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Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

ImmagineLa Visita Apostolica della Chiesa irlandese ordinata da papa Benedetto XVI in seguito all’esplosione dello scandalo pedofilia ”ha permesso ai visitatori di vedere con i loro occhi quanto le mancanze del passato abbiano dato luogo a una comprensione e reazione insufficiente al terribile fenomeno dell’abuso dei minori, non ultimo da parte di vari vescovi e superiori di ordini religiosi”. E’ quanto si legge nella sintesi dei risultati della Visita, pubblicati oggi dalla Sala Stampa vaticana.

”Con un grande senso di dolore e vergogna – sottolinea il rapporto -, bisogna ammettere che all’interno della comunità cristiana giovani innocenti sono stati abusati da preti e religiosi alla cui cura erano stati affidati, mentre coloro che dovevano vigilare spesso non lo hanno fatto adeguatamente”. Tuttavia, prosegue il rapporto, ”i visitatori hanno potuto verificare che, dall’inizio degli anni ’90, sono stati fatti passi verso una maggiore consapevolezza della serieta’ del problema degli abusi, sia nella Chiesa che nella società, e di quanto sia necessario trovare misure adeguate per contrastarlo”. Nella sintesi del rapporto, che contiene osservazioni della Santa Sede e di tutti i dicasteri vaticani interessati dalla visita, si rinnova ”il senso di sgomento espresso da Papa Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda” e ”la vicinanza che egli ha più volte manifestato alle persone vittime di tali atti peccaminosi e criminali compiuti da sacerdoti o religiosi”. Nel testo si sottolinea come questa visita apostolica abbia avuto ”un carattere pastorale”, permettendo da un lato di ”attestare la gravita’ delle mancanze che hanno dato luogo nel passato ad una non sufficiente comprensione e reazione, anche da parte dei vescovi e superiori religiosi, al terribile fenomeno dell’abuso sui minori”.

Il testo di sintesi presentato oggi precisa che le ”Linee guida” enunciate nel documento ”Safeguarding Children” del 2008 prevedano alcuni aspetti di basilare importanza per continuare a monitorare e prevenire misfatti in questo ambito: anzitutto si parla di ”un capillare coinvolgimento dei fedeli e delle strutture ecclesiastiche nel lavoro di prevenzione e formazione”; si ribadisce la disponibilità piena ad ”una stretta collaborazione con le autorità civili nella tempestiva segnalazione delle accuse”; si riafferma ”il costante rimando alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per ciò che è di sua competenza”. Il testo sottolinea, inoltre, che ”tali norme si sono rivelate uno strumento efficace per gestire le denunce di abuso e per accrescere la sensibilità dell’intera comunità cristiana in materia di tutela dei minori”.

Oltre a come affrontare l’assistenza nei confronti delle vittime degli abusi, il documento si occupa anche degli autori degli abusi (preti e religiosi) e di coloro che tra i religiosi sono stati accusati ingiustamente. Si ricorda cosi’ che vescovi e superiori religiosi, in collaborazione con il ”National Board for Safeguarding Children”, ”dovranno sviluppare una normativa per trattare i casi di sacerdoti o religiosi verso cui siano state avanzate accuse, ma nei confronti dei quali il Pubblico ministero abbia deciso di non procedere”. Allo stesso modo, prosegue il testo di sintesi, ”si dovranno stabilire norme per facilitare il ritorno nel ministero di sacerdoti falsamente accusati e per offrire l’adeguata attenzione pastorale ai sacerdoti o religiosi che siano stati ritenuti colpevoli di abusi su minori”.

Quanto alla formazione nei seminari e negli istituti religiosi, il documento vaticano afferma che e’ necessario assicurare che ”la formazione offerta sia radicata in un’autentica identità presbiterale, offrendo una più sistematica preparazione alla vita imperniata sul celibato sacerdotale, sapendo mantenere un adeguato equilibrio tra le dimensioni umana, spirituale ed ecclesiastica”.

