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La Santa Sede pubblica gli atti di un convegno sugli abusi clericali, il Sant’Uffizio critica la Cei, la Camera approva la Convenzione di Lanzarote. Ecco perché non sono buone notizie

Federico Tulli [Cronache Laiche]

 

Come annunciato dalla sala stampa vaticana, sono arrivati in libreria gli atti de “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il simposio internazionale che si è svolto a febbraio scorso all’università Gregoriana di Roma. Pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, gli atti riportano gli interventi che hanno animato i cinque giorni di convegno sul tema degli abusi pedofili compiuti in tutto il mondo da chierici e le relative “coperture” garantite da gerarchie ecclesiastiche compiacenti. L’annuncio della pubblicazione è stato dato dall’Osservatore Romano. «Al simposio – scrivono nell’introduzione i curatori del volume: il promotore di Giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Charles Scicluna e i gesuiti David Ayotte e Hans Zollner – hanno partecipato 110 rappresentanti di conferenze episcopali e 35 superiori generali e, inoltre, rappresentanti delle Chiese orientali in comunione con Roma, rettori di collegi e università, cattolici romani, canonisti, psicoterapeuti ed educatori; in totale, 220 persone provenienti dai cinque continenti». I relatori provenivano in particolare da Filippine, Messico, Brasile, Stati Uniti, Malta, Sud Africa, Argentina, Belgio, Germania e Irlanda. Ciascuno di questi Paesi ha conosciuto sia in tempi remoti che recenti la piaga della pedofilia clericale. «Una tale partecipazione mondiale – osservano i curatori degli atti – mostra chiaramente che il problema delle violenze non riguarda solo Stati occidentali, ma il mondo intero, sfidando quindi i cristiani e la società in genere in tutto il mondo». Come dargli torto?

Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori c’era la necessità di «dare voce alle vittime delle violenze e indicare onestamente mancanze, peccati e crimini commessi nella Chiesa; favorire una cultura dell’ascolto e dell’apprendimento, per lavorare insieme in futuro alla ricerca di soluzioni al problema delle violenze; collaborare con i media e far conoscere ciò che si può fare per proteggere le persone più deboli dalle violenze». È ancora presto per fare un bilancio globale che certifichi se le indicazioni che sono uscite dal lungo e articolato incontro – al quale Cronache Laiche era presente – abbiano lasciato segni tangibili. Potremo limitarci a dare uno sguardo all’Italia e osservare schematicamente che la Conferenza episcopale italiana era rappresentata in pratica dal solo vescovo di Reggio Emilia. Questo, sebbene il simposio fosse ospitato a Roma e nonostante fossero in dirittura di arrivo le attesissime Linee guida Cei anti-pedofilia. Nel corso del simposio Cronache Laiche provò a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, un commento su questo particolare atteggiamento della Cei senza ottenere alcuna risposta. «No comment» anche alla domanda se non ritenesse utile da parte dei vescovi italiani istituire una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stanno cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti (Roma), don Seppia (Genova) e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, di cui questa testata si è occupata con assiduità.

Curiosamente, oggi la posizione della Santa Sede appare completamente diversa, se non altro meno indifferente. A “soli” due mesi dalla pubblicazione delle linee guida Cei (avvenuta il 21 maggio scorso) la Congregazione per la dottrina della fede, per bocca di Charles Scicluna, ha clamorosamente bocciato il documento di cui il segretario della Conferenza, mons. Mariano Crociata andava tanto fiero. Senza tanti giri di parole, il promotore di giustizia ha definito le nuove norme «poco incisive». La “colpa” della Cei va ricercata dove tutti (tranne l’Avvenire) sin da subito hanno puntato il dito. Vale a dire sulla decisione di ribadire l’assenza di obbligo di denuncia dei presunti crimini pedofili alle autorità civili, da parte dei vescovi. All’epoca, Crociata si difese citando il testo emanato di fresco: «Non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito a fatti illeciti». In mezzo a questo gioco delle parti, con la Santa Sede che prima fa le orecchie da mercante e poi accusa, e con la Cei che ritiene di aver disbrigato la pratica “pedofilia nel clero italiano” con un paio di regolette e nulla più, occorre notare un paio di fatti nuovi. Alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio per intenderci) non c’è più mons. Levada. Il successore di Ratzinger alla Congregazione è stato rimosso pochi giorni prima della dichiarazione di Scicluna per far posto a mons. Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002, amico storico dell’attuale papa. Per capire quale sia il reale nesso tra questa nomina e il nuovo atteggiamento della Congregazione (cioè della Santa Sede) nei confronti della Cei, ci vorrebbe un giornalista vaticanista che non faccia da portavoce degli interessi dell’una o l’altra corrente “cardinalizia”. Ma forse, come diceva quello, è più facile che un cammello passi attraverso….

