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Intervista a Federico Tulli realizzata da Melissa Tamburrelli e inserita nella tesi di laurea magistrale dal titolo “La pedagogia nera. Infanzia violata tra passato e presente e prospettive educative”, che l’autrice ha discusso a dicembre 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma tre (Corso di laurea in Scienze pedagogiche)

  1. Dal suo testo del 2014, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro edizioni), emerge un sistema di istituzioni e persone complici, in un’attività costante e continua nel tempo, tesa a nascondere la verità. In questo contesto di omertà come è riuscito a reperire le informazioni necessarie?

Inizialmente ho concentrato la mia inchiesta sulla ricostruzione cronologica dei casi dal 1870 in poi attraverso la consultazione di libri, archivi giornalistici e siti web specialistici in cui sono pubblicati o riportati i testi di documenti. Per quanto riguarda la storia recente ho consultato in particolare l’archivio dell’agenzia Ansa viaggiando andando all’indietro nel tempo per una trentina d’anni. Una volta ricostruito il quadro d’insieme, anche attraverso la consultazione di sentenze su numerosi casi passate in giudicato, ho preso contatto con alcune delle vittime per provare ad avere una percezione il più possibile corrispondente alla realtà di quanto è accaduto e delle conseguenze che le violenze hanno causato su queste persone. La storie di pedofilia, purtroppo, si assomigliano tutte. Dico purtroppo perché questo potrebbe agevolare una efficace azione di prevenzione a tutti i livelli che invece in Italia diversamente da altri Paesi europei ancora manca. Le loro testimonianze dirette, unite alla consultazione di numerosi esperti di comunicazione e cose vaticane, sono state peraltro fondamentali per imparare a comprendere il linguaggio utilizzato dalla Chiesa cattolica quando è chiamata a rispondere delle proprie responsabilità e a difendersi dalle accuse di aver garantito l’impunità dei sacerdoti pedofili. Si stratta di linguaggio pressoché identico a qualsiasi latitudine in quanto è sempre finalizzato a ridurre al minimo i danni economici e d’immagine che potrebbero essere arrecati dalle pubbliche inchieste. Un’altra fonte primaria è quindi diventata per me la Chiesa stessa con i messaggi dei principali gerarchi, papi compresi, e i primari canali di informazione istituzionale. In particolare la sala stampa della Santa Sede con i suoi comunicati, e il sito ufficiale del Vaticano in cui c’è un’intera area finalizzata a mostrare al mondo quello che la Santa Sede ha fatto per estirpare la pedofilia diffusa all’interno di chiese, parrocchie, oratori, scuole e seminari gestiti da ordini e congreghe religiose cattolici. Ma a mio modo di vedere è più corretto dire, “avrebbe fatto”. Nei decreti firmati da Benedetto XVI e Francesco I tra il 2010 e il 2015, così come nelle Norme di indirizzo antipedofilia emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2010, resta infatti irrisolta una delle cause principali – se non la principale – della diffusione della pedofilia nel clero. Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina è un’offesa a Dio e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili, compiuto contro una persona inerme. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato: il punto, per la Chiesa non è tanto evitare che il pedofilo colpisca ancora ma che pecchi di nuovo indossando l’abito talare e che si penta del “male” fatto (a Dio). L’idea che si tratti di un delitto contro la morale, seppur inserito tra i cinque più gravi secondo la dottrina giuridica della Chiesa, è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. Questa concezione si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. Quanto ho appena detto ci aiuta a capire perché la Santa Sede nel 2014 non si è fatta alcun problema a evitare di fornire a due commissioni Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nell’ultimo decennio dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Io ritengo che se davvero il papa, cioè il capo della Santa Sede, avesse a cuore, più che la ragion di Stato, l’incolumità dei minori – come peraltro impone la Convenzione Onu sui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza cui la Santa Sede ha aderito – non avrebbe esitato a ordinare ai ambasciatori presso l’Onu di collaborare. Consentendo così di individuare e di indagare con gli strumenti della giustizia “laica e civile” 900 persone il cui profilo criminale è equiparabile a quello di un serial killer: la caccia è perpetua, il pedofilo si organizza la vita in funzione di essa e non si ferma finché non viene messo in condizione di non nuocere dalle autorità preposte. Se consideriamo che ci sono preti che hanno confessato oltre 200 stupri ci si può fare un’idea della sottovalutazione del fenomeno da parte dei capi della Chiesa e delle conseguenze che la concezione arcaica di questo crimine possono ricadere sui bambini e sul tessuto sociale dei Paesi in cui questa istituzione politico-religiosa è presente con i suoi siti di “educazione” e con i suoi “educatori”.