Sempre in tema di formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, il testo evidenzia l’importanza di ”introdurre più rigorosi criteri di ammissione” e di ”mostrare un maggiore impegno per la formazione intellettuale dei seminaristi”. Si afferma inoltre che ”i religiosi in Irlanda si uniranno ai vescovi nella comune riflessione” su questi temi della formazione per una adeguata identità presbiterale e religiosa, oltre che per offrire assistenza alle stesse vittime degli abusi.

Nonostante la gravità dei fatti verificatisi, i visitatori vaticani sottolineano ”la permanente vitalità della fede del popolo irlandese”, notano ”la dedicazione con cui molti vescovi, sacerdoti e religiosi vivono la propria vocazione”, riscontrano ”la vicinanza umana e spirituale che molti di loro hanno avvertito da parte dei fedeli in un tempo di crisi” e riconoscono ”la profonda fede di molti uomini e donne e un vasto coinvolgimento di sacerdoti religiosi e laici nel dare vita alle strutture di tutela dei minori”. Tra gli ultimi aspetti citati nel documento, si parla della riflessione circa l’attuale configurazione delle diocesi, considerate da molti troppe rispetto alla popolazione irlandese, da riconsiderare in vista di rendere le strutture diocesane ”meglio idonee a rispondere all’odierna missione della Chiesa”. (asp/cam/alf)

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La stesura delle linea guida della Conferenza episcopale italiana sugli abusi sessuali su minori commessi dai preti «si avviano alla fase di definizione e pubblicazione»: lo ha reso noto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti al termine della riunione del Consiglio Permanente dei vescovi.

Le linee guida Cei sono state passate due volte al vaglio del ‘parlamentino’ dei vescovi, lo scorso settembre e questa settimana, e verranno sottoposte all’approvazione di tutti i vescovi all’assemblea generale del prossimo maggio. La doppia lettura delle norme, ha spiegato mons. Crociata, ha permesso una «attenzione accurata ai particolari» e i tempi si sono allungati «non per difficoltà» ma per una «esigenza di condivisione».

Quanto alla collaborazione con le autorità, le linee guida vaticane per le Conferenze Episcopali prescrivono di operare «nel rispetto e nei limiti delle legislazioni nazionali». In Italia, ha aggiunto mons. Crociata, «non è prevista denuncia attiva: questo non limita la collaborazione, esprime una modalità circoscritta dalla legislazione specifica, ma consente una completa collaborazione con l’autorità civile. Questo è il punto da tenere: la volontà di collaborazione perché la verità sia accertata».

«L’impegno dei vescovi», ha spiegato, è «volto a controllare questo ambito in modo da assicurare attenzione dovuta alle vittime degli abusi, doverosa e sentita, e una cura della formazione sia di base dei seminaristi sia permanente dei presbiteri, per assicurare di affrontare questa materia in modo da escludere nella maniera più determinata ogni possibile abuso per quanto è nelle possibilità dei vescovi e della Chiesa».
(asp/gc)

Per la Chiesa e il Vaticano «l’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico o la violazione di un codice di condotta interno a un istituto, sia esso religioso o meno. È anche un reato perseguibile dalla legge civile». Lo ha ribadito mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenendo al Senato a un Forum di Telefono azzurro sulla protezione dei bambini. Monsignor Scicluna, il cui dicastero è competente per la prevenzione e la lotta agli abusi di esponenti del clero sui bambini, ha ricordato che «anche se i rapporti con l’autorità civile variano da paese a paese, è importante cooperare con tale autorità». La Chiesa sta ancora elaborando una propria cultura e linee di condotta contro questi crimini: «Siamo tutti – ha commentato mons. Scicluna – in una fase di apprendimento», e «le istituzioni, comprese le Chiese, faranno bene a mostrare la loro apertura alla ricerca e allo sviluppo nel campo della prevenzione degli abusi sui minori». (CHR)

Riguardo le annunziate direttive della Conferenza episcopale italiana (Cei) sugli abusi sessuali sui minori nella chiesa cattolica, il movimento di sostegno ai sopravvissuti e alle vittime chiede verità e giustizia.

