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Entra in vigore la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori. Aumenteranno i termini di prescrizione e migliorano i mezzi di prevenzione

La legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale entrerà in vigore domani, 23 ottobre. Siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano allora presieduto da Prodi, la Convenzione ha dovuto attendere cinque anni e sei passaggi parlamentari prima di essere tramutata in legge dello Stato il primo ottobre scorso. La norma, almeno sulla carta, intende fornire gli strumenti giuridici per potenziare la prevenzione senza rinunciare all’inasprimento delle pene come metodo di dissuasione. La novità principale della legge 172/12 riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione del reato, oggi fissata in dieci anni dal verificarsi dell’abuso. In base all’articolo 33 devono essere avviati «i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere affinche’ i termini di prescrizione … siano proporzionati alla gravità del reato in questione». Va poi sottolineata l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (articolo 414 bis del codice penale) e l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies del codice penale). Il primo prevede la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la corruzione di minori o la violenza sui bambini. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo definisce l’adescamento di minore come «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», prevedendo la reclusione da uno a tre anni. La ratifica della convenzione comporta anche l’inasprimento delle pene per molti altri reati legati ai fenomeni dell’abuso sessuale. In base alla legge di ratifica l’Italia designa come autorità nazionale responsabile al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali il ministero dell’Interno. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa ma fino a oggi solo in dieci hanno proceduto alla conversione in legge (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna).

Federico Tulli su Cronache Laiche

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Dopo cinque anni di rimpalli imbarazzanti, il Senato ratifica all’unanimità la Convenzione di Lanzarote. Introdotti due nuovi reati: l’adescamento e l’istigazione a pratiche di pedopornografia

Il Senato approva all’unanimità, con 262 sì, la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, siglata a Lanzarote nel 2007. Dopo la sesta lettura è finalmente legge. Entra nel nostro codice penale (art.414-bis) la parola pedofilia. Come ricorda corriere.it, la Convenzione di Lanzarote è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007. Ancora in corso invece il processo di ratifica. Si tratta di un documento con il quale i Paesi aderenti si impegnano a rafforzare la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, adottando criteri e misure comuni sia per la prevenzione del fenomeno, sia per il perseguimento dei colpevoli e la tutela delle vittime. Gli stati aderenti si sono impegnati ad armonizzare i propri ordinamenti giuridici, modificando, quando necessario, il diritto penale nazionale. L’obiettivo è contrastare quei reati che, come la pedopornografia, sempre più spesso vengono compiuti con l’ausilio delle moderne tecnologie e sono consumati al di fuori dai confini nazionali del Paese di origine del colpevole.

Tra le novità più importanti apportate della Convenzione di Lanzarote, ci sarà l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia e l’adescamento di minorenni. Previste pene più severe per tutta una serie di reati: dai delitti di maltrattamenti in famiglia a danno di minori ai reati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati a sfondo sessuale a danno di minori. È inoltre previsto un inasprimento delle pene anche per i reati di prostituzione minorile e di pornografia minorile. Infine, non si potrà più dichiarare di non essere a conoscenza della minore età della persona offesa nel caso di commissione di uno dei delitti contro i minori.

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Articoli sullo stesso argomento:

«La pedofilia è un fenomeno che la società italiana tende ad annullare» [link]

La Santa Sede pubblica gli atti di un convegno sugli abusi clericali, il Sant’Uffizio critica la Cei, la Camera approva la Convenzione di Lanzarote. Ecco perché non sono buone notizie

Federico Tulli [Cronache Laiche]

 

Come annunciato dalla sala stampa vaticana, sono arrivati in libreria gli atti de “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il simposio internazionale che si è svolto a febbraio scorso all’università Gregoriana di Roma. Pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, gli atti riportano gli interventi che hanno animato i cinque giorni di convegno sul tema degli abusi pedofili compiuti in tutto il mondo da chierici e le relative “coperture” garantite da gerarchie ecclesiastiche compiacenti. L’annuncio della pubblicazione è stato dato dall’Osservatore Romano. «Al simposio – scrivono nell’introduzione i curatori del volume: il promotore di Giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Charles Scicluna e i gesuiti David Ayotte e Hans Zollner – hanno partecipato 110 rappresentanti di conferenze episcopali e 35 superiori generali e, inoltre, rappresentanti delle Chiese orientali in comunione con Roma, rettori di collegi e università, cattolici romani, canonisti, psicoterapeuti ed educatori; in totale, 220 persone provenienti dai cinque continenti». I relatori provenivano in particolare da Filippine, Messico, Brasile, Stati Uniti, Malta, Sud Africa, Argentina, Belgio, Germania e Irlanda. Ciascuno di questi Paesi ha conosciuto sia in tempi remoti che recenti la piaga della pedofilia clericale. «Una tale partecipazione mondiale – osservano i curatori degli atti – mostra chiaramente che il problema delle violenze non riguarda solo Stati occidentali, ma il mondo intero, sfidando quindi i cristiani e la società in genere in tutto il mondo». Come dargli torto?

Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori c’era la necessità di «dare voce alle vittime delle violenze e indicare onestamente mancanze, peccati e crimini commessi nella Chiesa; favorire una cultura dell’ascolto e dell’apprendimento, per lavorare insieme in futuro alla ricerca di soluzioni al problema delle violenze; collaborare con i media e far conoscere ciò che si può fare per proteggere le persone più deboli dalle violenze». È ancora presto per fare un bilancio globale che certifichi se le indicazioni che sono uscite dal lungo e articolato incontro – al quale Cronache Laiche era presente – abbiano lasciato segni tangibili. Potremo limitarci a dare uno sguardo all’Italia e osservare schematicamente che la Conferenza episcopale italiana era rappresentata in pratica dal solo vescovo di Reggio Emilia. Questo, sebbene il simposio fosse ospitato a Roma e nonostante fossero in dirittura di arrivo le attesissime Linee guida Cei anti-pedofilia. Nel corso del simposio Cronache Laiche provò a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, un commento su questo particolare atteggiamento della Cei senza ottenere alcuna risposta. «No comment» anche alla domanda se non ritenesse utile da parte dei vescovi italiani istituire una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stanno cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti (Roma), don Seppia (Genova) e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, di cui questa testata si è occupata con assiduità.

Curiosamente, oggi la posizione della Santa Sede appare completamente diversa, se non altro meno indifferente. A “soli” due mesi dalla pubblicazione delle linee guida Cei (avvenuta il 21 maggio scorso) la Congregazione per la dottrina della fede, per bocca di Charles Scicluna, ha clamorosamente bocciato il documento di cui il segretario della Conferenza, mons. Mariano Crociata andava tanto fiero. Senza tanti giri di parole, il promotore di giustizia ha definito le nuove norme «poco incisive». La “colpa” della Cei va ricercata dove tutti (tranne l’Avvenire) sin da subito hanno puntato il dito. Vale a dire sulla decisione di ribadire l’assenza di obbligo di denuncia dei presunti crimini pedofili alle autorità civili, da parte dei vescovi. All’epoca, Crociata si difese citando il testo emanato di fresco: «Non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito a fatti illeciti». In mezzo a questo gioco delle parti, con la Santa Sede che prima fa le orecchie da mercante e poi accusa, e con la Cei che ritiene di aver disbrigato la pratica “pedofilia nel clero italiano” con un paio di regolette e nulla più, occorre notare un paio di fatti nuovi. Alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio per intenderci) non c’è più mons. Levada. Il successore di Ratzinger alla Congregazione è stato rimosso pochi giorni prima della dichiarazione di Scicluna per far posto a mons. Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002, amico storico dell’attuale papa. Per capire quale sia il reale nesso tra questa nomina e il nuovo atteggiamento della Congregazione (cioè della Santa Sede) nei confronti della Cei, ci vorrebbe un giornalista vaticanista che non faccia da portavoce degli interessi dell’una o l’altra corrente “cardinalizia”. Ma forse, come diceva quello, è più facile che un cammello passi attraverso….

L’altro fatto degno di attenzione e solo a prima vista scollegato da questo contesto è avvenuto il 5 luglio scorso alla Camera, dove – nel silenzio più totale dei media – per la terza volta dal 2007 è passata la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote. Per la terza volta dal 2007 questa norma ora deve ritornare al Senato per l’approvazione definitiva. In essa sono contenute importanti modifiche alla legislazione che regola la lotta alla pedofilia tra cui l’inasprinento delle pene, migliori e più efficaci strumenti di prevenzione e l’ampliamento dei termini di prescrizione entro cui denunciare un abuso. Dato che alla Camera nessuno ci ha pensato, l’ennesimo rimbalzo del testo di legge in Senato potrebbe essere l’occasione per introdurre l’obbligo di denuncia dei presunti pedofili per tutti i cittadini italiani, anche quelli con doppio passaporto. Ma anche in questo caso, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago….

