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Valerio Gigante, Adista

 

Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica. In Chiesa e pedofilia, edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi dolorosi eventi che hanno scosso l’Europa e l’Italia.

Venerdì 25 maggio alla libreria Rinascita Agosta di Roma (ore 18:30), i temi sollevati nel saggio di Tulli e le ultime notizie di attualità con le Linee guida anti-pedofilia emanate dalla Conferenza episcopale italiana, saranno al centro di una tavola rotonda. Insieme all’autore partecipano la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, il segretario nazionale della Uaar, Raffaele Carcano, e il docente di filosofia Fulvio Iannaco. Coordina il dibattito Gianluca Santilli, responsabile della comunicazione Partito democratico Roma.

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Dalla paidea “platonica” al Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, fino al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, questo saggio offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

«Che l’identità c’è dalla nascita lo dice anche il Codice napoleonico, nel XIX secolo, con la docimasia – osserva lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, nella ficcante intervista a conclusione del saggio -. Se il neonato ha respirato e poi è morto è omicidio. Se non ha respirato non è omicidio, perché la vita umana nell’utero non c’è. Alla nascita c’è un essere umano. Prima no, c’è un fenomeno biologico». Questo implica il darwinismo, aggiunge Fagioli: «Si diventa esseri umani, alla nascita. La Chiesa cattolica non lo accetterà mai e purtroppo non lo accetta neanche la razionalità. Con questa assurda strana negazione-annullamento del fatto che nel sonno non si è morti e quindi che c’è un pensiero da studiare. La negazione assoluta di quello che dice il Codice napoleonico: uno è essere umano alla nascita e non a sette anni con la ragione. Questo è un cardine fondamentale. Altrimenti diventa che si può ammazzare o violentare un bambino come si vuole. E il pensiero che c’è dietro la pedofilia è proprio questo», conclude lo psichiatra.

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi di cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica, un’originale ricerca sul pensiero all’origine della violenza sui bambini. In Chiesa e pedofilia (Non lasciate che i pargoli vadano a loro), edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli – che presenterà il libro a Empoli sabato 31 marzo insieme con Elisabetta Amalfitano, docente di filosofia, Maria Gabriella Gatti, neonatologa e psicoterapeuta dell’Università di Siena, e Simona Maggiorelli, giornalista del settimanale Left (Cenacolo degli Agostiniani, via dei Neri 15 ore 17:00) – indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi eventi che hanno sconvolto l’Europa e l’Italia. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, migliaia di sacerdoti sotto accusa, miliardi di dollari spesi dalla Chiesa per risarcire vittime e loro familiari. Il coinvolgimento del clero cattolico, si scopre, arriva da lontano. Il saggio Chiesa e pedofilia lo dimostra con dovizia di particolari. Dal Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima che avesse la tentazione di denunciare alla giustizia civile – la validità del documento è stata confermata nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nella lettera De delictis gravioribus -, è sempre esistito uno stretto nesso nei secoli tra Chiesa cattolica e pedofilia. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, il libro di Tulli offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

di LUCIA EVANGELISTI    (Sul sito Quattrorosso una nuova e bellissima recensione del mio libro)

Un libro scritto da un giornalista, il titolo senza complimenti lo sottolinea, e da lui stesso presentato a Firenze al Melbook Store scegliendo un taglio di intervista con tre esperti alla cui competenza si è rivolto. Nella presentazione dice di considerarli coautori del suo libro: Maurizio Turco,  deputato radicale, Gabriella Gatti, psichiatra e neonatologa, Francesco Dall’Olio, pubblico ministero.

Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, edito da L’Asino d’oro, è la documentazione ampia e dettagliata di una vera e propria esplosione, nei primi anni Duemila, di prove di abusi compiute nell’ambito ecclesiastico e tenute volutamente segrete per decenni  proprio per disposizioni  impartite a carnefici e vittime. Si compone di tre parti: nel primo centinaio di pagine c’è la cronaca terribile e dolorosa delle violenze sessuali su minori compiute da preti cattolici  di ogni ordine e grado in molte parti del mondo, nella seconda parte, una sessantina di pagine, si ricercano  i mandanti culturali , spesso mostri sacri che inducono, sottovalutano o addirittura esaltano la pedofilia. Con l’aiuto di una tradizione millenaria di rapporto drammatico fra mondo adulto e mondo infantile, anch’essa trattata nel libro con l’aiuto di documenti diretti o di studi psichiatrici recenti di rivisitazione delle civiltà greca e romana e del cristianesimo. La terza parte, infine, contiene interviste a giornalisti, politici, storici, psichiatri, per meglio sviscerare alcuni interrogativi emersi dalla trattazione dell’argomento pedofilia.