L’altro fatto degno di attenzione e solo a prima vista scollegato da questo contesto è avvenuto il 5 luglio scorso alla Camera, dove – nel silenzio più totale dei media – per la terza volta dal 2007 è passata la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote. Per la terza volta dal 2007 questa norma ora deve ritornare al Senato per l’approvazione definitiva. In essa sono contenute importanti modifiche alla legislazione che regola la lotta alla pedofilia tra cui l’inasprinento delle pene, migliori e più efficaci strumenti di prevenzione e l’ampliamento dei termini di prescrizione entro cui denunciare un abuso. Dato che alla Camera nessuno ci ha pensato, l’ennesimo rimbalzo del testo di legge in Senato potrebbe essere l’occasione per introdurre l’obbligo di denuncia dei presunti pedofili per tutti i cittadini italiani, anche quelli con doppio passaporto. Ma anche in questo caso, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago….

 

Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. William Levada

Il prefetto Levada si eclissa: niente domande per la stampa

di Marco Politi (Il Fatto quotidiano)

Comincia con un’assenza il grande convegno vaticano sugli abusi sessuali. Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’organo supremo che gestisce in Vaticano i dossier dei preti criminali, non si presenta alla stampa. Nei momenti cruciali Levada non risponde mai ai media. Non c’era nel marzo 2010, quando Benedetto XVI affrontò con rigore il tema nella sua Lettera agli Irlandesi denunciando che la Chiesa non aveva dato ascolto al grido delle vittime. Il porporato lasciò solo il portavoce vaticano Lombardi a fronteggiare i giornalisti ansiosi di avere risposte sul perchè di tanti casi insabbiati nel corso di decenni. Levada non è venuto neanche ieri.
Eppure toccava al cardinale la relazione di apertura al convegno e il programma ufficiale parlava chiaro: «Al termine della propria presentazione gli oratori saranno a disposizione per le domande in sala stampa per un massimo di 30 minuti». Invece, minuti zero. Forse Levada temeva che qualche reporter americano ponesse domande scomode. Afferma la maggiore organizzazione di vittime degli Stati Uniti, l’associazione SNAP, che da arcivescovo a San Francisco e a Portland (nell’Oregon) Levada avrebbe «insabbiato denunce su violenze su minori e molestie sessuali». Resta il fatto che da cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger non si sottraeva alle domande spinose della stampa.
L’episodio rivela l’ambivalenza dell’evento inaugurato lunedì all’università Gregoriana. Il simposio internazionale rappresenta indubbiamente un momento importante, una svolta rispetto al passato. Il tentativo –come afferma padre Lombardi – di affrontare la questione in modo globale, con una «presa di coscienza collettiva» per non dare risposte soltanto sull’onda delle emergenze bensì mobilitare la Chiesa per una «risposta attiva».
Dunque bisogna attrezzarsi per il futuro. Solo che non è ancora chiaro cosa succede con le migliaia di vittime del passato. Chi ha avuto, ha avuto…? Si lascia che singolarmente emergano dalla notte del loro dolore? O la Chiesa prenderà il coraggio a due mani e deciderà di «setacciare parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi per scoprire cosa è successo» come ha chiesto sul Fatto Quotidiano Bernie McDaid, una delle vittime americane che incontrò Benedetto XVI a Washington nel 2008?
Papa Ratzinger, nel messaggio augurale al convegno, ha auspicato che tutta la Chiesa si mobiliti per la guarigione, la salvaguardia e il «sostegno alle vittime». Il pontefice ha anche sottolineato la necessità di un «profondo rinnovamento della Chiesa ad ogni livello». Ma il nodo non è stato sciolto.
Il cardinale Levada nella sua relazione ha evitato l’argomento. Ha parlato di un drammatico aumento degli abusi del clero ai danni di minori negli ultimi anni, ha citato la cifra di 4000 dossier arrivati alla Congregazione per la Dottrina della fede, però si è limitato ad affermare che la quantità di casi ha «rivelato da una lato l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente di diritto canonico a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». Nell’ombra è rimasta anche la questione della denunci dei criminali alle procure. Dice il cardinale che la «collaborazione della Chiesa con le autorità civili» è la dimostrazione del riconoscimento che l’abuso sessuale di minori «non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali». Però collaborareè un conto, andare dalla polizia è un altro. Sarebbe tollerabile – ripetono da anni le organizzazioni di vittime – che un preside non denunci automaticamente un professore che abusa? Ha rimarcato tempo fa sul Giornale il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano Pietro Forno, capo del pool specializzato per gli abusi, che mai la gerarchia ecclesiastica ha ostacolato il suo lavoro, «ma in tanti anni non mi è mai, sottolineo mai, arrivata una sola denuncia da un vescovo o da un singolo prete». E questo, ha soggiunto, «è un po’ strano».

