Posts contrassegnato dai tag ‘Giovanni Paolo II’

1

Intervista a Federico Tulli realizzata da Melissa Tamburrelli e inserita nella tesi di laurea magistrale dal titolo “La pedagogia nera. Infanzia violata tra passato e presente e prospettive educative”, che l’autrice ha discusso a dicembre 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma tre (Corso di laurea in Scienze pedagogiche)

  1. Dal suo testo del 2014, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro edizioni), emerge un sistema di istituzioni e persone complici, in un’attività costante e continua nel tempo, tesa a nascondere la verità. In questo contesto di omertà come è riuscito a reperire le informazioni necessarie?

Inizialmente ho concentrato la mia inchiesta sulla ricostruzione cronologica dei casi dal 1870 in poi attraverso la consultazione di libri, archivi giornalistici e siti web specialistici in cui sono pubblicati o riportati i testi di documenti. Per quanto riguarda la storia recente ho consultato in particolare l’archivio dell’agenzia Ansa viaggiando andando all’indietro nel tempo per una trentina d’anni. Una volta ricostruito il quadro d’insieme, anche attraverso la consultazione di sentenze su numerosi casi passate in giudicato, ho preso contatto con alcune delle vittime per provare ad avere una percezione il più possibile corrispondente alla realtà di quanto è accaduto e delle conseguenze che le violenze hanno causato su queste persone. La storie di pedofilia, purtroppo, si assomigliano tutte. Dico purtroppo perché questo potrebbe agevolare una efficace azione di prevenzione a tutti i livelli che invece in Italia diversamente da altri Paesi europei ancora manca. Le loro testimonianze dirette, unite alla consultazione di numerosi esperti di comunicazione e cose vaticane, sono state peraltro fondamentali per imparare a comprendere il linguaggio utilizzato dalla Chiesa cattolica quando è chiamata a rispondere delle proprie responsabilità e a difendersi dalle accuse di aver garantito l’impunità dei sacerdoti pedofili. Si stratta di linguaggio pressoché identico a qualsiasi latitudine in quanto è sempre finalizzato a ridurre al minimo i danni economici e d’immagine che potrebbero essere arrecati dalle pubbliche inchieste. Un’altra fonte primaria è quindi diventata per me la Chiesa stessa con i messaggi dei principali gerarchi, papi compresi, e i primari canali di informazione istituzionale. In particolare la sala stampa della Santa Sede con i suoi comunicati, e il sito ufficiale del Vaticano in cui c’è un’intera area finalizzata a mostrare al mondo quello che la Santa Sede ha fatto per estirpare la pedofilia diffusa all’interno di chiese, parrocchie, oratori, scuole e seminari gestiti da ordini e congreghe religiose cattolici. Ma a mio modo di vedere è più corretto dire, “avrebbe fatto”. Nei decreti firmati da Benedetto XVI e Francesco I tra il 2010 e il 2015, così come nelle Norme di indirizzo antipedofilia emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2010, resta infatti irrisolta una delle cause principali – se non la principale – della diffusione della pedofilia nel clero. Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina è un’offesa a Dio e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili, compiuto contro una persona inerme. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato: il punto, per la Chiesa non è tanto evitare che il pedofilo colpisca ancora ma che pecchi di nuovo indossando l’abito talare e che si penta del “male” fatto (a Dio). L’idea che si tratti di un delitto contro la morale, seppur inserito tra i cinque più gravi secondo la dottrina giuridica della Chiesa, è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. Questa concezione si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. Quanto ho appena detto ci aiuta a capire perché la Santa Sede nel 2014 non si è fatta alcun problema a evitare di fornire a due commissioni Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nell’ultimo decennio dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Io ritengo che se davvero il papa, cioè il capo della Santa Sede, avesse a cuore, più che la ragion di Stato, l’incolumità dei minori – come peraltro impone la Convenzione Onu sui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza cui la Santa Sede ha aderito – non avrebbe esitato a ordinare ai ambasciatori presso l’Onu di collaborare. Consentendo così di individuare e di indagare con gli strumenti della giustizia “laica e civile” 900 persone il cui profilo criminale è equiparabile a quello di un serial killer: la caccia è perpetua, il pedofilo si organizza la vita in funzione di essa e non si ferma finché non viene messo in condizione di non nuocere dalle autorità preposte. Se consideriamo che ci sono preti che hanno confessato oltre 200 stupri ci si può fare un’idea della sottovalutazione del fenomeno da parte dei capi della Chiesa e delle conseguenze che la concezione arcaica di questo crimine possono ricadere sui bambini e sul tessuto sociale dei Paesi in cui questa istituzione politico-religiosa è presente con i suoi siti di “educazione” e con i suoi “educatori”.

  1. Quanto i recenti successi legali americani sui casi di pedofilia hanno secondo lei incoraggiato le vittime italiane a denunciare gli abusi subiti?

