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popebenedictxvi_be_1401955cDare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

«Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

irish_abuse_apology_640Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

Lasciate che i pargoli vengano a me, ma non quelli abusati dai miei pastori. Questo il messaggio tra le righe (ma mica poi tanto) del papa nella sua visita pastorale in Messico dei giorni scorsi. All’esortazione alla salvaguardia dell’infanzia («Desidero levare la mia voce invitando tutti a proteggere e accudire i bambini, perché mai si spenga il loro sorriso, possano vivere in pace e guardare al futuro con fiducia»), non è seguita quella che sarebbe dovuta essere solo la naturale conseguenza: l’incontro con le vittime degli abusi di padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo. Eppure, il papa ha detto di parlare a «tutti i bambini del Messico, particolarmente quelli che sopportano il peso della sofferenza, l’abbandono, la violenza o la fame». Tutti tranne quelli, ormai adulti, che la violenza l’hanno subita dalla stessa Chiesa per mano di uno dei più abietti personaggi che abbiano vestito l’abito talare.

Ma d’altronde la storia del fondatore dei Legionari di Cristo è davvero imbarazzante per la Chiesa di Roma, che nonostante continui a dichiarare la totale inconsapevolezza dei due ultimi papi, Wojtyla e Ratzinger, sulla vera “natura” di Degollado, si sottrae al colloquio con gli ex seminaristi abusati perché, secondo il direttore della sala stampa vaticana padre Lombardi, l’incontro sarebbe stato chiesto con «arroganza» dalle stesse vittime invece che, come da prassi, dai vescovi.
Cioè se è la Chiesa locale che chiede al papa di parlare con le vittime dei suoi pastori pedofili – ossia se queste sono sufficientemente mansuete e rassegnate – bene, altrimenti è meglio evitare per non sporcarsi le mani in situazioni a rischio e potenzialmente lesive dell’immagine della Chiesa stessa. Chiaro, no? Alla faccia della ricerca di «verità e trasparenza» che lo stesso Lombardi attribuisce su questo tema ai due papi. Il cui ruolo, su questa oscena storia di abusi e insabbiamenti che si snoda dal 1948 al 2006, anno della “punizione” di Degollado, è ben descritto nel libro I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II (Jason Berry e Gerald Renner, Fazi editore)

Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza.

La punizione di cui si parla è la sospensione a divinis, la rinuncia a ogni pubblico ministero e una vita di ritiro e preghiera per comportamenti «immorali» che hanno «causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione». Non ai seminaristi da lui violentati per anni, quelli a cui ora si nega anche il solo confronto.

Cecilia Maria Calamani (Cronache laiche)
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Padre Jaime Rodriguez è il nuovo segretario generale dei Legionari di Cristo e del Movimento Regnum Christi. Lo si legge sul sito internet della congregazione. A nominarlo è stato ieri direttore generale della Legione di Cristo, padre Alvaro Corcuera, con il consenso del consiglio generale e l’approvazione del Delegato Pontificio, card. Velasio De Paolis. Padre Rodriguez prende il posto di padre Evaristo Sada, che lascia l’incarico dopo sei anni dalla nomina, avvenuta nel 2005. La nomina rappresenta un ulteriore passo nel percorso che i Legionari stanno compiendo dopo gli scandali legati al fondatore, padre Marcial Maciel Degollado, accusato di pedofilia. Padre Jaime Rodriguez, è nato a Madrid nel 1976 ed è stato ordinato sacerdote nel 2008. Ha studiato presso la scuola Everest dei Legionari di Cristo. Nel 1994 è entrato nel noviziato a Salamanca (Spagna) dove ha seguito il percorso di studi umanistici. Ha lavorato per tre anni con gruppi di giovani a Valencia, in Spagna, come direttore del Club ‘Faro’ e professore di formazione cattolica nella scuola Cumbres della stessa città. Dal 1995 al 2001 è stato direttore del Campo Estivo di Santa Maria del Monte a Burgohondo, Avila (Spagna). È laureato in Filosofia e in Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Dal 2005 ha lavorato all’interno della Direzione Generale dei Legionari di Cristo a Roma. Secondo le costituzioni della Legione di Cristo, il segretario generale non ha autorità propria. Il suo compito consiste essenzialmente nell’assistere il direttore generale della congregazione in tutto ciò che ha a che fare con questioni come la corrispondenza ufficiale, riunioni del Consiglio, calendari e appuntamenti. (BOS)

