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malaI nomi dei responsabili e le sconcertanti “condanne” loro inflitte dal Vaticano al termine dell’unica commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale in Italia. Le analogie con il caso statunitense del pedofilo seriale che violentò oltre 200 bambini sordomuti, raccontato da Alex Gibney nel docu-film Mea maxima culpa

Federico Tulli, Left 11 del 23 marzo 2013

«Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di pedofilia clericale mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui left è in possesso) inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo. Per gli abusi pedofili compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli è stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente unica in Italia, affidata dalla Santa Sede a un magistrato “civile”, Mario Sannite. Le accuse formulate dai giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dei tre anni d’indagine Sannite ha ravvisato elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede ha formulato nei suoi confronti un’ammonizione canonica, che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi dunque, rimane prete e viene controllato da chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. «Gugole – si legge nel testo – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

mea-maxima-culpa-silenzio-nella-casa-di-dio-poster-usa-2In realtà sarebbe difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come ha raccontato a chi scrive il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquida la faccenda affermando che su alcuni di loro si continuerà a indagare mentre per altri non è possibile perché deceduti oppure perché dimessi dall’Istituto. Tra i “prosciolti” c’è l’ex vescovo di Verona, oggi in odor di canonizzazione, Giuseppe Carraro. Il suo accusatore non è stato creduto nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali». La vicenda dei sordi di Verona, anche per le analogie con il caso Murphy, è stata descritta da Gibney nel suo film Mea maxima culpa. Il silenzio nella casa di Dio appena uscito nelle sale italiane. A condurre il regista premio Oscar sulle tracce di questa tipica storia di pedofilia clericale, fatta di omertà, reticenze e disprezzo per delle persone indifese, è stato l’esponente dei Radicali Maurizio Turco, che prima da parlamentare europeo e poi da deputato in Italia è stato uno dei pochissimi politici a puntare il dito contro le responsabilità della Chiesa, in particolare della Conferenza episcopale italiana: «Il caso del Provolo non è isolato. Chiediamo al neo papa Francesco di non fare pulizia a occhi chiusi come i suoi predecessori. In Italia sono avvenute cose gravi e diffuse, non singole vicende. L’auspicio è che nel nome della trasparenza Bergoglio obblighi la Cei di Bagnasco a istituire una commissione d’inchiesta indipendente su scala nazionale. Come è già avvenuto in Irlanda, Belgio e Germania».

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È stato presentato a Toronto il documentario “Mea maxima culpa”, di Alex Gibney, sugli abusi sessuali da parte di alti prelati ai danni di piccoli sordomuti

Concita De Gregorio  su repubblica.it

Quel che Pedro Almodóvar ha raccontato in forma di fiaba dolente nel più nitido e meno fortunato dei suoi film, “La mala educaciòn”, il newyorkese Alex Gibney, premio Oscar per “Taxi to the dark side”, documenta fino allo sfinimento di dettaglio, accumulando per quasi due ore testimonianze, carte, deposizioni, ritagli, filmati d’epoca e insomma prove incontrovertibili del più vergognoso delitto commesso tra le pareti di istituti religiosi cattolici, complice l’omertà delle gerarchie vaticane: la pedofilia seriale perpetrata nel corso di decenni da alti prelati nordamericani ed europei a danno di bambini, in prevalenza maschi, che i medesimi prelati avrebbero dovuto educare. Centinaia le vittime documentate, quattro i testimoni che — oggi adulti — hanno dato il via in America alla causa di risarcimento infine vinta e che ora per la prima volta vediamo e ascoltiamo sullo schermo.

Alex Gibney, regista de “Mea maxima culpa. Silenzio nella casa di Dio”