Non penso ci sia un nesso diretto con le conseguenze dello scandalo portato alla luce nel 2002 da Spotlight, il team di giornalisti d’inchiesta del Boston Globe, le cui vicende sono state magistralmente ricostruite nell’omonimo film premio Oscar 2016 diretto da Tom McCarthy. Dopo Spotlight e le dimissioni del potentissimo arcivescovo di Boston Bernard Law sono passati sette  anni prima che la Chiesa in Europa finisse allo stesso modo di quella Usa sotto la lente di serie commissioni d’inchiesta e di seri giornalisti. È accaduto in Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra con la scoperta di decine di migliaia di casi accaduti lungo tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Reati che sono stati accertati anche attraverso la testimonianza di vittime che finalmente hanno trovato qualcuno che ascoltasse le loro denunce senza pregiudizi e atteggiamenti moralistici. È accaduto in mezza Europa ma non in Italia dove peraltro c’è la più alta concentrazione di personale ecclesiastico al mondo con oltre 30mila unità. È indubbio che se lo Stato interviene, e “costringe” la Chiesa a collaborare con un’inchiesta al suo interno, si infonde fiducia nelle vittime che ancora non hanno avuto il coraggio di denunciare o, peggio, come purtroppo spesso accade, che hanno raccontato la propria storia in famiglia o al vescovo del sacerdote violentatore e non sono mai state credute, portando con sé un oppressivo senso di vergogna e la convinzione di essere in qualche modo responsabili della violenza subita. Ma quando ho chiesto personalmente a un ministro delle Pari opportunità se il governo italiano avrebbe prima o poi seguito l’esempio degli altri Paesi mi sono sentito rispondere che non è in agenda un’inchiesta a livello nazionale. Ho quindi sottoposto la stessa domanda al portavoce della Santa Sede e la risposta è stata pressoché identica: secondo il Vaticano non esiste un “caso italiano” in termini di pedofilia clericale. Nel 2014 scrissi il mio secondo libro proprio per verificare la veridicità di questa affermazione. Ebbene, penso di poter dire che è vero esattamente il contrario. La questione della pedofilia clericale in Italia ha caratteristiche identiche per estensione e continuità nel tempo a quella di altri Paesi che hanno deciso di affrontarla fino in fondo. La punta dell’iceberg di questa storia criminale emerge oggi dalle cronache. Un centinaio di casi solo nell’ultimo decennio sono arrivati in tribunale e a sentenza definitiva di condanna per il sacerdote incriminato. Si tratta di vicende che difficilmente, per non dire mai, hanno avuto un degno risalto mediatico. Nemmeno quando è stato coinvolto un sacerdote del calibro di don Mauro Inzoli. Il fondatore del Banco alimentare nonché capo di Comunione e liberazione a Cremona è finito sotto processo in Italia ed è stato condannato in primo grado a oltre 4 anni solo dopo esser stato giudicato colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stampa nazionale è rimasta pressoché inerte anche quando è stato condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere un potente parroco romano, don Ruggero Conti, che nel periodo in cui abusava alcuni minori era stato nominato consulente per la Famiglia dal candidato sindaco Gianni Alemanno. Quindi per ritornare alla domanda iniziale in Italia ancora non si sono presentate le condizioni che nel 2002 dettero alle vittime statunitensi la possibilità di uscire allo scoperto senza rischiare di essere violentate una seconda volta dall’indifferenza, o meglio dall’anaffettività delle istituzioni laiche e religiose, e degli organi di informazione.

  1. È d’accordo che uno dei punti focali del caso italiano sia nell’impunità dei clerici?

Uno dei punti cardine secondo me è rappresentato dalle strategie antipedofilia della Conferenza episcopale italiana. Ma c’è di più. A pesare è il silenzio imposto su questi casi, che non riguarda solo le autorità ecclesiastiche. Vale un esempio per tutti. Nel 2010 il capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno, intervistato da Il Giornale disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento (pedofilia nella Chiesa, ndr) non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Forno era, ed è, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla violenza sui minori e sulle donne, ma questo non lo mise al riparo da un’inchiesta predisposta dal ministro della Giustizia. Qualche giorno dopo aver evidenziato nell’intervista la scarsa (eufemismo) propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Non è forse un caso se quattro anni dopo, nel 2014, Conferenza episcopale guidata dal card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle proprie linee guida antipedofilia l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per es. i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”. La motivazione fornita dal card. Bagnasco va aldilà di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è irrilevante che in questo modo si sta tutelando anche il pedofilo che le ha violentate. Questo atteggiamento oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio 2016 la Pontificia commissione per la tutela dei minori ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Il problema è che questo monito non ha avuto alcun effetto pratico. La Pontificia commissione che è un organo consulente della Santa Sede ha esortato tutta la comunità ecclesiale a denunciare e a collaborare con le autorità. Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede per prima non rende pubbliche notizie fondamentali per la salvaguardia di potenziali vittime, quale credibilità e influenza può mai avere un organismo del genere all’interno della Chiesa?

  1. Lei ha testimoniato il crollo della popolazione cattolica ad esempio in Irlanda che è passata dal 69 per cento del 2005 al 47 per cento del 2010. Come ci spiega chiaramente alla Chiesa cattolica serviva proprio un rilancio di immagine e di credibilità dopo gli ultimi papati non certo esemplari nella condotta di denuncia sulla pedofilia. Crede che le scelte di Papa Francesco siano in controtendenza?