Jesus Colina, direttore e fondatore dell’agenzia di stampa cattolica Zenit, si è dimesso per divergenze con i Legionari di Cristo, che controllano il consiglio di direzione. «È venuta meno la fiducia, la mia attività non dimostra la dipendenza istituzionale dell’agenzia ai Legionari», spiega. Dietro le divergenze anche la crisi dei Legionari per i casi di pedofilia del suo fondatore, Marcial Maciel Degollado, e per «il modo in cui la congregazione ci ha informato, nascondendo fatti rilevanti». (BOS)

Una rigorosa inchiesta sulla vicenda umana e politica del papa polacco. La storia “segreta” degli ultimi 50 anni del Vaticano. Arrivano in libreria due testi fondamentali per conoscere ciò che tv e stampa non dicono

Federico Tulli

Non c’è solo il volto di Karol Woytjla sofferente negli ultimi giorni di vita o appena ferito dal proiettile sparato da Ali Agca. Impresse nella memoria collettiva dei credenti e (purtroppo) non solo, tramite i bombardamenti a tappeto eseguiti sui media dalla propaganda vaticana per tutta la durata del pontificato di Giovanni Paolo II, sono innumerevoli le istantanee che fanno passare l’idea di un uomo franco, leale, sportivo, moderno e quant’altro. Una macchina oliata ed efficiente che è riuscita ad annullare l’impatto emotivo provocato dagli ammiccamenti di Woytjla ai dittatori fascisti di mezza America Latina. E che non si è fermata, come è ovvio, nemmeno nei giorni che precedono la cerimonia di beatificazione del Primo maggio in piazza S. Pietro. Come è già stato detto, la scelta del manifesto prodotto e affisso ovunque a spese del contribuente romano e su cui campeggia un papa in evidente stato di salute con in braccio un bimbo in fasce, non appare affatto casuale. Essa rientra nella gigantesca operazione di pulizia dell’immagine sia della Chiesa cattolica (offuscata dalle sconvolgenti notizie degli scandali pedofili e dei loro insabbiamenti sistematici avvenuti in tutto il mondo), sia di Karol Wojtyla in particolare, la cui beatificazione è sembrata frettolosa anche all’interno di parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A far luce sul livello di credibilità che meritano la Chiesa di Roma e l’uomo che più di ogni altro ne ha segnato le sorti nella seconda metà del XX secolo, fino a incidere sul corso della storia anche al di fuori delle mura vaticane, escono in questi giorni due libri: Wojtyla segreto (Chiarelettere) di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti; e 101 misteri e segreti del Vaticano (Newton Compton) di Claudio Rendina. Testi che puntano la lente su aspetti diversi della vicenda umana e politica del papa polacco e della “sua” Chiesa, ma che insieme contribuiscono a colmare un inquietante vuoto lasciato dalla carta stampata e dai media radiotelevisivi.

La “controinchiesta” del vaticanista Galeazzi e di Pinotti, ad esempio, raccoglie molte