Per rimanere ad anni recenti, si resta annichiliti leggendo tutti gli episodi di violenze all’infanzia perpetrati da religiosi cattolici  che sono emerse  con un effetto a cascata a partire dai risultati di uno studio biennale condotto dall’Università di Pennsylvania nel 2001. Riguardava il fenomeno di abusi “sessuali” (le virgolette sono spiegate nel libro) sui minori compiuti sul territorio americano. Fenomeno che dallo studio risulta coinvolgere  famiglie,molti luoghi di istruzione, ma soprattutto “scoperchia una botola su un pozzo che si rivelerà in breve senza fondo”, la pedofilia come piaga endemica e di proporzioni vastissime che percorre  le chiese cattoliche di tutto il mondo. Da noi in Italia “tutta la storia della Chiesa è attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini” ci dice Federico Tulli e, ci spiega successivamente, “la fuga di notizie sulle violenze commesse…da ecclesiastici denota la crisi di potere dello Stato pontificio…”. Un’altalena nella Storia in cui scompare la pedofilia dei religiosi in funzione unicamente del potere della Chiesa di occultarla.  “Essendo proprio il pensiero religioso fonte di pedofilia, a causa del Sacro. La sacralità è negazione di ciò che è l’umano” dice la psichiatra Gatti. Una maggiore libertà della giustizia in America rispetto all’Italia ha permesso lì di scoprire che già nel 1922 la chiesa aveva dato istruzione “ ad…arcivescovi e vescovi  e altri membri del clero…” di tenere segreto ogni Crimen sollecitationis (tra cui la violazione del VI comandamento: non commettere atti impuri ). Un’omertà ottenuta minacciando la scomunica a chi denunciasse ad un’autorità giudiziaria “civile” crimini pedofili, fosse anche la vittima di tali crimini. Quaranta anni dopo, nel 1962, una seconda  edizione del Crimen sollecitationis, a firma Cardinale Ottaviani, è approvata in gran segreto. Questo crimine  è nuovamente  avocato a sé dalla Chiesa come peccato e non denunciato all’autorità civile  come il delitto che è. Raztinger stesso, nel 2001, quando era ancora cardinale, ha confermato con la direttiva “De delictis gravioribus” la volontà di riservare alla Congregazione per la dottrina della fede i delitti più gravi (!). L’oscurantismo della Chiesa in fatto di scienza si ritorce contro la Chiesa stessa. Che confonde il peccato col delitto, si tiene volutamente all’oscuro dei progressi scientifici nell’ambito delle dinamiche interumane, e perciò non pensa a far curare invece che a nascondere i colpevoli (e le colpe). Verità rivelata, da secoli si impone come esperta nel campo della sessualità attraverso le parole del pontefice e dei  suoi ministri, che pure sono tutti inesperti, educati da sempre a evitare il rapporto uomo-donna.

La sessualità praticata dai preti è pertanto o inesistente, oppure clandestina, o addirittura perversa. Il senso di colpa è la dominante del pensiero educativo dei preti. Derivato della  disumanizzazione cui dovrebbero tendere vita natural durante: evitare le passioni.  Tradotto nel quotidiano, reprimere qualsiasi moto affettivo, desiderio, reazione istintiva, ricorrendo a casistiche imparate che sono pertanto totalmente avulse dal rapporto interumano  con la persona che  sta loro davanti. Viene in mente la psicanalisi freudiana, dove il paziente si trova davanti un morto, Freud, e non lo psichiatra. Difficile eradicare l’umanità di un individuo che, prima che prete, è un uomo. Da lì il senso di colpa che , vivendolo profondamente, il prete trasferisce con facilità nei fedeli. Educazione sessuale deviante anche quando non scivola nel delitto: quello che i preti più sani  pensano essere la  sessualità non contiene i due ingredienti fondamentali, identità e libertà. Esaltano la famiglia, mutuo soccorso finalizzato alla procreazione. Interessati solo a trasformare la sessualità in uno scotto da pagare per la procreazione (come è per gli animali), condannando qualsiasi forma di realizzazione  nel rapporto uomo donna, di cui  neppure prendono in considerazione la possibile  creatività  psichica, da coltivare e sviluppare, questo si,  per non fare del rapporto sessuale un atto ripetitivo e violento.

Nel corso della presentazione la psichiatra Gatti ha commentato la dichiarazione che il pedofilo è un assassino, sostenendo che fare sesso con un bambino che ancora, per sua  conformazione, non ha sessualità, è un vero e proprio omicidio, per  il potere di distruttività psichica gravissima, destinata spesso a durare  la vita intera. Altro che amore per il bambino, come suggerisce l’infelice etimo della parola pedofilia. Il pubblico ministero Dall’Olio rincara la dose,ammettendo che da un punto di vista giuridico il pedofilo è un serial killer. “Io, sul filo del nesso con quella che è una caratteristica del serial killer e cioè la premeditazione, posso sostenere che dietro questi crimini c’è una precisa scelta di alcune professioni[ preti, educatori, maestri, maestre, allenatori sportivi e così via], proprio per poter meglio cercare e adescare la preda.” conclude con logica stringente.

