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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

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Questa è la versione originale del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

In the belly of the beast (lyrics)

I was looking for a shelter in the belly of the beast. The pain and the fear. Not just my body but you took my soul. Abused my temple in the name of god. I’m afraid to feel. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide. We want the truth,no excuse. Please,wake me up! I’m still looking for a shelter to recover from the beast. Your eyes on me. Not just my body but you took my soul.Disregard for the sake of god. This hell is real. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide.We want the truth,no excuse. I can’t believe. No one cares to relieve the pain. Only the scars remain. No one cares of the victims with no face. We stand alone. No hope. We stand alone. We have no voice. We have no choice. J.C.,we want the truth!

Originally released on Strength Approach “With or without you” cd/lp on GSR music and DRA entertainment!

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Pedophilia is a nauseating criminal offence that, at present, still hasn’t been sternly investigated; this not only relates to the abuses committed by individuals worldwide, but particularly those individuals in a position of authority or affiliated with the Catholic Church.

At the thought of the cruelty of the act itself and its devastating consequences on its victims, the first and most natural question that comes to mind is: why?

The high rate of episodes that have globally issued in the last few years have certainly sensitized the public opinion on the subject, as well as assisting the media to fight off their atavistic prudery in recounting in detail the harsh deeds that thousands of priests and nuns have been recognized guilty of. During the first months of 2010, when the uncovered scandals hit several catholic dioceses in Ireland, Great Britain, Holland, Germany and Belgium, the Italian media began to follow these events with great concern.

This however, was short-lived; the media’s attention drastically dropped during the second half of the same year, after pope Benedict XVI spoke a public amends about the pedophile priest’s and nun’s responsibilities, asking for forgiveness from their victims. Despite the apology of pope Benedict XVI, nobody in Italy ever considered asking the victims if they were affected at all by his gesture, and meanwhile the Church is still busy worldwide by trying to prevent having to give refuge and rescue to robed pedophiles.

A significant aspect of this whole topic is the cold indifference shown, not only by the media, towards the actual cultural roots that lay behind the diffusion on pedophilia among the catholic clergy but also the whole western civilization in general; child-oriented violence is actually an undignified phenomenon that spans across over 25 Centuries of human history. As a matter of fact, since Plato’s “paideia” no one seemed to oppose the unfounded idea that a child is a small adult that needs to be shaped, or that a child isn’t an actual human being at all until it reaches the age of reason.

These poisonous ideas have intoxicated the common thought and made it dull by bounding it with the Catholic belief.
The fact that Italian law has begun to consider rape a crime against moral values only very recently, is certainly not a coincidence; only in 1996 has violence towards women and children become a crime against the individual.

In an interview appearing in the volume “Church and Pedophilia” that I have written for the “Asino d’oro”, the Italian psychiatrist Massimo Fagioli offered a solid key of interpretation to the subject: ‘Basically this atrocious thought of negation of human birth and that of the child’s identity will consequently lead to violence and murder, supported by the conviction of not committing anything wrong. At the most it is a sin, which is harsh but only because it is an act of impurity, and can easily be expiated by confession and a couple of prayers’

Federico Tulli on In the belly of the beast

Questa è la versione in italiano del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

La pedofilia è un fenomeno criminale ancora oggi scarsamente indagato, non solo per quanto riguarda gli abusi commessi da persone appartenenti alla Chiesa cattolica. Pensando alla crudeltà dell’atto e alle sue devastanti conseguenze sulle vittime, la domanda che viene naturale porsi è: come mai? I numerosi fatti venuti alla luce in tutto il mondo negli ultimi anni hanno certamente sensibilizzato l’opinione pubblica, e i media hanno vinto la loro atavica ritrosia a raccontare in maniera approfondita i gravi episodi di cui sono stati riconosciuti responsabili migliaia di sacerdoti e suore.

Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, anche la stampa italiana ha iniziato a seguire le vicende con estremo interesse. È durato poco, solo qualche mese. Un notevole calo di attenzione mediatica si è verificato nella seconda metà di quell’anno dopo che il Vaticano per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse.E ancora oggi le Chiese di tutto il mondo hanno il loro bel da fare per evitare di continuare a offrire rifugio e tutela con le proprie leggi ai pedofili in tonaca. 

