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ImmagineLa Santa Sede «non può essere considerata come il datore di lavoro» dei sacerdoti nel mondo e dunque responsabile in sede civile per gli abusi sessuali commessi dai preti. Lo ha stabilito un giudice della Corte federale dell’Oregon, dando ragione agli avvocati del Vaticano. Il giudice Michael Mosman, della Corte di Portland era chiamato a pronunciarsi sul cosiddetto caso “John Doe vs Holy See”, reso celebre dal fatto che l’accusa, sostenuta dal battagliero avvocato di molte vittime di preti pedofili, Jeff Anderson, ha chiamato in causa per la prima volta direttamente il Vaticano come corresponsabile degli abusi in quanto «datore di lavoro» del prete pedofilo, alla stregua di una multinazionale. Come riporta l’Ansa, Mosman ha archiviato il caso di abusi compiuti negli anni ’60 dal reverendo Andrew Ronan, morto nel 1992. «Non ci sono fatti che creino un vero rapporto di lavoro tra Ronan e la Santa Sede», ha sentenziato il giudice spiegando che se avesse accolto il punto di vista del ricorrente, «allora i cattolici, ovunque, potrebbero essere considerati impiegati della Santa Sede».

In particolare, la causa aperta nel Tribunale dell’Oregon si riferisce al caso del prete di origine irlandese Andrew Ronan, su un abuso compiuto nel 1965 su un diciassettenne a Portland. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. Secondo l’avvocato Anderson la Santa Sede, in qualità di «datore di lavoro», approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile degli abusi. Di parere contrario il giudice Mosnan che, per difetto di giurisdizione, chiude ora una causa che durava da dieci anni. Dai documenti (quelli della difesa pubblicati anche online l’anno scorso dal Vaticano) è emerso infatti che padre Ronan dell’Ordine dei Servi di Maria, nel corso di 15 anni, aveva abusato di altri ragazzi, a Chicago e a Benburg, in Irlanda. Ma questi episodi erano stati mantenuti segreti dall’ordine religioso e la Santa Sede era stata informata di tutto ciò soltanto nel momento in cui Ronan chiese lui stesso di essere ridotto allo stato clericale, cosa che avvenne appena dopo cinque settimane dalla domanda. I superiori del religioso avevano deciso il trasferimento – prima da Benburg a Chicago, e infine a Portland (Oregon) – senza avvertire né il responsabile locale dell’ordine né il vescovo di Portland di quanto era accaduto in precedenza. Anderson ha annunciato che ricorrerà in appello.

Fonte: Cronache Laiche

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Come anche il più estroso dei bookmakers avrebbe previsto è rimasta immacolata la fedina penale di Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. La causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998, si è conclusa con il ritiro della denuncia a pochi giorni dalla sentenza. Nel 2011 Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson ha capito che molto probabilmente avrebbe perso la causa, venerdì scorso 10 febbraio, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.

Padre Lawrence Murphy, cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. Secondo l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena, intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider, «è evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi». Lena quindi, spiegando la linea difensiva, ha ribadito che «la Santa Sede non può avere la responsabilità di controllare direttamente le azioni di più di 400.000 preti in giro per il mondo».