Di “Mea maxima culpa. Silenzio nella casa di Dio”, presentato ieri in anteprima mondiale al festival di Toronto, si perdonano le pecche formali in virtù della sconvolgente forza dei fatti che, con grande fermezza, espone rompendo il segreto peggio custodito della storia della Chiesa. Per quanto risulti a tratti ripetitivo e nel complesso prolisso, il documentario ha tuttavia il grande pregio di raccontare senza paura ciò che nessuno fino a oggi aveva osato. Dei più di duecento ragazzini sordomuti violentati da padre Lawrence Murphy tra le cupe mura della St. John’s school for the deaf, Wisconsin, quattro sono inquadrati fin dalle prime scene e raccontano con linguaggio dei segni — in molti casi assai più evocativo delle parole — la loro storia. A partire dagli anni Settanta i bambini che venivano consegnati dalle famiglie alle cure delle suore e dei preti di questo cupo immenso castello di mattoni scuri sono stati oggetto di molestie e di violenza carnale da parte del rettore, prete grassoccio e di incarnato roseo acclamato in vita come filantropo e morto libero nel 1998, colto da infarto mentre giocava alle slot machines. La storia inizia nel 1972 e si dipana nei quarant’anni successivi, fino a oggi: una costante e inascoltata catena di lettere, denunce, insabbiamenti. Il Nunzio pontificio fin dal ’74 sapeva, l’arcivescovo Cousins scriveva («in fondo i testimoni sono muti»), un fiume di denaro copriva il rumore di fondo, donazioni per 80 milioni di dollari, altri casi analoghi emergevano in America e nel mondo, da Boston a Dublino a Verona. La congiura del silenzio trovava il suggello nell’ordine impartito nel 2001 dal cardinale Ratzinger: che ogni denuncia di questo tipo arrivasse sulla sua scrivania e solo su quella, in via riservata.

La telecamera di Gibney si sposta in Europa, racconta l’incredibile storia del pedofilo seriale padre Tony Walsh, il prete che imitava Elvis Presley e che adescava i ragazzini ai funerali. Documenta il caso dell’istituto per sordomuti di Verona, vicenda che meriterebbe da sola un film. In tutto simile al caso del Wisconsin, anche all’istituto Antonio Provolo di Verona le vittime sono state per decenni i bambini sordomuti. «Perché allora si considerava che i sordi fossero disturbati mentali», dice uno dei testimoni. Erano muti e per giunta poverissimi, le vittime ideali. Assai prima che esplodesse lo scandalo della Chiesa di Boston e che si giungesse, da ultimo, alle scuse pubbliche di Ratzinger nel frattempo eletto papa molto ci sarebbe stato da raccontare — mostra Gibney — sui Legionari di Cristo di padre Maciel Marcial Degollado, che qui si indica come vicinissimo ad Angelo Sodano. Una vera e propria rete di pedofilia sulla quale il cardinale Ratzinger chiese e ottenne da Giovanni Paolo II, nel 2004, d’indagare. Furono gli stessi legionari, infine, ad ammettere che il fondatore aveva commesso abusi sessuali ripetuti sui seminaristi della congregazione. Degollado, però, nel frattempo era morto.

Difficile immaginare che “Silenzio nella casa di Dio” trovi un distributore per le sale italiane, e ancor meno che possa essere trasmesso in tv per quanto non si debba mai perdere la speranza nel coraggio degli uomini. Il Vaticano ha naturalmente negato ogni autorizzazione alle interviste che Gibney aveva richiesto. Il regista, tuttavia, si ostina sereno a ripetere che il suo lavoro è al servizio della vera fede e dello spirito autentico della Chiesa «perché nulla — dice — è più sacro dell’innocenza. Coprire questo crimine e non denunciarlo equivale a commetterlo».

Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale: «Cominciamo l’anno chiedendo, ancora una volta, un atto di responsabilità al responsabile – immagino anche legale – della Chiesa cattolica italiana Monsignor Angelo Bagnasco: contribuisca all’istituzione di una Commissione di inchiesta indipendente. Non sarebbe un atto di ammissione di responsabilità, mentre il non farlo è un fatto certo di irresponsabilità. Abbiamo atteso per il tempo che abbiamo ritenuto giusto, sollecitando ed attendendo. Chiedendo che i cattolici italiani avessero diritto alla verità così come l’hanno avuta quelli americani, belgi, irlandesi, e così via. Il silenzio è stata la risposta. Ne prendiamo sommessamente atto. Arrivederci a Verona con i violentati dell’istituto per sordomuti Provolo, oggetto anche di una inchiesta vaticana che non trova conclusione».

