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Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi di cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica, un’originale ricerca sul pensiero all’origine della violenza sui bambini. In Chiesa e pedofilia (Non lasciate che i pargoli vadano a loro), edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli – che presenterà il libro a Empoli sabato 31 marzo insieme con Elisabetta Amalfitano, docente di filosofia, Maria Gabriella Gatti, neonatologa e psicoterapeuta dell’Università di Siena, e Simona Maggiorelli, giornalista del settimanale Left (Cenacolo degli Agostiniani, via dei Neri 15 ore 17:00) – indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi eventi che hanno sconvolto l’Europa e l’Italia. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, migliaia di sacerdoti sotto accusa, miliardi di dollari spesi dalla Chiesa per risarcire vittime e loro familiari. Il coinvolgimento del clero cattolico, si scopre, arriva da lontano. Il saggio Chiesa e pedofilia lo dimostra con dovizia di particolari. Dal Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima che avesse la tentazione di denunciare alla giustizia civile – la validità del documento è stata confermata nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nella lettera De delictis gravioribus -, è sempre esistito uno stretto nesso nei secoli tra Chiesa cattolica e pedofilia. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, il libro di Tulli offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

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Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.

Costretto dagli scandali che dilagano in tutto il mondo, il Vaticano ha stilato delle linee guida contro la pedofilia alle quali entro il 2012 le conferenze episcopali si dovranno adeguare . Gesto di facciata ma poco di sostanza visti i contenuti

Federico Tulli [Cronache Laiche 25 mag 2011]

A Genova Sestri, le intercettazioni del presunto pedofilo don Riccardo Seppia mentre chiede al suo pusher di trovargli cocaina e bambini di 10 anni. A Città del Vaticano, le linee guida contro la pedofilia nel clero emesse dalla Congregazione per la dottrina della fede, la quale intima alle conferenze episcopali di tutto il mondo di adeguarsi alle Nuove norme (entro il 2012) ma evita di obbligare i vescovi a denunciare presunti reati alle autorità civili, limitandosi a ricordare loro di attenersi alla legge degli Stati in cui risiedono. In Olanda il delegato dei salesiani, Herman Spronck, che afferma: «Personalmente non condanno a priori le relazioni tra adulti e bambini», nel commentare la vicenda di padre Van B., membro attivo e militante di un’associazione che propugna la liberalizzazione della pedofilia e la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni. Negli Stati Uniti uno studio del John Jay College of Criminal Justice di New York durato cinque anni e costato alla Conferenza dei vescovi Usa 1,8 milioni di dollari, dal titolo: “Le cause e il contesto di abuso sessuale di minori da parte di preti cattolici negli Stati Uniti, 1950-2002”, una ricerca che in sostanza individua quale colpevole della pedofilia nel clero il Sessantotto e la cosiddetta rivoluzione sessuale, perché in quegli anni vi fu un picco di stupri. Sullo sfondo di tutto ciò le dichiarazioni dell’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, che definisce «un dolore improvviso e inatteso» l’arresto di don Seppia, smentito (almeno a parole) dal primo parroco di costui che in un’intervista dice: già 17 anni fa «la Curia sapeva tutto».

Per la Chiesa cattolica quella che si è appena conclusa non è di certo una settimana memorabile. La superficialità, l’indifferenza, la confusione con cui viene trattato il tema degli abusi su minori provocano un’inevitabile disarmonia tra la realtà dei fatti e le intenzioni di pulizia etica e morale, o come si dice oggi di “tolleranza zero”. Superficialità, indifferenza e confusione, con buona pace della Conferenza episcopale americana e delle conclusioni riportate nello studio del John Jay College, non caratterizzano unicamente gli ultimi 50 anni di storia vaticana, con picchi a fine anni Sessanta, ma attraversano una bella fetta di storia della Chiesa.

Sono solo 10 anni scarsi che sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici rappresenta (almeno a parole) una delle priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Nei circa 2mila anni precedenti, nessuno mai ha perso tempo a cercare i criminali all’interno o, come nel caso americano, all’esterno della struttura ecclesiale. Semplicemente perché compiere abusi sessuali su minori è sempre stato un peccato emendabile con la confessione e il pentimento.

Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti pubblicamente che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere sul Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Tutti antesignani di Woodstock? Osiamo dire di no. Nei successivi 400 anni la pedofilia scompare dalle cronache (memorabili quelle di Pietro l’Aretino) ma rimane un delitto contro la morale. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza morale mosse dai protestanti seguaci di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori.

Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da migliaia di sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano, Daniel Shea, entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento anch’esso segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II rinnova i punti cardine del Crimen. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio “per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale”. Va detto che a una prima lettura appare evidente l’intenzione di responsabilizzare maggiormente i vescovi. Peraltro, comportamenti che in altri contesti sembrerebbero normali qui devono essere messi nero su bianco. Ad esempio il Punto IIIb ricorda che «la persona che denuncia il delitto deve essere trattata con rispetto». Nel complesso è poi da giudicare positivamente il fatto che una Lettera del genere sia stata resa pubblica e soprattutto che in essa per la prima volta compaia la parola “crimine“.

L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Una precisazione che ha tutta l’aria di costituire un’apertura all’esterno, un ponte verso il dialogo con le leggi “terrene”, per mettere dopo 500 anni la parola fine sull’omertà delle gerarchie e la copertura dei sacerdoti pedofili. Ma è davvero così? Non proprio. Dice il punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, questo dovere vige per i pubblici ufficiali. Pertanto, il preside di una scuola nel caso in cui venga a conoscenza di un presunto crimine subito da un alunno deve darne notizia a polizia o carabinieri. Mentre un bidello, nella stessa situazione, può anche non farlo. Lo stesso vale per un vescovo o un sacerdote: non essendo pubblici ufficiali hanno la facoltà di informare le autorità civili riguardo un eventuale reato di cui vengono a conoscenza. L’obbligo (per tutti) semmai è morale.

Ecco, a proposito di morale, un caso come quello deflagrato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto, grazie all’intercettazione di un pusher.

La Santa Sede vara le linee guida della “tolleranza zero” contro la pedofilia nel clero. Una storia già vista

Federico Tulli

Per 1.250 anni sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici non è di certo stato una priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti alla luce del sole che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Nei successivi 400 anni la pedofilia rimane un delitto contro la morale, ma scompare dalle cronache. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza etica e morale mosse dai protestanti di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori. Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II ne rinnova i punti cardine. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio «per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale». È davvero così? L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma – e qui c’è una novità – è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Dunque, un’apertura all’esterno che dopo 500 anni mette la parola fine sulle coperture dei pedofili? Ma nemmeno per sogno. Punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, un vescovo non è obbligato a denunciare un reato di cui viene a conoscenza. Un caso come quello appena scoppiato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “Nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto.

left 20/2011

priests1Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa

Federico Tulli * left n. 3 del 23 gennaio 2009

In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi. Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”. Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita. A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale». Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

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Il documento

Il 18 maggio 2001, con il De delictis gravioribus, la Congregazione per la dottrina della fede ha “rimodulato” il Crimen sollicitationis del 16 marzo 1962. Nel documento, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora, più avanti nel testo: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

 

cardCon il testo Crimen sollicitationis il papato ha imposto a tutto il clero il silenzio sugli abusi