 

Padre Federico Lombardi, capo della Sala stampa vaticana

L’ultimo rapporto sulla pedofilia irlandese sta mettendo in seria difficoltà il Vaticano, che deve risponderne allo stesso governo

Federico Tulli    [Cronache Laiche, 13 ago 2011]

Da enclave del cattolicesimo romano nel meltin’ pot culturale britannico a pericolosa bomba a orologeria. L’Irlanda, profondamente segnata dalla dolorosa storia di pedofilia nel clero, sta creando non pochi grattacapi ai piani alti di Città del Vaticano. È qui che da una decina di giorni si lavora alacremente per formulare una convincente risposta ufficiale della Santa Sede alle pesanti accuse di scarsa collaborazione con la polizia lanciate dal premier irlandese, Enda Kenny. Risposta che il governo di Dublino si aspetta entro la fine di agosto ma che potrebbe arrivare anche a ridosso di Ferragosto perché il Vaticano ha tutto l’interesse a tentare di ricucire al più presto lo strappo diplomatico con il fido alleato in terra anglicana.

Pietra dello scandalo, come si ricorderà, è il Rapporto d’indagine sulla diocesi di Cloyne pubblicato il 13 luglio scorso, che ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo il rapporto, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. I magistrati irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”.

Questa la storia, ora brevemente la cronaca delle scorse settimane. Di fronte a prove inoppugnabili il primo ministro non ha usato mezzi termini: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, democratico e Repubblica non più di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Sebbene si trattasse del quarto Rapporto irlandese in sei anni che giungeva alle stesse conclusioni sia riguardo la reiterazione dei crimini sia riguardo la reticenza dei vescovi locali e delle gerarchie di Roma di fronte alle inchieste governative, la sdegnata reazione di Kenny (appoggiato senza tentennamenti dal Parlamento) ha colto di sorpresa la Santa Sede.

All’accusa di colpevole inerzia segue infatti una piccata replica ufficiale per bocca di padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «La Santa Sede risponderà opportunamente alla domanda posta dal Governo irlandese a proposito del Rapporto sulla diocesi di Cloyne». Siamo al 22 luglio, e Lombardi “invita” Dublino «a dibattere la vicenda con la massima obiettività». Tre giorni dopo con una mossa che ha pochissimi precedenti nella storia, il 25 luglio la Segreteria di Stato vaticana richiama a Roma il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, ufficialmente per consultazioni in merito al Rapporto Cloyne. In qualità di ambasciatore può contribuire alla redazione della risposta richiesta da Dublino. Risposta che però molto probabilmente non sarà lui a recapitare. Il 28 luglio l’Irish Times scrive che Leanza sarà trasferito a breve presso l’ambasciata vaticana in Repubblica Ceca. Secondo il quotidiano irlandese lo stesso nunzio è stato duramente criticato da Dublino perché avrebbe ostacolato le indagini della commissione incaricata di preparare il Rapporto Cloyne, richiedendo che ogni comunicazione passasse attraverso i canali diplomatici ufficiali.

