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popebenedictxvi_be_1401955cDare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

«Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

irish_abuse_apology_640Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

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L'ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

L’ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

Con una decisione senza precedenti nella Chiesa Cattolica americana, l’arcivescovo di Los Angeles, Jose Gomez, ha annunciato di aver sollevato il suo predecessore, cardinale Roger Mahony, da tutti i suoi impegni pubblici nella Chiesa per la cattiva gestione di alcuni (allora) presunti abusi sessuali compiuti da sacerdoti su decine di bambini negli anni ’80 (Mahony guidò l’arcidiocesi dal 1985 al 2011). Gomez ha annunciato anche che il vescovo di Santa Barbara, Thomas J.Curry, si è dimesso. L’annuncio è arrivato in contemporanea con la pubblicazione sul sito della diocesi di decine di migliaia di documenti, in precedenza rimasti segreti, riguardanti il modo in cui la Chiesa gestì le sorti di 122 sacerdoti accusati di molestie. Il 9 gennaio scorso Cronache Laiche ha anticipato la notizia e pubblicato alcuni degli sconcertanti documenti (link all’articolo).

A nulla dunque è servito il tardivo mea culpa di Mahony il quale si è scusato solo dopo che è divenuta inconfutabile l’accusa di aver manovrato dietro le quinte insieme ad altri prelati dell’arcidiocesi di Los Angeles, per proteggere preti molestatori all’oscuro dei parrocchiani. Le sue responsabilità sono venute con chiarezza alla luce, scritte nero su bianco nei file che, all’inizio di gennaio, il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubblici. «Sono stato un ingenuo, ogni giorno prego per loro» commentò l’ex vescovo, che da allora ha incontrato in privato oltre 90 vittime di abusi i cui nomi sono catalogati in un indirizzario nella sua cappella personale. Tutto inutile. Come noto i documenti sono emersi nell’ambito di un maxi-patteggiamento da 660 milioni di dollari nell’ambito del quale nel 2007 l’arcidiocesi ha consegnato migliaia di documenti su circa 500 casi di molestie: dimostrano il profondo disagio del cardinale davanti ad accuse come quelle contro il reverendo Lynn Caffoe, sospettato di chiudere bambini nella sua stanza per riprenderne i genitali con la videocamera e di aver fatto telefonate a luci rosse in presenza di un minore. «Questo per me è inaccettabile», aveva scritto l’alto prelato nel 1991 come riporta un’Ansa del 22 gennaio scorso.

Caffoe era stato messo in psicoterapia e rimosso dall’incarico, ma non spretato fino al 2004, un decennio dopo che l’arcidiocesi ne aveva perso le tracce. «È un latitante», scrisse Mahony all’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Dev’essere vivo da qualche parte». Caffoe è morto nel 2006, sei anni dopo che un giornale lo aveva localizzato al lavoro a Salinas, in un centro per senzatetto non lontano da una scuola elementare. Mahony è andato in pensione nel 2011. La riluttanza dell’arcidiocesi a collaborare con polizia e magistratura sui casi di pedofilia era nota da tempo, ma i memorandum scritti alla fine degli anni Ottanta dal cardinale e dal responsabile dell’arcidiocesi per i casi di abusi sessuali monsignor Thomas Curry forniscono la prova più solida emersa finora di uno sforzo concertato della più vasta diocesi cattolica negli Stati Uniti per proteggere i sacerdoti pedofili dall’azione della giustizia. Per anni le gerarchie cattoliche avevano combattuto perché i dossier restassero segreti: oggi questi documenti rivelano, nelle parole dei leader della Chiesa, il desiderio di tenere (ancora una volta) le autorità giudiziarie civili all’oscuro.

