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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

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Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro edizioni) di Federico Tulli

C’è chi ritiene che lo scandalo-pedofilia rappresenti la peggior minaccia per il futuro della Chiesa. Probabilmente esagera: il cattolicesimo è sopravvissuto a crisi ben più gravi di questa. E non bisogna dimenticare che la capacità degli esseri umani di restare caparbiamente legati alla propria identità religiosa non ha probabilmente eguali. È però un dato di fatto che, rispetto a soltanto qualche anno fa, se ne parla molto di più. Anche in Italia. E lo dimostra il fatto che cominciano a uscire libri sull’argomento.

Federico Tulli è un apprezzato giornalista del settimanale Left, sulle cui pagine si è occupato a più riprese della questione. Ora presenta questo libro, diviso in tre parti abbastanza diverse tra loro: una di attualità, una storico-culturale e una di interviste a esperti. La prima è forse la più interessante, perché ricostruisce puntualmente quanto emerso negli ultimi anni, cercando di rispondere alla domanda principe: «Perché ora?».

L’autore ritiene che sia in corso un cambiamento, che sta prendendo piede un nuovo modo di intendere il bambino. In parte è vero: l’infanzia è un mondo a cui le società del terzo millennio prestano molta più attenzione di prima. È comunque, a mio parere, anche il frutto di altri significativi mutamenti. Lo stupro non è più banalizzato come accadeva fino a pochi anni fa: ora, con l’eccezione della Santa Sede, è quasi ovunque considerato un reato contro la persona, e questo rende molto più palese che qualsiasi forma di stupro è da considerarsi riprovevole. Forse, è anche il frutto di un atteggiamento diverso da parte dei fedeli, non più disposti a tollerare qualunque comportamento da parte delle loro guide spirituali. E l’introduzione della class action negli Stati Uniti è un altro evento che, oggettivamente, ha favorito l’emergere di molti casi.

La ricostruzione di Tulli parte proprio dagli USA (la seconda nazione al mondo per numero di sacerdoti cattolici, subito dopo l’Italia). Tutto è cominciato là: le prime cause ‘di massa’, l’emergere dei primi insabbiamenti da parte della curia romana, nonché il tentativo di chiamare a processo l’allora cardinale Joseph Ratzinger, ‘provvidenzialmente’ eletto poi papa e quindi esentato, in quanto capo di stato, dal dare testimonianza delle sue (in)azioni. L’atteggiamento dei vertici cattolici nei confronti degli abusi perpetrati da propri rappresentanti non è mai stato di particolare disponibilità: nel migliore dei casi si è cercato di minimizzare il fenomeno, nel peggiore si è arrivati ad attaccare frontalmente chi ha avuto il coraggio di parlarne. La demonizzazione del film Magdalene ne è un esempio: eppure quella pellicola, tanto tacciata di scandalismo quando uscì, in fin dei conti ha fatto soltanto da apripista, portando alla luce solo una piccola parte dei casi scoperchiati negli anni successivi in Irlanda.

Chiesa e pedofilia non si sofferma molto sulle testimonianze delle vittime, ma cerca giustamente di scandagliare un fenomeno complesso che non è, ovviamente, soltanto ecclesiastico, e che ha trovato giustificazioni anche in ambienti apparentemente insospettabili (Tulli addita in particolare Freud e Foucault come esempi poco raccomandabili). Ma, almeno finché vi saranno i seminari (peraltro condotti come sono condotti), la Chiesa cattolica sarà inevitabilmente più esposta di altre realtà al rischio di commettere quelli che un magistrato, Pietro Forno, definisce «incesti spirituali», perché commessi da uomini che si fanno chiamare «padri». E che talvolta pretendono, anche durante l’atto stesso, di rappresentare «la volontà di Gesù».

Dopo gli Stati Uniti, lo scandalo è esploso ovunque. In Italia se ne parla, ma meno che altrove: non perché manchino i casi, ma perché la stretta censoria sui mezzi di informazione impedisce di affrontare l’argomento così come viene affrontato persino in paesi meno secolarizzati del nostro (per esempio l’Irlanda). Ben vengano, dunque, i tentativi di dare visibilità a eventi criminosi che, solo perché commessi da ecclesiastici, si cerca in ogni modo di ridimensionare.

Raffaele Carcano

febbraio 2011 (fonte: www.uaar.it)