  1. Quanto i recenti successi legali americani sui casi di pedofilia hanno secondo lei incoraggiato le vittime italiane a denunciare gli abusi subiti?

Non penso ci sia un nesso diretto con le conseguenze dello scandalo portato alla luce nel 2002 da Spotlight, il team di giornalisti d’inchiesta del Boston Globe, le cui vicende sono state magistralmente ricostruite nell’omonimo film premio Oscar 2016 diretto da Tom McCarthy. Dopo Spotlight e le dimissioni del potentissimo arcivescovo di Boston Bernard Law sono passati sette  anni prima che la Chiesa in Europa finisse allo stesso modo di quella Usa sotto la lente di serie commissioni d’inchiesta e di seri giornalisti. È accaduto in Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra con la scoperta di decine di migliaia di casi accaduti lungo tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Reati che sono stati accertati anche attraverso la testimonianza di vittime che finalmente hanno trovato qualcuno che ascoltasse le loro denunce senza pregiudizi e atteggiamenti moralistici. È accaduto in mezza Europa ma non in Italia dove peraltro c’è la più alta concentrazione di personale ecclesiastico al mondo con oltre 30mila unità. È indubbio che se lo Stato interviene, e “costringe” la Chiesa a collaborare con un’inchiesta al suo interno, si infonde fiducia nelle vittime che ancora non hanno avuto il coraggio di denunciare o, peggio, come purtroppo spesso accade, che hanno raccontato la propria storia in famiglia o al vescovo del sacerdote violentatore e non sono mai state credute, portando con sé un oppressivo senso di vergogna e la convinzione di essere in qualche modo responsabili della violenza subita. Ma quando ho chiesto personalmente a un ministro delle Pari opportunità se il governo italiano avrebbe prima o poi seguito l’esempio degli altri Paesi mi sono sentito rispondere che non è in agenda un’inchiesta a livello nazionale. Ho quindi sottoposto la stessa domanda al portavoce della Santa Sede e la risposta è stata pressoché identica: secondo il Vaticano non esiste un “caso italiano” in termini di pedofilia clericale. Nel 2014 scrissi il mio secondo libro proprio per verificare la veridicità di questa affermazione. Ebbene, penso di poter dire che è vero esattamente il contrario. La questione della pedofilia clericale in Italia ha caratteristiche identiche per estensione e continuità nel tempo a quella di altri Paesi che hanno deciso di affrontarla fino in fondo. La punta dell’iceberg di questa storia criminale emerge oggi dalle cronache. Un centinaio di casi solo nell’ultimo decennio sono arrivati in tribunale e a sentenza definitiva di condanna per il sacerdote incriminato. Si tratta di vicende che difficilmente, per non dire mai, hanno avuto un degno risalto mediatico. Nemmeno quando è stato coinvolto un sacerdote del calibro di don Mauro Inzoli. Il fondatore del Banco alimentare nonché capo di Comunione e liberazione a Cremona è finito sotto processo in Italia ed è stato condannato in primo grado a oltre 4 anni solo dopo esser stato giudicato colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stampa nazionale è rimasta pressoché inerte anche quando è stato condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere un potente parroco romano, don Ruggero Conti, che nel periodo in cui abusava alcuni minori era stato nominato consulente per la Famiglia dal candidato sindaco Gianni Alemanno. Quindi per ritornare alla domanda iniziale in Italia ancora non si sono presentate le condizioni che nel 2002 dettero alle vittime statunitensi la possibilità di uscire allo scoperto senza rischiare di essere violentate una seconda volta dall’indifferenza, o meglio dall’anaffettività delle istituzioni laiche e religiose, e degli organi di informazione.

  1. È d’accordo che uno dei punti focali del caso italiano sia nell’impunità dei clerici?

