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Don Lelio Cantini, ex parroco della Regina Pacis di Firenze

Ha violentato numerose bambine per 20 anni, a Firenze. Denunciato dalle vittime è stato riconosciuto, da chi l’ha indagato, responsabile dei crimini sulla base di prove e testimonianze inoppugnabili. Ma non ha mai messo un piede in tribunale italiano. E mai lo farà, mercoledì scorso è morto. Come è stato possibile? Perché in Italia la brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) consente a un pedofilo di passare agilmente tra le maglie della giustizia e farla franca.

Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, e deceduto a 89 anni nella più assoluta indifferenza dei media nazionali, è emblematico per comprendere quanto siano inadeguati i termini di prescrizione stabiliti dall’ordinamento italiano per questo genere di reato. Dato lo scalpore che suscitò la vicenda quando venne alla luce a metà del decennio scorso, sarebbe stata l’occasione giusta per riaccendere i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia e avviare un dibattito pubblico. E invece il silenzio dell’informazione non fa che rafforzare la genetica (e sospetta) inerzia di Governo e Parlamento di fronte a queste vicende. Accusato per abusi avvenuti tra il 1973 e il 1993, Cantini fu denunciato nel 2004 da alcune vittime che per prime avevano avuto il coraggio di rivolgersi alla magistratura. Erano quindi passati undici anni dalle ultime presunte violenze e questo l’ha messo al riparo da una condanna penale. L’archiviazione per prescrizione dei reati è scattata a maggio 2011 e il decreto gli è stato notificato nel convento dei frati francescani di Fiesole. Qui l’ex parroco della Regina Pacis si era ritirato nel 2008 dopo essere stato ridotto allo stato laicale perché riconosciuto responsabile di «abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori» da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Colpevole per il Vaticano, prescritto per lo Stato italiano.

Per inciso, la sentenza della Cdf non ha impedito alla Curia toscana di rendersi protagonista di una surreale polemica con la procura di Firenze. Polemica che vale la pena riassumere brevemente anche per ricordare l’idea che si erano fatti i magistrati su questa vicenda. Nel decreto di archiviazione il pm Canessa faceva riferimento a comportamenti omissivi da parte delle autorità religiose e a una «lunga inerzia» che aveva consentito a don Cantini di proseguire nella sua condotta. La stoccata parte dal periodico delle diocesi locali Toscana Oggi che definisce il decreto una condanna «impropria», pronunciata «senza processo». Secca la replica della procura di Firenze che sottolinea come nella richiesta di archiviazione fosse contenuto «l’elenco dei singoli elementi di prova acquisiti nel corso delle indagini in merito alla sussistenza dei fatti addebitati all’indagato ed alle condotte di terze persone unitamente ai motivi per cui non è stato possibile esercitare l’azione penale, o per estinzione del reato per prescrizione (fatti addebitati al Cantini), o per mancanza di querela (fatti relativi alle asserite minacce ricevute da alcune parti offese ed agli abusi sessuali patiti da persona compiutamente identificata)». Molto probabilmente, dunque, colpevole anche per lo Stato italiano. Ma prescritto.

Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ospitò la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna nel rispondere a chi scrive assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Sono passati 15 mesi. Il testo di legge – che contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia e l’inasprimento delle pene – giace esangue alla Camera senza che nessuno sappia dire quando e se riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un abuso, da anni è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta norma ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) è stata addirittura ridotta da 15 a 10 anni.

Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, il 23 marzo 2011 la pressione dell’opinione pubblica indignata per gli scandali emersi in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti, portò all’approvazione di una legge che prevede un allungamento da tre a 30 anni per i tempi di prescrizione delle responsabilità civili. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a casi di pedofilia. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 da Benedetto XVI, che in Vaticano fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto di violenza. Come pure segna una svolta il Protocollo emanato ad aprile 2011 dalla Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Fernando Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), tristemente simile a quello di don Cantini, che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Misura che denota estrema civiltà e lancia un segnale forte anche contro chi si ostina a proteggere migliaia di scheletri in altrettanti armadi, ma che ancora oggi non ha “imitatori” in nessun altro Paese al mondo. Italia compresa.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

In Italia i termini temporali entro cui è possibile denunciare un abuso sono troppo brevi. La vicenda delle vittime di don Cantini e la mancata ratifica della Convenzione di Lanzarote