Fonte: radicali.it

Una cinquantina di persone provenienti da diversi paesi d’Europa, presunte vittime di violenze da parte di preti pedofili, si sono riunite in un sit-in di protesta vicino a Castel Sant’Angelo, nei pressi del Vaticano. Con cartelli, striscioni e piccole lanterne lanciate verso il cielo, i “survivors” – così si autodefiniscono – chiedono al Vaticano di «assumersi le sue responsabilità e fare emergere la verità sugli abusi perpetrati da preti cattolici». L’iniziativa, alla quale hanno partecipato anche ex alunni dell’istituto Antonio Provolo di Verona per ragazzi sordomuti, è stata promossa dalla rete Survivors Voice Europe, a un anno dalla prima manifestazione, svolta sempre a Roma. «Nonostante il massimo tradimento del nostro corpo e della fiducia che abbiamo subito, e dopo essere stati relegati in un buco nero per tanto tempo, siamo ancora ignorati dalla Chiesa e visti come danni collaterali – racconta una delle “sopravvissute”, l’inglese Sue Cox -; la Chiesa ha dimostrato ripetutamente mancanza di considerazione e la non volontà di assumersi responsabilità». I manifestanti riuniti oggi a Roma chiedono perciò «che venga fatta la cosa giusta: che ci sia una indagine indipendente e laica per questi crimini contro l’umanità». Tra gli slogan dei manifestanti alcune frasi che chiedono di «smettere di proteggere i pedofili» e «di rendere giustizia alle vite distrutte». «A distanza di un anno – racconta un’altra vittima, l’olandese Ton Leerschool – c’è una maggiore consapevolezza nel mondo su quanto è accaduto, ma non c’è stato nessun gesto, nessuna presa di responsabilità da parte della Chiesa. Guardano solo alla loro reputazione, a come limitare i danni». Alcuni partecipanti alla manifestazione hanno affisso al muretto dell’argine lungo il Tevere, a ridosso di via della Conciliazione, un disegno con il volto di papa Ratzinger con la scritta “No”, ma sono stati invitati dalle forze dell’ordine a rimuoverlo. (YZD-CNT/LOI)

Una pesante cappa di silenzio grava sull’inchiesta della commissione curiale relativa alle violenze nell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona. Le vittime scrivono a Benedetto XVI

Federico Tulli

«Sono stato incaricato di inoltrare la presente richiesta dalle vittime di abusi sessuali da parte dei sacerdoti e fratelli laici dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona. Detti abusi (masturbazioni, sodomizzazioni, rapporti orali…) sono stati perpetrati anche nella chiesa di Santa Maria del Pianto, chiesa dell’interno dell’Istituto Provolo di Verona, dove tra l’altro è sepolto don Antonio Provolo, nella chiesa dell’Istituto Provolo di Chievo e nella chiesa della Tenuta dei Cervi di San Zeno di Montagna. Chiediamo pertanto che detti luoghi vengano sconsacrati». È il testo della lettera raccomandata, a firma Dario Laiti, spedita il 18 luglio scorso a papa Benedetto XVI, al segretario di Stato, Tarcisio Bertone, al presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, e al vescovo di Verona, Giuseppe Zenti.

Sette righe per sollecitare le gerarchie vaticane a un nuovo livello di attenzione nei confronti della vicenda criminale che si è consumata tra le mura dell’Istituto ai danni di circa 40 ospiti, tra gli anni Cinquanta e il 1984. Come spiega al nostro quotidiano Marco Lodi Rizzini, portavoce dell’associazione di vittime del Provolo, «la richiesta di procedere alla sconsacrazione dei luoghi di culto teatro degli abusi si collega ad alcuni fatti accertati dalla commissione curiale incaricata nel 2010 dal Vaticano di fare luce sulle denunce». La commissione, presieduta dall’ex presidente del Tribunale di Verona, Mario Sannite, ha finito il proprio lavoro a febbraio dopo aver raccolto le testimonianze sia delle vittime che di sacerdoti e fratelli laici presenti nell’Istituto all’epoca dei fatti contestati.

«Da allora – racconta Lodi Rizzini – attendiamo di conoscere le conclusioni dell’inchiesta, come convenuto con le autorità di Roma. Sappiamo per certo – prosegue – che la documentazione è stata già consegnata a monsignor Giampietro Mazzoni, il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. Ma a noi non è pervenuto nulla». Eppure qualcosa è già trapelato. Qualcosa di clamoroso su cui le vittime non intendono soprassedere. Intervistato a Matrix su Canale 5 il 24 maggio scorso, il presidente Sannite, ha dichiarato che «almeno tre, tra sacerdoti e fratelli laici, hanno ammesso gli abusi». «Sono passati due mesi da questa affermazione – osserva Lodi Rizzini -. Sebbene i tempi del Vaticano siano notoriamente lenti, riteniamo che sia giunto il momento che monsignor Mazzoni si pronunci».