Uno dei punti cardine secondo me è rappresentato dalle strategie antipedofilia della Conferenza episcopale italiana. Ma c’è di più. A pesare è il silenzio imposto su questi casi, che non riguarda solo le autorità ecclesiastiche. Vale un esempio per tutti. Nel 2010 il capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno, intervistato da Il Giornale disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento (pedofilia nella Chiesa, ndr) non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Forno era, ed è, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla violenza sui minori e sulle donne, ma questo non lo mise al riparo da un’inchiesta predisposta dal ministro della Giustizia. Qualche giorno dopo aver evidenziato nell’intervista la scarsa (eufemismo) propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Non è forse un caso se quattro anni dopo, nel 2014, Conferenza episcopale guidata dal card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle proprie linee guida antipedofilia l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per es. i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”. La motivazione fornita dal card. Bagnasco va aldilà di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è irrilevante che in questo modo si sta tutelando anche il pedofilo che le ha violentate. Questo atteggiamento oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio 2016 la Pontificia commissione per la tutela dei minori ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Il problema è che questo monito non ha avuto alcun effetto pratico. La Pontificia commissione che è un organo consulente della Santa Sede ha esortato tutta la comunità ecclesiale a denunciare e a collaborare con le autorità. Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede per prima non rende pubbliche notizie fondamentali per la salvaguardia di potenziali vittime, quale credibilità e influenza può mai avere un organismo del genere all’interno della Chiesa?

  1. Lei ha testimoniato il crollo della popolazione cattolica ad esempio in Irlanda che è passata dal 69 per cento del 2005 al 47 per cento del 2010. Come ci spiega chiaramente alla Chiesa cattolica serviva proprio un rilancio di immagine e di credibilità dopo gli ultimi papati non certo esemplari nella condotta di denuncia sulla pedofilia. Crede che le scelte di Papa Francesco siano in controtendenza?

In parte ho già risposto al termine della prima domanda. Posso aggiungere qualcosa che può chiarire meglio come la penso. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio sin dai primi giorni del suo papato nel marzo del 2013 danno l’idea che la “sua” Chiesa – diversamente da quella dei suoi predecessori – abbia messo in cima alle priorità l’incolumità dei minori che frequentano i siti di educazione e formazione religiosa. È presto per parlare di effetti concreti ma io penso che gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere senza timore la carriera clericale. Per decenni infatti l’unica soluzione adottata nei confronti dei preti pedofili è stata quella di trasferirli in un’altra parrocchia per ridurre al minimo i rischi di uno scandalo pubblico. Il risultato è facilmente intuibile oltre che documentato dalle inchieste governative cui ho accennato prima. Anche in base ai risultati di queste indagini la Commissione Onu per i Diritti dell’infanzia nelle considerazioni conclusive elaborate a febbraio 2014 ha scritto quanto segue: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È bene ribadire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Quindi, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato come ha fatto Ratzinger, e inasprire le norme penali come ha fatto Bergoglio, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani: l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski, che peraltro è morto prima di arrivare a processo. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o del tutto assenti. Cito di nuovo un passaggio del documento delle Nazioni Unite: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini». A certificare la continuità in senso negativo di questo papato con i precedenti ci sono diversi elementi. Ne cito un paio per tutte. Il primo consiste nella mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. Nel 2014 l’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede, cioè a papa Francesco, di chiuderli – in coerenza con la convenzione ratificata – anche perché è noto che spesso il pedofilo è a sua volta una persona abusata in giovane età. Ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 giovani studenti. Per di più, la diocesi di Milano ha da poche settimane avviato un’iniziativa seminariale per sedicenni: la Comunità seminaristica adolescenti che nasce dalla collaborazione tra il seminario e i preti del Decanato Villoresi ed è situata in una casa di Parabiago nell’hinterland milanese. Una seconda misura che Bergoglio potrebbe adottare, in un’ottica di prevenzione, è l’innalzamento della soglia dell’età della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione e fare la comunione. Nel 1910 fu abbassata da 12 a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste Stato-Chiesa di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, è emerso che quasi tutti gli abusi nelle parrocchie e nei seminari avvengono nell’ambito di questo rito sacramentale che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al sigillo sacramentale: vincolo di segretezza pontificia pena la scomunica. L’inviolabilità del segreto, unito al senso di colpa per il peccato commesso, instillato nella vittima dal suo “confessore”, è una garanzia di impunità da parte della giustizia “civile”. I preti pedofili lo hanno ben presente. Come sanno che nel caso di violenza compiuta durante la confessione l’abuso è nei confronti del sacramento non della persona. E di questo, nel caso, dovranno rispondere (solo) ai giudici dalla Chiesa. Papa Francesco eliminerà mai un segreto correlato a un sacramento?  Di più, eliminerà mai uno dei cardini del Decalogo su cui si fondano tutte le leggi della Chiesa?

  1. A suo parere la Chiesa cattolica cambierà mai l’ideologia dell’annullamento del corpo e della sessualità? Sarebbe decisivo nel superamento del problema?