Marcial Maciel Degollado e Giovanni Paolo II

voci critiche anche interne al Vaticano, ostili alla beatificazione ma di fatto mai davvero ascoltate. «È mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere… Mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia» osserva in passaggio della deposizione giurata rilasciata il 7 marzo 2007, il teologo Giovanni Franzoni, nel corso del processo di beatificazione di Karol Wojtyla. Oppure ancora ecco cosa dice il 18 dicembre 2009 il cardinale Godfried Danneels, ex arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio: «Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali». Perché tanta fretta? Resta il dubbio di una decisione politica, commentano gli autori. E l’amarezza per i tanti vescovi che hanno combattuto contro regimi feroci, come Wojtyla contro il comunismo, giocandosi la vita. Nel libro si ricorda tra gli altri Oscar Romero, vescovo di San Salvador, trucidato mentre celebrava una messa. Anche lui possibile santo, ma c’è chi si oppone alla sua beatificazione. Cardinali per lo più vicini a Wojtyla e al suo successore Joseph Ratzinger. La fazione vincente. «Oggi in gioco c’è il futuro della Chiesa: da una parte il potere dall’altra il messaggio di Cristo. I fatti dimostrano che con la beatificazione lampo di Wojtyla la Chiesa celebra soprattutto la sua ossessione secolare per il potere». Una considerazione simile scaturisce alla lettura del libro firmato dallo storiografo Rendina. Il quale senza tanti giri di parole e con la chiarezza e precisione che contraddistinguono le sue ricostruzioni, racconta di cardinali corrotti e vescovi mondani, di banchieri e faccendieri, di ladri e assassini, di preti pedofili e cortigiane, e perfino antipapi. Sono questi, spiega, i protagonisti degli innumerevoli segreti che la storia ufficiale del Vaticano da sempre cerca di occultare. Tra le Mura Leonine si nascondono verità scioccanti e in gran parte ancora poco indagate: gli scandali finanziari (Ior, Banco Ambrosiano, i finanziamenti a Solidarność, i rapporti con la Banda della Magliana) e “sessuali” (porporati assassinati in casa di prostitute, i troppi casi accertati di pedofilia), i legami con i poteri occulti e la massoneria, la finta beneficenza per coprire prestiti e usura, il mercimonio degli annullamenti in Sacra Rota. Rendina, grande esperto di Storia della Chiesa, si concentra in particolare sugli ultimi quattro papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. Cinquant’anni di pontificato, la metà dei quali sotto Giovanni Paolo II, in cui si sono verificati una serie di scandali che hanno scosso la Chiesa di Roma dalle fondamenta. Ne citiamo uno per tutti “pescando” di nuovo nel libro di Galeazzi e Pinotti. Tra le polemiche più feroci che hanno accompagnato la campagna di beatificazione di Wojtyla c’è quella sulla solidità del suo rapporto con Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo. «Le voci sui comportamenti pedofili di Maciel risalgono addirittura agli anni Quaranta, dopo la fondazione dei Legionari di Cristo – scrivono i due giornalisti -. Ma le prime accuse arrivano sicuramente in Vaticano nel 1956 e non rimangono del tutto inascoltate, se il sacerdote viene sospeso per due anni. Reintegrato nelle sue funzioni, dopo un lungo silenzio è di nuovo oggetto di un esposto alla Santa sede, questa volta inoltrato da un ex responsabile della congregazione negli Stati Uniti. Siamo nel 1978, e sulla cattedra di Pietro siede Wojtyla. Non accade niente per dieci anni, finché nel 1989 le stesse accuse vengono ripresentate, di nuovo per via riservata, ma ancora non riescono ad abbattere il muro di difesa che evidentemente in Vaticano è stato alzato intorno alla figura di Marcial Maciel. A questo punto, nel 1997, la denuncia diventa pubblica. La stampa fa da cassa di risonanza alle voci di alcuni ex membri ed ex alunni dei seminari dei Legionari di Cristo, che accusano il fondatore di abusi sessuali compiuti su loro stessi e su altri ragazzi». Ma finché Wojtyla è in vita non accade nulla. La congregazione conta decine di migliaia di adepti, anche “laici”, che ovunque nel mondo fondano e gestiscono scuole e università. I Legionari sono una formidabile fonte di denaro. Poco importa se la loro opera si sviluppi sulla pelle di donne e bambini violentate dal fondatore e dai suoi dipendenti. Essa è decisamente funzionale al potere di Giovanni Paolo II che un anno prima di morire, nel 2004, elogia pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. Bisognerà attendere il 2006 prima che l’ultra ottuagenario prete messicano sia sospeso a divinis da Benedetto XVI e invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. Decisamente tardiva la mossa di Ratzinger che per 22 anni da capo della Congregazione per la dottrina della fede (tutti sotto il pontificato di Woytjla) aveva eluso qualsiasi richiesta di processare Maciel.