Del resto lungo tutto il 2010, annus horribilis per l’immagine pubblica della Chiesa cattolica, «tolleranza zero e trasparenza» sono state le parole pronunciate più frequentemente dalle gerarchie ecclesiastiche di fronte all’emergenza provocata dai casi di pedofilia nel clero emersi nel mondo. Una formula semplice ed efficace per rispondere rapidamente alla pressione delle vittime e della società civile non più disposte, appunto, a tollerare sistematiche operazioni di insabbiamento e omertà da parte dei vertici della Santa Sede. «Ai destinatari della lettera non chiediamo altro che coerenza».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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La lettera originale

 

La testimonianza di una vittima, trascritta da un’altra vittima. Lo scenario è quello del Provolo, l’istituto per sordomuti in cui si sono consumati 30 anni di abusi

Balla coi Lupi

«Guarda là! Quella finestra, che s’affaccia verso il cortile interno, un po’ stretta ma alta con un muro divisorio dove ci sono i gabinetti … non lo vedi all’interno lo sciacquone?» «Si è lì, e allora?». «È lì che dopo essere stato violentato da quel prete mi sono recato per lavarmi…» mi ha detto Gianni Bisoli dalla strada di via Antonio Rosmini, dove c’è l’Istituto Sordomuti Provolo, prima di recarci all’appuntamento del corteo. «Più sopra, vedi di nuovo quella finestra rotonda, con le inferriate?». «Si certo…» «Spesso “Lui” mi portava lì, mi chiudeva a chiave e mi costringeva a spogliarmi e dal di dietro mi violentava con foga…mi masturbava …mi sodomizzava con violenza…». «Ma com’è possibile? Tu non urlavi d’aiuto? Non riuscivi a scappare?» «Niente affatto, avevo paura anche di raccontare ai miei cari, anche se sono scappato per due volte dal collegio…». «E i genitori mi avevano riportato indietro e loro continuavano ad abusarmi di nuovo più ferocemente…». «Provengo da una famiglia povera come i miei compagni ed ex allievi, per cui di convenienza ci internavano lì…». Con lui ci capivamo abbastanza e per chiarire meglio ripetevo le domande fino alla noia, e Gianni mi rispondeva sempre bene perché non sempre i nostri gesti tra sordi coincidono come i dialetti fra lombardi e veneti. «Guarda di nuovo al secondo piano quell’ampia finestra. Lì c’è il lungo corridoio…». Mi indicava con un dito fra su un braccio teso in alto…. Mentre i miei compagni si allontanavano e scendevano le scale per recarsi in cortile per la solita ricreazione…”Lui” mi tratteneva, aveva dei ribollii in faccia… e mi portava di forza lassù fino all’abbaino, una specie di solaio…mi ci richiudeva di nuovo e come altre volte mi abusava ma più forte e più intensamente con tanto tempo a disposizione …». Ascoltandolo mi sono venuti dei geli, i brividi, e con tanta pietà per i suoi drammatici racconti…. ho pianto un po’. «Sono stato abusato da 16 persone fra sacerdoti, fratelli laici e mi avevano portato perfino nelle stanze del vescovo…..dove quello mi aveva abusato…. Ricordo che mi aveva regalato un paio di scarpe porporate…». Ma sono passati tanti anni, gli ho risposto… «Macché…quelli lì sono ancora lì in vita e agiscono indisturbati…grazie ai continui insabbiamenti dalla curia …. Si ricorda che sono stato sempre abusato da quando avevo nove anni fino ai quindici…». E così in un’assolato pomeriggio del sabato primo luglio 2011 a Verona c’è stata la seconda Giornata della Memoria delle vittime dei reati di pedofila commessi da religiosi, con un corteo formato da un lunghissimo filo partendo dallo stradone dove c’era l’Istituto Sordomuti Provolo fino al teatro dell’Arena (il Colosseo dei martiri…?). Aggrappati a quel filo con un senso di vana speranza oltre un centinaio di sordomuti del Provolo coi loro familiari si sono incamminati per le vie snodate del centro storico sotto un imponente scorta di ordine pubblico che ha dovuto bloccare in parte il traffico, e poi passanti e curiosi. A dare la solidarietà c’era il comitato de La Colpa, e quello di Survivor’s Voice Europe. Alcuni esponenti hanno parlato della sofferenza delle vittime abusate da quei preti chiedendo una dimostrazione di giustizia come sta accadendo all’estero per i casi di pedofilia. Proposte di giustizia, di chiarezza sono rimaste sulla carta … e si continua a girovagare ai quattro venti sempre con rabbia e odio nell’animo di noi sordi purtroppo incapaci di reagire in queste insormontabili barriere della comunicazione… Potenza del Vaticano…cecità dei popoli più evoluti…quale giustizia in Italia? ….cosa si preferisce il sacro o il profano…?.