Federico Tulli

Violentare decine di bambine per oltre 20 anni, essere denunciato e considerato colpevole in base a prove e testimonianze inoppugnabili. E farla franca. In Italia è possibile, grazie alla brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) e all’inerzia del Parlamento. Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su alcune minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, per il quale lunedì scorso il gip ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Paolo Canessa, riaccende i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia. Gli ultimi abusi denunciati dalle vittime risalgono al 1993 e questo mette al riparo da un’azione penale Cantini. Il quale nel frattempo è stato spretato dalla curia fiorentina. Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ha ospitato la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Il testo di legge contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, e l’inasprimento delle pene. Da quel giorno più che settimane sono passati mesi (per la precisione, sei), ma la norma è arenata alla Camera senza che nessuno sappia dire quando riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un ’abuso, da tempo è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) fu abbassata da 15 a 10 anni. Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, la pressione dell’opinione pubblica e la notevole sensibilità del governo di Angela Merkel ha fatto sì che dopo gli scandali scoppiati in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti venisse approvata il 23 marzo scorso un disegno di legge che prevede un allungamento dei tempi di prescrizione delle responsabilità civili per questi reati da tre a 30 anni. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a questi casi. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 in Vaticano da Benedetto XVI, che fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto “sessuale”. Infine, il 27 aprile scorso, la Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), ha emanato un Protocollo che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Presentata a Roma “Uno su cinque”, la campagna anti-pedofilia del Consiglio d’Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica e arginare il dramma degli abusi sui bambini. L’Italia in ritardo con la ratifica delle nuove norme di Federico Tulli

In Europa una persona su cinque è stata violentata nel corso della propria infanzia da un adulto. Nella quasi totalità dei casi (tra il 70 e l’85 per cento) la vittima conosce il suo aggressore che spesso è un familiare, un parente o comunque una persona di fiducia, ed è questa una delle principali ragioni per cui il 90 per cento dei crimini pedofili non viene denunciato alle autorità. Poggia su questi dati la campagna di sensibilizzazione “Uno su cinque” del Consiglio d’Europa (Coe) lanciata ieri a Roma dal vicesegretario generale del Coe, Maud de Boer Buquicchio, insieme con la ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel complesso monumentale di San Michele a Ripa. Di fronte al dilagare della pedopornografia su internet, fenomeno strettamente connesso alla tratta dei piccoli schiavi e del cosiddetto turismo “sessuale”, e sfruttando la scia emotiva degli scandali che negli ultimi due anni hanno coinvolto la Chiesa cattolica di mezza Europa, la campagna si pone l’obiettivo di sensibilizzare i bambini, i genitori, gli insegnanti e le persone a contatto con l’infanzia sulla gravità e l’attualità del problema, e di fornire le conoscenze necessarie per prevenire e denunciare gli abusi. Ma soprattutto, l’iniziativa del Consiglio d’Europa è finalizzata a ottenere la ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale” da parte dei 33 gli Stati che l’hanno firmata il 25 ottobre del 2007. Il documento è entrato in vigore il primo luglio 2010, e solo nove Paesi, a oggi, l’hanno adottata adeguando la legislazione nazionale alle indicazioni che contiene. Raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, introduzione del reato di apologia della pedofilia, inasprimento delle pene, sono alcuni dei punti nodali della Convenzione. L’importanza di concludere in breve tempo l’iter parlamentare di ratifica del testo da parte dei Paesi membri del Coe, è stata sottolineata dalla de Boer Buquicchio, e poi rilanciata dal vice presidente dell’assemblea al Consiglio d’Europa, l’irlandese Frank Fahey.