Chiediamo che la Cei si dichiari favorevole e sostenga la richiesta dell’istituzione di una Commissione indipendente sui crimini sessuali sui minori da parte del clero, di religiosi e religiose cattolici in Italia. I membri di questa Commissione siano scelti tra giuristi, operatori sanitari, operatori dell’informazione, uomini di scienza di provata capacità, indipendenza e obiettività, con la rappresentanza di sopravvissuti e vittime.

Chiediamo che la Cei e la chiesa cattolica si adoperino affinché la Congregazione per la dottrina della fede assieme alle diocesi, le istituzioni, gli enti, le congregazioni e comunità religiose mettano a disposizione della Commissione, della magistratura e dell’opinione pubblica, nel rispetto delle consuete norme di garanzia, i loro archivi con tutte le notizie di reato perseguibili di ufficio sugli abusi sessuali sui minori da parte del clero, di religiosi e religiose, anche per quei reati caduti in prescrizione.

Chiediamo che le direttive Cei impongano alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denuncia delle notizie di reato perseguibili di ufficio. Obbligo da estendersi, tramite anche analoghe direttive della chiesa cattolica, ai membri della Curia Romana, ai responsabili diocesani e ai responsabili degli ordini, congregazioni e comunità religiose, fino a tutti i membri del clero, degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica.

Chiediamo che la Cei si faccia promotrice di direttive e norme che prevedano l’imprescrittibilità dei reati sessuali nei confronti di minori compiuti dal clero e da membri degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, per evitare che i crimini restino impuniti.

Chiediamo che le direttive della Cei impongano la rimozione dallo stato clericale di tutti i responsabili di abusi sessuali su minori, seppur caduti in prescrizione, senza alcuna eccezione, rigettando l’infondata distinzione tra casi più gravi e meno gravi. Chiediamo che le direttive impongano le dimissioni di tutti i vescovi che, seppur informati degli abusi, non abbiano trasmesso le relative notizie di reato alla magistratura. Chiediamo altresì, alle massime autorità della chiesa cattolica, la destituzione da tutti gli incarichi, di qualunque genere essi siano (spirituali, di governo, pastorali ecc.), in Italia e nel governo della chiesa cattolica, del card. Bernard Francis Law.

Chiediamo che le direttive Cei impongano altresì alle diocesi, agli istituti di vita consacrata e alle società di vita apostolica di risarcire o indennizzare spontaneamente le vittime, in misura adeguata rispetto al danno subito. Questo perché il più delle volte il responsabile degli abusi non può e non vuole risarcire quello che la magistratura gli impone.

Chiediamo infine che la Cei promuova una seria e approfondita riflessione sul perché si verificano questi crimini sui minori nella chiesa cattolica. Crimini che non dovrebbero essere compiuti se i membri del clero, degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica si attenessero al rispetto della regola del celibato, del voto, dell’impegno e del vincolo alla castità. Chiediamo che la Cei operi una riflessione sul legame tra la repressione affettiva e sessuale del clero, di religiosi e religiose in genere e gli abusi da essi compiuti.

Questo perché sopravvissuti e vittime hanno bisogno di verità e giustizia e non di parole vuote e pubblico rammarico, che lasciano il tempo che trovano. Se veramente si vogliono ascoltare le vittime e i sopravvissuti, agendo di conseguenza, è necessario che tutto quanto chiediamo sia effettivamente attuato.