Simona Maggiorelli * left n. 16 del 28 aprile 2006

Sparsi nelle cronache dei giornali, spesso locali. Postati per qualche tempo su siti di controinformazione come Indymedia, ma passato lo choc del momento, dopo un pò, come è nella logica del web, spariscono. Resta l’impressione di uno stillicidio di casi. Ma una mappa certa dei crimini di pedofilia che si consumano nell´ombra di sagrestie e oratori, resta una traccia sbiadita. “Il fatto è che, purtroppo, non esistono stime precise in Italia – spiegano l’avvocato Mario Staderini e Sabrina Gasparrini, responsabile della campagna contro gli abusi sessuali clericali dell’associazione radicale Anticlericale.net -. Per la segretezza con cui la Chiesa tratta la questione, è davvero difficile quantificare i casi di abuso sessuale da parte del clero cattolico. I dati di riferimento sono quelli della stampa internazionale che, negli ultimi sei anni, ha registrato un incremento notevole di denunce di abusi sessuali sui minori. Soprattutto da quando l´Istruzione Crimen Sollicitationis non è più un segreto. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai pubblicato nell´Acta Apostolicae Sede (la gazzetta ufficiale del Vaticano), ha fornito allo Stato vaticano, per oltre mezzo secolo, lo strumento giuridico per coprire i casi di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, prontamente derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”.ratz
Gasparrini perché l´associazione Anticlericale.net ora chiede al Vaticano di aprire gli archivi?
Con l´Instructio de modo proedendi in causis de crimine sollicitationis che istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte del clero, fin dal 1962 si impone ai vescovi di mantenere il segreto. Anticlericale.net chiede al Vaticano di ritirare questo documento, la cui validità è stata ribadita da Raztinger e , insieme, chiede che i casi tenuti occultati siano resi pubblici.
Cosa ha comportato questo documento approvato da Giovanni XXIII?
In concreto ha garantito la suprema forma di impunità e discrezionalità che il diritto canonico consente: il segreto pontificio. La Crimen Sollicitationis contiene disposizioni per occultare comportamenti delittuosi, pena la scomunica. Così questi casi vengono totalmente sottratti alla competenza della magistratura civile e riservati alla giurisdizione ecclesiastica.
Alcuni avvocati parlano di “un progetto per ingannare e nascondere”. Perché?
L´imposizione dell´assoluta segretezza impedisce, di fatto, alla magistratura civile qualsiasi forma di conoscenza e quindi d’intervento concreto, sia nella fase inquirente che in quella giudicante. In qualsiasi paese di Stato di diritto, la competenza su queste materie è affidata al diritto penale. La Chiesa, in base a un artificio giuridico, ha ritenuto di riservare a sé tale competenza. Nel documento, per esempio, si dice che le vittime di abusi sessuali devono denunciare, entro un mese, il sacerdote colpevole al vescovo del luogo o al Sant´Uffizio. E solo a loro, pena la scomunica. Un meccanismo perfetto che ha avallato l´impunità di numerosi sacerdoti pedofili che, se scoperti, vengono solo trasferiti in altra diocesi.
Giovanni Paolo II è stato sempre restio ad affrontare pubblicamente le reali dimensioni della pedofilia denuncia David Yallop in un suo nuovo e importante libro Habemus papam (Nuovi Mondi Media). Che ruolo ha avuto nell’insabbiamento?
Le sue responsabilità non sono da meno di quelle dei suoi predecessori. L´approccio della Chiesa verso il sesso non è granché mutato nei secoli, la demonizzazione è rimasta alla base della dottrina cattolica con l´effetto di alimentare casi di pedofilia. La negazione del sesso al di fuori della procreazione, il divieto del piacere fine a se stesso ha reso cieche le gerarchie ecclesiastiche, rendendole sessofobiche, incapaci di comprendere sia i mutamenti della società, sia le deviazioni e le sofferenze dei suoi stessi ordinati.
Ratzinger ha tentato di mettere a tacere lo scandalo della pedofilia in Usa. Il tribunale di Houston lo aveva citato a comparire in un processo civile. Nel frattempo però è salito al soglio papale. Che ne è stato di quella vicenda?
Il cardinale Joseph Ratzinger era stato convenuto uti singoli in un processo civile, per una sua epistola del 18 maggio 2001, indirizzata ai Vescovi sulle procedure da adottare nei casi di reati di violenza sessuale, anche su minori. In quella lettera, l´attuale Benedetto XIV, non solo fa riferimento al Crimen Sollicitationis come documento ancora vigente, ma stabilisce anche che l´azione penale venga prescritta dopo dieci anni. Ma diventato capo di Stato, Benedetto XVI ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Nel settembre 2005, il vice ministro della Giustizia, Peter Keisler ha bloccato la procedura giudiziaria facendo ricorso alla cosiddetta suggestion of immunity, una misura che, via Corte Suprema, deve necessariamente essere recepita dai tribunali di grado inferiore. vescoviIl vice ministro ha sottolineato che l´avvio di un procedimento giudiziario nei confronti della Santa Sede sarebbe incompatibile con gli interessi della politica estera Usa. Una decisione per molti versi opinabile, che lascia aperti diversi interrogativi, anche dal punto di vista costituzionale, ma che conferma lo strapotere di uno Stato “anomalo” nello scacchiere mondiale: il Vaticano, con guarentigie e privilegi del tutto particolari, in Italia come negli Usa.
Di recente è esploso il caso di Napoli: per la prima volta è iniziato un processo a carico della Curia vescovile?
Si tratta di un processo davvero singolare. Un vice parroco, denunciato in sede penale per violenze sessuali su minorenni, è stato assolto perché giudicato non in grado di intendere e di volere. Durante il processo è però emerso che il parroco aveva segnalato alla Curia il suo vice, senza che fosse preso alcun provvedimento. Così gli avvocati Santoiannni e Aulino hanno intentato una causa civile contro la Curia, cioè contro il ben noto Cardinale Giordano. A quel che ci risulta è il primo processo civile intentato in Italia contro delle gerarchie ecclesiastiche. Ed è stato depositato agli atti il Crimen Sollicitationis.
Negli ultimi anni sono emersi centinaia di casi di pedofilia nella Chiesa cattolica, non solo in Usa e in Brasile, ma anche in Irlanda, in Nuova Zelanda, in Australia, perfino ad Honk Kong. Che cosa li unisce?
Come dicevamo prima, si tratta del retaggio di una cultura che fa leva sulla paura e fondamentalmente probizionista non solo rispetto al sesso, visto l´approccio dottrinario della Chiesa verso la sessualità, specie quella femminile, è sempre stato repressivo, ma rispetto alla ricerca scientifica e a tutto ciò che attiene al progresso, alla vita umana e al suo miglioramento.