Padre Federico Lombardi

In Irlanda nuovi scandali di pedofilia nel clero. Lo annuncia un file dell’ambasciata Usa in Vaticano divulgato da Wikileaks. E ignorato dalla stampa in Italia di Federico Tulli
«A oggi sono state investigate solo le accuse nell’arcidiocesi di Dublino. I nostri contatti in Vaticano e in Irlanda  prevedono che la crisi con la Chiesa cattolica irlandese durerà anni. Funzionari di entrambe le parti hanno lamentato che indagini su ulteriori sospetti in altre diocesi porteranno a nuove dolorose rivelazioni». Questo dispaccio, a firma dell’ambasciatore americano presso la Santa Sede Miguel H. Diaz, è datato 26 febbraio 2010 e fa parte della serie di file pubblicati in Rete la scorsa settimana da Wikileaks e rilanciati sabato 11 dicembre sul quotidiano britannico Guardian. Curiosamente non una testata italiana ha ritenuto importante rilanciare quella che in fin dei conti è l’unica vera notizia tra le diverse note più o meno conosciute relative agli scandali pedofili che hanno innervosito il Vaticano e le sue gerarchie, vergate dai diplomatici statunitensi e “intercettate” da Wikileaks. Va detto che da fine febbraio a oggi non c’è traccia di nuovi casi “irlandesi” scoperti dalle autorità di Dublino. Mentre, sul fronte opposto, la Chiesa di Roma si è data parecchio da fare. C’è stata la lettera pastorale di Benedetto XVI agli irlandesi, annunciata l’11 dicembre 2009 dal portavoce Federico Lombardi e pubblicata dopo diversi rinvii solo il 19 marzo di quest’anno, e c’è stato il “repulisti” di vescovi locali. Insomma un mea culpa tardivo (e perdipiù, per pochi intimi, dal momento che la lettera ufficiale è stata pubblicata solo in latino) e qualche agnello sacrificale. Una storia già vista da un paio di millenni a questa parte. Ma forse nella “cattolicissima” Irlanda tanto basta per rallentare o insabbiare del tutto nuove «dolorose rivelazioni» sulla scia di quelle dei Rapporti Ryan e Murphy che nel 2010 hanno provocato le dimissioni del 20 per cento dei vescovi d’Irlanda perché coinvolti a vario titolo in centinaia di casi di pedofilia. Qui in Italia, invece, per smorzare sul nascere qualunque prurito dei media, alla Sala stampa vaticana è stato sufficiente alzare la voce e bollare come un «atto di estrema gravità» la “fuga di notizie” di Wikileaks e l’attenzione dei giornali stranieri che le hanno rilanciate. Così, quando la reticenza delle gerarchie d’Oltretevere coinvolte nell’inchiesta irlandese guidata dal giudice Yvonne Murphy conclusa poco più di un anno fa, è stata bollata dal Vaticano come «un’opinione» del diplomatico statunitense che aveva redatto il cable catturato dagli uomini di Julian Assange, nessuno si è preso la briga di andare a verificare come stavano veramente le cose.

E come stanno veramente non è scritto solo nei file “segreti”. Anzi, a ben vedere in questo caso Wikileaks non ha rivelato proprio nulla che non fosse già noto e pubblicato. L’atteggiamento omertoso della Chiesa di Roma è infatti stato denunciato nero su bianco sia nel Rapporto Murphy sia dalla stampa irlandese a fine novembre 2009, quando, appunto, i risultati dell’inchiesta sono stati resi pubblici. Forse per questo i media italiani hanno avuto il “coraggio” di darne notizia. A dire il vero omettendo molti dei passaggi cruciali. Nella sua inchiesta, infatti, il giudice Murphy dedica diversi capitoli al comportamento delle gerarchie ecclesiastiche. E rivela che la commissione da lei guidata sin dal 2006 aveva chiesto dettagli dei rapporti sugli abusi inviati alla Santa Sede dall’arcidiocesi di Dublino, senza mai ottenere risposta. Il Vaticano ritenne anzi di dover protestare  ufficialmente comunicando al ministero degli Esteri irlandese che Murphy «non era passata attraverso gli appropriati canali diplomatici». Ma la commissione d’inchiesta era indipendente dal governo, quindi era tenuta a usare canali diplomatici. Un altro momento chiave riguarda la richiesta di informazioni avanzata nel febbraio 2007 al nunzio apostolico a Dublino, Giuseppe Lazzarotto. A lui il giudice Murphy chiese tutti i documenti rilevanti in suo possesso ma in cambio ottenne solo silenzio. E Lazzarotto ha mantenuto lo stesso atteggiamento pure quando Murphy gli chiese di commentare i brani del Rapporto in cui era citato il suo ufficio, come ricordano il 26 novembre 2009 su The Irish Times in due diversi articoli Elaine Edwards e Patsy McGarry. Dopo i due contatti tentati dalla commissione, improvvisamente il 22 dicembre 2007 Lazzarotto diventa nunzio apostolico in Australia. Non proprio una mossa votata a garantire la massima trasparenza tanto invocata nei viaggi che di lì a poco Benedetto XVI avrebbe compiuto negli Stati Uniti e in Australia, due tra i Paesi più martoriati dalle scorribande pedofile dei preti cattolici. Almeno fino ad allora.

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Il sondaggio

«Il papa sapeva tutto»
Una larga maggioranza dell’opinione pubblica olandese è convinta che le autorità della Chiesa cattolica romana, incluso Benedetto XVI fossero a conoscenza degli abusi di pedofilia e che abbiano volutamente taciuto per nascondere i crimini pedofili. È quanto emerge da un sondaggio “Maurice de Hond” compiuto dopo le denunce raccolte da una commissione indipendente istituita dalla Conferenza episcopale olandese, la quale ha accertato che, dal 1945 in poi, sono almeno duemila le persone che hanno dichiarato di avere subito abusi sessuali e fisici da parte di preti quando erano bambini. I casi portati alla luce collocano l’Olanda al secondo posto, dopo l’Irlanda, per la dimensione dello scandalo che ha scosso la Chiesa cattolica. Secondo il sondaggio, l’82 per cento degli interpellati è convinto che le gerarchie ecclesiastiche sapessero cosa accadeva nelle diocesi olandesi. Mentre l’81 per cento ritiene che anche il papa era a conoscenza degli abusi. Il 78 per cento si è dichiarato «estremamente deluso». A conclusione dello studio, gli esperti notano che in base alle risposte ricevute la credibilità delle autorità religiose cattoliche in Olanda è stata «fortemente danneggiata » dallo scandalo e da come hanno cercato di evitarlo. f.t.