left 17/2011

La beatificazione di papa Giovanni Paolo II? È solo un’«operazione di marketing» ed una delle «feste di canonizzazione dei santi costruiti dal potere». Questa l’opinione-choc, affidata ad una nota, del sacerdote della comunità di base fiorentina delle Piagge, don Alessandro Santoro. Il prete di frontiera, che circa due anni fa fu per alcuni mesi sollevato dal suo incarico per aver celebrato, contro l’esplicita volontà della Curia, il matrimonio religioso tra Sandra Alvino, nata uomo e poi diventata donna dopo aver cambiato sesso, e Fortunato Talotta, denuncia oggi come, con il processo di beatificazione avviato dalla Chiesa, Papa Wojtyla sia stato «usato per un’operazione di marketing religioso». Don Santoro non si ferma qui ed avanza anche numerose e dure critiche all’operato dello stesso Giovanni Paolo II. «Pur riconoscendogli un amore appassionato per la Chiesa – spiega nel comunicato – ha negli anni del suo pontificato compiuto gesti quanto meno discutibili, come aver dato la mano e la Comunione a dittatori come Pinochet, aver martoriato e condannato la Teologia della Liberazione, aver eretto la prelatura personale dell’Opus Dei e poi aver beatificato il suo fondatore e sostenitore franchista Josè Maria Escrivà, aver insabbiato le nefandezze e la pedofilia del fondatore e capo indiscusso della Congregazione dei Legionari di Cristo Marcel Maciel, lasciare solo Mons. Oscar Romero, venuto a Roma nel 1979 per chiedere aiuto e sostegno, appena un anno prima del suo assassinio» (Y2G-GRO)

Giovanni Paolo II con padre Maciel fondatore dei Legionari di Cristo

Una rigorosa inchiesta sulla vicenda umana e politica del papa polacco. La storia “segreta” degli ultimi 50 anni del Vaticano. Arrivano in libreria due testi fondamentali per conoscere ciò che tv e stampa non dicono

Federico Tulli

Non c’è solo il volto di Karol Wojtyla sofferente negli ultimi giorni di vita o appena ferito dal proiettile sparato da Ali Agca. Impresse nella memoria collettiva dei credenti e (purtroppo) non solo, tramite i bombardamenti a tappeto eseguiti sui media dalla propaganda vaticana per tutta la durata del pontificato di Giovanni Paolo II, sono innumerevoli le istantanee che fanno passare l’idea di un uomo franco, leale, sportivo, moderno e quant’altro. Una macchina oliata ed efficiente che è riuscita ad annullare l’impatto emotivo provocato dagli ammiccamenti di Wojtyla ai dittatori fascisti di mezza America Latina. E che non si è fermata, come è ovvio, nemmeno nei giorni che precedono la cerimonia di beatificazione del primo maggio in piazza S. Pietro. Come è già stato detto, la scelta del manifesto prodotto e affisso ovunque a spese del contribuente romano e su cui campeggia un papa in evidente stato di salute con in braccio un bimbo in fasce, non appare affatto casuale. Essa rientra nella gigantesca operazione di pulizia dell’immagine sia della Chiesa cattolica (offuscata dalle sconvolgenti notizie degli scandali pedofili e dei loro insabbiamenti sistematici avvenuti in tutto il mondo), sia di Karol Wojtyla in particolare, la cui beatificazione è sembrata frettolosa anche all’interno di parte delle gerarchie ecclesiastiche. A far luce sul livello di credibilità che meritano la Chiesa di Roma e l’uomo che più di ogni altro ne ha segnato le sorti nella seconda metà del XX secolo, fino a incidere sul corso della storia anche al di fuori delle mura vaticane, escono in questi giorni due libri: Wojtyla segreto (Chiarelettere) di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti; e 101 misteri e segreti del Vaticano (Newton Compton) di Claudio Rendina. Testi che puntano la lente su aspetti diversi della vicenda umana e politica del papa polacco e della “sua” Chiesa, ma che insieme contribuiscono a colmare un inquietante vuoto lasciato dalla carta stampata e dai media radiotelevisivi.