In parte ho già risposto al termine della prima domanda. Posso aggiungere qualcosa che può chiarire meglio come la penso. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio sin dai primi giorni del suo papato nel marzo del 2013 danno l’idea che la “sua” Chiesa – diversamente da quella dei suoi predecessori – abbia messo in cima alle priorità l’incolumità dei minori che frequentano i siti di educazione e formazione religiosa. È presto per parlare di effetti concreti ma io penso che gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere senza timore la carriera clericale. Per decenni infatti l’unica soluzione adottata nei confronti dei preti pedofili è stata quella di trasferirli in un’altra parrocchia per ridurre al minimo i rischi di uno scandalo pubblico. Il risultato è facilmente intuibile oltre che documentato dalle inchieste governative cui ho accennato prima. Anche in base ai risultati di queste indagini la Commissione Onu per i Diritti dell’infanzia nelle considerazioni conclusive elaborate a febbraio 2014 ha scritto quanto segue: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È bene ribadire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Quindi, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato come ha fatto Ratzinger, e inasprire le norme penali come ha fatto Bergoglio, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani: l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski, che peraltro è morto prima di arrivare a processo. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o del tutto assenti. Cito di nuovo un passaggio del documento delle Nazioni Unite: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini». A certificare la continuità in senso negativo di questo papato con i precedenti ci sono diversi elementi. Ne cito un paio per tutte. Il primo consiste nella mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. Nel 2014 l’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede, cioè a papa Francesco, di chiuderli – in coerenza con la convenzione ratificata – anche perché è noto che spesso il pedofilo è a sua volta una persona abusata in giovane età. Ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 giovani studenti. Per di più, la diocesi di Milano ha da poche settimane avviato un’iniziativa seminariale per sedicenni: la Comunità seminaristica adolescenti che nasce dalla collaborazione tra il seminario e i preti del Decanato Villoresi ed è situata in una casa di Parabiago nell’hinterland milanese. Una seconda misura che Bergoglio potrebbe adottare, in un’ottica di prevenzione, è l’innalzamento della soglia dell’età della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione e fare la comunione. Nel 1910 fu abbassata da 12 a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste Stato-Chiesa di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, è emerso che quasi tutti gli abusi nelle parrocchie e nei seminari avvengono nell’ambito di questo rito sacramentale che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al sigillo sacramentale: vincolo di segretezza pontificia pena la scomunica. L’inviolabilità del segreto, unito al senso di colpa per il peccato commesso, instillato nella vittima dal suo “confessore”, è una garanzia di impunità da parte della giustizia “civile”. I preti pedofili lo hanno ben presente. Come sanno che nel caso di violenza compiuta durante la confessione l’abuso è nei confronti del sacramento non della persona. E di questo, nel caso, dovranno rispondere (solo) ai giudici dalla Chiesa. Papa Francesco eliminerà mai un segreto correlato a un sacramento?  Di più, eliminerà mai uno dei cardini del Decalogo su cui si fondano tutte le leggi della Chiesa?

  1. A suo parere la Chiesa cattolica cambierà mai l’ideologia dell’annullamento del corpo e della sessualità? Sarebbe decisivo nel superamento del problema?

Per rispondere mi collegherei dalla domanda con cui ho concluso la precedente risposta. Non so dire cosa accadrà in futuro ma penso che la conoscenza di ciò che è la sessualità umana e soprattutto di quello che non è sessualità umana (cioè la pedofilia), risulterebbe decisiva quanto meno per iniziare a inquadrare concretamente il problema. Tuttavia, molto probabilmente la messa in discussione di uno dei Dieci comandamenti comporterebbe la fine della Chiesa intesa come istituzione religiosa. Quel “Non commettere atti impuri” fa sì che nel Catechismo “aggiornato” da Giovanni Paolo II nel 1992 si parli di sesso tra due adulti fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e di bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». E che nel diritto canonico l’abuso sia un «qualsiasi» atto sessuale «di un chierico con un minore di anni 18». Cioè la Chiesa ritiene che l’abuso sia un rapporto sessuale. Quindi chi si dovrebbe occupare di tutelare i bambini che ad essa sono affidati non distingue la sessualità umana – che in estrema sintesi è rapporto interumano, consapevolezza di sé e desiderio – dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità ed è dominio di un soggetto adulto e consapevole su un altro che non è né adulto né consapevole. È pertanto totale assenza di rapporto. Inoltre, quando si stabilisce che la pedofilia è un’atto sessuale, si sta affermando che il bambino – cioè la vittima – ha la sessualità. La realtà è esattamente il contrario: il bambino in età prepuberale non ha sessualità. Perché questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima in ogni essere umano c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili preti e non. Ma qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso cattolico e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. E queste sono alcune tra le tante drammatiche confusioni che sono state fatte dalla Chiesa, e che persistono tuttora, sulla sessualità umana e sulla figura del bambino. Per cui poi può essere abusato senza che sia considerata una violenza nei suoi confronti.

Melissa Tamburrelli

Bernard Francis Law

Dal 1980 al 1983 Bernard Francis Law fu vicario di Santa Susanna American Church a Roma. Nel 1984 viene trasferito a Boston per dirigere la prestigiosa diocesi. Un anno e mezzo dopo Giovanni Paolo II lo nomina cardinale. Nel 2002 la sua diocesi viene travolta dallo scandalo “pedofilia”. Accusato di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili, si dimette e torna a Roma in qualità di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Sarà lui a officiare la messa in suffragio di Giovanni Paolo II (nd FT)

Fabrizio Peronaci (Corriere della Sera edizione del 5 giugno 2012)