left 49/2010

Lunedì 29 a Roma parte la Campagna europea contro la pedofilia ma la nostra legislazione è in ritardo. Il papa chiede scusa alle vittime,che denunciano: «Sono solo parole, nulla è cambiato» di Federico Tulli

Ogni volta che papa Benedetto XVI chiede scusa alle vittime dei preti pedofili, in Italia (solo in Italia) parte una campagna stampa per esaltare l’importanza di questo gesto. Ma nessuno chiede mai ai diretti interessati – le vittime – cosa ne pensino di queste scuse e se le ritengano un effettivo segnale della volontà delle gerarchie ecclesiastiche di accantonare la “ragion di Stato” cambiando strategia nei confronti del crimine e di chi lo commette. Il 31 ottobre scorso diverse associazioni che rappresentano le istanze dei “minori” che hanno subito violenza da uomini e donne del clero cattolico, sono arrivate da tutto il mondo a Roma per manifestare di fronte al Vaticano, richiamando il pontefice alle sue responsabilità nei confronti degli abusati. «È ora che la verità emerga» chiedevano di fronte all’esercito di telecamere e cronisti (in gran parte di testate straniere), controllate a vista da una squadriglia di carabinieri in assetto antisommossa. Un evidente segnale che le molte parole spese dalla propaganda della Chiesa di Roma dopo l’impressionante serie di crimini pedofili venuti alla luce negli ultimi 18 mesi nelle diocesi e nelle scuole gestite da religiosi di mezza Europa, sono state appunto solo parole. E un segnale che il diretto destinatario ha platealmente ignorato. Non è da meno il governo italiano che in quanto ad ambiguità di atteggiamento quando ci sono di mezzo questioni vaticane dà il meglio di sé, raggiungendo picchi di surreale servilismo nel caso specifico della pedofilia nel clero. Guardiamo per esempio all’Irlanda, non certo un Paese di fondamentalisti anticlericali. È qui, nel 2009, che due complesse inchieste governative durate anni hanno messo la Chiesa locale prima e quella di Roma poi di fronte a una realtà incontrovertibile. E cioè che per decenni grazie alla copertura dei loro diretti superiori, che rispondevano a precise direttive della Congregazione per la dottrina della fede, un migliaio di preti e suore hanno potuto abusare indisturbati di un numero imprecisato di bambini e adolescenti.

Che dire poi della Germania, dove a inizio 2010 la cancelliera Angela Merkel, detta “la religiosa”, ha preteso e ottenuto un’approfondita indagine da parte della Conferenza episcopale tedesca per chiarire le vicende che hanno coinvolto una decina di prestigiosi istituti scolastici gestiti dai gesuiti? Siamo al punto che in Italia certe inchieste su larga scala non solo sono impensabili ma se il pm Pietro Forno, capo storico del pool antimolestie di Milano, osa dichiarare (intervista al Giornale del primo aprile 2010) che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali in Italia è lunga, ma non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto», ebbene la reazione istituzionale che il magistrato provoca è quella di ricevere un’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano per presunta «diffamazione» nei confronti della curia. Il 29 e 30 novembre, a Roma viene presentata la Campagna del Consiglio d’Europa per combattere la violenza “sessuale” sui minori. A fare gli onori di casa il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna. Con lei Maud de Boer Buquicchio, prima donna vicesegretario generale del Consiglio. «I nostri sistemi giudiziari – ha detto de Boer Buquicchio il 20 novembre, Giornata internazionale dei diritti del bambino – non possono ignorare che i bambini hanno esigenze e diritti particolari, soprattutto se sono coinvolti in procedure giudiziarie. Perché sia fatta davvero giustizia, quindi, bisogna che l’interesse superiore del minore sia protetto». È questo uno dei capisaldi della Convenzione di Lanzarote firmata nel 2007 dall’Italia. Oltre a inasprire le pene per i pedofili, il ddl di ratifica della Convenzione migliorerebbe gli strumenti di prevenzione del crimine. Ma da 9 mesi rimbalza tra le aule di Camera e Senato senza essere approvato.

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Intervista a Marco Lodi Rizzini, portavoce delle vittime dell’Istituto Provolo di Verona

«Vogliono insabbiare la verità»

 

Marco Lodi Rizzini è da 25 anni il portavoce dei sordomuti dell’Istituto Provolo di Verona. Qui, secondo 15 testimonianze autobiografiche dettagliate di persone che erano presenti anche alla manifestazione del 31 ottobre a Roma, tra gli anni Cinquanta e il 1984 una ventina di sacerdoti ha abusato continuativamente di decine di bambini ospiti della struttura. La dolorosa vicenda del Provolo ha trovato spazio sui media solo pochi giorni a inizio 2009. Passato lo scoop, la stampa nazionale non è più tornata sull’argomento.

Quali sono i fatti significativi che bisogna raccontare?

