryan, era stato l’ex segretario privato di ben tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) John Magee. Il 7 marzo 2009 dopo essere stato investito dall’inchiesta che ha toccato la sua diocesi di Cloyne, nel sud dell’Irlanda, il vescovo Magee chiede a Benedetto XVI di sospenderlo dall’incarico e di “commissariare” la diocesi. Joseph Ratzinger accetta le dimissioni di Magee il 24 marzo 2010. L’uomo di fiducia di Giovanni Paolo II oggi è vescovo emerito. Il primo maggio prossimo Karol Wojtyla sarà beatificato.

Terra, il primo quotidiano ecologista

“Pistola fumante” o un semplice imbarazzante fiasco di pubbliche relazioni nei giorni della visita apostolica ordinata dal Vaticano per sanare le ferite provocate dallo scandalo della pedofilia in Irlanda? Divide il mondo cattolico la lettera che nel 1997 l’allora nunzio apostolico, arcivescovo Luciano Storero, scrisse ai vescovi irlandesi chiedendo di non denunciare tutti i casi di molestie sessuali di preti su minori perché facendolo avrebbero violato le leggi canoniche. Secondo Jeff Anderson, il legale americano che sta cercando di portare il Papa in tribunale come corresponsabile per le vicende legate a un caso di pedofilia in Oregon, il testo di Storero rafforza la sua azione legale: “La lettera sconfessa le affermazioni delle gerarchie della Chiesa secondo cui il Vaticano non faceva parte di un complotto per sopprimere le prove delle molestie sessuali dei preti cattolici”, ha dichiarato Anderson che di recente ha aperto un ufficio in Gran Bretagna. Ed è sempre Anderson che parla di “smoking gun” a proposito della lettera circolata nei giorni scorsi sui media irlandesi in cui Storero avvertiva i vescovi che la Congregazione del Clero a Roma aveva stabilito che la politica della Chiesa irlandese della “denuncia obbligatoria” di tutti i casi di pedofilia era contraria al diritto canonico.

Il nunzio spiegava che questa politica era solo un “documento di studio”, non una normativa approvata dalla Santa Sede, e invitava a seguire “meticolosamente” il diritto canonico che richiedeva che le accuse venissero affrontate all’interno della Chiesa. Immediata la reazione delle associazioni delle vittime della pedofilia in Irlanda: secondo Colm O’Gorman, responsabile di Amnesty International irlandese, “è il Vaticano alla radice del problema: ecco la prova che ogni pretesa che non davano consapevolmente e deliberatamente istruzioni ai vescovi di non denunciare i preti è manifestamente ridicola”. La lettera fu scritta poco dopo la prima ondata di scandali sugli abusi dei preti in Irlanda, una vicenda così clamorosa che nel 1994 fece cadere il governo di Dublino. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha replicato che la posizione espressa dall’arcivescovo è quella che la Congregazione del Clero aveva assunto prima del 2001 quando papa Giovanni Paolo II cambiò le regole in seguito alla deflagrazione di casi negli Stati Uniti. “Si riferisce a una situazione che abbiamo superato”, ha detto padre Lombardi al New York Times. E anche per Jeffrey Lena, l’avvocato del Vaticano, la lettera è stata “profondamente fraintesa” perché il suo scopo primario era di assicurare che i vescovi usassero le regolari procedure canoniche per punire i preti, in modo che queste punizioni non potessero essere invalidate per vizio di forma. “Non c’è alcuna ragione di interpretarla come un ordine ai vescovi di snobbare la legge civile sulle denunce”, ha detto Lena. (BN)

Il Vaticano ostacolò le denunce ai preti pedofili: la pistola fumante del New York Times

Giovanni Percolla (giornalettismo.com)

Una lettera inviata ai vescovi irlandesi avvertiva che Roma non era d’accordo con la politica di collaborazione con le autorità civili

Una lettera datata 31 gennaio 1997 rappresenterebbe la “smocking gun” che prova l’acquiescienza del Vaticano nei confronti dei preti pedofili, esprimendo perplessità sulla necessità di denunciarli. Ne parla il New York Times, specificando che è indirizzata ai vescovi irlandesi.

La lettera in pdf sul sito del NYT (qui)

PAROLE E FATTI – Il documento sembra contraddire quello che ha sempre sostenuto il Vaticano, ovvero che i leader della chiesa di Roma non hanno mai cercato di controllare o influenzare le azioni dei vescovi locali nei casi di abuso, e che la Chiesa cattolica romana non ha ostacolato le indagini penali di sospetti abusi sui minori. Le vittime degli abusi in Irlanda e negli Stati Uniti hanno subito definito il documento una “pistola fumante”, da utilizzare come prova importante nelle cause contro il Vaticano. “Il Vaticano è alla radice di questo problema”, ha dichiarato Colm O’Gorman, vittima di abusi in Irlanda, ora direttore di Amnesty International nel paese. “Hanno deliberatamente e volontariamente istruito i vescovi a non rivelare i nomi dei sacerdoti alle autorità civile è ormai”. Ma un portavoce del Vaticano ha detto che il documento rappresenta semplicemente un’ulteriore prova che i passi falsi del passato sulle accuse di abusi sessuali sono stati corretti dal cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca a capo dell’istituzione che vigilava sul tema.

LE FONTI – Il documento, una lettera di due pagine, è stata raccontata dalla rete televisiva irlandese RTE e pubblicata dalla Associated Press. La lettera è stata scritta solo dopo la prima ondata di scandali sugli abusi sessuali da parte di preti irlandesi in scuole cattoliche e altre strutture – uno scandalo così grande che fece cadere il governo irlandese nel 1994. Nel 1996, un comitato consultivo di vescovi irlandesi aveva elaborato una nuova politica che includeva “segnalazione obbligatoria” dei sospetto alle autorità civili. La lettera, firmata da Mons. Luciano Storero, allora nunzio apostolico del Vaticano in Irlanda, informava i vescovi irlandesi che il Vaticano aveva molte riserve sulla denuncia obbligatoria per ragioni “morali e canoniche” ragioni. L’Arcivescovo Storero è morto nel 2000. La lettera annunciava anche il rischio che le decisioni di cacciare alcuni preti da parte loro potevano anche essere riformate dal Vaticano: “I risultati potrebbero essere molto imbarazzanti e dannosi per quelle stesse autorità diocesane”, dice la lettera.

FRAINTENDIMENTI – Jeffrey S. Lena, avvocato dell Vaticano, ha risposto che la lettera “è stata profondamente fraintesa”, dichiarando che il suo scopo primario era quello di assicurarsi che i vescovi avessero utilizzato le adeguate procedure canoniche per disciplinare i loro sacerdoti in modo che le pene non potessero essere annullate per motivi tecnici. Il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto che la lettera rappresenta un approccio per casi di abuso sessuale da parte di un ufficio particolare del Vaticano, la Congregazione per il Clero, precedente al 2001. Quell’anno, Papa Giovanni Paolo II ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal futuro papa Benedetto, il trattamento di tali casi. “Questo approccio è stato superato, compresa la questione della collaborazione con le autorità civili”.

La documentazione processuale degli scandali pedofili che hanno annichilito la Chiesa cattolica d’America nel 2002, raccolta nell’archivio del Boston Globe. E’ questo il quotidiano Usa che, insieme al New York Times, ha seguito con maggiore assiduità e coerenza le vicende criminali venute alla luce nei primi anni Duemila di cui si sono resi protagonisti preti e vescovi d’Oltreoceano.

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