Federico Tulli su Cronache Laiche

confessional_1Gli abusi sui minori sono percepiti dalla Chiesa come un problema da confessionale, non da tribunale. Al pari di fornicazione e autoerotismo

Walter Peruzzi su Cronache Laiche

Quasi ogni giorno affiorano storie antiche o recenti, in Italia o altrove, di abusi su minori da parte di esponenti del clero, mentre la Chiesa alterna promesse di tolleranza zero o richieste di scuse a tentativi di occultare, minimizzare e denunciare pretesi complotti ai suoi danni. In particolare la Chiesa cerca di chiudere la discussione ammettendo che anche il clero è pieno di peccatori, ma rivendicando al tempo stesso la santità della sua dottrina e la fermezza del pontefice nel combattere la piaga della pedofilia (che ormai tanto è costata e costa anche pecuniariamente alle casse vaticane e delle varie diocesi per risarcimenti alle vittime).
A proposito della lotta senza quartiere del papa contro la pedofilia si ripete che la copertura data anni fa nella diocesi di Monaco a responsabili di abusi ricade su un sottoposto che non aveva informato l’allora arcivescovo Ratzinger. Dall’altra parte si esalta (anche da parte del papa stesso) il celibato del clero, giurando che non c’è rapporto fra l’obbligo della castità per i preti o per le suore e la pedofilia. Anzi, essa sarebbe il frutto del cedimento al permissivismo sessuale della società moderna. Ma le cose stanno proprio così?

Le responsabilità di Ratzinger
Prima di tutto Ratzinger non è affatto “innocente”. E non tanto per gli abusi commessi a Monaco, noti o ignoti che gli fossero, ma per la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede che lui presiedeva, agli abusi commessi in tutti i paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione inchieste riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili. La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri.

Un semplice «atto impuro»
Il dilagare degli abusi sui minori da parte del clero cattolico è poi senza dubbio da ricondurre a una concezione distorta della sessualità, ritenuta un disvalore a stento riscattato dal fine procreativo, sicché non si può non vedere un nesso con le storture della dottrina morale cattolica. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio del 2005 si legge: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale» (§ 492).
In altre parole, la ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, visto come il peggiore dei peccati, porta a trattare allo stesso modo come «lussuria», cioè come offesa al sesto comandamento, sia pratiche sessuali come l’autoerotismo o fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti, cioè offese al quinto comandamento. Proprio nella Lettera del 2001 si definisce l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». La “colpa” principale, per questa morale distorta, è nel fatto che si cerchi un piacere peccaminoso, non nel fatto che si violenti una persona. Una volta derubricato l’abuso su minori a «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione, si capisce che venga non solo trattato dalla Chiesa ma percepito o fatto percepire allo stesso clero che se ne rende colpevole, come un problema da confessionale e non da tribunale, al pari di qualsiasi altro «atto impuro».

 

Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi di cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica, un’originale ricerca sul pensiero all’origine della violenza sui bambini. In Chiesa e pedofilia (Non lasciate che i pargoli vadano a loro), edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli – che presenterà il libro a Empoli sabato 31 marzo insieme con Elisabetta Amalfitano, docente di filosofia, Maria Gabriella Gatti, neonatologa e psicoterapeuta dell’Università di Siena, e Simona Maggiorelli, giornalista del settimanale Left (Cenacolo degli Agostiniani, via dei Neri 15 ore 17:00) – indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi eventi che hanno sconvolto l’Europa e l’Italia. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, migliaia di sacerdoti sotto accusa, miliardi di dollari spesi dalla Chiesa per risarcire vittime e loro familiari. Il coinvolgimento del clero cattolico, si scopre, arriva da lontano. Il saggio Chiesa e pedofilia lo dimostra con dovizia di particolari. Dal Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima che avesse la tentazione di denunciare alla giustizia civile – la validità del documento è stata confermata nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nella lettera De delictis gravioribus -, è sempre esistito uno stretto nesso nei secoli tra Chiesa cattolica e pedofilia. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, il libro di Tulli offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

Lasciate che i pargoli vengano a me, ma non quelli abusati dai miei pastori. Questo il messaggio tra le righe (ma mica poi tanto) del papa nella sua visita pastorale in Messico dei giorni scorsi. All’esortazione alla salvaguardia dell’infanzia («Desidero levare la mia voce invitando tutti a proteggere e accudire i bambini, perché mai si spenga il loro sorriso, possano vivere in pace e guardare al futuro con fiducia»), non è seguita quella che sarebbe dovuta essere solo la naturale conseguenza: l’incontro con le vittime degli abusi di padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo. Eppure, il papa ha detto di parlare a «tutti i bambini del Messico, particolarmente quelli che sopportano il peso della sofferenza, l’abbandono, la violenza o la fame». Tutti tranne quelli, ormai adulti, che la violenza l’hanno subita dalla stessa Chiesa per mano di uno dei più abietti personaggi che abbiano vestito l’abito talare.