Il 25 settembre scorso a Verona gli abusati del Provolo hanno organizzato un congresso. È stata la loro prima iniziativa pubblica. Abbiamo poi saputo che all’estero ha avuto un’enorme risonanza, più dei 15mila che avevano manifestato contro il papa nella sua visita di pochi giorni prima in Gran Bretagna. Dai media italiani siamo stati ignorati. È stata messa la “sordina” ai diritti di queste persone.

Avete in programma nuove iniziative?

Siamo in attesa che ai primi di dicembre parta l’indagine conoscitiva della commissione concordata con la curia di Verona l’intervista per far luce sui crimini che denunciamo da 25 anni. In base a nostre richieste precise, nella commissione non ci sono sacerdoti e i testimoni saranno ascoltati da un ex giudice. Tutto sarà registrato con telecamere e i sordomuti avranno a disposizione un traduttore di nostra fiducia. Dopo di che il materiale sarà mandato in Vaticano. Vedremo con quali esiti. Sottolineo che si tratta di un’indagine puramente conoscitiva. Tutti i crimini, per il diritto canonico, sono prescritti. Per conoscere la verità, più volte abbiamo chiesto ai sacerdoti coinvolti di rinunciare alla prescrizione ma nessuno l’ha fatto. Tante buone intenzioni ma poi quando è il dunque…

A luglio 2010 il Vaticano ha varato le nuove Norme che regolano le indagini e il processo canonico contro i chierici che violentano minorenni. Qual è il vostro giudizio sulla risposta della Chiesa agli scandali?

I sordi del Provolo considerano le esternazioni del Papa un esercizio di buone intenzioni. Politicamente non ha fatto nulla. Semmai ha sempre cercato di sminuire la gravità dell’atteggiamento omertoso della Chiesa facendo presente che per il futuro si cercherà di stare più attenti. Ma tutti i documenti che nel passato hanno garantito le coperture ai pedofili sono ancora in vigore. Il discorso da fare secondo noi molto è più ampio.

Vale a dire?

È un discorso di etica e responsabilità. Al Provolo sono state rovinate delle vite. Persone di età compresa tra i 48 e i 64 anni che, ad esempio, non hanno avuto figli per paura che capitasse anche a loro. È inutile che il Vaticano snoccioli cifre e percentuali. È inutile che dica che “solo 6 preti su 100 sono pedofili”, è inutile che dicano che i pedofili non sono solo nella Chiesa. Questi sono discorsi senza senso, che a noi interessano poco. Il fatto che questi delitti succedano nella Chiesa e grazie alla copertura della Chiesa è di una gravità inaudita. Perché tutto avviene carpendo la fiducia delle vittime. Un discorso che guardando alla cultura dominante, alla mentalità diffusa, vale ancor di più in Italia. Ma che all’estero stentano a comprendere. Più volte ho cercato di spiegare a giornalisti stranieri i motivi dell’inerzia delle istituzioni di fronte ai palesi insabbiamenti della Chiesa. Fuori dai nostri confini è ancora incomprensibile come il Vaticano – che nel 1870 era scomparso – sia diventato prima una potenza economica e poi politica.

left 46/2010

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

Nel Codice penale italiano non esiste la parola “pedofilia”. Pochi giorni dopo la denuncia del nostro settimanale, il 27 ottobre scorso il Senato ha finalmente approvato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa «per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale», siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il disegno di legge era stato parcheggiato alla commissione Giustizia per otto mesi a conferma che (anche) quando c’è di mezzo la pedofilia, alle tante “belle” parole pronunciate dalle istituzioni per declamare il loro strenuo impegno contro la diffusione di un crimine, solo sporadicamente seguono dei fatti concreti. Ora il ddl, avendo subito delle modifiche, tornerà alla Camera dove era stato approvato a febbraio 2010. Staremo a vedere quanto ancora ci vorrà per salutare l’entrata in vigore di un provvedimento fondamentale per difendere i minori dagli abusi degli adulti. Il ddl, infatti, oltre a inasprire le pene per i pedofili, introdurrebbe per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico (con l’articolo 414-bis del Codice penale) il termine “pedofilia”. In ogni caso, in Italia molto ancora resta da fare. A cominciare dalla messa in funzione di Ciclope, la banca dati interministeriale per il monitoraggio della pedofilia istituita e finanziata con denaro pubblico sin dal 2007, senza che un solo file sia transitato nel suo server. «Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove. Non si potrà invece avere notizie dell’autore del reato» ha detto di recente il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, osservando che secondo lei l’identikit del violentatore tipo «non è di alcuna utilità» nell’opera di prevenzione. Sembra un quadro surreale ma siamo di fronte a un dramma: nel nostro Paese, l’ordinamento giuridico non “conosce” la pedofilia, e alle istituzioni non importa sapere chi è il pedofilo. Se a questo aggiungiamo la descrizione che gli esperti di Telefono azzurro danno delle caratteristiche di questa tipologia di criminale («il pedofilo – si legge nel Dossier 2010 – non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”, egli è invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare tutte le situazioni che favoriscono il contatto con bambini») si comprende perché inquadrare statisticamente la figura del violentatore non sia affatto semplice. I freddi numeri estrapolati dalle segnalazioni che arrivano a Telefono azzurro dicono che chi compie abusi su bambini è quasi sempre un uomo (88,8 per cento dei casi) mentre il ruolo delle donne autrici di violenze (12,2 per cento), «va da un abuso attivo e cercato per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il Codice penale, che all’articolo 40 afferma: “Non impedire un evento equivale a cagionarlo”». Nella maggior parte dei casi (60 per cento circa), il pedofilo appartiene al nucleo familiare della vittima: «Padri, madri, nonni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti». Se solo l’11 per cento circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di persone esterne alla famiglia ma comunque conosciute: tra queste, spiccano gli amici di famiglia (12,9) e gli insegnanti (9 circa), i vicini di casa (4,7). L’1,2 per cento delle segnalazioni al Telefono azzurro riguarda infine figure religiose. In sintesi, le statistiche dicono che l’aguzzino è spesso una persona che il bambino conosce bene, in cui ripone fiducia «abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di “fragilità” emotiva» prima ancora che la violenza fisica completi l’opera di devastazione.