Tornando alla domanda iniziale, un fattore significativo consiste nella fredda indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo dell’informazione, riguardo le radici culturali che hanno favorito la diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. Eppure la violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi nessuno sembra opporsi all’idea infondata che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione.

Queste idee velenose hanno intossicato il pensiero comune fino a renderlo inerte, specie quando certe convinzioni si sono saldate con il credo religioso cattolico. Non è un caso se nel nostro Paese lo stupro sia stato considerato, dal codice penale, un reato contro la morale fino praticamente all’altro ieri. Solo nel 1996 la violenza nei confronti di una donna o di un bambino è diventata un crimine contro la persona. Lo psichiatra italiano Massimo Fagioli, intervistato nel libro “Chiesa e pedofilia” che ho firmato per L’Asino d’oro, offre oggi una solida chiave interpretativa affermando, in sintesi, che questo pensiero terribile di negazione della nascita umana e dell’identità del bimbo porta come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, grave ma solo perché è un atto impuro, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera.

Testo di Federico Tulli pubblicato sul sito de In the belly of the beast

“Percorsi della pedofilia in ambito ecclesiastico: documenti e silenzi”. A fine luglio, discutendo una tesi così intitolata, la dottoressa Margherita Colaprico si è laureata in Antropologia culturale all’università di Bologna. Durante le presentazioni del mio libro – la prima fu proprio nella città delle Due Torri – ho ripetuto spesso che il fenomeno della pedofilia nel clero, o meglio, della pedofilia in generale, non è mai stato indagato veramente a fondo sebbene da almeno 25 secoli  non esista una società immune. A Oriente così come a Occidente. Ci sono però segnali inequivocabili che qualcosa stia finalmente cambiando. Alcuni, molto forti, li riporto “giornalisticamente” nel mio saggio e sono legati alla ricerca medico-scientifica che prende le mosse dalla Teoria della nascita elaborata dallo psichiatra Massimo Fagioli. L’indagine della Colaprico è un tassello importante che si aggiunge a un lavoro di ricerca indispensabile per fornire strumenti di conoscenza non solo agli addetti ai lavori. Mi riferisco in particolare ai miei colleghi giornalisti. Raramente infatti l’interesse manifestato dall’opinione pubblica nei confronti delle dinamiche che sono all’origine di questo crimine ottengono risposte precise e coerenti dal mondo dell’informazione. Ed è troppo semplicistico puntare il dito contro il noto servilismo dei media nei confronti delle gerarchie vaticane. Nel pubblicare questa intervista che fa parte dell’inchiesta contenuta nella sua tesi, desidero ringraziare Margherita Colaprico per avermi interpellato e le auguro una carriera professionale ricca di soddisfazioni.

FT

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Intervista di Margherita Colaprico a Federico Tulli (11 giugno 2012)

Cosa pensa della questione pedofilia e silenzio della Chiesa cattolica?

Ritengo che la pedofilia sia un fenomeno ancora scarsamente indagato in generale, non solo per quanto riguarda la Chiesa cattolica. Penso che il silenzio vaticano abbia diverse matrici, ad esempio di ordine culturale, ma spesso è legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ragioni comunque inaccettabili perché stiamo parlando di un crimine orrendo compiuto con lucidità nei confronti degli esseri umani più indifesi.

Dopo i fatti scoperti e posti sotto i riflettori, dei media internazionali, in tutto il mondo, crede che ci sia ancora, da parte dei media nazionali, una certa ritrosia a parlarne?

Ci sono stati segnali positivi. Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, la stampa italiana ha seguito le vicende con estremo interesse. In seguito però c’è stato un notevole calo di attenzione, specie dopo che la Santa Sede per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse. Un altro fattore secondo me significativo consiste nell’indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo quello dell’informazione, riguardo le radici della diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. La violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi è costante l’idea che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione. Io sono d’accordo con chi sostiene – come fa lo psichiatra italiano Massimo Fagioli intervistato nel mio libro Chiesa e pedofilia – che questo pensiero terribile di negazione dell’identità del bimbo porti come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, seppur grave, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera. Ecco, a fronte dell’esplosione degli scandali che stanno scuotendo pesantemente le fondamenta della Chiesa cattolica (pensiamo al peso rappresentato in termini “culturali” da questa istituzione) è mancata quasi totalmente un’indagine approfondita sulle reali cause della pedofilia.