Ma d’altronde la storia del fondatore dei Legionari di Cristo è davvero imbarazzante per la Chiesa di Roma, che nonostante continui a dichiarare la totale inconsapevolezza dei due ultimi papi, Wojtyla e Ratzinger, sulla vera “natura” di Degollado, si sottrae al colloquio con gli ex seminaristi abusati perché, secondo il direttore della sala stampa vaticana padre Lombardi, l’incontro sarebbe stato chiesto con «arroganza» dalle stesse vittime invece che, come da prassi, dai vescovi.
Cioè se è la Chiesa locale che chiede al papa di parlare con le vittime dei suoi pastori pedofili – ossia se queste sono sufficientemente mansuete e rassegnate – bene, altrimenti è meglio evitare per non sporcarsi le mani in situazioni a rischio e potenzialmente lesive dell’immagine della Chiesa stessa. Chiaro, no? Alla faccia della ricerca di «verità e trasparenza» che lo stesso Lombardi attribuisce su questo tema ai due papi. Il cui ruolo, su questa oscena storia di abusi e insabbiamenti che si snoda dal 1948 al 2006, anno della “punizione” di Degollado, è ben descritto nel libro I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II (Jason Berry e Gerald Renner, Fazi editore)

Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI al fondatore dei Legionari, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza.

La punizione di cui si parla è la sospensione a divinis, la rinuncia a ogni pubblico ministero e una vita di ritiro e preghiera per comportamenti «immorali» che hanno «causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione». Non ai seminaristi da lui violentati per anni, quelli a cui ora si nega anche il solo confronto.

Cecilia Maria Calamani (Cronache laiche)
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Come anche il più estroso dei bookmakers avrebbe previsto è rimasta immacolata la fedina penale di Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. La causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998, si è conclusa con il ritiro della denuncia a pochi giorni dalla sentenza. Nel 2011 Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson ha capito che molto probabilmente avrebbe perso la causa, venerdì scorso 10 febbraio, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.

Padre Lawrence Murphy, cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. Secondo l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena, intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider, «è evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi». Lena quindi, spiegando la linea difensiva, ha ribadito che «la Santa Sede non può avere la responsabilità di controllare direttamente le azioni di più di 400.000 preti in giro per il mondo».

Per inquadrare meglio la storia facciamo un passo indietro di qualche anno. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». A calare la pietra tombale sulla vicenda ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Si svolge a Roma il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento” sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Messaggio iniziiale del Papa: “Attenzione massima a chi subisce”. Il prefetto Levada: “Inadeguatezza del diritto canonico”

[Il Fattoquotidiano.it]

Negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della fede, anche «sotto la guida costante del card. Joseph Ratzinger», ha visto «un drammatico aumento» del numero di casi di reato di abusi sessuali su minori da parte del clero, anche a causa della copertura mediatica che questi scandali hanno avuto in tutto il mondo. Nel corso dell’ultimo decennio sono arrivati all’attenzione della Congregazione vaticana oltre 4 mila casi di abusi sessuali su minori e questi casi «hanno rivelato, da un lato, l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente canonica (o diritto canonico) a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». E’ quanto ha detto il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Nell’aprire il convegno internazionale sull’abuso sessuale, il cardinale ha subito voluto fare un chiarimento: c’è il massimo impegno da parte del Papa, della Santa Sede e delle Conferenze episcopali per «trovare i modi migliori per aiutare le vittime, proteggere i minori e formare i sacerdoti di oggi e di domani affinché siano consapevoli di questa piaga e venga eliminata dal sacerdozio». Del resto, lo stesso Benedetto XVI ha chiesto a tutta la Chiesa – attraverso le parole del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – di promuovere contro gli abusi sessuali «una cultura vigorosa di efficace salvaguardia e sostegno alle vittime». Nel messaggio indirizzato oggi al simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento, il Papa ha assicurato «la sua preghiera per questa importante iniziativa», ha detto Bertone, «e ha chiesto al Signore che, attraverso le vostre deliberazioni, molti vescovi e superiori religiosi in tutto il mondo possano essere aiutati a rispondere adeguatamente alla tragedia degli abusi sui minori».