C’è stato anche questo e nessuno ha mai neanche provato a spiegarlo, nell’intrigo che ha coinvolto le segrete stanze vaticane, cancellerie di mezzo mondo e servizi di intelligence dell’Est e dell’Ovest attorno alla scomparsa di una ragazzina divenuta sua malgrado il simbolo delle macchinazioni più feroci: un momento in cui sembrava fatta, era fatta. La trattativa per il rilascio della figlia del «postino» papale non era incerta o in corso: era conclusa. Siamo a fine settembre 1983. Lo Stato, nella persona di un agente del Sisde, bussò a casa Orlandi: «Emanuela tornerà tra 10-15 giorni, ma mi raccomando, portatela fuori, lontana dai giornalisti, è molto provata…». Papà Ercole, mamma Maria, il fratello Pietro e le altre tre sorelle si abbracciarono. Erano passati tre mesi. Novanta giorni da incubo: ogni ora un messaggio, una rivendicazione, un depistaggio, un pugno alla bocca dello stomaco quando al telefono si faceva vivo l’«Amerikano»….
È quella promessa caduta nel vuoto, quell’annuncio fallace che gettò nella costernazione gli Orlandi la lente da usare, oggi, per mettere a fuoco gli ultimi inquietanti sviluppi sulla pista che lega il sequestro di Emanuela, ma anche della coetanea Mirella Gregori, ai preti pedofili di Boston. Perché il giovane 007 Giulio Gangi, che in seguito si rimangiò le parole dette, comunicò l’imminente lieto fine? Già, da chi l’aveva saputo? La «ragazza con la fascetta» a settembre — dunque — era indubitabilmente viva, il che autorizza a spazzar via ogni ricostruzione che la vuole morta prima?
Una spiegazione mai data dagli inquirenti — non nella fase iniziale delle indagini né tantomeno negli ultimi 5-6 anni, avviluppati attorno alla pista della banda della Magliana — sta nelle carte, ma non solo. La si trova con ragionevole certezza nelle lettere, ritenute «le uniche attendibili», che in quella fine d’estate arrivarono da Boston al corrispondente romano della Cbs, Richard Roth, con il timbro di Kenmore Station. E la si intravede nello scenario terribile, seppure ancora sgranato, che ci consegna quel «Box 331» del network pedofilo di Boston, ubicato anch’esso in testa ai binari di Kenmore.
La congiunzione — il fermo posta chiamato Fag Rag, che sta per «Giornalaccio omosessuale» — era a disposizione di chi avesse voluta vederla già dal 2002, quando lo scandalo-pedofilia più grave della storia della Chiesa portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto le pratiche dei «suoi» sacerdoti. Di Kenmore Station si parlò davanti alla Corte di Suffolk, come rivelato ieri dal Corriere, durante la deposizione dell’imbarazzato prelato.
Però attenzione alle date, adesso. Da quando Sua Eminenza Reverendissima B.F. Law presiedeva alla cura delle anime negli States? Esattamente dall’11 gennaio 1984, giorno in cui fu nominato arcivescovo di Boston. Una coincidenza che si aggiunge a un’altra: il fatto che le prime denunce sulla East Coast, poi deflagrate nelle 456 cause delle giovani vittime di abusi sessuali contate nel 2002, risalivano all’anno del suo arrivo.
I mesi precedenti Bernard Law, a Roma, tesseva i fili della potente Chiesa d’America facendo base a Santa Susanna, sede dell’American Church, zona stazione Termini. Un trasferimento inaspettato, il suo: il rettore Humberto Sousa Medeiros morì il 17 settembre 1983 e chi poteva aspettarsi un avanzamento di carriera in loco lo vide volare oltreoceano, salvo nel 1985 accumulare la carica e diventare, lo stesso Law, anche il cardinale titolare di Santa Susanna.
È in questo contesto che torna in scena l’agente Gangi. Come si spiega il suo ottimismo? Qualcuno, almeno ai familiari di Emanuela, dovrà pur spiegarlo. L’esame incrociato delle rivendicazioni telefoniche e per lettera dell’«Amerikano» e dei messaggi di una sigla fino ad allora sconosciuta, tuttavia, fornisce già di per sé l’evidenza della segretissima trattativa.
Ecco le date. 4 settembre da Roma e 27 da Boston: due missive (stessa grafia) insistono nella richiesta di scambio Orlandi-Agca, l’attentatore di Wojtyla. 24 settembre: si appalesa «Phoenix», misterioso gruppo che nei comunicati usa toni sanguinolenti, minaccia «sentenze immediate», chiede «rispetto», invita «gli elementi» (esecutori del sequestro) a contattare «il conduttore» (mandante). E usa strane sigle, come «order NY», o «A.D.C». La stampa italiana abbocca: è la mafia americana, quella del boss Aniello Della Croce, coinvolta anch’essa nell’affaire Orlandi, si buttano i cronisti. No, spiega Pietro Orlandi, il fratello: «Phoenix altro non era che il Sisde, me lo confidò lo stesso Gangi a casa mia davanti a un caffè…».
Sì, così è chiaro. Quei messaggi rappresentarono un’operazione di intelligence (un po’ goffa e di dubbio gusto) per tentare di stanare i sequestratori, utilizzando i mass media. E dove venivano fatti trovare? Due nelle chiese di San Bellarmino e di San Silvestro, un altro sotto l’immagine di una Madonna vicino piazza di Spagna. Scelta casuale? Il senso, a una lettura attenta, non può che essere: sappiamo chi siete, vi bracchiamo. L’«Amerikano», d’altronde, nelle stesse ore veniva descritto dal prefetto Vincenzo Parisi, vicecapo del Sisde, come persona legata al «mondo ecclesiastico». Ma non basta: «Phoenix» (città dove era già scoppiato un caso di pedofilia nel clero, altra coincidenza?) l’8 ottobre 1983 testualmente dichiara: «È cosa nostra porre termine alla situazione Orlandi… Nell’eventualità di una mancata obbedienza estirperemo alla radice questa pseudo organizzazione causa di spiacevoli inconvenienti». Tradotto: rapitori di Boston, badate, vi abbiamo in pugno.
In coda, poi, una riga rivelatrice dell’ipotetico movente. Tre parole: «Traffico internazionale bambole». Non potevano saperlo, ovvio, quelli di «Phoenix», ciò che sarebbe accaduto a Boston 19 anni dopo… Ma forse, chi lo sa, era solo un modo di dire da sbirri, in una storia di poteri, complotti e dolore che sarebbe ora di scrivere una volta per tutte.