Come giudica la legislazione italiana a riguardo?

Negli ultimi 15 anni sono stati fatti molti interventi positivi ma la situazione potrebbe essere migliore. Nel 1996 c’è stata una riforma dei reati in materia di delitti a sfondo “sessuale”, per cui da reati contro la moralità pubblica sono entrati a far parte dei reati contro la persona. Su questo ha inciso anche l’adesione dell’Italia alla Convenzione Onu dei diritti del fanciullo del 1989. Successivamente, nel 2006 con le “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia a mezzo internet” sono stati introdotti vari articoli al fine di contrastare le diverse modalità di sfruttamento dei minori. Le principali novità sono essenzialmente: l’inasprimento delle pene e l’ampliamento della nozione di pornografia minorile. C’è però chi sostiene che per l’entità del danno psichico provocato nella vittima la pedofilia sia da equiparare all’omicidio e allora forse le leggi sono ancora insufficienti. Molto di più si potrebbe fare anche in termini di prevenzione e monitoraggio del fenomeno, se il parlamento italiano ratificasse la Convenzione di Lanzarote. Adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Ma non è mai stata convertita in legge. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso (oggi il termine è di 10 anni da quando è stato commesso il reato), l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet. Personalmente ritengo che la prescrizione dovrebbe essere eliminata del tutto. Ci sono vittime che hanno impiegato 30 anni e più per prendere il coraggio di parlare della violenza con qualcuno, di solito uno psicoterapeuta. E non sono casi rari.

Come avrà sicuramente appreso per la prima volta a Savona, una sentenza storica, con ben sei pagine di ordinanza, che argomenta i reati dei preti pedofili savonesi e dei vescovi che li hanno coperti, come Dante Lanfranconi, che non solo ha permesso, ma ha anche alimentato le perversioni sessuali di almeno due sacerdoti. Qualcosa sta cambiando?

Lo scorso anno don Ruggero Conti è stato condannato da un tribunale italiano in primo grado a 15 anni e 4 mesi per violenze e induzione alla prostituzione di sette ragazzini. Forse questa è stata la prima vera sentenza storica in Italia, sia per la portata della condanna che per l’“importanza” del soggetto condannato: Conti era il parroco della ricchissima Natività di Maria Santissima di Roma ed era stato consulente per la famiglia del sindaco Gianni Alemanno durante la campagna elettorale alla corsa per diventare Primo cittadino della Capitale. Direi quindi che segnali positivi di cambiamento ce ne sono. Ma poi penso che durante il suo processo è emersa con chiarezza che l’omertà delle gerarchie ecclesiastiche è sistematica così come la loro indifferenza alle segnalazioni, per cui dico che ancora molto resta da fare. Specie a livello istituzionale nei rapporti con lo Stato vaticano.

La reazione del Vaticano, spesso, alle tante denunce è stata quella di attuare trasferimenti dei preti pedofili da una diocesi all’altra, ha preferito proteggere i propri uomini e non i bambini abusati. Qual’è il suo parere?

Il Vaticano si è sempre difeso, e lo fa ancora, sostenendo che i responsabili dei trasferimenti “incriminati” sono i vescovi delle singole diocesi. Questa risposta è tecnicamente corretta. C’è però una questione morale che non si può ignorare, come invece la Chiesa continua a fare. Un esempio per tutti riguarda Bernard Francis Law. Costui era il vescovo di Boston quando nel 2002 scoppiò il primo grande scandalo “di pedofilia ecclesiastica” della storia. La sua diocesi viene travolta e lui ammette di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili. Pertanto si dimette. Ebbene, per tutta risposta Giovanni Paolo II lo “chiama” a Roma e lo piazza come arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Anni dopo, sarà proprio Law a officiare la messa in suffragio di Wojtyla davanti ai cardinali di tutto il mondo. Un trasferimento premio.