Caratteristica agghiacciante che emerge da questa ricerca comparata è che le pratiche di pedofilia, considerate in tutte le legislazioni moderne dei delitti, sono per la chiesa dei peccati. Con questo strattagemma è stato possibile occultare  ogni abuso sessuale compiuto da un ministro del culto, poiché la chiesa ha da sempre imposto ai suoi adepti l’obbligo del segreto, esteso alle vittime stesse con una violenza psicologica che spesso ha fatto leva sulla colpa, come se fossero loro ad “adescare” !

La lettura di questo libro evoca pure,in chi abbia avuto da piccolo un’educazione cattolica, ricordi di una violenza sottilissima, fatta di discorsi sussurrati nella luce fioca di spogli corridoi, con  un  cristo nero lassù in alto, solo testimone di dialoghi inquisitori su argomenti di cui nessun altro ti parlava perché non opportuni per un bambino piccolo. Magari solo la raccomandazione allusiva per una bimba di rimanere pura, stare attenta, era sufficiente, poi, nell’adolescenza, a tenerla lontana dalla sessualità, terreno pericoloso e infido. Non se ne parla nel libro perché questo tipo di delitto, chiamiamolo Crimen dissuasionis, non ha prove concrete, però crea un pensiero malato più coercitivo di una gabbia, della quale si può riuscire a liberarsi soltanto se si ha la fortuna di  incontrare un antidoto, la terapia di un pensiero sano e perciò interamente laico. Senza questo si vive a metà,  non si intraprende nessuna ricerca, andando dietro pedissequamente alla “verità rivelata”, senza fare alcuna obiezione, per paura di un crollo di tutte le certezze. E’ su questa ferrea “educazione” che la chiesa va avanti da millenni. Col sostegno di molti genitori che lucidamente scelgono di far frequentare ai figli le loro scuole. Apparentemente perchè la spesa occorrente seleziona uno strato sociale alto, ma in realtà perchè la sessuofobia ivi dichiarata  li tranquillizza. Segretamente approvano di posporre l’iniziazione al sesso della prole adolescente. Sottovalutando i pericoli descritti sopra.  Senza libri di denuncia come questo e senza tutto il lavoro di cui si fa portavoce nella seconda parte, il rischio che la chiesa continui ad opprimere è molto elevato.

Perché ora? È il titolo dell’introduzione. L’ampio materiale di cui il libro è corredato permette a ogni lettore di dare una risposta al “perché”, ma è  questo  “ora” che un po’ placa le angustie della lettura. Almeno, ci fa pensare, viviamo in un’era storica che comincia ad essere in grado, sul piano culturale, di opporsi alla distruzione dell’infanzia.

L’Asino d’oro edizioni, fondata nel 2009 da Matteo Fago e Lorenzo Fagioli, ha sede a Roma e deve il suo nome all’avventuroso romanzo di Apuleio, L’Asino d’oro o Le metamorfosi, la storia di una ”trasformazione”, nella quale l’oro del titolo sembra riferirsi proprio alla favola di ”Amore e Psiche”. L’asse portante e’ infatti proprio costituito dai libri dello psichiatra Massimo Fagioli, che dal 2007 hanno in copertina la scultura ”Amore e Psiche giacenti” di Antonio Canova. Il catalogo propone anche un’ampia collana di saggistica (storia, politica, societa’, medicina). Sono quindici fino ad oggi i volumi pubblicati da L’Asino d’oro, che nel 2011 dara’ alle stampe, tra gli altri, due titoli di narrativa: ”Jendela Jendela” dell’indonesiana Fira Basuki e ”Il ragazzo dai seni di gomma” dell’argentina Sylvia Iparraguirre. Dopo l’esordio nel 2009 con ”Fantasia di sparizione. Lezioni 2007′‘ e ”Left 2006” di Massimo Fagioli e ”Il ritorno di Lilith”, poema della libanese Joumana Haddad, nel 2010 la casa editrice di Matteo Fago e Lorenzo Fagioli ha pubblicato ”Lombardi e il fenicottero”, del giornalista Carlo Patrignani, sulla figura dimenticata del grande socialista ”di ferro”; nella collana ”Il mito di Cura”, i pamphlet ”RU486. Non tutte le streghe sono state bruciate” e ”La Pillola del giorno dopo”, dei ginecologi Carlo Flamigni e Corrado Melega sull’aborto farmacologico e sulla contraccezione di emergenza; ”L’identita’ umana. Nati uguali per diventare diversi” di Livia Profeti e ”La Rosa e la Peonia” della sinologa Valentina Pedone; ”Istinto di morte e conoscenza” di Massimo Fagioli, libro fondamentale della teoria della nascita, sugli scaffali in una nuova edizione a distanza di quarant’anni dalla prima pubblicazione; ”Italia a lume di candela” di Marzio Bellacci, con la prefazione di Margherita Hack; ”Left 2007” di Massimo Fagioli, raccolta degli articoli apparsi a sua firma nella rubrica ”Trasformazione” che tiene ininterrottamente dal 2006 sul settimanale d’inchiesta ”Left”.; ”Chiesa e Pedofilia” del giornalista Federico Tulli, sulla storia millenaria degli abusi su minori da parte del clero cattolico; ”Storie di Amore e Psiche”, della studiosa Annamaria Zesi: diciannove favole che ripropongono il plot apuleiano, trasversale a epoche e civilta’ diverse, una delle quali riscritta in siciliano da Andrea Camilleri. Intanto tre nuovi volumi sono in uscita a febbraio 2011, per i tipi de L’Asino d’oro edizioni: ”Contraccezione”, manuale pratico a cinquant’anni dalla prima pillola, di Carlo Flamigni e Anna Pompili, nella collana ”Il mito di Cura”; ”L’ombra di Cavalcanti e Dante”, di Noemi Ghetti, saggio sui due grandi poeti, amici e rivali, e ”Il pensiero nuovo” di Massimo Fagioli. (red/mar/ss)