Federico Tulli

left 43/2010

Le vittime di preti pedofili accusano la Chiesa cattolica di fare poco o nulla per evitare nuovi abusi. Il 31 ottobre, manifestazione di protesta nella Capitale di Federico Tulli

 

«Quando è successo ero un chierichetto. E non è stato solo un abuso sessuale ma una violenza spirituale. Santità, c’è un cancro che cresce nella sua Chiesa, deve fare qualcosa». Bernie McDaid era tra le cinque vittime di preti pedofili che il 18 aprile 2008 fu accolto in udienza privata da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale negli Stati Uniti. Nei minuti concessi loro dall’entourage del Papa, che a sorpresa aveva cambiato all’ultimo momento il rigido cerimoniale, pronunciarono poche parole ciascuno. Ma quell’incontro ebbe un enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica Usa, rivitalizzando la fiducia verso la Chiesa cattolica americana che si trovava sull’orlo della bancarotta per via dei risarcimenti miliardari pagati alle vittime di oltre quattromila preti pedofili, dal 2002 in poi. Intervistato in esclusiva dalla Cnn, Olan Horne era arrivato dal papa insieme con McDaid, pieno di scetticismo: «Non gli bacerò l’anello», aveva detto Horne prima di entrare. Uscendo invece raccontò: «Come prima cosa si è scusato. è stato straordinario, ora ho di nuovo speranza». Infine aggiunse: «Dal papa abbiamo ricevuto una promessa sincera. Questo primo passo è un inizio. Capiva le cose di cui parlavamo». Anche McDaid era soddisfatto e fiducioso: «Il Pontefice ha recepito il nostro messaggio. Le sue scuse mi hanno commosso». In realtà quei pochi minuti a cospetto di Benedetto XVI non portarono a nulla, osserva oggi Bernie McDaid: dopo quelle promesse niente è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa. Nemmeno di fronte al fiume di nuovi casi identici a quelli statunitensi dei primi anni Duemila, che ha sommerso di recente Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Belgio e Italia. Anche in Europa, dalle autorità ecclesiastiche tante “belle” parole e pochi fatti. Ad esempio, a fronte della “tolleranza zero” nei confronti degli abusatori, annunciata dal papa sin dal viaggio americano, si è dovuta attendere la scorsa estate per veder modificare (lievemente) le norme del De delictis gravioribus, il documento che dal 2001 – rinnovando a sua volta il Crimen sollicitationis del 1962 – regola i processi canonici per pedofilia e le modalità di comportamento dei vescovi che vengono a conoscenza di un abuso commesso da chierici. Per questo motivo, e per ricordare a Benedetto XVI la promessa di cambiamento fatta due anni fa, domenica 31 ottobre Survivors voice, l’associazione delle vittime di pedofilia nel clero creata da Bernie McDaid e Gary Bergeron, organizza a Roma, a pochi passi dalla basilica di S. Pietro, una manifestazione di sostegno ai sopravvissuti. Alla giornata di protesta, che comincerà la mattina alla sede romana del partito dei Radicali italiani per concludersi nel pomeriggio a via della Conciliazione, partecipano diverse organizzazioni internazionali che si occupano dell’aiuto alle vittime di preti pedofili. È prevista anche la presenza dell’associazione “La colpa”, in rappresentanza degli studenti dell’Istituto cattolico per sordomuti “A. Provolo” di Verona, dove negli anni Cinquanta si sono verificati i casi di pedofilia venuti alla luce nel 2009. Proprio “La colpa”, lo scorso 25 settembre, ha inaugurato nel capoluogo scaligero la “stagione” italiana delle proteste contro le promesse mancate del Vaticano.

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«Violentati due volte»

A colloquio con Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli e legale di bambini abusati

Nel 2008, è stato il primo in Europa a portare in un tribunale “laico” l’istruzione Crimen sollicitationis, il documento approvato nel 1962 da Giovanni XXIII rimasto segreto per quasi 40 anni. Secondo Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli da sempre in prima linea per tutelare i diritti delle vittime di pedofili, questa “carta” per decenni ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Santoianni è anche il legale di diversi bambini abusati all’interno della cerchia familiare. È noto infatti che tra le mura domestiche si consumi gran parte degli abusi, come emerge anche dall’ultimo rapporto sul tema redatto la scorsa primavera da Telefono azzurro. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» ammonivano gli esperti dell’associazione. Lasciando intendere che troppo spesso i bambini vengono lasciati soli ad affrontare la devastazione subita.

Qual è il suo parere, avvocato?