NB. Gli abusi nei confronti degli ospiti del Provolo si sono protratti da metà anni 50 fino al 1984. Testimonianze come quella di Bosoli, tutte in grado di descrivere dettagliatamente la stanza del vescovo, hanno provocato lo scorso anno il blocco della procedura di beatificazione del vescovo di Verona, Giuseppe Carraro (deceduto nel 1981).

Roma, manifestazione delle vittime davanti a Montecitorio (21 maggio 2011)

La marcia di Verona

Si svolge oggi a Verona la II Giornata della Memoria organizzata dalle vittime italiane dei reati di pedofilia commessi da religiosi. Gli ex allievi dell’istituto Antonio Provolo di Verona – con il supporto di Associazione Sordi A. Provolo, Associazione Sordi Basso Veronese, Associazione Non Udenti Provolo, Associazione La Colpa e Survivor’s Voice Europe – organizzano una manifestazione davanti all’Istituto Provolo (ore 17) e una conferenza stampa (ore 18,30): «Per ricordare le vittime degli abusi sessuali dei sacerdoti dell’Istituto Provolo; e per sollecitare il Vaticano a esprimersi dopo che la commissione curiale ha avuto modo di sentire il racconto delle vittime. Tenuto anche conto che il presidente della commissione, Mario Sannite, ha dichiarato in una intervista televisiva del 24 maggio 2011 a Matrix (Canale 5), che “almeno tre, tra sacerdoti e religiosi, hanno ammesso gli abusi”». Quella accaduta al Provolo, al momento sembra essere una storia unica in Italia. Ma, purtroppo, assomiglia a tante accadute altrove nel mondo. A oggi sono almeno 15 tra uomini e donne, le persone che hanno denunciato di aver subito abusi, percosse e violenze da parte di preti e “fratelli laici”, in un arco di tempo lungo 30 anni fino al 1984.

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«La Conferenza episcopale apra gli archivi in cui custodisce i dossier sugli abusi compiuti da sacerdoti». Lo chiede il deputato radicale Maurizio Turco in occasione della II Giornata della Memoria

Federico Tulli

«Quello di oggi non è che un nuovo inizio. Anzi, una nuova frontiera. Questo pomeriggio saremo a Verona dove abbiamo aderito alla manifestazione indetta dalle vittime del Provolo, ma entro il mese di luglio torneremo a Genova sotto le finestre dell’arcivescovo Angelo Bagnasco per sollecitare il rispetto di tutti i fedeli cattolici italiani». Maurizio Turco, deputato dei Radicali e co-presidente dell’associazione Anticlericale.net, fa il punto sulla battaglia in difesa dei diritti delle vittime italiane dei sacerdoti pedofili e anticipa a Terra nuove iniziative. «L’appuntamento di settembre 2010, il primo del genere in Italia, è servito ad accertare un fatto e a farlo accettare alla popolazione veronese. E cioè che per decenni nell’istituto per sordomuti gestito da religiosi, numerosi minori hanno subito abusi e violenze». Sebbene giustizia non sia stata fatta, per via della prescrizione dei reati denunciati (che sono stati consumati dagli anni Cinquanta fino al 1984), un risultato importante è stato ottenuto. È anche grazie alla pressione dell’opinione pubblica sensibilizzata dal coraggio delle vittime di uscire allo scoperto con una manifestazione, che il Vaticano ha bloccato la procedura di beatificazione dell’allora vescovo di Verona, Giuseppe Carraro (deceduto nel 1981), accusato di molestie da alcuni ospiti dell’istituto per sordomuti. Alla luce di questo fatto piuttosto significativo nel nostro Paese, non sorprende quanto ha dichiarato il 24 maggio scorso il presidente della commissione curiale, Mario Sannite, in un’intervista a Matrix su Canale 5. Vale a dire che a oggi «almeno tre, tra sacerdoti e religiosi, hanno ammesso gli abusi». «Questa dichiarazione non ci meraviglia – commenta Turco – perché conferma dei fatti così come sono stati già raccontati pubblicamente da diverse vittime». Ora è tempo che la Chiesa di Roma prenda atto della gravità del caso di Verona. «Il nostro obiettivo è che la commissione tragga velocemente delle conclusioni. Non possiamo accettare che anche il Vaticano si adegui ai tempi della giustizia italiana». C’è infine una seconda questione più generale, non per questo meno importante. «In occasione della II Giornata della Memoria – spiega il deputato radicale – noi chiediamo alla Santa Sede, anche come anticlericale.net, rispetto per i fedeli cattolici italiani. I quali, a differenza degli americani, dei belgi degli irlandesi, sono trattati come persone di “serie b”. Pertanto, per superare questo divario, chiediamo l’istituzione di una commissione di inchiesta indipendente come è già successo in altri Paesi. Quindi la Conferenza episcopale italiana deve aprire gli archivi segreti delle curie dove sono custoditi i dossier sulle denunce di presunti abusi, ricevute negli anni dai vescovi di tutta Italia».