Per inquadrare meglio la storia facciamo un passo indietro di qualche anno. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». A calare la pietra tombale sulla vicenda ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Rappresenta un fatto senza precedenti la pubblicazione online, da parte del Vaticano, dei documenti su un prete pedofilo americano per respingere le accuse contro la Santa Sede attualmente al centro di un’azione legale presso un Tribunale in Oregon: dai documenti risulterebbe che il Vaticano non era al corrente dei crimini, risalente al 1965, del sacerdote, successivamente ridotto allo stato laicale. La causa aperta nel Tribunale dell’Oregon è una delle iniziative del battagliero avvocato delle vittime Usa, Jeff Anderson, e si riferisce al caso del prete di origine irlandese Andrew Ronan – deceduto nel 1992 -, su un abuso compiuto nel 1965 su un diciassettenne a Portland. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. La tesi di Anderson è che la Santa Sede, in qualità di «datore di lavoro», approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile degli abusi. La chiamata in causa del Vaticano fa leva anche sul fatto che nel giugno del 2010 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non prendere in esame e di rinviare ai singoli Tribunali, in questo caso quello dell’Oregon, la decisione se il Vaticano e i suoi vertici (compreso il Papa) debbano essere considerati civilmente responsabili delle azioni dei preti pedofili. Oggi, con una mossa del tutto inedita, la Santa Sede ha reso pubbliche, tramite il sito della Radio Vaticana, le carte sul caso Ronan. «Com’è noto – spiega l’emittente pontificia -, il tragico problema degli abusi sessuali ha causato critiche nei confronti della Santa Sede, spesso nella stampa, ma talvolta anche nella forma di azioni legali che cercano di dimostrare che la Santa Sede e’ corresponsabile degli abusi commessi. Uno di questi casi è la causa “Doe v. Holy See” (Anonimo contro Santa Sede, ndr), che è in corso davanti a un Tribunale statunitense di prima istanza nello Stato dell’Oregon». E a proposito dell’abuso compiuto da Ronan nel 1965 su un diciassettenne a Portland, aggiunge che «mentre la gran parte delle accuse presentate dagli avvocati della vittima sono già state ricusate, ne sono rimaste ancora due, riportate ripetutamente dalla stampa: cioè che la Santa Sede sapeva che Ronan era un abusatore, e che – pur sapendo di questo fatto – la Santa Sede lo trasferì da un luogo a un altro». Secondo la Radio Vaticana, queste «sarebbero naturalmente accuse molto gravi, se fossero vere. Ma, come apprendiamo dagli sviluppi del caso, queste accuse sono certamente non vere». E «per contribuire allo studio attento della materia da parte di chi lo desidera», oltre che «per aiutare il Tribunale statunitense a risolvere le questioni ancora aperte su questo caso», la Santa Sede rende pubblica oggi la documentazione su Ronan, «in particolare sulla sua dimissione dallo stato clericale». I documenti sono pubblicati sul sito della Radio Vaticana, a un preciso indirizzo (http://www.radiovaticana.va/pdf/documents_Doe_v_Holy_See.pdf), e «sono quindi a disposizione della consultazione pubblica». Oltre alla pubblicazione delle carte, c’e’ anche una dichiarazione dell’avvocato Jeffrey S. Lena, che rappresenta la Santa Sede nella causa, che sottolinea la falsità delle accuse contro il Vaticano. Lena nota come i documenti rilasciati dimostrino che la Santa Sede venne informata sul grave comportamento di Ronan solo dopo il caso di abuso in questione, e che non fu mai coinvolta in alcun trasferimento di Ronan. Il legale definisce «calunniose» le accuse contro il Vaticano e afferma che i legali della vittima, che hanno insistito in queste accuse, hanno «ingannato il pubblico» e «abusato del sistema legale». Commentando la questione con la Radio Vaticana, Lena afferma poi che «mentre il sistema giudiziario talvolta opera lentamente, questi documenti potranno contribuire ad una conclusione più rapida del caso». Aggiunge infine che la pubblicazione oggi di queste carte dovrebbe «calmare quelle persone che sono fin troppo pronte a rilasciare commenti sensazionali e non equilibrati, senza preoccuparsi di una conoscenza adeguata dei fatti». (Fausto Gasparroni)

L’11 maggio la Cassazione potrebbe mettere la parola fine sul caso di don Bertagna. Nel 2006 confessò abusi e violenze su 38 bambini e adolescenti