simonamaggiorelli.wordpress.com

Ska-P, Crimen sollicitationis (Lágrimas Y Gozos, 2008)

Siervo de Dios…
Tocamientos, sacramentos, felaciones, juramentos
te enseño mi doctrina en forma de erección
Abuso de los niños, perversión y puro vicio
bajo mi sotana puedes encontrar a Dios

El confesionario es nuestro “tortuario”
Ay! Padre nuestro líbranos de él
En la sacristía hay mucha pederastia
Ay! Padre nuestro mas líbranos de él

CURAS, Violación, vejaciones a un menor
CURAS, ¡Qué más da! si nadie se va a enterar
CURAS, sin precaución tengo plena protección
CURAS, Meditad! ¿Quién me dio la inmunidad?

JUDAS, MI NOMBRE ES RATZINGER
JUDAS, SOY BENEDICTO XVI
JUDAS, YO LO FORMALICÉ
JUDAS, JUDAS, CERRANDO BOCAS

JUDAS, EN EL NOMBRE DE DIOS
JUDAS, FINANCIAREMOS SU PERDÓN
JUDAS, DÁNDOLE PRIORIDAD
JUDAS, A TAPAR ESCÁNDALOS

Miembros de la Curia, párrocos del sufrimiento
Crueles violaciones que al final se lleva el viento
Babosos violadores, carecéis de sentimientos
Los llantos de los niños que el pontífice ha encubierto

Oremos mis infantes por detrás y por delante
Todos desnuditos a los ojos del señor
Se encargan mis hermanos, los perros del Vaticano
de maquillar la mierda, que no llegue el mal olor

El confesionario es nuestro “tortuario”…

CURAS, Violación, vejaciones a un menor…

JUDAS, MY NAME IS RATZINGER
JUDAS, SOY BENEDICTO XVI
JUDAS, YO LO FORMALICÉ
JUDAS, JUDAS, CERRANDO BOCAS

JUDAS, EN EL NOMBRE DE DIOS
JUDAS, FINANCIAREMOS SU PERDÓN
JUDAS, DANDOLE PRIORIDAD
JUDAS, A TAPAR ESCÁNDALOS

Miembros de la Curia, párrocos del sufrimiento…

1 y 2, es tu religión, 3 y 4, tu alma ya está a salvo
5 y 6, silencio a lo que veis, 7 y 8, Lágrimas y Gozos
CRIMEN SOLLICITATIONIS
1 Y 2, que no te vea Dios, 3 y 4, malditos bastardos
5 y 6, cuidao con lo que hacéis, 7 y 8 Lágrimas y Gozos
¡Basta de tiranos! ODIO AL VATICANO