Terra, il primo quotidiano ecologista

Tommaso Dellera* (ADISTA – Segni Nuovi n.45)

La Colpa è il primo gruppo italiano di vittime della pedofilia clericale. Nato nel 2010, il 25 settembre di quell’anno ha tenuto il suo primo incontro nazionale, a Verona, con gli ex alunni dell’Istituto per sordomuti Provolo, mentre il 31 ottobre ha partecipato all’incontro mondiale delle vittime della pedofilia clericale, indetto dall’organizzazione statunitense Survivors Voice a Roma, con una manifestazione finale di fronte al Vaticano.

Gli obiettivi del gruppo La Colpa sono anzitutto l’attenzione alle vittime della pedofilia clericale: creare un luogo e uno spazio in cui possano ritrovarsi, riconoscersi, condividere le proprie esperienze, ricevere solidarietà e sostegno, superare la paura, la vergogna e il senso di colpa che l’abuso porta con sé. Parte essenziale di questo programma è la diffusione d’informazioni sull’assistenza legale e psicologica con la creazione di una rete nazionale di professionisti presenti in ogni città, nella convinzione che il percorso di trasformazione da vittima a sopravvissuto e a essere vivente è possibile solo attraverso un serio lavoro psicologico sotto la guida di personale specializzato. Conseguenza di quanto sopra è la denuncia alle competenti autorità dei pedofili all’interno della chiesa cattolica, con la loro segnalazione alle forze dell’ordine nei modi più opportuni.

In secondo luogo, il gruppo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della pedofilia clericale attraverso incontri pubblici e tramite i contatti con i media per far comprendere che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno sistematico che si verifica grazie alle coperture e all’atteggiamento omertoso da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ai privilegi di cui esse godono nel nostro paese oltre e contro lo stesso messaggio evangelico di verità e di giustizia. La pedofilia, clericale e non, inoltre, è un problema sociale, perché provoca danni permanenti che richiedono cure specializzate e coinvolge un numero sempre alto di persone, non solo il singolo individuo, in quanto causa seri problemi nelle relazioni interpersonali, sociali e familiari, arrivando a interessare ogni contesto. Il pedofilo è dunque un criminale affetto da un disturbo di personalità che compie reati gravissimi che si ripercuotono sulla società intera. E’ fondamentale comprendere che la condotta pedofila è recidiva e non può essere curata con le preghiere e presunti metodi spirituali, ma con l’isolamento del criminale in carcere (in strutture adatte a recepire questi individui) e un’adeguata e permanente terapia psichiatrica (che fornisca un potenziale percorso di recupero, i cui risultati devono comunque essere costantemente verificati e monitorati da specialisti). In ogni caso, il pedofilo deve sempre e per sempre essere allontanato da contesti in cui sono presenti minori (oratori, parrocchie, istituzioni religiose, scuole, campeggi ecc.). E’ essenziale capire che la violenza che sorge da questa strutturale incapacità di avere rapporti alla pari con persone adulte costituisce un vero e proprio abuso di potere e, di conseguenza, si nutre, si sviluppa e si diffonde più facilmente in contesti fortemente gerarchizzati e strutturati nei quali il potere si esercita senza controlli, da parte di una casta e in nome di un’autorità che si definisce di attribuzione divina, cioè, per sua stessa natura libera e spesso al di sopra, o al di fuori, delle autorità civili: caratteristiche, queste, che definiscono alcuni aspetti strutturali della chiesa cattolica (non ovviamente tutti i fedeli e i sacerdoti).