Federico Tulli

La capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit di qualsiasi pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, ma la legge parla chiaro: in Italia il reato cade in prescrizione dopo dieci anni. E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi pedofilo è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Questo spiega perché a fronte della tanto propagandata “tolleranza zero” di Benedetto XVI, si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Se lo scudo protettivo cade, oltre alla mostruosità del contesto appena descritto non di rado emerge la serialità con cui è stato compiuto il crimine. A quanto detto combacia perfettamente tutta la storia di don Pierangelo Bertagna l’ex parroco dell’abazia di Farneta (nel comune di Cortona in Toscana) reo confesso di abusi su 38 vittime, alcune delle quali non avevano nemmeno 10 anni. Giuridicamente parlando la vicenda – che left segue sin dal n.16 del 2006 -, volgerà definitivamente al termine l’11 maggio prossimo. Giorno in cui si riunisce la III sezione della Corte di Cassazione per valutare il ricorso dei suoi difensori dopo la condanna in appello a 8 anni di reclusione inflitta dai giudici di Firenze nel 2010, che a sua volta avevano confermato quella del gup di Arezzo comminata nel 2006. In attesa che sia messa la parola fine e la sentenza passi in giudicato, e nella “speranza” che chi di dovere (non solo il Vaticano) ricavi dalla vicenda Bertagna gli elementi per rimodulare l’approccio e quindi l’opera di prevenzione dei crimini pedofili, ripercorriamo brevemente alcune tappe significative.

Il caso dell’ex abate è scoppiato nell’estate del 2005, quando i genitori di un tredicenne lo denunciarono ai carabinieri. Dopo una prima ribellione da parte della comunità locale che considerava l’abate un santo, l’apertura delle indagini produsse in poco tempo una sorta di effetto domino, con una catena di esposti presentati dalle famiglie di altri 15 bambini tutti appartenenti alla stessa parrocchia di Farneta, a lui affidati a vario titolo. Le indagini, condotte dal pm di Arezzo Ersilia Spena, portarono quindi all’arresto del religioso che nel corso dei diversi interrogatori arrivò a confessare altri 22 abusi compiuti prima di diventare sacerdote all’età di 39 anni. Crimini, questi, avvenuti in seminario, e presso le comunità che aveva frequentato nel nord Italia. Un violentatore seriale che, si legge nella sentenza di primo grado, «non cercava mai rapporti paritetici, ma si approcciava sempre a soggetti in stato di inferiorità (fisica, di età, di condizione) cercando di possedere e dominare l’oggetto» delle sue “attenzioni”. Occasioni che Bertagna, oggi cinquantenne, si procurava con «lucidità», «creando le situazioni in cui rimaneva solo con i minori, in genere a lui affidati da ignari genitori». «In definitiva – cita ancora il testo – è risultato essere sempre lucidissimo nell’esecuzione dei crimini, dimostrando con ciò di saper bene controllare i suoi impulsi parafilici quando le circostanze sconsigliavano di agire. E tale lucidità è comprovata da diversi episodi». C’è poco altro da aggiungere, se non che in seguito alla sospensione a divinis avvenuta nel 2006 dopo le prime confessioni, era stato annunciato nei confronti di Bertagna anche il processo penale amministrativo «secondo le disposizione ecclesiastiche». Ma questo è decaduto dopo la concessione della dispensa dal sacerdozio ottenuta da Benedetto XVI. Dove sia oggi Pierangelo Bertagna non è certo. “Voci” non verificate lo davano agli arresti domiciliari in un convento o in un’abbazia del centro Italia, a meditare in vista della sentenza definitiva.

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Il caso

Il Vaticano alla sbarra

Negli anni Sessanta, la Santa Sede approvò il trasferimento dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote pedofilo, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile dei suoi crimini. Per questo motivo Jeff Anderson, avvocato di una vittima, nel 2010 ha citato in giudizio il Vaticano presso il tribunale di Portland nell’Oregon. La scorsa settimana, decidendo di non esprimersi sull’istanza e rimettendo la palla in mano al tribunale di Portland, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede. Non è questo l’unico caso di spicco che oppone il Vaticano ad Anderson (che a gennaio ha aperto anche uno studio a Londra per tutelare le vittime britanniche). Nei giorni scorsi, il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. Lo sostiene Andreson, legale dell’uomo, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, reo confesso di oltre 200 crimini pedofili in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni Settanta. Anderson sostiene che Joseph Ratzinger e i cardinali Sodano e Bertone (all’epoca ai vertici della Congregazione per la dottrina della fede), devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, poiché il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili. f.t.