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(Testo in italiano, traduzione Mark the Hammer)

Servo di Dio..
Molestie, sacramenti, pompini, giuramenti
ti insegno la mia dottrina sotto forma di erezione
Abusi di bambini, perversioni e puro vizio
sotto la mia sottana puoi incontrare Dio

Il confessionario è la nostra stanza di tortura
Ai! Padre nostro liberaci da lui
Nella sacrestia c’è molta pederastia
Ai! Padre nostro liberaci da lui

PRETI, stupri, umiliazioni a un minore
PRETI, Chi se ne frega, se nessuno se ne accorge
PRETI, senza precauzioni son pienamente protetto
PRETI, pensateci! Chi mi ha dato l’immunità?

GIUDA, IL MIO NOME E’ RATZINGER
GIUDA, SON BENEDETTO XVI
GIUDA, L’HO RESO UFFICIALE
GIUDA, GIUDA, CHIUDENDO BOCCHE

GIUDA, NEL NOME DI DIO
GIUDA, FINANZIEREMO IL SUO PERDONO
GIUDA, DANDO PRIORITA’
GIUDA, ALLA COPERTURA DEGLI SCANDALI

Membri della Curia, parroci della sofferenza
Crimini crudeli che tanto volan via col vento
Bavosi criminali, non avete sentimenti
I pianti dei bambini che il pontefice ha coperto

Preghiamo, miei bambini, di dietro e davanti
tutti nudi agli occhi del Signore
si occupano i miei fratelli, le bestie del Vaticano
di insabbiare questa merda, che non arrivi il cattivo odore

Il confessionario è la nostra camera di tortura….
Prete, violazione, umiliazioni ad un minore…

GIUDA!, IL MIO NOME E’ RATZINGER
GIUDA!, SON BENEDETTO XVI
GIUDA!, L’HO RESO UFFICIALE
GIUDA, GIUDA, CHIUDENDO BOCCHE

GIUDA, NEL NOME DI DIO
GIUDA, FINANZIEREMO IL SUO PERDONO
GIUDA, DANDOGLI PRIORITA’
GIUDA, A COPRIRE GLI SCANDALI

Membri della Curia, parroci della sofferenza…

1 e 2, è la tua religione!
3 e 4, la tua anima è già in salvo!
5 e 6, silenzio per ciò che vedete
7 e 8, Lacrime e piaceri!

CRIMEN SOLLICITATIONIS

1 e 2, che non ti veda Dio!
3 e 4, maledetti bastardi!
5 e 6, attenti a ciò che fate
7 e 8, lacrime e piaceri!
Basta coi tiranni, ODIO AL VATICANO!

Le vittime di preti pedofili accusano la Chiesa cattolica di fare poco o nulla per evitare nuovi abusi. Il 31 ottobre, manifestazione di protesta nella Capitale di Federico Tulli

 