Movimento di sostegno ai sopravvissuti e alle vittime:

Associazione piccolo Alan ONLUS
Associazione sordi “Antonio Provolo” ONLUS
Il Dialogo – Periodico di cultura, politica, dialogo interreligioso
Rete L’ABUSO
Survivors Network of those Abused by Priests – SNAP – USA
Survivors Voice Italy – La Colpa
Survivors Voice Europe
Vittime di don cantini

Le linee guida anti-pedofilia dei vescovi italiani passano al primo vaglio ufficiale dopo le indicazioni dettate dalla Santa Sede a tutte le conferenze episcopali mondiali. Quattro i capitoli su cui si sta lavorando: fermezza nelle conseguenze penali, più rigore nella formazione dei sacerdoti, ascolto delle vittime, accompagnamento dei sacerdoti coinvolti. La bozza del testo è stata esaminata oggi dal Consiglio episcopale permanente, l’organo direttivo della Cei, riunito in questi giorni a Roma e aperto lunedì dalla prolusione del presidente, card. Angelo Bagnasco. Quest’incontro era, di fatto, la prima riunione operativa del vertice della Conferenza episcopale italiana dopo l’input arrivato dal Vaticano a metà maggio attraverso un documento stilato dalla Congregazione per la dottrina della fede. Da allora il tema della pedofilia nel clero non ha mancato di tornare all’attenzione delle cronache. Proprio nei giorni in cui usciva il documento della Congregazione, a Genova scoppiava il caso di Don Seppia, il parroco arrestato per abusi e droga. A luglio dall’Irlanda arrivava il rapporto Cloyne che ha spinto il Vaticano a un gesto clamoroso come quello di richiamare a Roma il nunzio per consultazioni. Ed è di pochi giorni fa la denuncia alla Corte penale internazionale dell’Aja presentata da un’associazione americana di vittime di abusi che accusa persino il Papa: un’azione a detta di molti giuristi con scarse probabilità di essere presa in considerazione, ma che ha fatto molto rumore. Il testo della Congregazione forniva indirizzi e vincoli su come le Conferenze episcopali dovessero muoversi per affrontare lo spinoso problema degli abusi su minori commessi da sacerdoti. L’obbligo di tener conto delle leggi civili era uno degli aspetti e sarà uno dei nodi centrali anche del documento a cui stanno lavorando i vescovi. Tra loro è emersa la «convinzione condivisa» che sia necessario «un sempre più rigoroso percorso formativo per i futuri preti, l’ascolto delle vittime, l’accompagnamento dei sacerdoti coinvolti». «Ferme restando le conseguenze penali», però. In sostanza, c’è un’attività di prevenzione da fare a monte, in seminario, con una selezione accurata dei futuri sacerdoti. C’è poi un lavoro a valle, che riguarda da una parte chi ha subito gli abusi e dall’altra chi li ha commessi. Ma i risvolti sul piano della giustizia devono restare un punto fermo e non ci devono essere sconti. Bisognerà vedere come quest’aspetto, che è centrale, verrà recepito nel documento finale. Nel maggio scorso era stato lo stesso Bagnasco ad assicurare che «sarà sicuramente messa nero su bianco l’esortazione ai vescovi affinché invitino le persone a fare denunce e segnalazioni». Per l’approvazione del documento finale bisognerà quasi certamente aspettare qualche mese. Presumibilmente sarà varato dal Consiglio Cei nella sessione invernale, a gennaio. (BOS/BOS).

Costretto dagli scandali che dilagano in tutto il mondo, il Vaticano ha stilato delle linee guida contro la pedofilia alle quali entro il 2012 le conferenze episcopali si dovranno adeguare . Gesto di facciata ma poco di sostanza visti i contenuti

Federico Tulli [Cronache Laiche 25 mag 2011]

