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Il cardinale Bagnasco, capo della Conferenza episcopale italiana
A quasi due anni dal varo delle Linee guida anti pedofilia la Cei ribadisce che i vescovi non si devono sentire obbligati a denunciare i sacerdoti presunti responsabili di abusi.

 


A proposito di tempi biblici. La Conferenza episcopale italiana ha pubblicato oggi la versione definitiva del documento approvato il 22 maggio 2012 e sbandierato allora come svolta epocale dalla Chiesa: le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”.

Il testo predisposto dalla Cei sulla base delle indicazioni della Congregazione per la dottrina della fede non sposta di una virgola quanto reso noto nell’assemblea di due anni fa riguardo il punto cardine del documento: non c’è nessun obbligo giuridico per i vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia, «salvo – si legge nel testo – il dovere morale di contribuire al bene comune». È bene precisarlo nel caso in cui a qualcuno venisse il dubbio che in questi due anni la Cei si sia posta il problema di smussare codesta presa di posizione che già allora destò sconcerto. Lo stessa reazione che suscitano oggi le parole pronunciate dal cardinal Bagnasco per giustificare questa scelta: «Non è assolutamente un no alla denuncia – osserva lucidamente il presidente dei vescovi italiani -, ma risponde a un’attenzione verso le vittime, i loro sentimenti, i loro drammi interiori e risponde a ciò che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli e della famiglia. Per noi – conclude Bagnasco – l’obbligo morale è ben più forte e cogente dell’obbligo giuridico, ne è il presupposto e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime». Cioè nulla.

Personalmente sarei rimasto sorpreso se i “nostri” vescovi avessero cambiato idea poiché, per cultura, sono convinti di poter agire al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge terrena e di poter-dover rispondere solo a Dio (o a chi per lui: il papa) degli eventuali peccati commessi. Perché – è bene ricordarlo – anche la reticenza celata dietro il segreto professionale, o la complicità con dei criminali spostati di parrocchia in parrocchia, per loro, sempre peccati sono. Cosa del resto sottolineata poco meno di due mesi fa dalla Commissione Onu sui diritti del fanciullo nelle osservazioni conclusive sulla relazione presentata a Ginevra dalla Santa Sede per giustificare circa 20 anni di politiche vaticane inadeguate o inesistenti, volte a contrastare e prevenire gli abusi di matrice clericale.

L’iter delle Linee guida è stato lungo e articolato nonostante siano rimaste invariate nella loro essenza. Con lettera circolare del 3 maggio 2011, sulla base delle Nuove norme introdotte da Benedetto XVI un anno prima, la Congregazione per la dottrina della fede fornì le indicazioni “ufficiali” da seguire per i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici ai danni di minori, invitando le Conferenze episcopali a predisporre su questa base, entro maggio 2012, delle proprie «linee guida», che tenessero “in considerazione le situazioni concrete delle giurisdizioni appartenenti alla Conferenza episcopale”. La prima bozza delle Linee guida Cei fu presentata e discussa nel corso del Consiglio Permanente di settembre 2011; successivamente, tenuto conto delle indicazioni emerse nel dibattito, è stato preparato il testo delle Linee guida che ha ricevuto l’approvazione del Consiglio Episcopale Permanente della Cei nella sessione di gennaio 2012 e dell’Assemblea Generale nel maggio 2012. Questo testo – che come si legge sul sito della Chiesa cattolica italiana non presenta carattere giuridicamente vincolante e quindi non necessita della recognitio della Santa Sede – è stato trasmesso alla Congregazione per la dottrina della fede con lettera del 27 maggio 2012 . Con successiva comunicazione del 7 maggio 2013, la stessa Congregazione trasmise alla Cei alcune osservazioni e suggerimenti. Nel recepirli, la Cei ha provveduto a rivedere le disposizioni del testo originario e a riformulare i periodi segnalati così come richiesto. Il testo così rivisto è stato presentato al Consiglio permanente della Cei del gennaio 2014 e quindi trasmesso alla Congregazione con comunicazione del 13 febbraio 2014.

[Link al testo originale delle Linee guida Cei]

Federico Tulli, Cronache laiche

 

«Alla sintonia, già dimostrata e praticata, con le indicazioni della Congregazione per la dottrina della fede si unisce la piena disponibilità a raccogliere i suggerimenti per verranno per servire meglio l’impegno che la Chiesa, in prima persona il Papa e la stessa Congregazione hanno manifestato contro la pedofilia». È la risposta di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, durante la conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente, ad una domanda che riguardava le linee guida sugli abusi nella Chiesa approvate dalla Cei la scorsa primavera. Le linee guida sono ora in fase di revisione da parte della Congregazione per la dottrina della fede e in un’intervista il promotore di giustizia vaticano, mons. Scicluna, non aveva nascosto le critiche nei confronti del testo.