***

Sullo stesso argomento:

Caso Orlandi/pedofilia nel clero: Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e la pista dei preti pedofili a Boston

Intervista a Ferdinando Imposimato: «Emanuela è ancora viva»

Intervista a Pietro Orlandi e Fabrizio Peronaci: Se ventotto vi sembran pochi

Pedofilia nel clero: Salvate il soldato Joseph

Pedofilia nel clero: Vaticano horror tour

Manifesti per Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

I legami con la città dello scandalo: una lettera col timbro postale di «Kenmore Station» e le telefonate dell’«Amerikano»

Fabrizio Peronaci (Corriere.it)

C’è un filo robusto – rimasto sottotraccia nelle decine di faldoni dell’inchiesta aperta da 29 anni presso la Procura di Roma – che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori allo scandalo dei preti pedofili a Boston. Una vicenda che nel 2002 sconvolse la Chiesa cattolica, lasciò sgomenti milioni di fedeli americani per i sistematici abusi su minori coperti dai vertici ecclesiastici e portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, poi tornato a Roma nel 2005 in qualità di arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.

Mirella, Emanuela. Due ragazzine quindicenni accomunate da un atroce destino: la prima sparì nel piazzale di Porta Pia il 7 maggio 1983, dopo aver detto alla mamma che doveva incontrarsi con gli amici, e la seconda (figlia del messo pontificio di Wojtyla) il successivo 22 giugno, all’uscita della lezione di flauto a Sant’Apollinare. Un duplice mistero che da tre decenni fa perdere il sonno agli investigatori. E che – considerata l’ipotesi di una mai chiarita Vatican connection – solletica fantasie, ambizioni e congetture di stuoli di giallisti, detective, giornalisti, persino veggenti. L’ultimo colpo di scena, il 14 maggio, ha portato all’apertura della tomba del boss Enrico De Pedis, sepolto nella basilica a ridosso della scuola di musica della «ragazza con la fascetta».

Ma ora c’è di più. Un timbro, un fermo posta: entrambi localizzati in Kenmore Station, nel centro di Boston. L’uno agli atti, l’altro no. Il primo risale alle prime rivendicazioni dell’ affaire Orlandi-Gregori, il secondo fu usato dall’associazione pedofila Nambla (North American Man Boy Lover Association) ed è emerso 19 anni dopo. Vale la pena spiegarlo, questo indizio principe. Metterlo a fuoco, contestualizzarlo. Macchina indietro di 29 anni: luglio 1983. Il Papa è da poco rientrato dai bagni di folla nella sua Polonia, le elezioni in Italia hanno appena spianato la strada a Bettino Craxi ma, sul doppio sequestro, è buio totale. Quello di Mirella è «silente» ormai da due mesi e lascia attoniti i genitori, gestori di un bar vicino alla stazione Termini, mentre quello di Emanuela, inaspettatamente, deflagra: è Giovanni Paolo II, con l’appello del 3 luglio all’Angelus («Sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è in afflizione per la figlia…»), a proiettare uno dei tanti casi di missing people in una dimensione planetaria. L’effetto è immediato. Il 5 luglio a casa del «postino» papale arriva la prima telefonata del cosiddetto «Amerikano», italiano incerto e poche battute in inglese, che getta sul piatto una richiesta secca: libereremo «tua figliola», dice, in cambio della scarcerazione di Ali Agca.

Vincenzo Parisi, del Sisde, traccerà il seguente profilo dell’inquietante personaggio: «Straniero, verosimilmente anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale, formalista, ironico, calcolatore…». Trattativa vera o di facciata, quella sull’attentatore di Wojtyla? Un dato è certo: di contatti con la Santa Sede, attraverso il famoso codice «158», il dominus dell’intera vicenda ne ebbe più d’uno.  Il giallo infiamma l’estate. A luglio l’«Amerikano» telefona ancora, lancia ultimatum sulla vita di Emanuela. Ma all’improvviso smette, tace. Agosto viene così «riempito» da un altro soggetto, il Fronte Turkesh, i cui messaggi (scoprirà l’ex giudice Ferdinando Imposimato) altro non sono che depistaggi della Stasi e del Kgb per tenere sotto scacco l’odiato Papa anticomunista e filo-Solidarnosc.

Settembre, mese chiave dell’intrigo. Il 4 l’«Amerikano» riappare e fa trovare una busta dentro un furgone Rai, contenente un messaggio a penna e uno spartito di Emanuela. Ancora: al bar dei Gregori, il 12, giunge una telefonata choc. Un anonimo elenca i vestiti indossati e la marca della biancheria intima di Mirella, che solo la madre conosce. È un complice dell’«Amerikano»? Entrambe le ragazze sono in suo pugno?

Ed eccoci al 27 settembre 1983, all’ulteriore rivendicazione (o messinscena?) che, riletta oggi, fa correre brividi lungo la schiena. Richard Roth, corrispondente da Roma della Cbs , riceve una lettera che preannuncia «un episodio tecnico che rimorde la nostra coscienza». Gli investigatori, scrive l’ Ansa il giorno dopo, sono sicuri: si tratta dei «veri rapitori di Emanuela» o di «quelli che l’hanno tenuta prigioniera». Sulla busta c’è il timbro di partenza: Kenmore. Ma a quale episodio «tecnico» si allude? «L’imminente uccisione dell’ostaggio».