A Genova Sestri, le intercettazioni del presunto pedofilo don Riccardo Seppia mentre chiede al suo pusher di trovargli cocaina e bambini di 10 anni. A Città del Vaticano, le linee guida contro la pedofilia nel clero emesse dalla Congregazione per la dottrina della fede, la quale intima alle conferenze episcopali di tutto il mondo di adeguarsi alle Nuove norme (entro il 2012) ma evita di obbligare i vescovi a denunciare presunti reati alle autorità civili, limitandosi a ricordare loro di attenersi alla legge degli Stati in cui risiedono. In Olanda il delegato dei salesiani, Herman Spronck, che afferma: «Personalmente non condanno a priori le relazioni tra adulti e bambini», nel commentare la vicenda di padre Van B., membro attivo e militante di un’associazione che propugna la liberalizzazione della pedofilia e la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni. Negli Stati Uniti uno studio del John Jay College of Criminal Justice di New York durato cinque anni e costato alla Conferenza dei vescovi Usa 1,8 milioni di dollari, dal titolo: “Le cause e il contesto di abuso sessuale di minori da parte di preti cattolici negli Stati Uniti, 1950-2002”, una ricerca che in sostanza individua quale colpevole della pedofilia nel clero il Sessantotto e la cosiddetta rivoluzione sessuale, perché in quegli anni vi fu un picco di stupri. Sullo sfondo di tutto ciò le dichiarazioni dell’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, che definisce «un dolore improvviso e inatteso» l’arresto di don Seppia, smentito (almeno a parole) dal primo parroco di costui che in un’intervista dice: già 17 anni fa «la Curia sapeva tutto».

Per la Chiesa cattolica quella che si è appena conclusa non è di certo una settimana memorabile. La superficialità, l’indifferenza, la confusione con cui viene trattato il tema degli abusi su minori provocano un’inevitabile disarmonia tra la realtà dei fatti e le intenzioni di pulizia etica e morale, o come si dice oggi di “tolleranza zero”. Superficialità, indifferenza e confusione, con buona pace della Conferenza episcopale americana e delle conclusioni riportate nello studio del John Jay College, non caratterizzano unicamente gli ultimi 50 anni di storia vaticana, con picchi a fine anni Sessanta, ma attraversano una bella fetta di storia della Chiesa.

Sono solo 10 anni scarsi che sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici rappresenta (almeno a parole) una delle priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Nei circa 2mila anni precedenti, nessuno mai ha perso tempo a cercare i criminali all’interno o, come nel caso americano, all’esterno della struttura ecclesiale. Semplicemente perché compiere abusi sessuali su minori è sempre stato un peccato emendabile con la confessione e il pentimento.

Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti pubblicamente che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere sul Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Tutti antesignani di Woodstock? Osiamo dire di no. Nei successivi 400 anni la pedofilia scompare dalle cronache (memorabili quelle di Pietro l’Aretino) ma rimane un delitto contro la morale. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza morale mosse dai protestanti seguaci di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori.

Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da migliaia di sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano, Daniel Shea, entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento anch’esso segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II rinnova i punti cardine del Crimen. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio “per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale”. Va detto che a una prima lettura appare evidente l’intenzione di responsabilizzare maggiormente i vescovi. Peraltro, comportamenti che in altri contesti sembrerebbero normali qui devono essere messi nero su bianco. Ad esempio il Punto IIIb ricorda che «la persona che denuncia il delitto deve essere trattata con rispetto». Nel complesso è poi da giudicare positivamente il fatto che una Lettera del genere sia stata resa pubblica e soprattutto che in essa per la prima volta compaia la parola “crimine“.

L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Una precisazione che ha tutta l’aria di costituire un’apertura all’esterno, un ponte verso il dialogo con le leggi “terrene”, per mettere dopo 500 anni la parola fine sull’omertà delle gerarchie e la copertura dei sacerdoti pedofili. Ma è davvero così? Non proprio. Dice il punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, questo dovere vige per i pubblici ufficiali. Pertanto, il preside di una scuola nel caso in cui venga a conoscenza di un presunto crimine subito da un alunno deve darne notizia a polizia o carabinieri. Mentre un bidello, nella stessa situazione, può anche non farlo. Lo stesso vale per un vescovo o un sacerdote: non essendo pubblici ufficiali hanno la facoltà di informare le autorità civili riguardo un eventuale reato di cui vengono a conoscenza. L’obbligo (per tutti) semmai è morale.

Ecco, a proposito di morale, un caso come quello deflagrato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto, grazie all’intercettazione di un pusher.