La Chiesa cattolica può essere ritenuta, oggi, un luogo sicuro per i bambini?

Due anni fa proprio mentre Benedetto XVI intimava ai vescovi la “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti pedofili, don Fortunato di Noto (associazione Meter) venne intervistato a RadioVaticana. «Anche in Italia – disse – bisogna fare un lavoro sui seminari. Molto, molto lavoro di formazione, di discernimento nei seminari. Bisogna fare un attento monitoraggio ma anche affrontare le situazioni delicatissime che si vengono a creare con molta oculatezza, prudenza e soprattutto efficacia». Il messaggio era chiaro. È nei luoghi di formazione delle nuove leve del clero che si insidia il “cancro” della pedofilia. Ed è qui che occorre fare opera di prevenzione. Specie in quelli minorili, dove dei preti “educano” bambini tra gli 8 e i 16 anni. L’età più critica. Non a caso la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989) ne ha proibito l’istituzione, spiegando che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono al loro sviluppo. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della sessualità. Ebbene, anche per il crollo delle vocazioni questi seminari vanno oramai chiudendo in quasi tutto il mondo. Ma in Italia secondo l’ultimo dato disponibile ce ne sono ancora 123. A essi vanno aggiunti 25 convitti, per un totale di 2.743 seminaristi minori. È quanto risulta dall’ultimo censimento disponibile effettuato dalla Cei nel 2007. Allo stesso modo risulta che quella Carta dell’Onu non sia mai stata sottoscritta dal Vaticano.

Si è discusso molto sul tema del celibato. Crede possa essere una delle tante cause di una perversione alquanto diffusa nelle diocesi?

Assolutamente no. Lo psichiatra Andrea Masini in un’intervista mi spiegò chi è il pedofilo: «La pedofilia è una grave patologia psichiatrica. Il pedofilo prima di essere un criminale è un malato affetto da psicopatia grave o da schizofrenia. Alcune volte queste malattie hanno degli aspetti in cui prevale la lucidità. Il pedofilo non ha la confusione mentale del matto nello stereotipo del pensiero comune. Al contrario è calcolatore, capace di gestire il proprio comportamento, manierato». I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgono apposta determinate professioni. Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. A questo si aggiunga che almeno il 60 per cento degli abusi in Italia sono compiuti in famiglia. Le cause della pedofilia vanno ricercate altrove. Per completezza d’informazione cito anche l’intervista alla psichiatra Annelore Homberg: «Da psichiatra sottolineo che già il termine pedofilia è un’aberrazione linguistica, perché non c’è affatto “philìa” nei confronti del bimbo da parte del violentatore. E poi dico che un prete in celibato semmai diventa masturbatore, al più è costretto a vivere le storie clandestinamente, ma la pedofilia è tutto un altro discorso. Ben vengano tutte le discussioni sul matrimonio dei preti, ma non hanno nulla a che fare con la pedofilia. Peraltro è noto che sono gli ambiti educativi ad attirare le persone che hanno tendenze pedofile. Questo vale per tutte le istituzioni protestanti, cattoliche e non. Difatti ci sono molti educatori finiti in prigione perché colpevoli di abusi su bambini, ed erano sposati».

Il suo libro, “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, denuncia una serie impressionante di episodi forti e numerosi in tutto il mondo. Quale è stato lo stimolo che lo ha portato a condurre una ricerca così difficile e poco documentata?