Per rispondere mi collegherei dalla domanda con cui ho concluso la precedente risposta. Non so dire cosa accadrà in futuro ma penso che la conoscenza di ciò che è la sessualità umana e soprattutto di quello che non è sessualità umana (cioè la pedofilia), risulterebbe decisiva quanto meno per iniziare a inquadrare concretamente il problema. Tuttavia, molto probabilmente la messa in discussione di uno dei Dieci comandamenti comporterebbe la fine della Chiesa intesa come istituzione religiosa. Quel “Non commettere atti impuri” fa sì che nel Catechismo “aggiornato” da Giovanni Paolo II nel 1992 si parli di sesso tra due adulti fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e di bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». E che nel diritto canonico l’abuso sia un «qualsiasi» atto sessuale «di un chierico con un minore di anni 18». Cioè la Chiesa ritiene che l’abuso sia un rapporto sessuale. Quindi chi si dovrebbe occupare di tutelare i bambini che ad essa sono affidati non distingue la sessualità umana – che in estrema sintesi è rapporto interumano, consapevolezza di sé e desiderio – dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità ed è dominio di un soggetto adulto e consapevole su un altro che non è né adulto né consapevole. È pertanto totale assenza di rapporto. Inoltre, quando si stabilisce che la pedofilia è un’atto sessuale, si sta affermando che il bambino – cioè la vittima – ha la sessualità. La realtà è esattamente il contrario: il bambino in età prepuberale non ha sessualità. Perché questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima in ogni essere umano c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili preti e non. Ma qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso cattolico e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. E queste sono alcune tra le tante drammatiche confusioni che sono state fatte dalla Chiesa, e che persistono tuttora, sulla sessualità umana e sulla figura del bambino. Per cui poi può essere abusato senza che sia considerata una violenza nei suoi confronti.

Melissa Tamburrelli

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Lasciate che i pargoli vengano a me, ma non quelli abusati dai miei pastori. Questo il messaggio tra le righe (ma mica poi tanto) del papa nella sua visita pastorale in Messico dei giorni scorsi. All’esortazione alla salvaguardia dell’infanzia («Desidero levare la mia voce invitando tutti a proteggere e accudire i bambini, perché mai si spenga il loro sorriso, possano vivere in pace e guardare al futuro con fiducia»), non è seguita quella che sarebbe dovuta essere solo la naturale conseguenza: l’incontro con le vittime degli abusi di padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo. Eppure, il papa ha detto di parlare a «tutti i bambini del Messico, particolarmente quelli che sopportano il peso della sofferenza, l’abbandono, la violenza o la fame». Tutti tranne quelli, ormai adulti, che la violenza l’hanno subita dalla stessa Chiesa per mano di uno dei più abietti personaggi che abbiano vestito l’abito talare.

Ma d’altronde la storia del fondatore dei Legionari di Cristo è davvero imbarazzante per la Chiesa di Roma, che nonostante continui a dichiarare la totale inconsapevolezza dei due ultimi papi, Wojtyla e Ratzinger, sulla vera “natura” di Degollado, si sottrae al colloquio con gli ex seminaristi abusati perché, secondo il direttore della sala stampa vaticana padre Lombardi, l’incontro sarebbe stato chiesto con «arroganza» dalle stesse vittime invece che, come da prassi, dai vescovi.
Cioè se è la Chiesa locale che chiede al papa di parlare con le vittime dei suoi pastori pedofili – ossia se queste sono sufficientemente mansuete e rassegnate – bene, altrimenti è meglio evitare per non sporcarsi le mani in situazioni a rischio e potenzialmente lesive dell’immagine della Chiesa stessa. Chiaro, no? Alla faccia della ricerca di «verità e trasparenza» che lo stesso Lombardi attribuisce su questo tema ai due papi. Il cui ruolo, su questa oscena storia di abusi e insabbiamenti che si snoda dal 1948 al 2006, anno della “punizione” di Degollado, è ben descritto nel libro I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II (Jason Berry e Gerald Renner, Fazi editore)

Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza.

La punizione di cui si parla è la sospensione a divinis, la rinuncia a ogni pubblico ministero e una vita di ritiro e preghiera per comportamenti «immorali» che hanno «causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione». Non ai seminaristi da lui violentati per anni, quelli a cui ora si nega anche il solo confronto.

