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John Charles McQuaid

L’ex arcivescovo di Dublino John Charles McQuaid, è stato accusato di abusi sessuali su bambini, riporta oggi il quotidiano Irish Times. McQuaid è considerato il prelato cattolico più importante nella recente storia irlandese. Due accuse specifiche e una più generica «preoccupazione» sono state riferite alla Murphy Commission, un’inchiesta sponsorizzata dal governo irlandese sui casi di pedofilia da parte del clero in Irlanda. L’arcivescovo è morto nel 1973. La commissione ha fatto rapporto nel 2009, ed è stata molto critica dell’arcivescovo affermando che «non aveva alcuna preoccupazione per il bene dei bambini», ma le ultime accuse, a causa di un «errore umano», sono emerse solo ora. Le accuse non nominano l’alto prelato ma l’Irish Times è «sicuro» che si tratti di lui. McQuaid non divenne mai cardinale ma il suo potere era immenso dalla consacrazione nel 1940 come arcivescovo di Dublino al ritiro un anno prima di morire. (BN)

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L'ex vescovo di Cloyne, John Magee

Il 21 luglio le gravi accuse del governo di Dublino. Ieri la risposta ufficiale dal Vaticano: le gerarchie di Roma non hanno «ostacolato» le indagini sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti nella diocesi di Cloyne

Federico Tulli

Preoccupazione per le gravi mancanze nel governo della diocesi di Cloyne in Irlanda e il trattamento inadeguato delle accuse di abuso sessuale di bambini e minori da parte di sacerdoti a essa appartenenti, ma deciso rifiuto delle accuse del governo irlandese secondo cui la Santa Sede ha tentato di ostacolare un’inchiesta della magistratura civile. Così, in sintesi, la Sede Apostolica del Vaticano ha risposto con una lettera ufficiale alle gravi accuse mosse a luglio scorso dal premier irlandese Enda Kenny in relazione alle conclusioni del Rapporto Cloyne, l’indagine sui crimini pedofili compiuti da sacerdoti dell’omonima diocesi, garantiti – come ha provato l’inchiesta – dalla copertura del responsabile di allora, il vescovo John Magee.

Il documento è stato consegnato ieri dall’arcivescovo Ettore Balestrero, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, a Helena Kelcher, Incaricato d’Affari dell’Ambasciata d’Irlanda presso la Santa Sede. Oltre alla replica – «non c’è nessuna prova di interferenza negli affari interni dello Stato Irlandese» – esso contiene una dettagliata analisi del Rapporto che il ministro degli Esteri d’Irlanda, Eamon Gilmore ha consegnato, con le considerazioni del Governo irlandese sulla questione, il 14 luglio scorso, all’arcivescovo Giuseppe Leanza, Nunzio apostolico in Irlanda, nel frattempo rimosso dall’incarico e in corso di trasferimento ad altra sede secondo quanto scrive l’Irish Times. Il rapporto ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo i magistrati, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. Le autorità irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”. Ed è proprio su questo punto che verte gran parte della risposta ufficiale annunciata dalla Santa Sede dopo l’attacco a viso aperto contro la gestione vaticana dei numerosi casi di pedofilia clericale sferrato il 21 luglio scorso dal premier Kenny alla Camera dei deputati in Dublino. «La Congregazione per il Clero – ammette la Santa Sede – ha espresso riserve circa l’obbligo di denuncia; non ha però proibito ai vescovi irlandesi di denunciare alle autorità civili le accuse di abuso sessuale sui minori, né ha incoraggiato i vescovi a non osservare la legge». A tale riguardo la nota cita un incontro tra l’allora prefetto della Congregazione, cardinal Dario Castrillo’n Hoyos, e i vescovi d’Irlanda del 12 novembre 1998, in cui il prelato avverte che «la Chiesa, specialmente attraverso i suoi Pastori (i vescovi), non deve in nessun modo porre ostacoli al legittimo cammino della giustizia civile, quando esso è stato avviato da coloro che ne hanno diritto». Fatto sta che dopo il 1998 ben tre inchieste oltre a quella in esame hanno provato la reticenza di diverso vescovi irlandesi nei casi di pedofilia clericale (Rapporto Ferns, 25 ottobre 2005; Rapporto Ryan, 20 maggio 2009; Rapporto Murphy, 26 novembre 2009), e che già da due anni nella contea di Cloyne avvenivano degli abusi segnalati da vittime e familiari al vescovo della diocesi, Magee, senza che fosse preso alcun provvedimento o quanto meno appurata la veridicità delle accuse. Questo ha fatto sì che le violenze si protraessero indisturbate fino al 2009. Una data che coincide con le dimissioni presentate da Magee a papa Benedetto XVI quando l’indagine che lo avrebbe travolto cominciava a prendere forma.