In realtà esiste un’enorme mole di documenti e libri storici che testimoniano l’esistenza e la legittimazione della pedofilia lungo tutta la storia della Chiesa. Io ho solo tentato di fornire un quadro complessivo del fenomeno, senza limitarmi a elencare dei numeri e dei fatti. Questi sono incontrovertibili. Si parla già di pedofilia diffusa nella Chiesa (come peccato) già nel 305 d.C. al Concilio di Elvira. Lo storico Eric Frattini conta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Dopo di che per tre secoli gli scandali scompaiono dalle cronache grazie alla solerte attività dei tribunali dell’Inquisizione. Non è un caso che quando questi tribunali vengono chiusi, ricompaiono storie di pedofilia ecclesiastica. Tutto il Novecento ne sarà segnato. Dall’America, all’Africa, dall’Oceania all’Europa. Nella “cattolicissima” Irlanda, nel 2009, si è conclusa una delle più lunghe e dolorose indagini sul fenomeno. Fu pubblicata nel Rapporto Ryan. che in oltre 2.500 pagine parlava di pedofilia come un fatto «endemico» nel clero irlandese e denunciava oltre cinquant’anni di violenze compiute negli istituti correttivi cattolici, da parte di circa 800 tra preti e suore dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Pensando alla serialità caratteristica di questo crimine, si teme che le vittime siano state almeno 30mila.

Dopo le scuse di papa Ratzinger sul silenzio e la copertura di molti casi di pedofilia, crede che la Chiesa cattolica stia cambiando atteggiamento a riguardo?

Io penso che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Prevale ancora l’idea che si tratti di un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice: il diritto parla ancora di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente positivo. Ma un fatto concreto è pure che un vescovo italiano non ha l’obbligo di denunciare alla magistratura un presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla legittimazione dell’omertà ma poco ci manca. Questa cosa ha radici profonde e coinvolge anche degli insospettabili. In tempi recenti fu Giovanni XXIII a dare istruzioni su come nascondere i casi di violenza sui bambini firmando nel 1962 il Crimen sollicitationis. Con Paolo VI questa prassi si è consolidata. Ma è con Wojtila e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che si è radicalizzata. Porta la firma dell’attuale papa il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili commessi da chierici cattolici. Mi risulta difficile pensare che Ratzinger e Benedetto XVI non siano la stessa persona.

Il silenzio può rompersi?

Il silenzio si è incrinato ovunque, tranne in Italia. Negli Stati Uniti si è rotto nel 2002. In Europa due anni fa. Porto un altro esempio sull’Irlanda perché ci aiuta a capire quanto siamo lontani da una soluzione. Nel luglio del 2011 il premier Enda Kenny è entrato in Parlamento ha chiesto la parola e ha pronunciato questa frase in riferimento alle conclusioni dell’indagine governativa su fatti di pedofilia accaduti nella diocesi di Cloyne tra il 1996 e il 2009: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, non più tardi di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un altro drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Ecco, ora pensiamo alla possibilità che un primo ministro italiano faccia la stessa cosa, dica le stesse parole. Impossibile. Anche perché certe indagini in Italia non sono nemmeno lontanamente contemplate. Qui da noi se un magistrato si lamenta che non ha mai visto entrare dalla propria porta un vescovo deciso a denunciare un presunto abusatore, accade che il giorno dopo viene sottoposto a un’ispezione del ministero. È successo nell’aprile del 2010 a Pietro Forno. Il capo del pool antimolestie di Milano, massimo esperto in Italia di tali questioni, dopo aver rilasciato un’intervista a Il Giornale in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini, si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro Alfano per verificare che Forno non avesse rivelato segreti d’ufficio.

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica. In Chiesa e pedofilia, edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi dolorosi eventi che hanno scosso l’Europa e l’Italia.

Venerdì 25 maggio alla libreria Rinascita Agosta di Roma (ore 18:30), i temi sollevati nel saggio di Tulli e le ultime notizie di attualità con le Linee guida anti-pedofilia emanate dalla Conferenza episcopale italiana, saranno al centro di una tavola rotonda. Insieme all’autore partecipano la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, il segretario nazionale della Uaar, Raffaele Carcano, e il docente di filosofia Fulvio Iannaco. Coordina il dibattito Gianluca Santilli, responsabile della comunicazione Partito democratico Roma.