Nella sua relazione, il prefetto ha subito ricordato quanto il Papa ha fatto, a partire dallo scandalo degli abusi sessuali scoppiato negli Usa negli anni 2001 e 2002. «Voglio esprimere la mia personale gratitudine a papa Benedetto – ha detto Levada – che come allora prefetto, fu determinante» nell’implementare «nuove norme per il bene della Chiesa». «Ma il Papa – ha subito aggiunto – ha dovuto subire attacchi da parte dei media in questi ultimi anni in varie parti del mondo, quando invece avrebbe dovuto ricevere la gratitudine di tutti noi, nella Chiesa e fuori».

Il cardinale ha poi articolato il suo intervento affrontando varie tematiche: ha parlato del bisogno delle vittime di essere ascoltate e dell’obbligo per la Chiesa di ascoltare e comprendere «la gravità di quanto le vittime hanno sofferto». Ha quindi affrontato la questione della «protezione dei minori» nei vari ambiti della Chiesa nonché la formazione dei candidati al sacerdozio ribadendo quanto sia importante sottoporli ad «un maggiore scrutinio». Al centro dell’interesse, l’impegno affinchè «non si ripetano mai più in futuro casi di abuso». Nella relazione, un intero paragrafo è riservato alla cooperazione della Chiesa con le autorità civili. A questo proposito, si afferma: «La collaborazione della Chiesa con le autorità civili in questi casi riconosce la verità fondamentale che l’abuso sessuale di minori non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali nella maggior parte delle giurisdizioni civili». Il cardinale ha voluto concludere la relazione con una osservazione: «Vale la pena ripeterlo: coloro che hanno abusato sono una piccola minoranza. Tuttavia, questa piccola minoranza ha provocato un gran danno alle vittime e alla missione della Chiesa».

Una nuova inchiesta governativa sulla pedofilia nel clero cattolico irlandese. La quarta in sei anni. Obiettivo della magistratura far luce sull’insabbiamento delle notizie di reato nella diocesi di Cloyne, retta dal vescovo John Magee già segretario di tre Papi.

Federico Tulli [Cronache laiche]

Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005. Rapporto Ryan, 20 maggio 2009. Rapporto Murphy, 26 novembre 2009. Rapporto Cloyne, 13 luglio 2011. Le questioni irlandesi sono un passaggio chiave per il pontificato di Joseph Ratzinger. È con i vescovi d’Irlanda che il 28 ottobre 2006 affronta per la prima volta in un discorso ufficiale lo scandalo dei preti pedofili. Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono «enormi crimini», di fronte ai quali diventa «urgente» ricostruire la fiducia e la sicurezza perdute, dice il Papa ai membri della Conferenza episcopale d’Irlanda, ricevuti in udienza per la loro visita ad limina presso il Vaticano. È davanti a loro che per la prima volta afferma: «Occorre stabilire sempre la verità, e prevenire l’eventualità che i fatti si ripetano e soprattutto portare sostegno alle vittime». Solo in questo modo, secondo Ratzinger, «la Chiesa in Irlanda potrà crescere più forte ed essere ancora più capace di dare testimonianza della forza redentrice della croce di Cristo».

Il 5 giugno 2009, pochi giorni dopo la pubblicazione del Rapporto Ryan, Benedetto XVI pronuncerà parole identiche agli stessi vescovi della Conferenza episcopale irlandese. Dopo il Rapporto Murphy, il papa cambia strategia. Intuisce che, come era accaduto dieci anni prima negli Stati Uniti, anche in Irlanda non è più possibile trattare la pedofilia nel clero cattolico come un affare interno e decide di rivolgersi direttamente ai fedeli irlandesi con una lettera pastorale. Annunciata a dicembre 2009, verrà resa pubblica il 19 marzo 2010. In un mirabile passaggio il pontefice si autocita riproponendo quanto disse nel 2006 ai porporati giunti da Dublino.