La “controinchiesta” del vaticanista Galeazzi e di Pinotti, ad esempio, raccoglie molte voci critiche anche interne al Vaticano, ostili alla beatificazione ma di fatto mai davvero ascoltate. «È mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere… Mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia» osserva in un passaggio della deposizione giurata rilasciata il 7 marzo 2007, il teologo Giovanni Franzoni, nel corso del processo di beatificazione di Karol Wojtyla. Oppure ancora ecco cosa dice il 18 dicembre 2009 il cardinale Godfried Danneels, ex arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio: «Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali». Perché allora tanta fretta? Resta il dubbio di una decisione politica, commentano gli autori. E l’amarezza per i tanti vescovi che hanno combattuto contro regimi feroci, come Wojtyla contro il comunismo, giocandosi la vita. Nel libro si ricorda tra gli altri Oscar Romero, vescovo di San Salvador, trucidato mentre celebrava una messa. Anche lui possibile santo, ma c’è chi si oppone alla sua beatificazione. Cardinali per lo più vicini a Wojtyla e al suo successore Joseph Ratzinger. La fazione vincente. «Oggi in gioco c’è il futuro della Chiesa: da una parte il potere dall’altra il messaggio di Cristo. I fatti dimostrano che con la beatificazione lampo di Wojtyla la Chiesa celebra soprattutto la sua ossessione secolare per il potere». Una considerazione simile scaturisce alla lettura del libro firmato dallo storiografo Rendina. Il quale senza tanti giri di parole e con la chiarezza e precisione che contraddistinguono le sue ricostruzioni, racconta di cardinali corrotti e vescovi mondani, di banchieri e faccendieri, di ladri e assassini, di preti pedofili e cortigiane, e perfino antipapi. Sono questi, spiega, i protagonisti degli innumerevoli segreti che la storia ufficiale del Vaticano da sempre cerca di occultare. Tra le Mura Leonine si nascondono verità scioccanti e in gran parte ancora poco indagate: gli scandali finanziari (Ior, Banco Ambrosiano, i finanziamenti a Solidarno, i rapporti con la Banda della Magliana) e “sessuali” (porporati assassinati in casa di prostitute, i troppi casi accertati di pedofilia), i legami con i poteri occulti e la massoneria, la finta beneficenza per coprire prestiti e usura, il mercimonio degli annullamenti in Sacra Rota. Rendina, grande esperto di Storia della Chiesa, si concentra in particolare sugli ultimi quattro papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. Cinquant’anni di pontificato,

la metà dei quali sotto Giovanni Paolo II, in cui si sono verificati una serie di scandali che hanno scosso la Chiesa di Roma dalle fondamenta. Ne citiamo uno per tutti “pescando” di nuovo nel libro di Galeazzi e Pinotti. Tra le polemiche più feroci che hanno accompagnato la campagna di beatificazione di Wojtyla c’è quella sulla solidità del suo rapporto con Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo. «Le voci sui comportamenti pedofili di Maciel risalgono addirittura agli anni Quaranta, dopo la fondazione dei Legionari di Cristo – scrivono i due giornalisti -. Ma le prime accuse arrivano sicuramente in Vaticano nel 1956 e non rimangono del tutto inascoltate, se il sacerdote viene sospeso per due anni. Reintegrato nelle sue funzioni, dopo un lungo silenzio è di nuovo oggetto di un esposto alla Santa sede, questa volta inoltrato da un ex responsabile della congregazione negli Stati Uniti. Siamo nel 1978, e sulla cattedra di Pietro siede Wojtyla. Non accade niente per dieci anni, finché nel 1989 le stesse accuse vengono ripresentate, di nuovo per via riservata, ma ancora non riescono ad abbattere il muro di difesa che evidentemente in Vaticano è stato alzato intorno alla figura di Marcial Maciel. A questo punto, nel 1997, la denuncia diventa pubblica. La stampa fa da cassa di risonanza alle voci di alcuni ex membri ed ex alunni dei seminari dei Legionari di Cristo, che accusano il fondatore di abusi sessuali compiuti su loro stessi e su altri ragazzi». Ma finché Wojtyla è in vita non accade nulla. La congregazione conta decine di migliaia di adepti, anche “laici”, che ovunque nel mondo fondano e gestiscono scuole e università. I Legionari sono una formidabile fonte di denaro. Poco importa se la loro opera si sviluppi sulla pelle di donne e bambini violentate dal fondatore e dai suoi dipendenti. Essa è decisamente funzionale al potere di Giovanni Paolo II che un anno prima di morire, nel 2004, elogia pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. Bisognerà attendere il 2006 prima che l’ultra ottuagenario prete messicano sia sospeso a divinis da Benedetto XVI, invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. Decisamente tardiva la mossa di Ratzinger che per 22 anni da capo della Congregazione per la dottrina della fede (tutti sotto il pontificato di Wojtyla) aveva eluso qualsiasi richiesta di processare Maciel.