Non basta: una perizia grafologica accerta che il messaggio del 4 settembre e questo del 27 sono opera della stessa mano. L’«Amerikano» si è spostato sulla East coast? O ha trasmesso i suoi scritti a qualcuno, forse per continuare i depistaggi? Tale pista all’epoca non fu percorsa ma adesso, alla luce dei nuovi indizi, potrebbe riprendere quota. Gennaio 2002, Boston: scoppia lo scandalo. Il cardinale Law è accusato di aver coperto per molti anni sacerdoti pedofili della diocesi. Maggio 2002, si apre il processo davanti alla Corte di Suffolk: Law nella deposizione risponde a monosillabi, si scusa per aver controllato poco i «collaboratori». 7 giugno 2002: fuori dal tribunale le mamme delle vittime (per lo più maschietti, ma non solo) protestano. E, dentro, l’interrogatorio è incalzante: «È emerso in una precedente deposizione – attacca il rappresentante dell’accusa – che 32 uomini e due ragazzi hanno formato il gruppo Nambla. Per contattarlo si può scrivere presso il Fag Rag, Box 331, Kenmore Station, Boston… Cardinale Law, ha inteso?». Pausa. Nell’aula risuona una frase sibilata, poco più di un soffio.  «I do», risponde l’arcivescovo. Sì, è vero. Il Fag Rag , che sta per «Giornalaccio omosessuale», faceva quindi proseliti per conto del temutissimo sodalizio pedofilo degli States, proprio dalla stazione da cui partì la lettera su Emanuela. Nella sequenza di omissioni e depistaggi che da sempre alimenta il giallo della «ragazza con la fascetta», la pista di Boston, 29 anni dopo, fa balenare il più spaventoso e sconvolgente degli scenari.

***

Sullo stesso argomento:

Intervista a Ferdinando Imposimato: «Emanuela è ancora viva»

Intervista a Pietro Orlandi e Fabrizio Peronaci: Se ventotto vi sembran pochi

Pedofilia nel clero: Salvate il soldato Joseph

Pedofilia nel clero: Vaticano horror tour

Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

***

Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.

L'ex vescovo John Magee

Una nuova bufera si abbatte sulla Chiesa irlandese con la pubblicazione di un rapporto che riferisce di numerosi casi di copertura di abusi sessuali su minori nella diocesi di Cloyne, nella Contea sud-orientale di Cork, nel periodo dal 1996 al 2009. Ad essere direttamente chiamata in causa e’ una figura che in passato operò anche in Vaticano, l’allora vescovo di Cloyne mons. John Magee, fattosi da parte nel 2009 (Benedetto XVI ne accettò le dimissioni il 24 marzo 2010) e in passato segretario personale di ben tre Papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I, nonché Giovanni Paolo II all’inizio del pontificato. Il rapporto pubblicato oggi, che consta di 400 pagine, elaborato dalla Commissione di indagine sulla diocesi di Cloyne su come furono trattate le accuse contro 19 preti, evidenzia le mancanze nel riferire le denunce dei loro abusi alla polizia. E sostiene che il vescovo Magee, oggi 75/enne, non può evitare le sue «responsabilità dando la colpa ai sottoposti», che non avrebbero riferite le segnalazioni di abusi (in tutto le vittime sarebbero state almeno 40) alle autorità pubbliche. In nessun caso, comunque, i preti sotto accusa vennero rimossi. Vengono anche riferite le «preoccupazioni» che ci furono sulla «interazione» tra lo stesso mons. Magee e un ragazzo di 17 anni, aspirante al sacerdozio. La Chiesa irlandese, già al centro di una «visita apostolica» ordinata da Benedetto XVI, dopo la pubblicazione del rapporto ha già espresso dolore e rammarico. Il primate d’Irlanda, cardinale Sean Brady, ha detto che oggi è un altro «giorno nero nella storia della risposta dei vertici della Chiesa al grido dei bambini abusati da uomini del clero». «I risultati di questo rapporto confermano che gravi errori di giudizio sono stati commessi e che ci sono stati serie carenze di leadership – ha aggiunto -. Questo è deplorevole e totalmente inaccettabile». Il rapporto Cloyne, che è stato diffuso dal ministro della Giustizia Alan Shatter e dal ministro per l’Infanzia Frances Fitzgerald, e che subito ha suscitato forte scalpore sui media irlandesi e britannici, sostiene che la risposta della diocesi alle accuse di abusi sessuali nel periodo dal 1996 al 2008 fu «inadeguato e inappropriato». Definisce un «fatto rimarchevole» che il vescovo Magee avesse avuto «poco o nullo interesse» nell’affrontare i casi di preti pedofili sacerdoti fino al 2008 e che avesse fino a un certo punto «distaccato se stesso dalla gestione quotidiana dei casi di abusi sessuali sui minori». «Il vescovo Magee era a capo della diocesi e non poteva evitare le sue responsabilita’ dando la colpa ai sottoposti che egli aveva del tutto mancato di dirigere e sorvegliare», spiega il dossier. La Commissione – riferisce la Bbc – spiega che si era al corrente di circa 40 persone che potrebbero essere state vittime di abusi di preti nella diocesi, e tutte le denunce tranne due vennero da persone che erano già adulte quando le fecero. Il rapporto dice anche che tra il 1995 e il 2005 ci furono 15 denunce contro il clero che avrebbero dovuto essere inoltrate. La mancanza più grave è il non aver riferito i due casi in cui le presunte vittime erano ancora minori al momento della denuncia. Viene spiegato che nulla venne comunicato a una diocesi vicina quando un prete che si era dimesso in seguito alle denunce vi si trasferì. Comunque, in nessun caso la diocesi rimosse preti contro cui erano state mosse delle accuse. Per quanto riguarda poi quella che viene chiamata «interazione» tra mons. Magee e un ragazzo di 17 anni, il dossier riferisce che secondo l’adolescente, che contemplava il suo ingresso nel sacerdozio, «il comportamento del vescovo verso di lui, che non lo aveva turbato all’epoca, era, riflettendoci, inquietante». Comunque, il rapporto dice anche che il caso era stato trattato «con appropriatezza». (Fausto Gasparroni)