Il dramma che nasce con la violenza sofferta è fatto di numerosi capitoli. Una prima grande difficoltà del bambino abusato consiste nel superare quella sorta di senso di colpa che scatta per dover rivelare di essere stato “toccato” dal papà o dal nonno, o più in generale da qualcuno di cui ci si è sempre fidato.

Diversi studi sostengono che viene denunciata una violenza ogni cento. Quello che arriva in tribunale non è che la punta di un iceberg?

Non c’è dubbio. L’idea di fare del male a una figura di riferimento, denunciandola, si somma alla profonda paura di non essere creduti e addirittura di essere accusati di mentire. Questo spiega perché sovente chi raccoglie per la prima volta il drammatico racconto della vittima, o chi percepisce i segnali di un abuso, si trova al di fuori dell’ambito familiare o parentale. Il più delle volte l’ambiente in cui la vittima si sente più al sicuro è la scuola.

Numerosi esperti, anche sulle pagine di left, hanno spiegato che il pedofilo pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca. è d’accordo?

In linea di massima sì. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenza ma è raramente esercitata con violenza. Inoltre avviene sempre in un contesto esclusivo. Cioè mai in presenza di terze persone, tranne che in pochi casi. E questo rende ancor più complicato arrivare a denunciare il proprio carnefice.    f.t.

left 42/2010

Il 29 ottobre, per la casa editrice L’Asino d’oro, esce il saggio del giornalista Federico Tulli, Chiesa e pedofilia. Left pubblica in anteprima alcuni contenuti del libro. Con un focus sugli ultimi fatti di cronaca colpevolmente trascurati dalle testate nazionali, troppo spesso appiattite sui comunicati della sala stampa vaticana

Federico Tulli

«Ti piacciono le caramelle, piccola? Vieni con me». Per Sonia (nome di fantasia) l’orrore comincia il 24 febbraio 2007. Ha sette anni quando padre M.R. (il nome non è mai stato reso pubblico) la convince a seguirlo negli uffici della sua parrocchia ad Arese, in provincia di Milano. L’orrore, per Sonia, prosegue al processo, dove una psicologa consulente della difesa sostiene che la bambina si sia inventata tutto dietro pressione del papà. L’orrore, per Sonia, non termina nemmeno quando il processo si conclude all’inizio di ottobre scorso con la condanna del salesiano, che oggi ha 75 anni, a due anni e mezzo di reclusione. Il pm Giancarla Serafini ne aveva chiesti cinque ma il giudice Ilaria Simi de Burgis, pur riconoscendo il prete colpevole di violenza sessuale, gli ha concesso l’attenuante della «modesta gravità del fatto». M.R. si era “limitato” a toccarle le parti intime, e la pena è stata dimezzata. Da un lato il “premio” alla lucida razionalità del pedofilo che, facendo leva su ciò che dovrebbe rappresentare la tonaca, carpisce la fiducia della vittima e la fa franca (incensurato, M.R. non andrà in carcere). Dall’altro la cultura dominante che seguendo i dettami della Chiesa di Roma e del freudismo attribuisce al “bambino”, che sarebbe perverso per natura, una mentalità criminale. Nel mezzo, l’atteggiamento pilatesco della legge che tira fuori dal cilindro la «modesta gravità» dell’atto, come se la devastazione psichica subita da una persona violentata fosse un fatto irrilevante, o peggio, inesistente, e forse con il retropensiero (anch’esso cattolico e freudiano) che in fondo essa sia pure un po’ complice. Dopo gli scandali della pedofilia nel clero, che lungo tutto il 2010 hanno squassato mezza Europa, scatenando un’indignazione mediatica e popolare senza precedenti nel Vecchio continente, ancora oggi in Italia la pedofilia viene “combattuta” così, con la vittima nuovamente offesa se osa denunciare il proprio carnefice. A rendere il quadro più sconcertante c’è l’atteggiamento della stampa.