Un “gruppo interdisciplinare” di esperti, incaricato dalla presidenza della Cei, è al lavoro da oltre un anno per tradurre per l’Italia le indicazioni del Vaticano per Linee guida della Chiesa contro la pedofilia dei preti. E il risultato del suo lavoro «sarà presto portato all’esame» degli organi statutari della Conferenza episcopale italiana. Lo ha rivelato il presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco aprendo i lavori della 63.ma Assemblea generale della Cei, mentre ancora non si sopisce lo sconcerto nella Chiesa e nella società per l’arresto, alcuni giorni fa a Sestri Ponente, di don Riccardo Seppia, parroco accusato di rapporti omosessuali anche con minorenni e uso di cocaina e stupefacenti. «Sull’integrità dei nostri sacerdoti non possiamo transigere, costi quel che costi. Anche un solo caso, in tale ambito, sarebbe troppo. Quando poi i casi si ripetono, lo strazio è indicibile e l’umiliazione totale», ha detto il cardinale Bagnasco ripetendo «il grido amaro già risuonato nell’assemblea dello scorso anno». E come l’anno scorso il porporato ha sottolineato che «le ombre, anche le più gravi e dolorose, non possono oscurare il bene che c’è. Ancora una volta quindi – ha rimarcato Bagnasco – noi vescovi confermiamo stima e gratitudine al nostro clero che si prodiga con fedeltà, sacrificio e gioia, nella cura delle comunità cristiane». Non celando la propria preoccupazione il presidente dei vescovi ha detto che occorre riconoscere «su questo fronte un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui, – ha sottolineato – non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà». La stessa solidarietà che Bagnasco, in quando vescovo di Genova, era andato a presentare personalmente alla parrocchia e alle vittime di don Seppia, la sera stessa dell’arresto e dell’esplosione dello scandalo. Il card. Bagnasco ha annunciato l’esistenza del gruppo interdisciplinare dopo aver citato la Lettera circolare della scorsa settimana con cui la Congregazione per la dottrina della fede chiedeva ai vescovi e alle Conferenze episcopali di preparare entro maggio 2012 le Linee guida nazionali per applicare le Norme volute dal Papa nel maggio dello scorso anno per combattere la pedofilia dei preti. Il card. Bagnasco non ha fornito particolari sul gruppo di esperti, ma la sua costituzione sembra in linea con l’azione intrapresa da tempo da altre Conferenze episcopali nel mondo per combattere la pedofilia. E con la necessità di raccogliere dati e informazioni a livello nazionale sui casi di pedofilia. Fino all’anno scorso i vescovi italiani non avevano ritenuto di procedere in tal senso. La scelta di collaborare con la giustizia civile invece è sempre stata affermata con decisione dalla Chiesa italiana, come pure la necessità di smascherare eventuali coperture da parte di vescovi a preti accusati di pedofilia. (Giovanna Chirri)

Mentre continuano le indagini sul caso di don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente arrestato con l’accusa di abusi sessuali su minori e cessione di stupefacenti, si riaccende il dibattito sullo spinoso tema dei casi di pedofilia all’interno della Chiesa. Il Vaticano, per mezzo di una circolare emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, ha espresso le linee guida fondamentali per perseguire gli eventuali reati commessi dai preti, in particolar modo gli abusi sui minori. I vescovi devono essere pronti ad assistere le vittime e a dare una “risposta adeguata” a tali abusi. In Italia però il codice non prevede l’obbligo di denuncia visto che il sacerdote non è un pubblico ufficiale, imposizione invece presente in Paesi come la Germania e l’Irlanda.
Con: Don Valentino Porcile, parroco della Chiesa della Ss. Annunziata di Sturla, Genova, conosceva Don Riccardo Seppia, attivo contro la pedofilia; Federico Tulli, giornalista, autore del saggio “Chiesa e pedofilia”, L’Asino d’oro edizioni.

Sul sito di Radio24 è possibile riascoltare la trasmissione 24 Mattino del 19 maggio 2011, dal minuto 30 in poi qui

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La trasmissione è costruita in maniera egregia. Dura 24 minuti, vale la pena di ascoltarla.

FT