(Pubblicato sul quotidiano Terra)

Padre Federico Lombardi, capo della Sala stampa vaticana

L’ultimo rapporto sulla pedofilia irlandese sta mettendo in seria difficoltà il Vaticano, che deve risponderne allo stesso governo

Federico Tulli    [Cronache Laiche, 13 ago 2011]

Da enclave del cattolicesimo romano nel meltin’ pot culturale britannico a pericolosa bomba a orologeria. L’Irlanda, profondamente segnata dalla dolorosa storia di pedofilia nel clero, sta creando non pochi grattacapi ai piani alti di Città del Vaticano. È qui che da una decina di giorni si lavora alacremente per formulare una convincente risposta ufficiale della Santa Sede alle pesanti accuse di scarsa collaborazione con la polizia lanciate dal premier irlandese, Enda Kenny. Risposta che il governo di Dublino si aspetta entro la fine di agosto ma che potrebbe arrivare anche a ridosso di Ferragosto perché il Vaticano ha tutto l’interesse a tentare di ricucire al più presto lo strappo diplomatico con il fido alleato in terra anglicana.

Pietra dello scandalo, come si ricorderà, è il Rapporto d’indagine sulla diocesi di Cloyne pubblicato il 13 luglio scorso, che ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo il rapporto, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. I magistrati irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”.

Questa la storia, ora brevemente la cronaca delle scorse settimane. Di fronte a prove inoppugnabili il primo ministro non ha usato mezzi termini: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, democratico e Repubblica non più di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Sebbene si trattasse del quarto Rapporto irlandese in sei anni che giungeva alle stesse conclusioni sia riguardo la reiterazione dei crimini sia riguardo la reticenza dei vescovi locali e delle gerarchie di Roma di fronte alle inchieste governative, la sdegnata reazione di Kenny (appoggiato senza tentennamenti dal Parlamento) ha colto di sorpresa la Santa Sede.

All’accusa di colpevole inerzia segue infatti una piccata replica ufficiale per bocca di padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «La Santa Sede risponderà opportunamente alla domanda posta dal Governo irlandese a proposito del Rapporto sulla diocesi di Cloyne». Siamo al 22 luglio, e Lombardi “invita” Dublino «a dibattere la vicenda con la massima obiettività». Tre giorni dopo con una mossa che ha pochissimi precedenti nella storia, il 25 luglio la Segreteria di Stato vaticana richiama a Roma il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, ufficialmente per consultazioni in merito al Rapporto Cloyne. In qualità di ambasciatore può contribuire alla redazione della risposta richiesta da Dublino. Risposta che però molto probabilmente non sarà lui a recapitare. Il 28 luglio l’Irish Times scrive che Leanza sarà trasferito a breve presso l’ambasciata vaticana in Repubblica Ceca. Secondo il quotidiano irlandese lo stesso nunzio è stato duramente criticato da Dublino perché avrebbe ostacolato le indagini della commissione incaricata di preparare il Rapporto Cloyne, richiedendo che ogni comunicazione passasse attraverso i canali diplomatici ufficiali.

Giova ricordare che identiche accuse colpirono anche il predecessore di Leanza, Giuseppe Lazzarotto. Nel febbraio 2007, mentre indagava su presunti abusi compiuti nell’isola da parte di sacerdoti cattolici la magistrata Ivonne Murphy (da qui il Rapporto Murphy del 26 novembre 2009) richiese una serie di informazioni all’allora ambasciatore vaticano a Dublino. Richieste, scrive l’Irish Times, sistematicamente ignorate. Da Lazzarotto Murphy voleva tutti i documenti rilevanti in suo possesso, ma non ottenne risposta. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al Rapporto, estratti del quale furono inviati al Nunzio prima della pubblicazione, visto che menzionavano il suo ufficio. Il 22 dicembre 2007, nel pieno dell’inchiesta, Lazzarotto viene improvvisamente nominato Nunzio apostolico in Australia. Al suo posto subentra monsignor Giuseppe Leanza. Il quale ora lascerà, se l’indiscrezione dell’Irish Times è confermata. Ovviamente la scelta che farà la Segreteria di Stato è cruciale. Per recuperare la credibilità perduta agli occhi degli irlandesi e non solo, il Vaticano non può limitarsi a spostare pedine e a promettere tolleranza zero. Questo direbbe il buon senso. La lunga storia dei crimini pedofili nell’ambito del clero cattolico dice però che alla fine la “ragion di Stato” prevale sempre sul senso di giustizia (terrena…). Pertanto non è azzardato ipotizzare che anche questa volta la toppa della Santa Sede sarà peggiore del buco, ma solo per chi guarda la vicenda dall’ottica delle vittime e dei loro familiari.

Una lettera inviata nel 1997 dal Vaticano alla Chiesa irlandese avrebbe bloccato l’intenzione del vescovi locali di denunciare alle autorità civili i preti che avevano commesso abusi su minori. A portare alla luce il documento, secondo quanto riferisce la stampa irlandese, è un documentario che andrà in onda stasera sul network Rte e che da’ conto anche di come un vescovo irlandese abbia descritto la direttiva vaticana come “un mandato a nascondere i presunti crimini commessi da un prete”. Secondo il documentario “Crimini indicibili”, riferisce l’Irish Times, nella lettera del gennaio 1997 ai vescovi irlandesi, classificata come “strettamente confidenziale”, il Vaticano spiegava che avrebbe supportato l’appello di preti sanzionati dalla Chiesa irlandese in relazione a casi di abusi pedofili. Lo avrebbe fatto in diversi casi, portando anche alla minaccia di dimissioni da parte di un arcivescovo. Sempre secondo il documentario, in una riunione nel 1999 a Roma, la gerarchia irlandese sarebbe stata ammonita da un alto officiale vaticano: “Siete prima di tutto vescovi, non poliziotti”. (GR)