«Le linee guida – ha spiegato Crociata – sono state approvate dalla Cei secondo il mandato della Congregazione della dottrina della fede e in aderenza ai documenti della Congregazione», che «si è riservata di valutare tutte le linee guida arrivate dalle Conferenze episcopali mondiali e anche le nostre». Il numero due della Cei ha anche assicurato vicinanza alle vittime di abusi, anche in casi di preti conosciuti come il portavoce del vescovo di Fano, arrestato per abusi su una minore. «L’attenzione è grande – ha detto – non solo verso i responsabili di un crimine così efferato, ma anche verso le vittime, un’attenzione che intendiamo avere sistematicamente, e non solo a parole, ma a partire da iniziative e impegni concreti». In generale, i vescovi mantengono alta «l’attenzione alle vittime, al rinnovamento della vita sacerdotale e l’impegno dell’educazione al sacerdozio», puntando «alla santità del prete e alla sua formazione permanente».  (asp/sam)

Chi si aspettava un nulla di fatto non è rimasto deluso. Le “Nuove linee guida anti-pedofilia” annunciate un anno fa dalla Conferenza episcopale italiana e rese pubbliche dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, in sostanza non spostano di un millimetro l’approccio molle che i vescovi italiani hanno sempre tenuto nei confronti di questo orrendo dramma. Crimini perpetrati da sacerdoti e suore, che ovunque hanno squassato intere comunità e imposto alla Chiesa cattolica e alle Conferenze locali un deciso cambio di atteggiamento nei confronti dei pedofili in tonaca, ma che in Italia, sebbene vi risiedano oltre la metà dei preti esistenti al mondo, evidentemente non intaccano la sensibilità e il dubbio dei porporati nostrani.

Ecco dunque che viene pomposamente ribadita nello sterile documento la “superiorità” rispetto non tanto alle norme giuridiche dello Stato italiano, quanto all’etica e alla morale che porterebbe ogni cittadino dotato almeno di buon senso a denunciare un reato di pedofilia e a testimoniare in tribunale contro il presunto responsabile. Per i vescovi italiani questo obbligo non sussiste. Nemmeno a livello morale, se costoro (gli stessi che passano il tempo a insegnare la morale al resto dell’Umanità) hanno tenuto a ribadire che, in base a quanto previsto dall’attuale legislazione italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero». «Nell’ordinamento italiano – si legge nelle Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici – il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti». Quando si dice “i tempi biblici”… In pratica la Cei ha impiegato un anno per “copiare” una norma italiana. A questo punto servirebbe uno scherzetto da prete del nostro parlamento. Un piccolo emendamento alla legge, che – dato il suo ruolo di “guida” – equipari un vescovo al preside di una scuola e il gioco è fatto.

Purtroppo però non siamo nella cattolicissima Irlanda, dove il premier Enda Kenny a un certo punto ha perso la pazienza e si è presentato alle camere per denunciare pubblicamente l’ostruzione praticata dal Vaticano nei confronti delle indagini che riguardavano eminenti uomini di Chiesa in odor di pedofilia, provocando una crisi diplomatica senza precedenti. Noi viviamo nella genuflessa Italia, dove solo per fare un paio di esempi, Paola Severino, fino al giorno prima di diventare ministro della Giustizia, era l’avvocato difensore del presidente dell’Istituto opere religiose, Ettore Gotti Tedeschi, finito sotto inchiesta con l’accusa di violazione della normativa di attuazione della direttiva Ue sulla prevenzione del riciclaggio. E dove, la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, che inasprisce le pene, migliora gli strumenti di prevenzione e allunga i termini di prescrizione entro cui denunciare un pedofilo, rimbalza furbescamente da cinque anni tra Camera e Senato.

[Federico Tulli su Cronache Laiche]

Attese da tempo, dovrebbero arrivare a fine mese – con la prossima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana in programma dal 21 al 25 maggio – le “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, come peraltro richiesto esplicitamente dalla Congregazione per la dottrina della fede oltre un anno fa con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo.  Frattanto i “casi italiani” di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di ecclesiastici si sono moltiplicati (v. Adista Notizie nn. 10 e 11/12) e si è appena diffusa la notizia che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, è stato prosciolto per intervenuta prescrizione (v. notizia precedente). Una realtà dunque che, nonostante le minimizzazioni, è grave e fino ad ora anche senza riposte complessive da parte della Cei.

«Parecchi casi sono emersi nella cronaca negli ultimi mesi e confermano quanto sosteniamo da tempo: il problema esiste nel nostro Paese in misura e modalità non sostanzialmente differenti da quelle degli altri Paesi del nord Europa e degli Usa», scrive Noi Siamo Chiesa in una lettera aperta ai vescovi italiani proprio in vista dell’Assemblea di fine maggio. «È stato un errore minimizzarlo», come invece ci sembra che sia stato fatto e si continui a fare, e «riteniamo anche che sia in errore chi, nel mondo ecclesiastico, ritiene che ci si trovi di fronte a una specie di complotto da parte dei media o della cultura cosiddetta “radicale” o “laicista” per intaccare la credibilità della Chiesa».