«Quando è successo ero un chierichetto. E non è stato solo un abuso sessuale ma una violenza spirituale. Santità, c’è un cancro che cresce nella sua Chiesa, deve fare qualcosa». Bernie McDaid era tra le cinque vittime di preti pedofili che il 18 aprile 2008 fu accolto in udienza privata da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale negli Stati Uniti. Nei minuti concessi loro dall’entourage del Papa, che a sorpresa aveva cambiato all’ultimo momento il rigido cerimoniale, pronunciarono poche parole ciascuno. Ma quell’incontro ebbe un enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica Usa, rivitalizzando la fiducia verso la Chiesa cattolica americana che si trovava sull’orlo della bancarotta per via dei risarcimenti miliardari pagati alle vittime di oltre quattromila preti pedofili, dal 2002 in poi. Intervistato in esclusiva dalla Cnn, Olan Horne era arrivato dal papa insieme con McDaid, pieno di scetticismo: «Non gli bacerò l’anello», aveva detto Horne prima di entrare. Uscendo invece raccontò: «Come prima cosa si è scusato. è stato straordinario, ora ho di nuovo speranza». Infine aggiunse: «Dal papa abbiamo ricevuto una promessa sincera. Questo primo passo è un inizio. Capiva le cose di cui parlavamo». Anche McDaid era soddisfatto e fiducioso: «Il Pontefice ha recepito il nostro messaggio. Le sue scuse mi hanno commosso». In realtà quei pochi minuti a cospetto di Benedetto XVI non portarono a nulla, osserva oggi Bernie McDaid: dopo quelle promesse niente è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa. Nemmeno di fronte al fiume di nuovi casi identici a quelli statunitensi dei primi anni Duemila, che ha sommerso di recente Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Belgio e Italia. Anche in Europa, dalle autorità ecclesiastiche tante “belle” parole e pochi fatti. Ad esempio, a fronte della “tolleranza zero” nei confronti degli abusatori, annunciata dal papa sin dal viaggio americano, si è dovuta attendere la scorsa estate per veder modificare (lievemente) le norme del De delictis gravioribus, il documento che dal 2001 – rinnovando a sua volta il Crimen sollicitationis del 1962 – regola i processi canonici per pedofilia e le modalità di comportamento dei vescovi che vengono a conoscenza di un abuso commesso da chierici. Per questo motivo, e per ricordare a Benedetto XVI la promessa di cambiamento fatta due anni fa, domenica 31 ottobre Survivors voice, l’associazione delle vittime di pedofilia nel clero creata da Bernie McDaid e Gary Bergeron, organizza a Roma, a pochi passi dalla basilica di S. Pietro, una manifestazione di sostegno ai sopravvissuti. Alla giornata di protesta, che comincerà la mattina alla sede romana del partito dei Radicali italiani per concludersi nel pomeriggio a via della Conciliazione, partecipano diverse organizzazioni internazionali che si occupano dell’aiuto alle vittime di preti pedofili. È prevista anche la presenza dell’associazione “La colpa”, in rappresentanza degli studenti dell’Istituto cattolico per sordomuti “A. Provolo” di Verona, dove negli anni Cinquanta si sono verificati i casi di pedofilia venuti alla luce nel 2009. Proprio “La colpa”, lo scorso 25 settembre, ha inaugurato nel capoluogo scaligero la “stagione” italiana delle proteste contro le promesse mancate del Vaticano.

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«Violentati due volte»

A colloquio con Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli e legale di bambini abusati

Nel 2008, è stato il primo in Europa a portare in un tribunale “laico” l’istruzione Crimen sollicitationis, il documento approvato nel 1962 da Giovanni XXIII rimasto segreto per quasi 40 anni. Secondo Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli da sempre in prima linea per tutelare i diritti delle vittime di pedofili, questa “carta” per decenni ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Santoianni è anche il legale di diversi bambini abusati all’interno della cerchia familiare. È noto infatti che tra le mura domestiche si consumi gran parte degli abusi, come emerge anche dall’ultimo rapporto sul tema redatto la scorsa primavera da Telefono azzurro. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» ammonivano gli esperti dell’associazione. Lasciando intendere che troppo spesso i bambini vengono lasciati soli ad affrontare la devastazione subita.

Qual è il suo parere, avvocato?

Il dramma che nasce con la violenza sofferta è fatto di numerosi capitoli. Una prima grande difficoltà del bambino abusato consiste nel superare quella sorta di senso di colpa che scatta per dover rivelare di essere stato “toccato” dal papà o dal nonno, o più in generale da qualcuno di cui ci si è sempre fidato.

Diversi studi sostengono che viene denunciata una violenza ogni cento. Quello che arriva in tribunale non è che la punta di un iceberg?

Non c’è dubbio. L’idea di fare del male a una figura di riferimento, denunciandola, si somma alla profonda paura di non essere creduti e addirittura di essere accusati di mentire. Questo spiega perché sovente chi raccoglie per la prima volta il drammatico racconto della vittima, o chi percepisce i segnali di un abuso, si trova al di fuori dell’ambito familiare o parentale. Il più delle volte l’ambiente in cui la vittima si sente più al sicuro è la scuola.

Numerosi esperti, anche sulle pagine di left, hanno spiegato che il pedofilo pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca. è d’accordo?

In linea di massima sì. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenza ma è raramente esercitata con violenza. Inoltre avviene sempre in un contesto esclusivo. Cioè mai in presenza di terze persone, tranne che in pochi casi. E questo rende ancor più complicato arrivare a denunciare il proprio carnefice.    f.t.

left 42/2010