Perché dopo decenni di silenzio esplode in Europa, nel 2010, lo scandalo della pedofilia nel clero cattolico? Come mai la società civile ha finalmente potuto esprimere sui media tutta la sua indignazione nei confronti delle inaccettabili scuse alle vittime confezionate dalla propaganda vaticana? Questo libro, evidenziando lo stretto rapporto sempre esistito nei secoli tra Chiesa cattolica e pedofilia, ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini e indaga la matrice culturale dell’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. Un’idea che, a partire da Platone e Aristotele, rielaborata da Paolo di tarso e Agostino d’Ippona, ha trovato sponda prima nell’Illuminismo e poi nel pensiero di Freud e Foucault. Si scopre così che il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo e che dietro l’impunità dei preti violentatori, garantita da quell’omertà delle gerarchie ecclesiastiche riconosciuta anche da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale in Gran Bretagna, c’è una netta complicità tra ideologie apparentemente inconciliabili. Con un linguaggio giornalistico chiaro ed efficace, avvalendosi dei pareri di esperti e dello studio di un gran numero di testi e di documenti, Federico Tulli propone la sua ipotesi: si sta forse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale che porta a u nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano?

I crimini sui bambini? Una storia millenaria

Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa», afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi. È un forte atto di accusa contro «il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili». Omertà e complicità delle gerarchie ecclesiastiche. Impunità dei preti. «Ancora una volta il peso storico e culturale della Controriforma e la presenza dei vertici della Chiesa nel nostro Paese – spiega lo studioso della Normale di Pisa – hanno creato quel particolare clima di minimizzazione, di untuosa devozione, di abitudine all’insabbiamento che è abituale da noi nelle questioni criminali che sfiorano il mondo vaticano». «Il problema – aggiunge – è l’esistenza di una legislazione ecclesiastica plurisecolare esclusiva della Chiesa cattolica che ha trasformato il delitto in peccato e ha creato un sistema grazie al quale il delinquente, se prete o frate, ha potuto contare su procedure segrete, morbide e accoglienti, tali da permettergli di reiterare il crimine facendosene assolvere come da un peccato o subendo tutt’al più qualche provvedimento disciplinare».

«La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. È la violenza più efferata e inaccettabile: sotto c’è una pulsione omicida – sottolinea a sua volta lo psichiatra Massimo Fagioli, intervistato da Tulli, insieme ad altri esperti a conclusione del saggio -. Ma c’è un’altra cosa criminale. Il clero rivendica una propria legislazione, sottraendo i preti pedofili alle norme dello Stato. Hanno una nazione per conto loro, in cui tutti i rapporti sociali devono essere regolati come nel Medioevo e la legge da rispettare è quella della Bibbia. Si arrogano il diritto di essere gli insegnanti della morale. Dovremmo affidare a loro i bambini? A persone che si autoproclamano educatori, quando in realtà sono delinquenti che violentano e ammazzano? Non è una storia di ora, ma una storia di duemila anni. Però ancora oggi loro sono gli educatori, quelli che assistono lo sviluppo del bambino. Una criminale ipocrisia».

 

 

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