La vicenda di Arese e la «modesta» condanna del prete violentatore non hanno meritato che un trafiletto non firmato nella cronaca locale di qualche quotidiano. E un discorso simile può essere esteso agli oltre cento procedimenti giudiziari per pedofilia che in questo momento nel nostro Paese vedono protagonisti dei sacerdoti. Silenzio. In un momento storico tanto delicato è quanto meno surreale che sentenze del genere non facciano notizia. Lo è ancor di più se si pensa che nei giorni in cui il giudice Simi de Burgis condannava padre M.R, Benedetto XVI riceveva in Vaticano le gerarchie ecclesiastiche irlandesi per fare il punto sugli scandali venuti alla luce nel 2009 nell’isola britannica. Anche in questo caso, encefalogramma piatto dell’informazione italiana. Come mai? È lecito ipotizzare che dal colloquio sia emerso che la lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, con cui il Papa il 19 marzo scorso chiedeva scusa per 70 anni di crimini compiuti da suore e sacerdoti contro i loro “figli”, non abbia sortito sull’opinione pubblica locale il risultato sperato? A leggere i giornali irlandesi pare proprio di sì. Lì, oramai, certe notizie hanno il giusto risalto. Una risposta potrebbe essere che di pedofilia nel clero in Italia non se ne deve parlare. Però è sbagliata. Dopo l’ondata di sconcerto e la pretesa di pulizia e trasparenza che tra la fine del 2009 e i primi mesi del 2010, attraversando l’Europa, si sono abbattute sulle gerarchie ecclesiastiche e sulla loro cultura dell’omertà, di pedofilia se ne parla eccome. Ma solo per far passare l’idea mistificatoria che ora tutti i problemi in seno alla Chiesa cattolica sono stati risolti, esaltando la via della “tolleranza zero” imboccata da Benedetto XVI (con “solo” duemila anni di ritardo, verrebbe da aggiungere). Ecco allora, per fermarci a questa settimana, il risalto dato da Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Giornale alla notizia della santificazione di Mary MacKillop una suora australiana «che nel 1870 era stata scomunicata per aver denunciato un prete pedofilo». Un dato talmente falsato che sono state le stesse gerarchie ecclesiastiche ad ammettere che la denuncia del pedofilo non ebbe alcun peso nella vicenda della scomunica della religiosa (perché evidentemente non è un’azione ritenuta meritoria). Oppure ancora, il grande spazio che ha trovato l’ennesimo presunto mea culpa di Benedetto XVI che in una lettera indirizzata ai seminaristi di tutto il mondo a conclusione dell’anno sacerdotale scrive: «Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani». «Di recente»? Senza contare che di pedofilia nel clero cattolico se ne parla già nel Concilio di Elvira del 305 e che la storia della Chiesa conta 17 Papi pedofili, vien da chiedersi come può dire «di recente» la stessa persona che è stata prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1981 al 2005. L’uomo cioè che ha diretto il “moderno” Sant’Uffizio, il luogo in cui da tutto il mondo confluiscono i dossier sui preti in pesante odore di violenza su minori. Malafede? Marketing? Sadismo? Chissà. Sta di fatto che oggi in Italia le notizie fuorvianti sulla pedofilia hanno più dignità di una violenza vera. A questa sorta di prove tecniche di negazionismo elaborate sulla pelle dei bambini partecipano anche le nostre istituzioni. Non a caso, qui da noi «la pedofilia è un fenomeno che si tende a “rimuovere”», come denuncia il Telefono Azzurro nel suo ultimo dossier annuale. Nel mio libro Chiesa e pedofilia, il “caso Italia” occupa un intero capitolo. Qui desidero anticipare brevemente due notizie che fino a ora hanno avuto la stesso risalto mediatico, si fa per dire, della «modesta» condanna comminata a padre M.R..

La prima, a conferma del disinteresse, o peggio, del finto interesse della politica per l’incolumità dei nostri bambini, riguarda l’annosa questione del mancato funzionamento dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile. Nonostante l’investimento di diversi milioni di denaro pubblico, non sono stati sufficienti tre anni a far entrare a regime la banca dati di questo organo ministeriale che difatti è ancora in fase di realizzazione al ministero per le Pari opportunità, guidato da Mara Carfagna. I protocolli d’intesa per la creazione dello strumento per il monitoraggio e il contrasto degli abusi su bambini e adolescenti nel nostro Paese sono stati firmati il 21 dicembre 2007 dai ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais). Con tale accordo i tre ministri si impegnavano a intraprendere gli interventi necessari per la progettazione, la costituzione e la gestione della banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Ebbene, come denuncia anche il “II Rapporto supplementare alle Nazioni unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, nemmeno lo stanziamento di svariati milioni di euro a favore dell’Osservatorio nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro) è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi. L’ultimo flebile segnale di esistenza in vita dell’Osservatorio è del 10 settembre scorso, giorno in cui il ministro Carfagna ha annunciato il via libera alla banca dati ottenuto dal garante della privacy. «Il monitoraggio della pedofilia ha scopi conoscitivi», ha detto il ministro. «Permetterà cioè di avere un quadro del fenomeno e sarà più facile predisporre azioni di contrasto e di prevenzione. Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove», ha quindi precisato Carfagna. Fin qui tutto bene, diceva il tizio che volava giù dal grattacielo. Subito dopo il tonfo: «Non si potranno avere notizie dell’autore del reato – ha aggiunto -. Questi dati non ci appartengono come cultura e poi credo non siano di alcuna utilità. Mentre avere le statistiche sul fenomeno della pedofilia e della pedopornografia aiuta a capire l’entità di questo drammatico fenomeno».

Come il ministro pensi di migliorare la prevenzione e il contrasto di un reato senza avere l’identikit di chi lo commette, resta un mistero. È come pensare di creare un vaccino per l’influenza senza conoscere l’eziopatogenesi della malattia ma solo sapendo quanti sono i malati. La perplessità sulle reali intenzioni del governo Berlusconi di prendere per le corna un crimine che vede spesso implicati dei religiosi aumenta ancora, se si guarda alla seconda delle due notizie fantasma sul “caso Italia”, pubblicata in Chiesa e pedofilia e relativa alla mancata ratifica della Convezione di Lanzarote. Adottata dal Consiglio d’Europa nel Comitato dei ministri del 12 luglio 2007 e sottoscritta dall’Italia durante l’ultimo governo Prodi, il 7 novembre dello stesso anno, la Convezione di Lanzarote è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Uno strumento prezioso per combattere soprattutto i pedofili che si annidano nel web e quelli che cercano le loro prede al di fuori dei confini nazionali, negli slum dei Paesi poveri. Eppure, caduto Prodi, l’esecutivo di Berlusconi ha impiegato quasi un anno solo per recepirla, a marzo 2009. Dopo di che dal centrodestra si è avuto un unico sussulto che ha coinciso con l’approvazione del ddl di ratifica, avvenuta alla Camera il 19 febbraio 2010. L’iter si è quindi arenato definitivamente alla commissione Giustizia del Senato, dove la Convenzione giace tuttora. Il primo luglio il testo è entrato in vigore nei Paesi che l’hanno ratificata, Italia esclusa. Eppure ancora il 29 luglio, e di nuovo il 10 settembre Mara Carfagna esaltava l’avvenuta ratifica governativa del 2009, evitando qualsiasi riferimento alla clamorosa impasse parlamentare. Dal 28 al 30 novembre prossimi si terrà a Roma una conferenza europea sulla pedofilia organizzata con il Consiglio d’Europa. Il governo italiano può giusto fare gli onori di casa.