Cecilia Maria Calamani (Cronache laiche)
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«È un fatto che ci sono tanti peccatori e che i peccati esistono. Ma questo non impedisce la santità di altri». Così il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha risposto a margine di un convegno su Wojtyla interpellato sui casi di pedofilia e di abusi da parte di sacerdoti che si verificarono anche sotto il suo pontificato. (BOS/MRS)

Vedi anche:

Beato tra gli uomini. E che uomini

Il New York Times e l’Associated Press pubblicano una lettera del 1997 in cui il Vaticano avvertiva i vescovi irlandesi di non essere d’accordo con la loro scelta di collaborare con le autorità civili nelle indagini che coinvolgono dei sacerdoti

Federico Tulli

Ancora sale sulle profonde ferite irlandesi. Nel 1997 il Vaticano esortò i vescovi dell’isola a non denunciare alle autorità civili i preti pedofili, nel rispetto del diritto canonico. È scritto in una lettera del 31 gennaio, firmata dal nunzio apostolico Storero, pubblicata dal New York Times e dall’Associated Press. La direttiva è stata scoperta dagli autori di Crimini indicibili, un docu-film proiettato martedì alla tv irlandese Rte in cui tra le altre cose si cita un vescovo che ha definito il testo «un mandato a nascondere i presunti crimini commessi da un prete». Nel 1997, sul trono di Pietro sedeva Karol Wojtyla, mentre il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era Joseph Ratzinger.

La politica di denunciare obbligatoriamente tutti i casi di pedofilia nel clero locale, che la Chiesa irlandese vuole attuare, è contraria al diritto canonico. Questo ha stabilito in Vaticano la Congregazione del Clero e questo scrive nella lettera del ‘97 monsignor Luciano Storero avvertendo la Conferenza episcopale d’Irlanda. Il nunzio spiega che tale politica, caldeggiata in particolare dal primate irlandese, cardinale Cahal Daly, è solo un «documento di studio», non una normativa approvata dalla Santa Sede e raccomanda ai vescovi di seguire «meticolosamente» il diritto canonico in base al quale le accuse devono essere valutate all’interno della Chiesa. Vale a dire dal Papa, titolare del potere giudiziario, e dalla Congregazione per la dottrina della fede, la magistratura vaticana. L’intenzione manifestata da Daly di denunciare alle autorità civili tutti i casi di abusi e molestie man mano “raccolti” dai suoi vescovi fu una delle conseguenze del grande scandalo che tra il 1994 e il 1995 aveva portato in tribunale con l’accusa di pedofilia circa 100 persone, tra preti e aderenti a ordini religiosi. Una vicenda che sconvolse l’Irlanda e fece vacillare sia la solida Chiesa locale che il rapporto di questa con il governo di Dublino. L’ondata d’indignazione popolare travolse infatti anche Albert Reynolds. Il premier che aveva contribuito alla storica tregua in Ulster, fu costretto alle dimissioni per aver nominato Harry Whelehan presidente dell’Alta Corte, la massima istanza giudiziaria del Paese, sebbene questi nel 1993 avesse ostacolato l’iter di estradizione in Nord Irlanda di Brendan Smyth, un prete cattolico condannato per pedofilia. Reynolds se ne va a “casa” alla fine del 1994 e la svolta dei processi del 1995 incoraggia le vittime irlandesi a uscire allo scoperto. Nei successivi 15 anni il tentativo delle gerarchie vaticane di mantenere sotto silenzio i crimini che si consumano nelle diocesi d’Irlanda si rivelerà vano. Ecco una breve sintesi dei fatti più significativi.

Nel 1998 due documentari televisivi denunciano la lunga storia delle violenze subite dai bambini nelle industrial school rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani. Sulla spinta emotiva di questi fatti, nel 2000 il governo di Dublino guidato da Bertie Ahern crea la Child abuse commission. La Cac si rivelerà un’arma estremamente efficace contro la pedofilia nel clero e la politica d’insabbiamento sistematico dei crimini avallata dal Vaticano e perseguita dai vescovi irlandesi nel rispetto del diritto canonico. È sotto l’egida di questa commissione che tra gli altri viene pubblicato il Rapporto Ryan, l’inchiesta che più di ogni altra ha contribuito a scoperchiare in tutta Europa il recente dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica. Per capire cosa gli investigatori si trovano ad affrontare, basti ricordare le parole con cui il 26 novembre 2009 giudice Sean Ryan chiude l’indagine e presenta il Rapporto che porta il suo nome: «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda». Del resto ha appena verificato percosse, violenze e umiliazioni su almeno diecimila bambini che si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta in oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Molti dei protagonisti di questa nuova profonda crisi irlandese sono degli insospettabili. Ad esempio, ben sei vescovi nel 2010 presenteranno le dimissioni a Benedetto XVI. Ma il primo a “cadere”, due mesi prima della pubblicazione del Rapporto Ryan, era stato l’ex segretario privato di ben tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II) John Magee. Il 7 marzo 2009 dopo essere stato investito dall’inchiesta che ha toccato la sua diocesi di Cloyne, nel sud dell’Irlanda, il vescovo Magee chiede a Benedetto XVI di sospenderlo dall’incarico e di “commissariare” la diocesi. Joseph Ratzinger accetta le dimissioni di Magee il 24 marzo 2010. L’uomo di fiducia di Giovanni Paolo II oggi è vescovo emerito. Il primo maggio prossimo Karol Wojtyla sarà beatificato.