left 17/2011

Una “Commissione per l’avvicinamento” nei confronti delle vittime di padre Marcial Maciel che hanno chiesto risarcimenti e compensazioni ai Legionari di Cristo e’ stata istituita dal delegato pontificio per la congregazione,il card. Velasio De Paolis, che aveva anticipato tale decisionenella sua lettera del 19 ottobre 2010. La commissione, spiegaoggi una nota, “ascoltera’ le persone che a causa di padreMarcial Maciel o in relazione a lui, richiedono azioni da partedei Legionari di Cristo. Successivamente elaborera’ unarelazione dettagliata da sottoporre al Delegato Pontificio che,aiutato dai suoi consiglieri, decidera’ che cosa la Legionedebba fare in ciascun caso”. La Commissione vuole garantire,assicura la nota, “obiettivita’ e imparzialita’” alle vittime esara’ composta da mons. Mario Marchesi, che e’ uno dei consiglieri personali del delegato, da due legionari e da dueesperti esterni, uno dei quali e’ un ex magistrato che adessodirige il Servizio Giuridico Civile della Conferenza Episcopale Spagnola e l’altro e’ investigatore titolare dell’istituto di Investigazioni Giuridiche della UNAM. L’organismo “non sioccupera’ di casi che non siano in relazione con la persona dipadre Marcial Maciel e non interverra’ nemmeno nella cause chesono ancora in attesa di risoluzione nei tribunali civili edecclesiastici”. La sua finalita’, spiega infatti la nota, e’quella di “continuare ad affrontare con serieta’ eresponsabilita’ la nostra storia recente per quanto siriferisce alla condotta di padre Marcial Maciel e alleimplicazioni e conseguenze che questa ha avuto per alcunepersone”, e dunque, “per quanto e’ umanamente possibile,chiudere gli aspetti piu’ dolorosi di questo capitolo, cercarela riconciliazione e assicurarci che regnino la giustizia e lacarita”‘.

Persone che sono state vittime di preti pedofili hanno criticato oggi in Messico l’annuncio della prossima beatificazione di papa Giovanni Paolo II, affermando che il pontefice era al corrente delle sevizie sessuali ma ha chiuso gli occhi. “E’ una delusione per noi, in quanto vittime di sevizie da parte dei preti, sapere che non sono state analizzate tutte le prove che testimoniano come Giovanni Paolo II era al corrente di questi crimini”, ha detto Joaquin Aguilar Mendez, portavoce della “Rete dei sopravvissuti alle sevizie sessuali (inflitte) da alcuni preti”, all’agenzia di stampa France Presse. Secondo lui, che da bambino e’ stato vittima di un prete pedofilo, la beatificazione di papa Wojtyla indica che la Chiesa cattolica “vuole lavarsi le mani al più presto dello scandalo della pedofilia”. “Non è possibile che Wojtyla non sia stato al corrente del caso di padre Marcial Maciel, uomo di primo piano durante il suo pontificato”, ha aggiunto Mendez. Maciel, fondatore messicano dell’ordine dei Legionari di Cristo morto neglia Usa nel 2008 a 87 anni, ha avuto una figlia da una relazione clandestina ed e’ stato accusato di aver compiuto sevizie sessuali su otto ex seminaristi. Nel 2006 era stato sottoposto dal Vaticano a restrizioni al suo ministero religioso. (BA)