Tuttavia «nei prossimi giorni per voi c’è la possibilità di prendere una strada nuova», auspica Noi Siamo Chiesa, che già ad ottobre scorso aveva criticato il “silenzio” dei vescovi che discutevano nel chiuso delle segrete stanze senza rendere partecipe la comunità cristiana e le vittime di quanto andavano elaborando. Ora, nell’imminenza dell’Assemblea generale dell’ultima settimana di maggio, «molti si aspettano una presa d’atto della sottovalutazione del fenomeno e di troppi comportamenti negativi di cui alcuni di voi sono stati responsabili». E due sono le proposte del movimento cattolico “riformista” ai vescovi: «La denuncia alle autorità civili sia prevista nelle Linee guida come obbligatoria qualora ce ne siano gli estremi; sia decisa l’istituzione in ogni diocesi di una struttura indipendente che sia il primo referente per le vittime, sul modello di quanto analogamente già realizzato in altri Paesi (Austria, Germania e altri e, in Italia, nella sola diocesi di Bolzano-Bressanone)».

«È necessario avere l’umiltà di riconoscere quanto di negativo è stato fatto o è stato omesso fino ad ora – conclude la lettera di Noi Siamo Chiesa ai «fratelli vescovi» –. Ci aspettiamo che ognuno di voi, davanti alla propria coscienza, non sfugga alle proprie personali responsabilità e all’appello del Vangelo e che tutti insieme riusciate ad individuare il percorso nuovo che è indispensabile. Ci auguriamo di cuore che ogni altro atteggiamento di chiusura clericale venga meno, pensando al giudizio delle vittime, a quello del popolo dei credenti e a quello di Dio. Di altre possibili decisioni sbagliate sarebbe necessario pentirsi in futuro». (luca kocci – Adista)

In Italia, le cifre parlano di circa 300 vittime negli ultimi dieci anni. Punire i colpevoli è molto difficile a causa della prescrizione dei reati commessi in passato

Alessandro Speciale (vaticaninsider/lastampa.it)

La Conferenza Episcopale Italiana vuole avere un’idea precisa delle proporzioni del fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana. A questo scopo, ha inviato un questionario a tutte le diocesi della penisola per sapere quanti preti sono stati indagati e condannati nei vari gradi di giudizio per reati sessuali contro minori. A rivelare l’iniziativa è stato don Fortunato di Noto, sacerdote fondatore dell’associazione anti-pedofilia Meter, in un incontro con i giornalisti durante i lavori del simposio sugli abusi nella Chiesa dell’Università Gregoriana “Verso la guarigione e il rinnovamento”.
Don di Noto ha spiegato che al momento non ci sono dati precisi sull’ampiezza del fenomeno. Una stima fornita dalla Cei in più occasioni parla di 100-125 casi, con circa 300 vittime, registrati negli ultimi dieci anni. Ma il sacerdote auspica che anche nel nostro Paese venga condotto uno studio scientifico come è stato fatto negli Stati Uniti, dove la Conferenza episcopale ha commissionato una ricerca pluriennale al John Jay College.

Per il sacerdote, da decenni impegnato nel combattere la pedofilia e la pedopornografia in tutta la società, il dato di fondo rimane comunque che «il passato ormai è passato: se oggi un vescovo per sue decisioni non ascolta le vittime e non prende provvedimenti, è contro la Chiesa. Ma una vittima di 30 anni fa non può chiedere giustizia in Italia», perché il crimine è  prescritto, ha spiegato. In rappresentanza della Cei, al simposio ha partecipato monsignor Lorenzo Ghizzoni, vescovo ausiliare di Reggio Emilia che ha paragonato ad una «rivoluzione copernicana» per la Chiesa italiana la determinazione emersa dal convegno di «mettere al primo posto le vittime».

«Il convegno – ha detto il presule – ha sottolineato l’importanza di dirsi la verità. Non bisogna nascondersi che questo passaggio è avvenuto prima in America, poi in paesi del Nord Europa». «C’è stato un cambiamento di mentalità per tutti», ha aggiunto: «Ci sono errori in cui si è caduti, in cui tanti sono caduti, e questo convegno e’ un contributo che potrebbe diventare positivo. Non c’è’ più il diritto di dire “ero impreparato, non sapevo”». Monsignor Ghizzoni ha evidenziato che i casi in Italia «nella stragrande maggioranza riguardano adolescenti».

La Cei sta ultimando le linee guida sulla gestione e la prevenzione degli abusi richieste dalla Congregazione vaticana per la dottrina della fede. Una bozza del documento è stato presentato all’ultimo Consiglio Permanente dei vescovi. Toccherà alla plenaria dei vescovi, che si riunirà il prossimo maggio, dare loro il via libera definitivo.