Terra, il primo quotidiano ecologista

di Federico Tulli

Sì, è vero. Cristo è morto dal freddo. E Karol Wojtyla non sapeva che Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, fosse un sadico violentatore pedofilo. Passi che il principale responsabile della repentina fine del partito dei lavoratori in Europa (grazie a un “prestito” della Banda della Magliana) sia beatificato il Primo maggio – in fondo ciascuno Stato è libero di organizzare sagre quando vuole -, ma almeno non ci vengano a infiocchettare Giovanni Paolo II come un uomo ignaro, puro, nemmeno sfiorato dall’idea che certe sue “amicizie” fossero dotate di una personalità criminale fuori dal comune. Perché allora aspettiamoci anche, nei prossimi quattro mesi, di sentire qualcuno affermare che nel 1987 l’uomo affacciato sul balcone a Santiago del Cile insieme al dittatore fascista Augusto Pinochet non era il nemico pubblico numero Uno del preservativo (e di conseguenza amico pubblico numero Uno dell’Aids). Si dirà, lo ha fatto perché stringere la mano a quel delinquente era l’unico modo per ottenere l’introduzione obbligatoria dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche dello sfortunato Paese Latinoamericano. E forse è pure vero, poiché adottò la stessa strategia con il generale Gualtieri in Argentina e con la dittatura uruguagia. Ma insomma, in attesa del colpo di spugna sul rapporto tra Woytila e Pinochet, che peraltro non si consumò unicamente su quel balcone, “godiamoci” l’avvio delle operazioni di pulizia d’immagine del suddetto Papa che a quanto pare partono proprio dalla negazione della stretta amicizia che lo legava a Degollado.

«Giovanni Paolo II non era a conoscenza della doppia personalità di padre Maciel» sostiene il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, in un’intervista a Famiglia Cristiana, pubblicata sul sito internet del settimanale. Perché questa affermazione? Perché nei mesi scorsi, nel pieno dell’operazione “pulizia” che si è abbattuta sulla congregazione dei Legionari a un certo punto qualcuno ha ipotizzato che la causa di beatificazione rischiava di subire un rallentamento in relazione allo scandalo sulla pedofilia, e circolavano voci sul fatto che Karol Wojtyla avrebbe protetto padre Maciel. Tra le molte voci spicca quella autorevole del settimanale tedesco Stern, secondo cui il prete messicano «era uno dei più efficienti raccoglitori di donazioni della Chiesa cattolica e un particolare protetto del defunto papa Karol Wojtyla». Il cardinale Amato però, non ha dubbi: «Le confermo che abbiamo indagato a fondo e ampiamente – risponde al giornalista di Famiglia Cristiana -. Giovanni Paolo II non era a conoscenza della doppia personalità di padre Maciel».

Sarebbe interessante sapere se nel corso di questa indagine qualcuno ha fatto delle domande anche al cardinale Angelo Sodano o al cardinal Eduardo Martinez Somalo, già prefetto della Congregazione per gli istituti della vita consacrata. Oppure, perché no, a monsignor Stanislaw Dziwisz, il segretario polacco di Giovanni Paolo II, oggi cardinale di Cracovia. Di tutti e tre, dei loro “affari” con Degollado e della vicinanza di costui al prossimo beato Karol, scrive con dovizia di particolari Jason Berry in due articoli usciti il 6 e il 12 aprile 2010 su National Catholic Reporter. Ancora meglio la storia è ricostruita da Berry e Gerald Renner, nel libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” pubblicato in Italia da Fazi nel 2006. Ecco un assaggio di quanto scrivono i due giornalisti: «Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza». Come sanzione per le violenze e il concubinato l’ultra ottuagenario Degollado fu sospeso a divinis e invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. È morto nel gennaio di tre anni fa. Al caldo.

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