Giova ricordare che identiche accuse colpirono anche il predecessore di Leanza, Giuseppe Lazzarotto. Nel febbraio 2007, mentre indagava su presunti abusi compiuti nell’isola da parte di sacerdoti cattolici la magistrata Ivonne Murphy (da qui il Rapporto Murphy del 26 novembre 2009) richiese una serie di informazioni all’allora ambasciatore vaticano a Dublino. Richieste, scrive l’Irish Times, sistematicamente ignorate. Da Lazzarotto Murphy voleva tutti i documenti rilevanti in suo possesso, ma non ottenne risposta. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al Rapporto, estratti del quale furono inviati al Nunzio prima della pubblicazione, visto che menzionavano il suo ufficio. Il 22 dicembre 2007, nel pieno dell’inchiesta, Lazzarotto viene improvvisamente nominato Nunzio apostolico in Australia. Al suo posto subentra monsignor Giuseppe Leanza. Il quale ora lascerà, se l’indiscrezione dell’Irish Times è confermata. Ovviamente la scelta che farà la Segreteria di Stato è cruciale. Per recuperare la credibilità perduta agli occhi degli irlandesi e non solo, il Vaticano non può limitarsi a spostare pedine e a promettere tolleranza zero. Questo direbbe il buon senso. La lunga storia dei crimini pedofili nell’ambito del clero cattolico dice però che alla fine la “ragion di Stato” prevale sempre sul senso di giustizia (terrena…). Pertanto non è azzardato ipotizzare che anche questa volta la toppa della Santa Sede sarà peggiore del buco, ma solo per chi guarda la vicenda dall’ottica delle vittime e dei loro familiari.

Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa

Il promotore di giustizia della Congregazione della Dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna, e il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, figurano tra i relatori di un importante simposio organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana sul tema «Verso la guarigione e il rinnovamento» che si propone di contribuire a «una risposta globale al problema degli abusi sessuali e della tutela dei vulnerabili»

Un grande simposio per “una risposta globale al problema degli abusi sessuali e della tutela dei vulnerabili” sarà organizzato “dalla Pontificia università Gregoriana, con l’appoggio di diversi dicasteri della Santa Sede, e diretto a vescovi delle diverse conferenze episcopali e a Superiori religiosi”. E’ quanto si legge oggi in un comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana. L’incontro avrà luogo nel febbraio del 2012, ma i contenuti e il significato dell’evento dal titolo: ‘Verso la guarigione e il rinnovamento’, verranno presentanti sabato prossimo nel prestigioso ateneo pontificio con il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, e il promotore di giustizia della congregazione per la Dottrina della fede, mons. Charles J. Scicluna. All’incontro con la stampa parteciperanno anche, tra gli altri, padre Francois Xavier Dumortier, Rettore della Gregoriana, padre Hans Zollner, preside dell’Istituto di Psicologia e responsabile del comitato preparatorio del simposio, mons. Klaus Peter Franzl, dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera. Il simposio di febbraio è diretto ai vescovi e ai superiori maggiori religiosi, a coloro cioè a cui è demandato il compito di eventuali accertamenti di fronte a casi di abusi sui minori ad opera di religiosi. Gli esperti di Virtus, programma sviluppato in America per la prevenzione degli abusi, ed altri esperti guideranno i workshop, in 4 lingue, che tratteranno gli argomenti anche nella prospettiva specifica delle diverse aree geografiche. Fra gli obiettivi dell’iniziativa quello di costruire “un nuovo centro di e-learning multilinguistico, a disposizione dei responsabili ecclesiastici, per l’informazione e la diffusione delle risorse e delle migliori pratiche per rispondere al problema”.