La Colpa, infine, si propone di agire come un gruppo di pressione presso le istituzioni e le forze politiche italiane per ottenere una nuova legge che elimini la prescrizione, meccanismo che troppo spesso consente ai pedofili di rimanere impuniti, continuare a compiere abusi e a fare vittime indisturbati. La rimozione conseguente al trauma dell’abuso subito da un minore impedisce di riconoscere e tanto meno di denunciare la violenza e spesso ci vogliono venti, venticinque, trenta e anche quarant’anni prima che la mente e il corpo siano in grado di far emergere ciò che è accaduto; altro tempo, poi, è necessario per accettare e curare questo trauma, grazie al ricorso alla terapia specialistica che consenta di intraprendere un percorso di recupero e, appunto, di cura. Di fronte a tutto questo, le leggi in vigore, che prevedono la prescrizione del reato dopo soli 10 anni, risultano del tutto inadeguate (lo saranno anche quando si verificherà la ratifica della Convenzione di Lanzarote che prevede il raddoppio dei termini di prescrizione, anche se la situazione sarà certamente migliore). Una situazione solo sulla carta più favorevole alle vittime è quella disposta dall’attuale papa con l’approvazione, nel maggio 2010, delle nuove norme che portano la prescrizione a venti anni dal compimento della maggiore età del minore. Solo sulla carta, perché, come si è appreso negli ultimi giorni, per l’Italia, come per altri paesi, non è imposto al clero l’obbligo di denuncia dei pedofili all’interno della chiesa.

L’altra finalità immediata che il gruppo di pressione si propone è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla pedofilia clericale in Italia, con la partecipazione di rappresentanti delle vittime degli abusi e rappresentanti della chiesa; l’importante è che i criteri siano chiari, certi, pubblici e i risultati divulgati nel rispetto delle leggi democratiche. Finora la chiesa cattolica italiana si è sempre rifiutata di istituire anche solo una commissione interna con questo scopo, e tale non è la commissione – del resto, del tutto segreta – di cui ha dato notizia Bagnasco nella sua prolusione, in qualità di presidente, alla 63° Assemblea Generale della Cei.

Esistono delle caratteristiche peculiari della pedofilia clericale, senza con ciò voler creare un’inutile gerarchia tra reati. La sua specificità è data dalla dimensione sacrale – il ruolo del sacerdote che sfrutta il sentimento religioso, la sua autorità e la sua paternità fittizia per abusare di un minore -, dalla dimensione spirituale -i danni alle vittime implicano un diverso senso di colpa e di vergogna, una perdita di fiducia e la sensazione di tradimento, una confusione di carattere morale che coinvolgono appunto la sfera spirituale -, dalla dimensione sociale -lo status del sacerdote, del religioso e della religiosa, che godono di privilegi e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società, proprio in funzione di quella natura sacra che caratterizza la loro figura -, dalla dimensione istituzionale -la vittima ha a che fare non solo con il suo carnefice, ma con un’istituzione, di cui il pedofilo fa parte, che agisce anche a livello politico, oltre che sociale e religioso, con suoi propri organi di propaganda e informazione e che mette in piedi una rete di complicità. Istituzione che contiene al proprio interno una serie di elementi che favoriscono il fenomeno degli abusi e che attirano, proprio per la scarsità dei controlli e la risibilità delle pene, personalità abusanti. Tra questi elementi, l’imposizione obbligatoria del celibato, che è una con-causa della pedofilia clericale, perché contribuisce a formare una personalità immatura; a maggior ragione se il celibato è imposto come stile di vita a giovani adolescenti, come accade nei seminari minori e in molte istituzioni cattoliche. Basti pensare, poi, a quante occasioni ha un sacerdote di rimanere da solo con dei minori senza alcun controllo esterno. Sono queste le ragioni per le quali Salvatore Domolo, nel corso del primo incontro di Verona, ha proposto di considerare la pedofilia clericale come un crimine contro l’umanità (per la sua vastità numerica, geografica e per la rete di copertura istituzionale che la caratterizza); e per le stesse ragioni, Survivors Voice ha lanciato una petizione all’Onu per chiedere di rubricare la pedofilia sistemica sotto il titolo di crimine contro l’umanità.