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il commento

Più debole è l’uomo più forte è il Vangelo di Ilaria Bonaccorsi

Prima di leggere Chiesa e pedofilia di Federico Tulli avevo sempre pensato e scritto a più riprese che il problema grave era l’aver trasformato un crimine, un vero e proprio delitto, in un peccato. Dunque in una grave colpa sì, ma di natura esclusivamente morale e pertanto punibile con sanzioni tutt’al più disciplinari. Dopo aver letto il libro di Federico Tulli è dolorosamente chiaro che il problema è ben più grave. Non è complesso, è solo grave e non tanto per le dimensioni assunte, anche se i numeri sono spaventosi, ma per i suoi contenuti e le sue forme. Davvero raccapriccianti, difficile trovare altri termini. Il problema non è più il silenzio, le attenuazioni, le coperture che ha messo in atto la Chiesa per coprire i propri crimini. E dunque il Crimen solllicitationis o il De delictis gravioribus, o chi ha firmato cosa. Il problema centrale è la natura di quell’istituzione che ha prodotto quei crimini. In nome di quell’istituzione e di quel Dio si è trasformato un crimine odioso, come quello di violentare dei bambini, in un delitto/peccato contro Dio, contro la fede e anche contro la morale. Contro tutti, meno che contro le persone interessate. Nel nome di quel Dio e di quella morale a lui conforme e ancor peggio di quell’istituzione che in terra lo rappresenta si è totalmente svuotata di significato la “vita” delle persone per portare avanti un concetto di “Vita” con la v maiuscola completamente disumanizzato. Quella “Vita” segnata a tal punto dal peccato originale, cardine del cristianesimo, per cui ogni omicidio, ogni violenza trova poi una sua giustificazione. Anche “stuprare un bambino” trova una sua giustificazione. E un suo perdono. Incredibile ma vero. Tanto “disumano” da produrre l’insabbiamento di crimini orrendi e da raccontare che la vita “vera” è solo dopo la morte. Questo Tulli lo denuncia molto bene nel suo libro, sapientemente ripartito in tre parti: una prima di ricostruzione storico cronachistica nella quale offre numeri, testimonianze e documentazione, una seconda in cui affronta la questione culturale e una terza, nella quale propone al lettore interviste con esperti.

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l’analisi

Maurizio Turco (Radicali italiani): «Crimini di Stato»

Lo Stato non ha alcun interesse a sapere quanti sono i preti italiani inquisiti per pedofilia da parte della Congregazione per la dottrina della fede, la “magistratura” vaticana. La denuncia è di Maurizio Turco, deputato radicale eletto nelle liste del Pd, che spiega: «Nonostante questi reati siano commessi da cittadini italiani nei confronti di altri cittadini italiani, lo Stato non vuole saperne nulla, vuole rimanerne fuori, riconoscendo all’autorità religiosa un’autonomia di movimento che con la professione della fede ha ben poco a che fare». La vicenda della banca dati ministeriale è emblematica (vedi articolo, ndr). «La scorsa legislatura – racconta Turco – ho fatto un’interrogazione per sapere quanti sono in Italia gli inquisiti per pedofilia e quanti tra questi siano sacerdoti o suore. Ebbene, è emerso che le autorità italiane questi dati proprio non li raccolgono». Come mai? «Per “colpa” dall’articolo 11 del Trattato del 1929, che garantisce agli enti centrali della Chiesa cattolica l’esenzione da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano. Ai nostri governanti fa comodo leggerlo in maniera estensiva e quello che poteva essere un giusto diritto, cioè garanzia di libertà religiosa, è diventato un odioso lasciapassare per commettere reati abominevoli». Nel nome di questa “libertà”, come del resto avviene da secoli, commettono e coprono crimini. «Quello che mi disgusta – osserva Turco – è che la Chiesa cattolica passa il tempo a criminalizzare i “peccati” dei cittadini e, contemporaneamente, derubrica i propri crimini a peccati. Il Crimen sollicitationis stabilisce che finito il processo canonico il prete colpevole di pedofilia se ne torni a casa con un paio di ave Maria da recitare». Sarebbe normale che la magistratura vaticana passi la denuncia ai colleghi italiani. Ma non sono obbligati a farlo, e infatti non lo fanno mai. E nemmeno si pongono lo scrupolo morale. «Che si tratti di pedofilia, che si tratti di riciclaggio di denaro, il fine dei rappresentanti del potere religioso è tutelare il buon nome della Chiesa. A qualsiasi costo. Ecco, su quel “qualsiasi” noi abbiamo qualcosa da ridire». 

left 41/2010