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Il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e due cardinali, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima negli Usa di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. È quanto sostiene il legale dell’uomo, Jeff Anderson, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, che abusò di numerosi giovani in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni settanta. Anderson sostiene che papa Benedetto XVI (in quanto prefetto della Congregazione per la dottrina della fede a quei tempi), i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, in quanto il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili. Il caso in Wisconsin è uno dei due casi di spicco che oppone Anderson al Vaticano. L’altro caso è in Oregon: la tesi dell’ accusa è che la Santa Sede approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote molestatore, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile. All’inizio dell’estate scorsa il caso dell’Oregon era approdato alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede decidendo di non esprimersi sull’istanza, e rimettendo quindi la palla in mano al tribunale di Portland.

Per la prima volta un tribunale americano, invocando una legge del 1789 poco utilizzata, ha autorizzato un cittadino messicano di 26 anni presunta vittima di un prete pedofilo in Messico e negli Usa a sporgere denuncia contro l’arcidiocesi di Los Angeles. Secondo il Los Angeles Times, il più diffuso quotidiano della California, la legge in questione, l’Alier Tort Claims Act, offre l’accesso dei tribunali Usa agli stranieri quando quelli del paese di origine non sono in grado di garantire un ricorso. Il giudice distrettuale Josephine Tucker ha quindi accettato il ricorso di un cittadino messicano che sarebbe stato ripetutamente vittima, quando aveva 12 anni, di padre Nicholas Aguilar Rivera, il quale secondo l’accusa era stato capace di seviziare numerosi minorenni perché le autorità ecclesiastiche avevano chiuso gli occhi. Aguilar è accusato di avere abusato sessualmente di una sessantina di giovani, soprattutto alla fine degli anni ottanta a Los Angeles, ma anche in Messico. Uno dei legali del messicano, Jeff Anderson, parla di decisione storica, mentre uno degli avvocati dell’Arcidiocesi di Los Angeles, Michael Henningan giudica si tratta di «un invito» a distogliere l’attenzione dai fatti, in quanto la Chiesa cattolica non può essere giudicata responsabile delle azioni dei singoli preti. (RL)

“Pistola fumante” o un semplice imbarazzante fiasco di pubbliche relazioni nei giorni della visita apostolica ordinata dal Vaticano per sanare le ferite provocate dallo scandalo della pedofilia in Irlanda? Divide il mondo cattolico la lettera che nel 1997 l’allora nunzio apostolico, arcivescovo Luciano Storero, scrisse ai vescovi irlandesi chiedendo di non denunciare tutti i casi di molestie sessuali di preti su minori perché facendolo avrebbero violato le leggi canoniche. Secondo Jeff Anderson, il legale americano che sta cercando di portare il Papa in tribunale come corresponsabile per le vicende legate a un caso di pedofilia in Oregon, il testo di Storero rafforza la sua azione legale: “La lettera sconfessa le affermazioni delle gerarchie della Chiesa secondo cui il Vaticano non faceva parte di un complotto per sopprimere le prove delle molestie sessuali dei preti cattolici”, ha dichiarato Anderson che di recente ha aperto un ufficio in Gran Bretagna. Ed è sempre Anderson che parla di “smoking gun” a proposito della lettera circolata nei giorni scorsi sui media irlandesi in cui Storero avvertiva i vescovi che la Congregazione del Clero a Roma aveva stabilito che la politica della Chiesa irlandese della “denuncia obbligatoria” di tutti i casi di pedofilia era contraria al diritto canonico.