La Santa Sede vara le linee guida della “tolleranza zero” contro la pedofilia nel clero. Una storia già vista

Federico Tulli

Per 1.250 anni sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici non è di certo stato una priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti alla luce del sole che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Nei successivi 400 anni la pedofilia rimane un delitto contro la morale, ma scompare dalle cronache. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza etica e morale mosse dai protestanti di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori. Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II ne rinnova i punti cardine. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio «per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale». È davvero così? L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma – e qui c’è una novità – è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Dunque, un’apertura all’esterno che dopo 500 anni mette la parola fine sulle coperture dei pedofili? Ma nemmeno per sogno. Punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, un vescovo non è obbligato a denunciare un reato di cui viene a conoscenza. Un caso come quello appena scoppiato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “Nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto.

left 20/2011

La rete internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte dei preti (Snap) ha chiesto che il processo di santificazione di Giovanni Paolo II sia rallentato ricordando che proprio durante il suo pontificato (1978-2005) sono stati commessi la maggior parte dei reati e i tentativi di insabbiamento del fenomeno. Snap ha quindi annunciato la distribuzione tra oggi e domani di volantini di sensibilizzazione sul fenomeno pedofilia davanti alle chiese di 70 città in sette Paesi: Usa, Belgio, Canada, Ecuador, Francia, Olanda e Australia. Intanto in Belgio la scandalo dei preti pedofili continua a registrate nuovi sviluppi. Dopo l’intervista choc in cui l’ex vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe, ha ammesso di aver abusato di due suoi nipoti, il giudice istruttore Wim De Troy ha disposto il sequestro della cassetta con la registrazione della videointervista. De Troy sta indagando per verificare la sussistenza del reato di omissione di assistenza a persone in pericolo che potrebbero aver commesso i vertici della Chiesa cattolica belga. Ed anche il procuratore del tribunale di Bruges, Jean-Marie Berkvens, ha deciso di riaprire l’inchiesta a carico di Vangheluwe in seguito a nuovi elementi emersi in relazione ad altri casi di abusi sessuali. (TI)

Una rigorosa inchiesta sulla vicenda umana e politica del papa polacco. La storia “segreta” degli ultimi 50 anni del Vaticano. Arrivano in libreria due testi fondamentali per conoscere ciò che tv e stampa non dicono

Federico Tulli

Non c’è solo il volto di Karol Woytjla sofferente negli ultimi giorni di vita o appena ferito dal proiettile sparato da Ali Agca. Impresse nella memoria collettiva dei credenti e (purtroppo) non solo, tramite i bombardamenti a tappeto eseguiti sui media dalla propaganda vaticana per tutta la durata del pontificato di Giovanni Paolo II, sono innumerevoli le istantanee che fanno passare l’idea di un uomo franco, leale, sportivo, moderno e quant’altro. Una macchina oliata ed efficiente che è riuscita ad annullare l’impatto emotivo provocato dagli ammiccamenti di Woytjla ai dittatori fascisti di mezza America Latina. E che non si è fermata, come è ovvio, nemmeno nei giorni che precedono la cerimonia di beatificazione del Primo maggio in piazza S. Pietro. Come è già stato detto, la scelta del manifesto prodotto e affisso ovunque a spese del contribuente romano e su cui campeggia un papa in evidente stato di salute con in braccio un bimbo in fasce, non appare affatto casuale. Essa rientra nella gigantesca operazione di pulizia dell’immagine sia della Chiesa cattolica (offuscata dalle sconvolgenti notizie degli scandali pedofili e dei loro insabbiamenti sistematici avvenuti in tutto il mondo), sia di Karol Wojtyla in particolare, la cui beatificazione è sembrata frettolosa anche all’interno di parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A far luce sul livello di credibilità che meritano la Chiesa di Roma e l’uomo che più di ogni altro ne ha segnato le sorti nella seconda metà del XX secolo, fino a incidere sul corso della storia anche al di fuori delle mura vaticane, escono in questi giorni due libri: Wojtyla segreto (Chiarelettere) di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti; e 101 misteri e segreti del Vaticano (Newton Compton) di Claudio Rendina. Testi che puntano la lente su aspetti diversi della vicenda umana e politica del papa polacco e della “sua” Chiesa, ma che insieme contribuiscono a colmare un inquietante vuoto lasciato dalla carta stampata e dai media radiotelevisivi.

La “controinchiesta” del vaticanista Galeazzi e di Pinotti, ad esempio, raccoglie molte

