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di Emanuela Fiorentino e Ignazio Ingrao (Panorama n.16/2012)

Si dice che a Firenze il grande orecchio degli investigatori abbia ascoltato per mesi le telefonate di mezza Curia. Lo scopo? Fare luce sullo strambo attentato al cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo della città, scampato per un pelo al fuoco di pistola in una sinistra serata novembrina. Si dice che i preti che lavorano in Curia nulla abbiano mostrato di sapere su che cosa si nasconda dietro gli spari. Al punto che, di quelle telefonate, zero potrebbe restare agli atti, tantomeno la vita privata che emergerebbe tra un «pronto…» e l’altro. Si parla persino di conversazioni imbarazzanti, ma nessuna conferma arriva dagli inquirenti, né su questo fronte (totalmente irrilevante per le indagini) né su altro.

Un muro di silenzio tale che Panorama, per riaccendere i riflettori su un episodio gravissimo avvenuto 6 mesi fa, e del quale troppo presto ci si è dimenticati, ha avviato un’inchiesta propria, ricostruendo dalla voce dei testimoni e dei protagonisti una serie, inedita, di retroscena e storie parallele. Ma partiamo dall’inizio. Secondo gli inquirenti è stato Elso Baschini, un pregiudicato di 73 anni, protagonista anni fa di una clamorosa protesta sul tetto del carcere delle Murate, a ferire il 4 novembre 2011 don Paolo Brogi, il segretario del cardinale, e a puntare la pistola contro quest’ultimo. Il pm Giuseppina Mione si appresta a chiudere le indagini chiedendo il rinvio a giudizio per Baschini (difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano). Ma il testimone che accusa l’aggressore, Mohamed Kahoul Toufik, rivela a Panorama un altro elemento che potrebbe aprire una nuova pista: Baschini, alcuni mesi prima dell’agguato, gli avrebbe mostrato 20 mila euro per convincerlo a collaborare con lui. Soldi che, secondo il marocchino, potrebbero essere stati dati a Baschini come anticipo per una missione ai danni della Curia. «Mi ha fatto vedere quei 20 mila euro e mi ha chiesto se gli procuravo una pistola. Mi ha detto che gli sarebbe servita solo per fare un furto. Ma a che serve una pistola se vuoi solo rubare? Mi sono rifiutato di aiutarlo» dichiara il marocchino a Panorama.

Nel frattempo è emersa una vicenda totalmente estranea all’attentato, ma scoperta indagando proprio su quello. I sospetti sono pesanti: pedofilia. E nel mirino di una serie di accusatori c’è un sacerdote molto in vista, Daniele Rialti. Per Firenze potrebbe riaprirsi una vecchia, dolorosissima ferita dopo la vicenda di Lelio Cantini, il parroco-padrone della chiesa Regina della pace a Firenze (morto lo scorso 15 febbraio), responsabile di abusi sessuali e violenze psicologiche su minorenni, che per oltre trent’anni ha goduto di appoggi e coperture prima di essere ridotto allo stato laicale e di essere salvato dalla prescrizione. Don Rialti appartiene a una delle istituzioni più importanti nel campo della solidarietà: l’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa, fondata quasi un secolo fa per aiutare i bambini usciti dal riformatorio e sostenuta dall’aristocrazia e dalla migliore borghesia fiorentina. L’Opera possiede diverse strutture (fra cui la famosa Villa Guicciardini) dove vengono assistiti a vario titolo oltre un migliaio di ragazzi.

Al vertice dell’organizzazione c’è oggi don Corso della famiglia Guicciardini-Strozzi. Anche il presunto attentatore, Baschini, è molto legato all’Opera della Madonnina del Grappa, dalla quale era stato assistito. E proprio dalle testimonianze raccolte fra le persone vicine all’Opera sono emerse le accuse a carico di don Rialti.  Il sacerdote, per 17 anni, è stato viceparroco presso la chiesa di san Giovanni evangelista a Empoli. Figura «simbolo» delle comunità neocatecumenali fiorentine, Rialti è anche giudice e promotore di giustizia del tribunale ecclesiastico diocesano. Dunque è una specie di pubblico ministero chiamato, fra l’altro, ad avviare l’azione penale canonica in caso di pedofilia. Ma proprio Rialti, nel 2008, è stato accusato di molestie sui bambini da un gruppo di fedeli e dal parroco di san Giovanni Evangelista, Paolo Cioni (forse futuro vicario generale della diocesi di Firenze al posto di monsignor Claudio Maniago, vescovo ausiliare).

