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«Alla sintonia, già dimostrata e praticata, con le indicazioni della Congregazione per la dottrina della fede si unisce la piena disponibilità a raccogliere i suggerimenti per verranno per servire meglio l’impegno che la Chiesa, in prima persona il Papa e la stessa Congregazione hanno manifestato contro la pedofilia». È la risposta di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, durante la conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente, ad una domanda che riguardava le linee guida sugli abusi nella Chiesa approvate dalla Cei la scorsa primavera. Le linee guida sono ora in fase di revisione da parte della Congregazione per la dottrina della fede e in un’intervista il promotore di giustizia vaticano, mons. Scicluna, non aveva nascosto le critiche nei confronti del testo.

«Le linee guida – ha spiegato Crociata – sono state approvate dalla Cei secondo il mandato della Congregazione della dottrina della fede e in aderenza ai documenti della Congregazione», che «si è riservata di valutare tutte le linee guida arrivate dalle Conferenze episcopali mondiali e anche le nostre». Il numero due della Cei ha anche assicurato vicinanza alle vittime di abusi, anche in casi di preti conosciuti come il portavoce del vescovo di Fano, arrestato per abusi su una minore. «L’attenzione è grande – ha detto – non solo verso i responsabili di un crimine così efferato, ma anche verso le vittime, un’attenzione che intendiamo avere sistematicamente, e non solo a parole, ma a partire da iniziative e impegni concreti». In generale, i vescovi mantengono alta «l’attenzione alle vittime, al rinnovamento della vita sacerdotale e l’impegno dell’educazione al sacerdozio», puntando «alla santità del prete e alla sua formazione permanente».  (asp/sam)

La Santa Sede pubblica gli atti di un convegno sugli abusi clericali, il Sant’Uffizio critica la Cei, la Camera approva la Convenzione di Lanzarote. Ecco perché non sono buone notizie

Federico Tulli [Cronache Laiche]

 

Come annunciato dalla sala stampa vaticana, sono arrivati in libreria gli atti de “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il simposio internazionale che si è svolto a febbraio scorso all’università Gregoriana di Roma. Pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, gli atti riportano gli interventi che hanno animato i cinque giorni di convegno sul tema degli abusi pedofili compiuti in tutto il mondo da chierici e le relative “coperture” garantite da gerarchie ecclesiastiche compiacenti. L’annuncio della pubblicazione è stato dato dall’Osservatore Romano. «Al simposio – scrivono nell’introduzione i curatori del volume: il promotore di Giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Charles Scicluna e i gesuiti David Ayotte e Hans Zollner – hanno partecipato 110 rappresentanti di conferenze episcopali e 35 superiori generali e, inoltre, rappresentanti delle Chiese orientali in comunione con Roma, rettori di collegi e università, cattolici romani, canonisti, psicoterapeuti ed educatori; in totale, 220 persone provenienti dai cinque continenti». I relatori provenivano in particolare da Filippine, Messico, Brasile, Stati Uniti, Malta, Sud Africa, Argentina, Belgio, Germania e Irlanda. Ciascuno di questi Paesi ha conosciuto sia in tempi remoti che recenti la piaga della pedofilia clericale. «Una tale partecipazione mondiale – osservano i curatori degli atti – mostra chiaramente che il problema delle violenze non riguarda solo Stati occidentali, ma il mondo intero, sfidando quindi i cristiani e la società in genere in tutto il mondo». Come dargli torto?

Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori c’era la necessità di «dare voce alle vittime delle violenze e indicare onestamente mancanze, peccati e crimini commessi nella Chiesa; favorire una cultura dell’ascolto e dell’apprendimento, per lavorare insieme in futuro alla ricerca di soluzioni al problema delle violenze; collaborare con i media e far conoscere ciò che si può fare per proteggere le persone più deboli dalle violenze». È ancora presto per fare un bilancio globale che certifichi se le indicazioni che sono uscite dal lungo e articolato incontro – al quale Cronache Laiche era presente – abbiano lasciato segni tangibili. Potremo limitarci a dare uno sguardo all’Italia e osservare schematicamente che la Conferenza episcopale italiana era rappresentata in pratica dal solo vescovo di Reggio Emilia. Questo, sebbene il simposio fosse ospitato a Roma e nonostante fossero in dirittura di arrivo le attesissime Linee guida Cei anti-pedofilia. Nel corso del simposio Cronache Laiche provò a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, un commento su questo particolare atteggiamento della Cei senza ottenere alcuna risposta. «No comment» anche alla domanda se non ritenesse utile da parte dei vescovi italiani istituire una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stanno cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti (Roma), don Seppia (Genova) e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, di cui questa testata si è occupata con assiduità.

Curiosamente, oggi la posizione della Santa Sede appare completamente diversa, se non altro meno indifferente. A “soli” due mesi dalla pubblicazione delle linee guida Cei (avvenuta il 21 maggio scorso) la Congregazione per la dottrina della fede, per bocca di Charles Scicluna, ha clamorosamente bocciato il documento di cui il segretario della Conferenza, mons. Mariano Crociata andava tanto fiero. Senza tanti giri di parole, il promotore di giustizia ha definito le nuove norme «poco incisive». La “colpa” della Cei va ricercata dove tutti (tranne l’Avvenire) sin da subito hanno puntato il dito. Vale a dire sulla decisione di ribadire l’assenza di obbligo di denuncia dei presunti crimini pedofili alle autorità civili, da parte dei vescovi. All’epoca, Crociata si difese citando il testo emanato di fresco: «Non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito a fatti illeciti». In mezzo a questo gioco delle parti, con la Santa Sede che prima fa le orecchie da mercante e poi accusa, e con la Cei che ritiene di aver disbrigato la pratica “pedofilia nel clero italiano” con un paio di regolette e nulla più, occorre notare un paio di fatti nuovi. Alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio per intenderci) non c’è più mons. Levada. Il successore di Ratzinger alla Congregazione è stato rimosso pochi giorni prima della dichiarazione di Scicluna per far posto a mons. Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002, amico storico dell’attuale papa. Per capire quale sia il reale nesso tra questa nomina e il nuovo atteggiamento della Congregazione (cioè della Santa Sede) nei confronti della Cei, ci vorrebbe un giornalista vaticanista che non faccia da portavoce degli interessi dell’una o l’altra corrente “cardinalizia”. Ma forse, come diceva quello, è più facile che un cammello passi attraverso….

L’altro fatto degno di attenzione e solo a prima vista scollegato da questo contesto è avvenuto il 5 luglio scorso alla Camera, dove – nel silenzio più totale dei media – per la terza volta dal 2007 è passata la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote. Per la terza volta dal 2007 questa norma ora deve ritornare al Senato per l’approvazione definitiva. In essa sono contenute importanti modifiche alla legislazione che regola la lotta alla pedofilia tra cui l’inasprinento delle pene, migliori e più efficaci strumenti di prevenzione e l’ampliamento dei termini di prescrizione entro cui denunciare un abuso. Dato che alla Camera nessuno ci ha pensato, l’ennesimo rimbalzo del testo di legge in Senato potrebbe essere l’occasione per introdurre l’obbligo di denuncia dei presunti pedofili per tutti i cittadini italiani, anche quelli con doppio passaporto. Ma anche in questo caso, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago….

 

Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

Città del Vaticano – Le linee guida della Conferenza episcopale italiana per il contrasto e la prevenzione della pedofilia nella Chiesa saranno «presentate a maggio all’assemblea generale dei vescovi, e dopo la loro approvazione saranno rese pubbliche e operative». Lo ha confermato il segretario generale dei vescovi, mons. Mariano Crociata, nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio Permanente della Cei.  (asp/res)

La stesura delle linea guida della Conferenza episcopale italiana sugli abusi sessuali su minori commessi dai preti «si avviano alla fase di definizione e pubblicazione»: lo ha reso noto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti al termine della riunione del Consiglio Permanente dei vescovi.