*ricercatore universitario di Filosofia politica

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Strano sistema dell’informazione quello che tiene per due settimane in prima pagina su tutte le testate nazionali lo scandalo di un presunto prete pedofilo e non dedica 10 righe in cronaca a una manifestazione delle vittime della più clamorosa vicenda di abusi in un istituto cattolico che il nostro Paese abbia conosciuto. Il 21 maggio a Roma, davanti a palazzo Montecitorio, gli ex allievi dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona, hanno guidato la protesta organizzata dall’associazione La Colpa, contro la politica della cosiddetta “tolleranza zero” adottata dal Vaticano per affrontare la piaga che sta scavando dal di dentro la Chiesa di Roma. Un politica di pura facciata. «Bagnasco: meno lacrime più fatti» affermano le vittime interpellate in pratica solo da media stranieri. Già perché a rappresentare la stampa italiana c’erano unicamente il sottoscritto e le colleghe Alessandra Maiorino di Cronache laiche, e Silvia Amodio la fotogiornalista autrice del reportage Fuori dall’ombra. E le istituzioni? Dice, sicuramente ci sarà stato il pienone. La pedofilia è un orrendo crimine equiparabile a un omicidio (psichico), e questo è il parlamento che si erige a paladino della vita con le sue belle proposte di legge contro il testamento biologico e a favore della chiusura dei consultori o dell’obiezione di coscienza dei farmacisti che non vogliono vendere anticoncezionali. I rappresentanti delle destre avranno fatto a gara per esprimere la propria solidarietà a chi per decenni ha subito gli abusi più odiosi e vigliacchi senza poter mai ottenere giustizia. E che dire del Partito democratico, il partito della solidarietà, o dell’Italia dei valori, paladino di giustizia duro e puro? Che dire? Niente, non c’è nulla da dire perché non c’era nessuno. Nessuno che abbia avuto il coraggio di mettere la propria faccia accanto a quella segnata dal tempo e dai soprusi – ma oltremodo dignitosa – di queste persone. Tranne, ovviamente, i Radicali. I “soliti” Radicali. Sono loro ad aver messo a disposizione dei manifestanti la sede del partito per un convegno interessantissimo durato dalla mattina fino a pomeriggio inoltrato. E sono loro ad aver accompagnato i manifestanti in piazza Montecitorio a esprimere le proprie istanze. Dal segretario, Mario Staderini, a Murizio Turco. Da Maria Antonietta Farina Coscioni a Michele De Lucia (in rappresentanza anche di anticlericale.net). Prossimo appuntamento a Londra, con la grande marcia della laicità del 17 settembre 2011. Io ci sarò.

Federico Tulli

Tra i pochi giornalisti italiani che il 31 ottobre 2010, a Roma, hanno seguito la manifestazione internazionale dei Sopravvissuti, le associazioni di vittime di preti pedofili, c’era anche la fotografa Silvia Amodio. Dopo la conferenza stampa che si è tenuta alla sede dei Radicali italiani, Silvia ha allestito un set dove ha potuto scattare immagini ad alcuni dei protagonisti di questo importante evento. Il risultato è una galleria di ritratti unica al mondo. Mai prima di allora un(a) giornalista aveva deciso di raccontare il dramma della pedofilia nel clero attraverso i volti di chi questo crimine lo ha subito sulla propria pelle. Con rigore ed estrema professionalità, Silvia è riuscita a restituire a queste persone la cosa che più di ogni altra coraggiosamente rivendicano. Che poi è il motivo per cui avevano deciso di riunirsi a pochi passi da Città del Vaticano (dove non li hanno fatti entrare): uscire fuori dall’ombra in cui la propaganda della Senta sede li ha ricacciati con le scuse in serie (o seriali) pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Parole lucide, calcolate, quelle del papa, alle quali non sono seguiti dei fatti concreti in termini soprattutto di prevenzione dei crimini pedofili negli oratori, nei seminari, nelle scuole a gestione cattolica. Questo messaggio, indignato, dignitoso, dovuto, che i Sopravvissuti chiedevano di recapitare a Benedetto XVI il 31 ottobre scorso, è scolpito nei loro volti. E attende una risposta.

Ringrazio Silvia per avermi dato l’opportunità di pubblicare sul blog il suo servizio fotogiornalistico uscito con il numero di febbraio del mensile Marie Claire. Un applauso anche a questa testata che ha avuto l’intelligenza di metterlo in pagina. Perché? Semplice. Da quando il papa ha chiesto scusa (o meglio, pronuncia scuse…), tra i media nazionali è piuttosto diffusa la convinzione che la pedofilia nella Chiesa cattolica sia un problema risolto, che quindi non fa più notizia. Nessuno, però, che si sia preso la briga di chiedere alle vittime cosa ne pensassero di queste scuse. Silvia e la redazione di Marie Claire, evidentemente, lo hanno fatto.

Federico Tulli

Per “sfogliare” l’articolo completo in pdf seguire questo link: Fuori dall’ombra.

Ed ecco la cover del servizio di Silvia Amodio