Don Cioni ha riferito agli inquirenti di avere denunciato a Betori i comportamenti di Rialti quando era suo viceparroco, in particolare nei confronti di un gruppo di minorenni stranieri e dei ragazzi ospitati nel dormitorio dell’Opera presso la parrocchia. Denuncia a suo dire avvalorata da una lettera inviata a Betori da alcuni genitori e catechisti della parrocchia. L’arcivescovo chiamò entrambi i sacerdoti, ma alla fine decise di archiviare il caso e di trasferire don Cioni a Calenzano e don Rialti a Scandicci, a 20 chilometri da Empoli, nella parrocchia di san Bartolomeo in Tuto.

Durante l’interrogatorio del 29 novembre scorso, il magistrato ha chiesto conto al cardinale Betori del caso Rialti. «Don Cioni mi riferì di certi atteggiamenti di don Rialti verso minorenni» ha risposto Betori. Ma «ho interrogato direttamente Rialti e ho chiuso l’indagine», poiché dalle voci sarebbe emersa «una pacca sul sedere a un ragazzo» e niente altro. Panorama ha cercato di capire di più sulle accuse rivolte a Rialti.

Il coordinatore della Misericordia di Empoli, Fabrizio Sestini, come ha già dichiarato alla squadra mobile, racconta che un assistente sociale gli aveva riferito la confidenza di un minorenne assistito dall’Opera. Il ragazzo si era lamentato per il fatto che Rialti entrava in bagno mentre lui faceva la doccia. La domestica di don Daniele, Laura Cornuti, non ha remore. A Panorama racconta quanto ha già detto a chi indaga: «Quasi ogni sera dopo cena arrivava un gruppo di ragazzi italiani, che con un fare piuttosto arrogante chiedeva di vedere Rialti. Il sacerdote mi faceva aprire e io li lasciavo salire. Quando poi è arrivato don Cioni a fare il parroco, don Daniele mi ha raccomandato di non farli più entrare e di mandarli via». Cornuti riferisce pure di gruppi di ragazzini albanesi e romeni che circolavano intorno a Rialti e che il sacerdote aiutava. E poi di una famiglia colombiana che abitava in una casa di proprietà dell’Opera: «Erano una coppia di genitori con un bambino. Un giorno la madre, Gloria, ha ferito alla testa don Daniele nel corso di un violento diverbio nel quale la donna avrebbe intimato al sacerdote di lasciar perdere il suo bambino, come ha riferito chi era presente alla discussione».

Raggiunto da Panorama, Rialti respinge ogni accusa, ma ricorda di essere stato convocato dall’arcivescovo: «Nel 2008 Betori mi ha chiamato, gli ho spiegato che quelle accuse erano orchestrate dall’ex parroco di san Giovanni Evangelista. Anche per il posto che occupo, come promotore di giustizia, mi faccio molti nemici. Ma l’arcivescovo mi ha riconfermato piena fiducia, tanto che continuo a svolgere le mie funzioni nel tribunale diocesano. E nella mia nuova parrocchia di Scandicci seguo centinaia di ragazzi delle comunità neocatecumenali». Non solo, il sacerdote rivela di continuare a frequentare la parrocchia di Empoli: «Ci vado spesso perché là si trova la mia comunità di provenienza». Quanto alla vicenda della famiglia colombiana, ammette di essere stato ferito alla testa dalla madre del bambino, ma «si trattava di una donna fragile e ammalata che credeva che io l’avessi accusata di avere compiuto un furto in casa». Nel frattempo don Daniele ha anche patteggiato una condanna penale a seguito di una denuncia della Guardia di finanza per la cooperativa Agricampus a Barberino di Mugello, che fa capo all’Opera e della quale Rialti era presidente e legale rappresentante.

Panorama ha chiesto a uno dei responsabili della Madonnina del Grappa, Vincenzo Russo, se le accuse di pedofilia a carico di Rialti sono state prese in esame dall’Opera: «Si tratta solo di voci» risponde don Vincenzo «non posso chiedere spiegazioni su fatti così gravi a un confratello solo sulla base di pettegolezzi». Don Cioni, invece, ha riferito agli inquirenti che ci sarebbe stata una burrascosa riunione alla Madonnina nella quale don Vincenzo avrebbe messo alle strette don Rialti e gli avrebbe raccomandato di non entrare più nei bagni dei ragazzi mentre facevano la doccia.