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Dalla paidea “platonica” al Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, fino al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, questo saggio offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

«Che l’identità c’è dalla nascita lo dice anche il Codice napoleonico, nel XIX secolo, con la docimasia – osserva lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, nella ficcante intervista a conclusione del saggio -. Se il neonato ha respirato e poi è morto è omicidio. Se non ha respirato non è omicidio, perché la vita umana nell’utero non c’è. Alla nascita c’è un essere umano. Prima no, c’è un fenomeno biologico». Questo implica il darwinismo, aggiunge Fagioli: «Si diventa esseri umani, alla nascita. La Chiesa cattolica non lo accetterà mai e purtroppo non lo accetta neanche la razionalità. Con questa assurda strana negazione-annullamento del fatto che nel sonno non si è morti e quindi che c’è un pensiero da studiare. La negazione assoluta di quello che dice il Codice napoleonico: uno è essere umano alla nascita e non a sette anni con la ragione. Questo è un cardine fondamentale. Altrimenti diventa che si può ammazzare o violentare un bambino come si vuole. E il pensiero che c’è dietro la pedofilia è proprio questo», conclude lo psichiatra.

L’Asino d’oro edizioni, fondata nel 2009 da Matteo Fago e Lorenzo Fagioli, ha sede a Roma e deve il suo nome all’avventuroso romanzo di Apuleio, L’Asino d’oro o Le metamorfosi, la storia di una ”trasformazione”, nella quale l’oro del titolo sembra riferirsi proprio alla favola di ”Amore e Psiche”. L’asse portante e’ infatti proprio costituito dai libri dello psichiatra Massimo Fagioli, che dal 2007 hanno in copertina la scultura ”Amore e Psiche giacenti” di Antonio Canova. Il catalogo propone anche un’ampia collana di saggistica (storia, politica, societa’, medicina). Sono quindici fino ad oggi i volumi pubblicati da L’Asino d’oro, che nel 2011 dara’ alle stampe, tra gli altri, due titoli di narrativa: ”Jendela Jendela” dell’indonesiana Fira Basuki e ”Il ragazzo dai seni di gomma” dell’argentina Sylvia Iparraguirre. Dopo l’esordio nel 2009 con ”Fantasia di sparizione. Lezioni 2007′‘ e ”Left 2006” di Massimo Fagioli e ”Il ritorno di Lilith”, poema della libanese Joumana Haddad, nel 2010 la casa editrice di Matteo Fago e Lorenzo Fagioli ha pubblicato ”Lombardi e il fenicottero”, del giornalista Carlo Patrignani, sulla figura dimenticata del grande socialista ”di ferro”; nella collana ”Il mito di Cura”, i pamphlet ”RU486. Non tutte le streghe sono state bruciate” e ”La Pillola del giorno dopo”, dei ginecologi Carlo Flamigni e Corrado Melega sull’aborto farmacologico e sulla contraccezione di emergenza; ”L’identita’ umana. Nati uguali per diventare diversi” di Livia Profeti e ”La Rosa e la Peonia” della sinologa Valentina Pedone; ”Istinto di morte e conoscenza” di Massimo Fagioli, libro fondamentale della teoria della nascita, sugli scaffali in una nuova edizione a distanza di quarant’anni dalla prima pubblicazione; ”Italia a lume di candela” di Marzio Bellacci, con la prefazione di Margherita Hack; ”Left 2007” di Massimo Fagioli, raccolta degli articoli apparsi a sua firma nella rubrica ”Trasformazione” che tiene ininterrottamente dal 2006 sul settimanale d’inchiesta ”Left”.; ”Chiesa e Pedofilia” del giornalista Federico Tulli, sulla storia millenaria degli abusi su minori da parte del clero cattolico; ”Storie di Amore e Psiche”, della studiosa Annamaria Zesi: diciannove favole che ripropongono il plot apuleiano, trasversale a epoche e civilta’ diverse, una delle quali riscritta in siciliano da Andrea Camilleri. Intanto tre nuovi volumi sono in uscita a febbraio 2011, per i tipi de L’Asino d’oro edizioni: ”Contraccezione”, manuale pratico a cinquant’anni dalla prima pillola, di Carlo Flamigni e Anna Pompili, nella collana ”Il mito di Cura”; ”L’ombra di Cavalcanti e Dante”, di Noemi Ghetti, saggio sui due grandi poeti, amici e rivali, e ”Il pensiero nuovo” di Massimo Fagioli. (red/mar/ss)