Le linee guida Cei sono state passate due volte al vaglio del ‘parlamentino’ dei vescovi, lo scorso settembre e questa settimana, e verranno sottoposte all’approvazione di tutti i vescovi all’assemblea generale del prossimo maggio. La doppia lettura delle norme, ha spiegato mons. Crociata, ha permesso una «attenzione accurata ai particolari» e i tempi si sono allungati «non per difficoltà» ma per una «esigenza di condivisione».

Quanto alla collaborazione con le autorità, le linee guida vaticane per le Conferenze Episcopali prescrivono di operare «nel rispetto e nei limiti delle legislazioni nazionali». In Italia, ha aggiunto mons. Crociata, «non è prevista denuncia attiva: questo non limita la collaborazione, esprime una modalità circoscritta dalla legislazione specifica, ma consente una completa collaborazione con l’autorità civile. Questo è il punto da tenere: la volontà di collaborazione perché la verità sia accertata».

«L’impegno dei vescovi», ha spiegato, è «volto a controllare questo ambito in modo da assicurare attenzione dovuta alle vittime degli abusi, doverosa e sentita, e una cura della formazione sia di base dei seminaristi sia permanente dei presbiteri, per assicurare di affrontare questa materia in modo da escludere nella maniera più determinata ogni possibile abuso per quanto è nelle possibilità dei vescovi e della Chiesa».
(asp/gc)

In Italia i casi di abusi su minori commessi da sacerdoti hanno trovato da parte delle gerarchie cattoliche «una soluzione adeguata». Lo ha assicurato il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, durante la conferenza stampa conclusiva del Consiglio Episcopale Permanente. Rispondendo a una domanda dei giornalisti, Crociata ha detto che – sia per quanto riguarda le competenze delle singole diocesi, sia per quelle della Congregazione per la Dottrina della fede – «la preoccupazione è stata affrontare i casi di abusi in modo da portare a soluzione la situazione dei sacerdoti e da portare attenzione alle vittime e alle stesse comunità parrocchiali. In un lasso di tempo relativamente lungo – ha aggiunto – in vario modo sono state date risposte e soluzioni all’esigenza di impedire ai colpevoli di continuare a nuocere, mentre le vittime sono state accompagnate in percorsi di recupero». (GR)

Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, fa implicito riferimento allo scandalo della pedofilia quando, in un incontro con i sacerdoti del Triveneto, esorta a non trascurare il “credito di fiducia” che, “nonostante tutto”, la Chiesa cattolica ancora conserva in Italia. “Dobbiamo chiederci – ha detto il presule in un discorso dedicato agli orientamenti decennali della Cei sull’educazione – se siamo davvero convinti della forza intrinseca, perché divina, di ciò che è messo nelle nostre mani: la parola di Dio, la grazia trasmessa dai sacramenti, la tradizione di una vita ecclesiale che ancora incide nella mentalità e nello stile di vita di tante persone e, indirettamente, dell’intera società, infine il credito di fiducia che, nonostante tutto, ancora conserviamo e che possiamo recuperare rispetto ad una caduta che la fase critica di quest’ultimo anno, o poco più, ci ha potuto far subire. Sono convinto che il pericolo maggiore di questo momento è la scarsa fiducia che noi uomini di Chiesa abbiamo in noi stessi, la paura e lo scoraggiamento che rischia di prendere il sopravvento e, cosa ancora più grave, di renderci diffidenti gli uni verso gli altri e dividerci perfino tra di noi. Il fattore più pericoloso di questa emergenza educativa è la perdita della speranza da parte degli educatori, e quindi anche di noi. Non temo di dire che qui si prova la nostra fede; perché è questione di fede raccogliere o lasciar cadere la chiamata che questo tempo ci fa giungere da Dio”. (Ska)