Marcial Maciel Degollado e Giovanni Paolo II

voci critiche anche interne al Vaticano, ostili alla beatificazione ma di fatto mai davvero ascoltate. «È mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere… Mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia» osserva in passaggio della deposizione giurata rilasciata il 7 marzo 2007, il teologo Giovanni Franzoni, nel corso del processo di beatificazione di Karol Wojtyla. Oppure ancora ecco cosa dice il 18 dicembre 2009 il cardinale Godfried Danneels, ex arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio: «Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali». Perché tanta fretta? Resta il dubbio di una decisione politica, commentano gli autori. E l’amarezza per i tanti vescovi che hanno combattuto contro regimi feroci, come Wojtyla contro il comunismo, giocandosi la vita. Nel libro si ricorda tra gli altri Oscar Romero, vescovo di San Salvador, trucidato mentre celebrava una messa. Anche lui possibile santo, ma c’è chi si oppone alla sua beatificazione. Cardinali per lo più vicini a Wojtyla e al suo successore Joseph Ratzinger. La fazione vincente. «Oggi in gioco c’è il futuro della Chiesa: da una parte il potere dall’altra il messaggio di Cristo. I fatti dimostrano che con la beatificazione lampo di Wojtyla la Chiesa celebra soprattutto la sua ossessione secolare per il potere». Una considerazione simile scaturisce alla lettura del libro firmato dallo storiografo Rendina. Il quale senza tanti giri di parole e con la chiarezza e precisione che contraddistinguono le sue ricostruzioni, racconta di cardinali corrotti e vescovi mondani, di banchieri e faccendieri, di ladri e assassini, di preti pedofili e cortigiane, e perfino antipapi. Sono questi, spiega, i protagonisti degli innumerevoli segreti che la storia ufficiale del Vaticano da sempre cerca di occultare. Tra le Mura Leonine si nascondono verità scioccanti e in gran parte ancora poco indagate: gli scandali finanziari (Ior, Banco Ambrosiano, i finanziamenti a Solidarność, i rapporti con la Banda della Magliana) e “sessuali” (porporati assassinati in casa di prostitute, i troppi casi accertati di pedofilia), i legami con i poteri occulti e la massoneria, la finta beneficenza per coprire prestiti e usura, il mercimonio degli annullamenti in Sacra Rota. Rendina, grande esperto di Storia della Chiesa, si concentra in particolare sugli ultimi quattro papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. Cinquant’anni di pontificato, la metà dei quali sotto Giovanni Paolo II, in cui si sono verificati una serie di scandali che hanno scosso la Chiesa di Roma dalle fondamenta. Ne citiamo uno per tutti “pescando” di nuovo nel libro di Galeazzi e Pinotti. Tra le polemiche più feroci che hanno accompagnato la campagna di beatificazione di Wojtyla c’è quella sulla solidità del suo rapporto con Marcial Maciel Degollado, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo. «Le voci sui comportamenti pedofili di Maciel risalgono addirittura agli anni Quaranta, dopo la fondazione dei Legionari di Cristo – scrivono i due giornalisti -. Ma le prime accuse arrivano sicuramente in Vaticano nel 1956 e non rimangono del tutto inascoltate, se il sacerdote viene sospeso per due anni. Reintegrato nelle sue funzioni, dopo un lungo silenzio è di nuovo oggetto di un esposto alla Santa sede, questa volta inoltrato da un ex responsabile della congregazione negli Stati Uniti. Siamo nel 1978, e sulla cattedra di Pietro siede Wojtyla. Non accade niente per dieci anni, finché nel 1989 le stesse accuse vengono ripresentate, di nuovo per via riservata, ma ancora non riescono ad abbattere il muro di difesa che evidentemente in Vaticano è stato alzato intorno alla figura di Marcial Maciel. A questo punto, nel 1997, la denuncia diventa pubblica. La stampa fa da cassa di risonanza alle voci di alcuni ex membri ed ex alunni dei seminari dei Legionari di Cristo, che accusano il fondatore di abusi sessuali compiuti su loro stessi e su altri ragazzi». Ma finché Wojtyla è in vita non accade nulla. La congregazione conta decine di migliaia di adepti, anche “laici”, che ovunque nel mondo fondano e gestiscono scuole e università. I Legionari sono una formidabile fonte di denaro. Poco importa se la loro opera si sviluppi sulla pelle di donne e bambini violentate dal fondatore e dai suoi dipendenti. Essa è decisamente funzionale al potere di Giovanni Paolo II che un anno prima di morire, nel 2004, elogia pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. Bisognerà attendere il 2006 prima che l’ultra ottuagenario prete messicano sia sospeso a divinis da Benedetto XVI e invitato ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico. Decisamente tardiva la mossa di Ratzinger che per 22 anni da capo della Congregazione per la dottrina della fede (tutti sotto il pontificato di Woytjla) aveva eluso qualsiasi richiesta di processare Maciel.

left 17/2011

La beatificazione di papa Giovanni Paolo II? È solo un’«operazione di marketing» ed una delle «feste di canonizzazione dei santi costruiti dal potere». Questa l’opinione-choc, affidata ad una nota, del sacerdote della comunità di base fiorentina delle Piagge, don Alessandro Santoro. Il prete di frontiera, che circa due anni fa fu per alcuni mesi sollevato dal suo incarico per aver celebrato, contro l’esplicita volontà della Curia, il matrimonio religioso tra Sandra Alvino, nata uomo e poi diventata donna dopo aver cambiato sesso, e Fortunato Talotta, denuncia oggi come, con il processo di beatificazione avviato dalla Chiesa, Papa Wojtyla sia stato «usato per un’operazione di marketing religioso». Don Santoro non si ferma qui ed avanza anche numerose e dure critiche all’operato dello stesso Giovanni Paolo II. «Pur riconoscendogli un amore appassionato per la Chiesa – spiega nel comunicato – ha negli anni del suo pontificato compiuto gesti quanto meno discutibili, come aver dato la mano e la Comunione a dittatori come Pinochet, aver martoriato e condannato la Teologia della Liberazione, aver eretto la prelatura personale dell’Opus Dei e poi aver beatificato il suo fondatore e sostenitore franchista Josè Maria Escrivà, aver insabbiato le nefandezze e la pedofilia del fondatore e capo indiscusso della Congregazione dei Legionari di Cristo Marcel Maciel, lasciare solo Mons. Oscar Romero, venuto a Roma nel 1979 per chiedere aiuto e sostegno, appena un anno prima del suo assassinio» (Y2G-GRO)