Il Rapporto Cloyne è ancora caldo e Ratzinger, a oggi, non si è pronunciato ma forse sappiamo già cosa dirà. O forse no. L’ennesimo scandalo irlandese potrebbe spingerlo a rinnovare il proprio messaggio di ammonimento per tentare di renderlo più efficace. Dopotutto tra quei vescovi più volte sollecitati ad assumere un comportamento responsabile nei confronti dei crimini seriali che stanno minando le fondamenta della Chiesa di uno dei Paesi più devoti alla causa cattolica e apostolica romana, c’era anche John Magee, il protagonista in negativo del Rapporto Cloyne essendo stato per 33 anni a capo della diocesi che porta il nome di questa ultima inchiesta governativa. La riassumo brevemente. Si tratta di un documento di 400 pagine elaborato dalla Commissione di indagine sulla diocesi di Cloyne, incaricata di verificare come furono trattate oltre 40 segnalazioni di abusi su minori compiuti da sacerdoti tra il 1996 e il 2009. Gli autori del report chiamano in causa Magee ritenendolo responsabile di non aver mai riferito nulla alle autorità pubbliche.

Una storia di reticenza e omertà ecclesiale già sentita, identica a migliaia di altre venute alla luce in altre parti del mondo e pure nella stessa Irlanda, come documentato dagli altri Rapporti governativi prima citati. Magee, oggi 75enne e in passato segretario personale di tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I, e Giovanni Paolo II), non è più vescovo di Cloyne dal 2010. Consapevole della imminente pubblicazione del Rapporto Ryan che per primo si è occupato della sua diocesi, il 7 marzo 2009, dietro insistenti richieste di sue dimissioni, chiese al Papa di essere sospeso dall’incarico ed essere sostituito alla guida della diocesi da un amministratore apostolico. Benedetto XVI accettò la sua istanza il 24 marzo 2010. Oggi John Magee è vescovo emerito.

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Rapporto Ferns. La Commissione di inchiesta porta alla luce oltre cento casi di abusi “sessuali” su minori compiuti da 21 sacerdoti della omonima diocesi nel sud dell’isola, tra il 1962 e il 2002.

Rapporto Ryan. «La violenza e gli abusi sono endemici alla Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiude l’inchiesta che prende il suo nome. Dall’indagine durata nove anni emerge che percosse, violenze e umiliazioni si sono protratte sin dagli anni Trenta e fino agli anni Ottanta. Raccogliendo le testimonianze di circa 2.500 vittime la Child Abuse Commission ha coinvolto oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi. Nel periodo analizzato circa 35.000 minori sono stati ospitati in queste istituzioni, secondo gli investigatori almeno un terzo di loro potrebbe aver subito abusi.

Rapporto Murphy. Per quasi 30 anni dal 1975 al 2004 la Chiesa cattolica locale e la polizia irlandese hanno coperto gli abusi sessuali perpetrati su diversi minori da 46 sacerdoti cattolici a Dublino. Uno di loro confessa oltre 100 stupri. La denuncia del giudice Yvonne Murphy riguarda anche i nomi di alti dirigenti della polizia e di quattro ex arcivescovi di Dublino: John Charles McQuaid, Dermot Ryan, Kevin McNamara e Desmond Connell. Tutti sono accusati di aver coperto i sacerdoti pedofili.

Il presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco

L’idea che ci sia dell’erotismo, quindi desiderio, dietro la più devastante delle violenze esercitata su un essere umano indifeso, dimostra quanto sia incomprensibile, per certa cultura, la realtà del bambino (dunque della specie umana tutta)

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Lo scenario, desolante, è da film poliziesco anni 70. “Le autorità brancolano nel buio”, citerebbe polemico a nove colonne il titolo del solito giornale che campa di retorica e frasi fatte. Ma Cronache laiche non rientra nella schiera di testate che si esprimono a suon di luoghi comuni, né è qui per recensire un b-movie né tanto meno vuole parlare, almeno in questa sede, del clima che si respirava in Italia ai tempi dell’austerity. Le autorità che brancolano nel buio, infatti, non indossano divise né impugnano pistole. Non portano basettoni, la loro barba è ben rasata e nemmeno sfoggiano un colorito linguaggio infarcito di parolacce e imprecazioni. No. Monsignor Charles Scicluna e il cardinale Angelo Bagnasco proprio non ce li vediamo in questi panni. Però nel buio brancolano lo stesso. Specie quando devono affrontare affrontare l’affaire “pedofilia nel clero”. Quelle commesse dai preti pedofili sono «spesso forme di abuso di potere a sfondo erotico» ha affermato Scicluna che di mestiere fa il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede (già tribunale dell’Inquisizione). In qualità di braccio della legge del Papa, è sul suo tavolo in Vaticano che passano tutte le segnalazioni di abusi o presunti tali compiuti da sacerdoti, che i vescovi raccolgono nelle loro diocesi. È lui che valuta i dossier, conduce l’indagine ed eventualmente rinvia a giudizio il presunto reo presso il prefetto della Congregazione, cardinale William Levada (il successore di Joseph Ratzinger).