Se un sacerdote viene a conoscenza, in sede di confessione, di abusi su minori, deve rispettare il segreto del sacramento, ma cercherà «ragionevolmente di trovare i modi» per tutelare la vittima, senza violare il segreto. Questa la riflessione del direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, interpellato in proposito durante la presentazione della Circolare sulla pedofilia, che la Congregazione per la dottrina della fede ha inviato alle Conferenze episcopali. «Se una persona viene a confessarsi, qualsiasi cosa mi dica, io mi faccio ammazzare piuttosto che riferirle», ha osservato padre Lombardi, «ma è chiaro che cercherò ragionevolmente di trovare i modi. Il contenuto della confessione – ha precisato – non si usa all’esterno, ma se è venuto a confessarsi vorrà l’assoluzione e mi chiederà che cosa deve fare, gli darò dei consigli. La strada va cercata in questo modo, e quando la Circolare dice che il foro sacramentale va rispettato, vuol dire che è un contenuto al di fuori dell’uso esterno». (CHR)

Un altro prete pedofilo (reo confesso). Un altro abomivenole silenzio vaticano, con la Santa Sede impegnata a raccogliere «gli elementi necessari, in vista di una valutazione approfondita»

Federico Tulli

Monsignor Roger Vangheluwe, l’ex vescovo di Bruges reo confesso nel 2010 di aver abusato per anni di suo nipote nemmeno adolescente durante gli anni ’70, e la scorsa settimana di aver compiuto lo stesso crimine nei confronti di un altro nipote, è andato via dal convento francese in cui la scorsa settimana era stato mandato a meditare dalla Santa Sede. Secondo quanto scrivono alcuni giornali è stato portato in un luogo segreto per evitare che rilasci nuove interviste. Il Vaticano, si legge in una nota, «cosciente della gravità delle rivelazioni di Vangheluwe sui suoi atti di pedofilia, non ha ancora preso una decisione ufficiale sulle sorti dell’ex vescovo». In un comunicato del 15 aprile il portavoce, padre Federico Lombardi, afferma inoltre che la Santa Sede «segue attentamente la situazione, essendo cosciente della sua gravità, e raccoglie gli elementi necessari, in vista di una valutazione approfondita».

Nell’attesa, ci permettiamo di suggerirne qualcuno.

Ad esempio, si potrebbe partire dalla scoperta avvenuta nell’estate del 2010 da parte della magistratura belga di 474 dossier su altrettante violenze, chiusi a chiave per 10 anni nelle stanze della commissione “indipendente” Adriaenssens (dal nome del presidente), che dai primi anni Duemila agiva in stretta collaborazione con i vescovi locali. È nell’ambito di questa stessa indagine che Roger Vangheluwe si è dovuto dimettere, accusato di aver violentato il nipote dodicenne. Si tratta dello stesso Roger Vangheluwe che era stato direttore del seminario di Bruges e che nel 1997 aveva fatto redigere il Catechismo ufficiale belga, per la minoranza fiamminga, acquisito poi come libro di testo per le lezioni di religione nelle scuole medie cattoliche. Ebbene, tra le altre cose, in questo Catechismo compare un fumetto con una bimba nuda messa a quattro zampe che dice: «Penso che sia bello accarezzare la mia fenditura. Gioco volentieri nelle mie mutandine assieme ad altri amici. Voglio restare in camera quando papà e mamma fanno sesso. Credo che la pipì sia benedetta».

Per 13 anni i genitori di quei bambini si sono rivolti all’allora primate di Bruxelles, Godfried Danneels, perché il libro venisse tolto dalla circolazione. Senza mai ottenere risposta. Stesso esito quando, dopo le dimissioni di Vangheluwe, hanno chiesto l’intervento del vescovo emerito di Anversa Paul Van den Berghe. Il responsabile per l’educazione, dapprima ha promesso di interessarsi al caso, ma poi ha lasciato cadere la cosa. Infine l’estremo tentativo di contattare il Nunzio a Bruxelles. Ma anche con lui non hanno avuto fortuna.

Che dire? Speriamo che gli emissari partiti dal Vaticano per raccogliere «gli elementi necessari» su Vangheluwe scelgano interlocutori diversi.