Panorama ha domandato anche al cardinale Betori spiegazioni sul caso Rialti, ma il porporato ha preferito non rispondere. Incalzato dal magistrato in un altro interrogatorio, il cardinale ha invece parlato dei suoi rapporti con monsignor Maniago che venne coinvolto nella vicenda di don Cantini. Rapporti di totale collaborazione con l’ausiliare, spiega Betori al pm. Ma aggiunge: «A loro (ai familiari delle vittime di don Cantini, ndr) dispiace che Maniago sia ancora qui, però le nomine del vescovo non le fa un vescovo, le fa il Papa».

Se le accuse contro Rialti siano solo voci o ci sia un qualche fondamento sarà accertato dalla procura. Al momento la questione non sembra essere collegata all’attentato a Betori, sebbene tutti i protagonisti di questa storia siano legati in qualche modo alla Madonnina del Grappa. Strane coincidenze, silenzi e mezze verità che complicano ogni giorno di più un caso che potrebbe rivelarsi il vaso di Pandora della Chiesa di Firenze.

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Globalist Syndication: Pedofilia, perquisito un sacerdote a Firenze

Botta e risposta tra la procura di Firenze e la Curia toscana in merito alla vicenda dell’archiviazione dell’iter giudiziario su Lelio Cantini, per sopraggiunta prescrizione dei reati di pedofilia di l’ex sacerdote è considerato responsabile fino al 1993. Martedì il periodico delle diocesi locali Toscana Oggi aveva definito il decreto di archiviazione come condanna «impropria», pronunciata «senza processo». Nel decreto si faceva riferimento a comportamenti omissivi da parte delle autorità religiose e a una «lunga inerzia» che aveva consentito a don Cantini, di proseguire nella sua condotta. Nella richiesta del pm, si legge nella nota di risposta emessa ieri dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi, è contenuto «l’elenco dei singoli elementi di prova acquisiti nel corso delle indagini in merito alla sussistenza dei fatti addebitati all’indagato ed alle condotte di terze persone unitamente ai motivi per cui non è stato possibile esercitare l’azione penale, o per estinzione del reato per prescrizione (fatti addebitati al Cantini), o per mancanza di querela (fatti relativi alle asserite minacce ricevute da alcune parti offese ed agli abusi sessuali patiti da persona compiutamente identificata)». f.t.

Terra, il primo quotidiano ecologista

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

In Italia i termini temporali entro cui è possibile denunciare un abuso sono troppo brevi. La vicenda delle vittime di don Cantini e la mancata ratifica della Convenzione di Lanzarote

Federico Tulli

Violentare decine di bambine per oltre 20 anni, essere denunciato e considerato colpevole in base a prove e testimonianze inoppugnabili. E farla franca. In Italia è possibile, grazie alla brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) e all’inerzia del Parlamento. Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su alcune minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, per il quale lunedì scorso il gip ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Paolo Canessa, riaccende i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia. Gli ultimi abusi denunciati dalle vittime risalgono al 1993 e questo mette al riparo da un’azione penale Cantini. Il quale nel frattempo è stato spretato dalla curia fiorentina. Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ha ospitato la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Il testo di legge contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, e l’inasprimento delle pene. Da quel giorno più che settimane sono passati mesi (per la precisione, sei), ma la norma è arenata alla Camera senza che nessuno sappia dire quando riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un ’abuso, da tempo è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) fu abbassata da 15 a 10 anni. Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, la pressione dell’opinione pubblica e la notevole sensibilità del governo di Angela Merkel ha fatto sì che dopo gli scandali scoppiati in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti venisse approvata il 23 marzo scorso un disegno di legge che prevede un allungamento dei tempi di prescrizione delle responsabilità civili per questi reati da tre a 30 anni. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a questi casi. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 in Vaticano da Benedetto XVI, che fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto “sessuale”. Infine, il 27 aprile scorso, la Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), ha emanato un Protocollo che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione.

Terra, il primo quotidiano ecologista

priests1Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa

Federico Tulli * left n. 3 del 23 gennaio 2009

In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi. Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”. Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita. A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale». Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

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Il documento

Il 18 maggio 2001, con il De delictis gravioribus, la Congregazione per la dottrina della fede ha “rimodulato” il Crimen sollicitationis del 16 marzo 1962. Nel documento, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora, più avanti nel testo: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.