L’idea che ci sia dell’erotismo, quindi desiderio, dietro la più devastante delle violenze esercitata su un essere umano indifeso, dimostra quanto sia incomprensibile, per questa cultura, la realtà del bambino (dunque della specie umana tutta). E spiega perché da duemila anni la pulsione psicotica del pedofilo, l’omicidio psichico che esso compie nei confronti del bambino, sia considerata dal legislatore che redige le norme del diritto canonico e dal magistrato che deve giudicare, un peccato “sessuale” da mondare come tanti altri con la confessione e qualche ave Maria in ritiro spirituale. Quando invece è un delitto tra i più efferati. Perché? Perché è determinato da una pulsione omicida che vuole distruggere qualsiasi possibilità di sviluppo della sessualità altrui. Le vittime scelte lucidamente dai pedofili sono infatti nell’età in cui ancora non c’è la sessualità piena e formata. Questa si definisce con l’adolescenza. Inoltre, solo laddove c’è la sessualità ci può essere scambio di desiderio reciproco. E se c’è desiderio non è violenza. Pertanto ogni atto “a sfondo erotico” compiuto nei confronti di una persona in età pre-adolescenziale, è solo ed estremamente violento e distruttivo: impedisce la realizzazione di una caratteristica specifica umana.

Tutto ciò evidentemente sfugge anche al cardinale Angelo Bagnasco. Incontri di formazione e corsi di esercizi spirituali per i sacerdoti. È questa la ricetta prescritta dal presidente della Conferenza episcopale italiana per evitare che si verifichino altri scandali nella Chiesa genovese dopo la vicenda di don Seppia (per inciso, in qualità di arcivescovo di Genova dovrebbe spiegare lui per primo cosa ha fatto per impedire al sacerdote di agire indisturbato). Bagnasco l’ha comunicata ai suoi più stretti collaboratori in occasione della recente riunione del Consiglio presbiterale e dei Vicari forane, secondo quanto riferisce il settimanale cattolico Il Cittadino che ha pubblicato un estratto dell’incontro. «Non si può aspettare che passi la tempesta» ha detto il porporato. Da qui il suo richiamo alla fedeltà alla vocazione sacerdotale e a una maggior cura e impegno nella formazione, sia quella in preparazione al sacerdozio, sia quella permanente. «Gruppi più ristretti per affrontare tematiche specifiche in cui affrontare temi etici e morali». Lode all’impegno. Ma non è chiaro chi spiegherà agli uomini di Chiesa cosa sia la sessualità umana. E come essa vada difesa dalla pulsione omicida del pedofilo, non demonizzata.

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L’evento

Si svolge venerdì primo luglio a Verona la II Giornata della Memoria organizzata dalle vittime italiane dei reati di pedofilia commessi da religiosi. Gli ex allievi dell’istituto Antonio Provolo di Verona – con il supporto di Associazione Sordi A.Provolo, Associazione Sordi Basso Veronese, Associazione Non Udenti Provolo, Associazione La Colpa e Survivor’s Voice Europe – organizzano una manifestazione davanti all’Istituto Provolo(ore 17) e una conferenza stampa (ore 18,30):

– Per ricordare le vittime degli abusi sessuali dei sacerdoti dell’Istituto Provolo.

– Per sollecitare il Vaticano a esprimersi dopo che la commissione curiale ha avuto modo di sentire il racconto delle vittime. Tenuto anche conto che il presidente della commissione, Mario Sannite, ha dichiarato in una intervista televisiva del 24 maggio 2011 a Matrix (Canale 5), che «almeno tre, tra sacerdoti e religiosi, hanno ammesso gli abusi».

Info: http://www.lacolpa.it