Cronache laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione

Monsignor Roger Vangheluwe è andato via dal convento francese in cui era stato mandato a meditare. Il 15 aprile aveva confessato in tv di aver abusato dei suoi 2 nipoti

MILANO – Non è scappato dal convento, ma è stato mandato via in una località segreta, in modo che non possa più rilasciare interviste come l’ultima, in cui narrava di aver abusato sessualmente di un altro suo nipote. Un crimine che però risalendo agli anni ’70 è prescritto in Belgio e quindi destinato ad essere impunito. «Si è appreso da una fonte vicina al Vaticano che è stato chiesto all’ex vescovo di Bruges Roger Vangheluwe», che ha ammesso di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti, «di lasciare la comunità religiosa di Loir-et-Cher dove si era rifugiato e di non concedere più interviste». È quanto si legge in una nota diffusa sul sito internet della Chiesa cattolica del Belgio. L’ex vescovo quindi non si sarebbe allontanato spontaneamente.

LA POSIZIONE DEL VATICANO – Il Vaticano, prosegue la nota, che si dice «cosciente della gravità delle rivelazioni di Vangheluwe sui suoi atti di pedofilia, non ha ancora preso una decisione ufficiale sulle sorti dell’ex vescovo». Nel testo, si ricorda che il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, lo scorso 15 aprile, ha affermato che la Santa Sede «segue attentamente la situazione, essendo cosciente della sua gravità, e raccoglie gli elementi necessari, in vista di una valutazione approfondita». L’ex vescovo la scorsa settimana ha scandalizzato il Belgio con un’intervista televisiva in cui rivelava di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti, minimizzando l’accaduto. La maggioranza dei cattolici belgi invoca per Vangheluwe misure esemplari, mentre il primate della Chiesa belga, monsignor Andrè-Joseph Leonard, ha detto che non parlerà prima di domenica prossima.

Redazione online

“Pistola fumante” o un semplice imbarazzante fiasco di pubbliche relazioni nei giorni della visita apostolica ordinata dal Vaticano per sanare le ferite provocate dallo scandalo della pedofilia in Irlanda? Divide il mondo cattolico la lettera che nel 1997 l’allora nunzio apostolico, arcivescovo Luciano Storero, scrisse ai vescovi irlandesi chiedendo di non denunciare tutti i casi di molestie sessuali di preti su minori perché facendolo avrebbero violato le leggi canoniche. Secondo Jeff Anderson, il legale americano che sta cercando di portare il Papa in tribunale come corresponsabile per le vicende legate a un caso di pedofilia in Oregon, il testo di Storero rafforza la sua azione legale: “La lettera sconfessa le affermazioni delle gerarchie della Chiesa secondo cui il Vaticano non faceva parte di un complotto per sopprimere le prove delle molestie sessuali dei preti cattolici”, ha dichiarato Anderson che di recente ha aperto un ufficio in Gran Bretagna. Ed è sempre Anderson che parla di “smoking gun” a proposito della lettera circolata nei giorni scorsi sui media irlandesi in cui Storero avvertiva i vescovi che la Congregazione del Clero a Roma aveva stabilito che la politica della Chiesa irlandese della “denuncia obbligatoria” di tutti i casi di pedofilia era contraria al diritto canonico.

Il nunzio spiegava che questa politica era solo un “documento di studio”, non una normativa approvata dalla Santa Sede, e invitava a seguire “meticolosamente” il diritto canonico che richiedeva che le accuse venissero affrontate all’interno della Chiesa. Immediata la reazione delle associazioni delle vittime della pedofilia in Irlanda: secondo Colm O’Gorman, responsabile di Amnesty International irlandese, “è il Vaticano alla radice del problema: ecco la prova che ogni pretesa che non davano consapevolmente e deliberatamente istruzioni ai vescovi di non denunciare i preti è manifestamente ridicola”. La lettera fu scritta poco dopo la prima ondata di scandali sugli abusi dei preti in Irlanda, una vicenda così clamorosa che nel 1994 fece cadere il governo di Dublino. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha replicato che la posizione espressa dall’arcivescovo è quella che la Congregazione del Clero aveva assunto prima del 2001 quando papa Giovanni Paolo II cambiò le regole in seguito alla deflagrazione di casi negli Stati Uniti. “Si riferisce a una situazione che abbiamo superato”, ha detto padre Lombardi al New York Times. E anche per Jeffrey Lena, l’avvocato del Vaticano, la lettera è stata “profondamente fraintesa” perché il suo scopo primario era di assicurare che i vescovi usassero le regolari procedure canoniche per punire i preti, in modo che queste punizioni non potessero essere invalidate per vizio di forma. “Non c’è alcuna ragione di interpretarla come un ordine ai vescovi di snobbare la legge civile sulle denunce”, ha detto Lena. (BN)