Il nunzio spiegava che questa politica era solo un “documento di studio”, non una normativa approvata dalla Santa Sede, e invitava a seguire “meticolosamente” il diritto canonico che richiedeva che le accuse venissero affrontate all’interno della Chiesa. Immediata la reazione delle associazioni delle vittime della pedofilia in Irlanda: secondo Colm O’Gorman, responsabile di Amnesty International irlandese, “è il Vaticano alla radice del problema: ecco la prova che ogni pretesa che non davano consapevolmente e deliberatamente istruzioni ai vescovi di non denunciare i preti è manifestamente ridicola”. La lettera fu scritta poco dopo la prima ondata di scandali sugli abusi dei preti in Irlanda, una vicenda così clamorosa che nel 1994 fece cadere il governo di Dublino. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha replicato che la posizione espressa dall’arcivescovo è quella che la Congregazione del Clero aveva assunto prima del 2001 quando papa Giovanni Paolo II cambiò le regole in seguito alla deflagrazione di casi negli Stati Uniti. “Si riferisce a una situazione che abbiamo superato”, ha detto padre Lombardi al New York Times. E anche per Jeffrey Lena, l’avvocato del Vaticano, la lettera è stata “profondamente fraintesa” perché il suo scopo primario era di assicurare che i vescovi usassero le regolari procedure canoniche per punire i preti, in modo che queste punizioni non potessero essere invalidate per vizio di forma. “Non c’è alcuna ragione di interpretarla come un ordine ai vescovi di snobbare la legge civile sulle denunce”, ha detto Lena. (BN)

Un nuovo affondo da oltre Atlantico contro le diocesi cattoliche che hanno tollerato gli abusi sessuali da parte del clero: Jeff Anderson, l’avvocato che da quasi 30 anni ha lanciato una crociata a favore delle vittime dei preti pedofili, è sbarcato in Gran Bretagna. Anderson, che ha il suo quartier generale in Minnesota da dove ha fatto causa a migliaia di religiosi, vescovi e diocesi negli Usa e cercato di portare in tribunale anche il Papa e i vertici del Vaticano, ha annunciato in una conferenza stampa a Londra l’apertura di un nuovo studio legale con la collega britannica Ann Olivarius e l’avvio di una nuova azione legale, stavolta contro la diocesi irlandese di Clogher, accusata di complicità con padre Francis Markey, un sacerdote coinvolto in casi di pedofilia negli Stati Uniti e in Irlanda. Intervistato dal Guardian, Anderson ha detto di «aver ogni motivo di credere» che la Chiesa Cattolica continua a «riciclare» i preti molestatori trasferendoli di parrocchia in parrocchia: «Vogliamo che escano allo scoperto con tutti i nomi dei colpevoli. Il problema è grave qui quanto negli Stati Uniti».

La nuova battaglia giudiziaria coincide con una nuova fase della visita apostolica in Irlanda decisa dal Papa per esaminare a fondo la grave situazione creata dagli abusi e per ribadire la vicinanza della Chiesa con le vittime. Un incontro oggi a Drogheda, nella diocesi di Armagh, uno degli epicentri delle molestie, con l’ex arcivescovo di Westminster, cardinale Cormac Murphy O’Connor, è la prima di quattro sessioni che culmineranno in un servizio di penitenza e riconciliazione nella cattedrale di St. Patrick il 23 gennaio con lo stesso O’Connor e il cardinale primate di Irlanda, Sean Brady. Intanto a Dublino è tornato lo scorso fine settimana un altro “visitatore apostolico”, il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, che ha incontrato vittime e clero all’All Hollows College di Drumcondra. Non è intanto chiaro l’esito dell’azione di Anderson, che ha definito la nuova iniziativa «un’estensione della missione della sua vita per ottenere giustizia per i sopravvissuti, proteggere i minori e portare i responsabili e le istituzioni che li mettono nelle condizioni di agire davanti alla giustizia». Il nuovo studio legale Jeff Anderson-Ann Olivarius Law ha aperto un ufficio a Londra e presentato la prima denuncia congiunta presso un tribunale federale negli Usa contro padre Markey, ex cappellano negli anni Novanta della celebre Betty Ford Clinic negli Stati Uniti, pur avendo passato ripetuti periodi di riabilitazione contro la pedofilia in centri specializzati in Gran Bretagna e in New Mexico. Qualche mese fa Markey è stato estradato in Irlanda dove è accusato di aver stuprato un quindicenne 40 anni fa. (Alessandra Baldini)