di Federico Tulli

Sì, è vero. Cristo è morto dal freddo. E Karol Wojtyla non sapeva che Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, fosse un sadico violentatore pedofilo. Passi che il principale responsabile della repentina fine del partito dei lavoratori in Europa (grazie a un “prestito” della Banda della Magliana) sia beatificato il Primo maggio – in fondo ciascuno Stato è libero di organizzare sagre quando vuole -, ma almeno non ci vengano a infiocchettare Giovanni Paolo II come un uomo ignaro, puro, nemmeno sfiorato dall’idea che certe sue “amicizie” fossero dotate di una personalità criminale fuori dal comune. Perché allora aspettiamoci anche, nei prossimi quattro mesi, di sentire qualcuno affermare che nel 1987 l’uomo affacciato sul balcone a Santiago del Cile insieme al dittatore fascista Augusto Pinochet non era il nemico pubblico numero Uno del preservativo (e di conseguenza amico pubblico numero Uno dell’Aids). Si dirà, lo ha fatto perché stringere la mano a quel delinquente era l’unico modo per ottenere l’introduzione obbligatoria dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche dello sfortunato Paese Latinoamericano. E forse è pure vero, poiché adottò la stessa strategia con il generale Gualtieri in Argentina e con la dittatura uruguagia. Ma insomma, in attesa del colpo di spugna sul rapporto tra Woytila e Pinochet, che peraltro non si consumò unicamente su quel balcone, “godiamoci” l’avvio delle operazioni di pulizia d’immagine del suddetto Papa che a quanto pare partono proprio dalla negazione della stretta amicizia che lo legava a Degollado.

«Giovanni Paolo II non era a conoscenza della doppia personalità di padre Maciel» sostiene il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, in un’intervista a Famiglia Cristiana, pubblicata sul sito internet del settimanale. Perché questa affermazione? Perché nei mesi scorsi, nel pieno dell’operazione “pulizia” che si è abbattuta sulla congregazione dei Legionari a un certo punto qualcuno ha ipotizzato che la causa di beatificazione rischiava di subire un rallentamento in relazione allo scandalo sulla pedofilia, e circolavano voci sul fatto che Karol Wojtyla avrebbe protetto padre Maciel. Tra le molte voci spicca quella autorevole del settimanale tedesco Stern, secondo cui il prete messicano «era uno dei più efficienti raccoglitori di donazioni della Chiesa cattolica e un particolare protetto del defunto papa Karol Wojtyla». Il cardinale Amato però, non ha dubbi: «Le confermo che abbiamo indagato a fondo e ampiamente – risponde al giornalista di Famiglia Cristiana -. Giovanni Paolo II non era a conoscenza della doppia personalità di padre Maciel».

Sarebbe interessante sapere se nel corso di questa indagine qualcuno ha fatto delle domande anche al cardinale Angelo Sodano o al cardinal Eduardo Martinez Somalo, già prefetto della Congregazione per gli istituti della vita consacrata. Oppure, perché no, a monsignor Stanislaw Dziwisz, il segretario polacco di Giovanni Paolo II, oggi cardinale di Cracovia. Di tutti e tre, dei loro “affari” con Degollado e della vicinanza di costui al prossimo beato Karol, scrive con dovizia di particolari Jason Berry in due articoli usciti il 6 e il 12 aprile 2010 su National Catholic Reporter. Ancora meglio la storia è ricostruita da Berry e Gerald Renner, nel libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” pubblicato in Italia da Fazi nel 2006. Ecco un assaggio di quanto scrivono i due giornalisti: «Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza». Come sanzione per le violenze e il concubinato l’ultra ottuagenario Degollado fu sospeso a divinis e invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. È morto nel gennaio di tre anni fa. Al caldo.

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