Il Vaticano ostacolò le denunce ai preti pedofili: la pistola fumante del New York Times

Giovanni Percolla (giornalettismo.com)

Una lettera inviata ai vescovi irlandesi avvertiva che Roma non era d’accordo con la politica di collaborazione con le autorità civili

Una lettera datata 31 gennaio 1997 rappresenterebbe la “smocking gun” che prova l’acquiescienza del Vaticano nei confronti dei preti pedofili, esprimendo perplessità sulla necessità di denunciarli. Ne parla il New York Times, specificando che è indirizzata ai vescovi irlandesi.

La lettera in pdf sul sito del NYT (qui)

PAROLE E FATTI – Il documento sembra contraddire quello che ha sempre sostenuto il Vaticano, ovvero che i leader della chiesa di Roma non hanno mai cercato di controllare o influenzare le azioni dei vescovi locali nei casi di abuso, e che la Chiesa cattolica romana non ha ostacolato le indagini penali di sospetti abusi sui minori. Le vittime degli abusi in Irlanda e negli Stati Uniti hanno subito definito il documento una “pistola fumante”, da utilizzare come prova importante nelle cause contro il Vaticano. “Il Vaticano è alla radice di questo problema”, ha dichiarato Colm O’Gorman, vittima di abusi in Irlanda, ora direttore di Amnesty International nel paese. “Hanno deliberatamente e volontariamente istruito i vescovi a non rivelare i nomi dei sacerdoti alle autorità civile è ormai”. Ma un portavoce del Vaticano ha detto che il documento rappresenta semplicemente un’ulteriore prova che i passi falsi del passato sulle accuse di abusi sessuali sono stati corretti dal cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca a capo dell’istituzione che vigilava sul tema.

LE FONTI – Il documento, una lettera di due pagine, è stata raccontata dalla rete televisiva irlandese RTE e pubblicata dalla Associated Press. La lettera è stata scritta solo dopo la prima ondata di scandali sugli abusi sessuali da parte di preti irlandesi in scuole cattoliche e altre strutture – uno scandalo così grande che fece cadere il governo irlandese nel 1994. Nel 1996, un comitato consultivo di vescovi irlandesi aveva elaborato una nuova politica che includeva “segnalazione obbligatoria” dei sospetto alle autorità civili. La lettera, firmata da Mons. Luciano Storero, allora nunzio apostolico del Vaticano in Irlanda, informava i vescovi irlandesi che il Vaticano aveva molte riserve sulla denuncia obbligatoria per ragioni “morali e canoniche” ragioni. L’Arcivescovo Storero è morto nel 2000. La lettera annunciava anche il rischio che le decisioni di cacciare alcuni preti da parte loro potevano anche essere riformate dal Vaticano: “I risultati potrebbero essere molto imbarazzanti e dannosi per quelle stesse autorità diocesane”, dice la lettera.

FRAINTENDIMENTI – Jeffrey S. Lena, avvocato dell Vaticano, ha risposto che la lettera “è stata profondamente fraintesa”, dichiarando che il suo scopo primario era quello di assicurarsi che i vescovi avessero utilizzato le adeguate procedure canoniche per disciplinare i loro sacerdoti in modo che le pene non potessero essere annullate per motivi tecnici. Il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto che la lettera rappresenta un approccio per casi di abuso sessuale da parte di un ufficio particolare del Vaticano, la Congregazione per il Clero, precedente al 2001. Quell’anno, Papa Giovanni Paolo II ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal futuro papa Benedetto, il trattamento di tali casi. “Questo approccio è stato superato, compresa la questione della collaborazione con le autorità civili”.