«Occorrono coraggio e trasparenza», ha detto Fahey ricordando la svolta provocata dalle tre inchieste governative che tra il 2005 e il 2009 hanno fatto luce sugli innumerevoli scandali pedofili coperti dalla Chiesa d’Irlanda per quasi mezzo secolo. «Dobbiamo essere certi che i bambini siano tutelati», ha aggiunto Fahey. «Si deve affrontare la pedofilia a viso aperto e senza riserve, solo in questo modo si può parlare di sensibilizzazione». «Il Consiglio d’Europa – ha detto a sua volta la ministra Carfagna – ha scelto l’Italia per il lancio della campagna antipedofilia, perché il nostro Paese si è molto impegnato nei negoziati che hanno portato all’adozione della Convenzione di Lanzarote». La titolare delle Pari opportunità ha poi annunciato una campagna informativa coordinata con il ministro dell’Istruzione, infine ha assicurato che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» ratificherà la normativa del Coe. Il testo rimbalza tra i due rami del parlamento da oltre nove mesi. Dopo un prima approvazione alla Camera il disegno di legge di ratifica è stato votato a ottobre dal Senato con delle modifiche, pertanto è ritornato al punto di partenza. «L’Italia ha una normativa fortemente avanzata», ha comunque precisato Carfagna. Agli strumenti di legge, da gennaio 2011 si aggiungerà un’arma fondamentale. Si tratta della banca dati dell’Osservatorio per il contrasto delle pedopornografia istituita a fine 2007. L’Osservatorio opera presso il dipartimento per le Pari opportunità, «con il compito di acquisire e monitorare i dati e le informazioni relativi alle attività, svolte da tutte le pubbliche amministrazioni, per la prevenzione e la repressione del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori». Ma la sua banca dati non ha mai funzionato. «È stata attivata una prima fase con il funzionamento del portale e a gennaio prossimo il sistema diventerà operativo», ha detto la ministra Carfagna a Terra. Quanto all’eventualità che il governo avvii una campagna di trasparenza, in collaborazione con le autorità del Vaticano, sui crimini pedofili compiuti da uomini appartenenti al clero che negli ultimi anni hanno sconvolto numerose comunità – a Savona, a Bolzano, a Milano, all’istituto per sordomuti Provolo di Verona, solo per citarne alcuni -, prendendo esempio dall’indagine conoscitiva compiuta dall’esecutivo di Dublino, la titolare delle Pari opportunità è stata fin troppo chiara: «Non mi risulta che ci sia questa intenzione, che ci sia questa volontà».

Terra, il primo quotidiano ecologista

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

Nel Codice penale italiano non esiste la parola “pedofilia”. Pochi giorni dopo la denuncia del nostro settimanale, il 27 ottobre scorso il Senato ha finalmente approvato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa «per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale», siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il disegno di legge era stato parcheggiato alla commissione Giustizia per otto mesi a conferma che (anche) quando c’è di mezzo la pedofilia, alle tante “belle” parole pronunciate dalle istituzioni per declamare il loro strenuo impegno contro la diffusione di un crimine, solo sporadicamente seguono dei fatti concreti. Ora il ddl, avendo subito delle modifiche, tornerà alla Camera dove era stato approvato a febbraio 2010. Staremo a vedere quanto ancora ci vorrà per salutare l’entrata in vigore di un provvedimento fondamentale per difendere i minori dagli abusi degli adulti. Il ddl, infatti, oltre a inasprire le pene per i pedofili, introdurrebbe per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico (con l’articolo 414-bis del Codice penale) il termine “pedofilia”. In ogni caso, in Italia molto ancora resta da fare. A cominciare dalla messa in funzione di Ciclope, la banca dati interministeriale per il monitoraggio della pedofilia istituita e finanziata con denaro pubblico sin dal 2007, senza che un solo file sia transitato nel suo server. «Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove. Non si potrà invece avere notizie dell’autore del reato» ha detto di recente il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, osservando che secondo lei l’identikit del violentatore tipo «non è di alcuna utilità» nell’opera di prevenzione. Sembra un quadro surreale ma siamo di fronte a un dramma: nel nostro Paese, l’ordinamento giuridico non “conosce” la pedofilia, e alle istituzioni non importa sapere chi è il pedofilo. Se a questo aggiungiamo la descrizione che gli esperti di Telefono azzurro danno delle caratteristiche di questa tipologia di criminale («il pedofilo – si legge nel Dossier 2010 – non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”, egli è invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare tutte le situazioni che favoriscono il contatto con bambini») si comprende perché inquadrare statisticamente la figura del violentatore non sia affatto semplice. I freddi numeri estrapolati dalle segnalazioni che arrivano a Telefono azzurro dicono che chi compie abusi su bambini è quasi sempre un uomo (88,8 per cento dei casi) mentre il ruolo delle donne autrici di violenze (12,2 per cento), «va da un abuso attivo e cercato per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il Codice penale, che all’articolo 40 afferma: “Non impedire un evento equivale a cagionarlo”». Nella maggior parte dei casi (60 per cento circa), il pedofilo appartiene al nucleo familiare della vittima: «Padri, madri, nonni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti». Se solo l’11 per cento circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di persone esterne alla famiglia ma comunque conosciute: tra queste, spiccano gli amici di famiglia (12,9) e gli insegnanti (9 circa), i vicini di casa (4,7). L’1,2 per cento delle segnalazioni al Telefono azzurro riguarda infine figure religiose. In sintesi, le statistiche dicono che l’aguzzino è spesso una persona che il bambino conosce bene, in cui ripone fiducia «abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di “fragilità” emotiva» prima ancora che la violenza fisica completi l’opera di devastazione.

Federico Tulli

left 43/2010