 

Il Senato approva quasi all’unanimità, con un solo voto contrario, la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il provvedimento, in quarta lettura è stato ancora modificato e torna di nuovo alla Camera. Si tratta di un iter lungo, cominciato alla fine del 2009, di un ddl che introduce, nel nostro codice penale (con l’articolo 414-bis) la parola pedofilia. (SES)

«La ratifica della Convenzione di Lanzarote è stata finalmente calendarizzata dal Senato. Auspichiamo che ci sia una rapida ratifica». Lo ha annunciato il ministro del Lavoro e delegato alle Pari opportunità, Elsa Fornero, nel corso di un convegno in occasione delle celebrazioni della IV Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Il ddl di ratifica della Convenzione – che prevede l’inasprimento delle pene per i reati di pedofilia e pedopornografia, il trattamento psico-terapeutico per i pedofili, l’ampliamento dei reati sessuali e anche i nuovi reati di pedofilia e pedopornografia culturale e di grooming, cioè di adescamento via Internet – che giaceva da mesi in Senato, arriverà in Aula dal 15 maggio. «Il contrasto alla pedofilia – spiega Fornero – deve cominciare con l’educazione al rispetto degli altri, che va recuperata nelle scuola, in famiglia e in tutti gli ambiti. Occorre tenere gli occhi ben aperti – conclude il ministro – perché queste cose sono diffuse, magari anche tra persone che conosciamo». (ceg/sam/alf Asca)

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E’ la terza volta che la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote rientra in Senato dal 2008. Sarà la volta buona? (FT)

Per approfondire, leggi l’articolo del 4 maggio 2012:

«La pedofilia è un fenomeno che la società italiana tende ad annullare»

La Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano, allora guidato da Prodi, è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Poche settimane più tardi, per dar forza a quella importante decisione, i ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais) hanno siglato i protocolli d’intesa per la creazione dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile dotandolo di Ciclope, una banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Uno strumento necessario alle forze dell’ordine nel loro lavoro di prevenzione e monitoraggio e contrasto della pedofilia e pedopornografia. Nei piani dei tre dicasteri c’era infatti l’obiettivo di non disperdere il patrimonio informativo e informatizzato già presente nell’ambito delle diverse amministrazioni, avvalendosi della collaborazione scientifica del centro nazionale di Documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, e tramite il «coinvolgimento di esperti del Sistema informativo interforze del Ministero dell’Interno e del Sistema informativo di gestione dei Registri penali del Ministero della Giustizia». Ebbene, a oggi, nemmeno lo stanziamento di almeno otto milioni di euro a favore Osservatorio, nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro), è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi.

Ciclope, insomma, non funziona. C’è ma non si vede, e soprattutto, non ci vede. Lo ha confermato don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter e membro del comitato scientifico di Ciclope, interpellato da Cronache Laiche nell’ambito del simposio internazionale “Verso la guarigione e il rinnovamento” organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma nel febbraio scorso. Il disinteresse delle istituzioni, o peggio, il finto interesse nei confronti dei crimini pedofili, purtroppo non si ferma qui. Affinché le indicazioni contenute nella Convenzione di Lanzarote diventino operative non basta la firma del governo. Occorre che il parlamento voti la legge di ratifica. Ebbene, questa norma viene rimpallata da quattro anni tra Camera e Senato (dove attualmente si trova) senza essere mai approvata. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet.

In questi giorni di due anni fa si celebrava in Italia la II Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Tra le tante iniziative messe in campo, quella senza dubbio più incisiva portava la firma del Telefono Azzurro onlus. L’incipit dello sconvolgente Dossier pedofilia reso pubblico per l’occasione citava così: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere». L’associazione guidata da Ernesto Caffo apriva così uno squarcio sprofondo sulla realtà di un fenomeno che nel nostro Paese appare ancora troppo poco indagato. Le parole che introducono il documento pesano ancora oggi come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini».

Oggi alla Camera, in occasione della IV Giornata contro la pedofilia e la pedopornografia, si svolge una conferenza alla quale parteciperanno tra gli altri il ministro di Grazia e Giustizia, Paola Severino, il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, il capo del dipartimento Pari Opportunità, Patrizia De Rose, il direttore della Polizia postale, Antonio Apruzzese, il Garante per l’Infanzia, Vincenzo Spadafora, e il preside dell’Istituto di Psicologia della Ponificia Università Gregoriana, padre Hans Zollner, coordinatore del simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Non esiste occasione migliore per riportare alla luce la questione della mancata ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote. Non più tardi di due settimane fa, Spadafora, nel presentare proprio alla Camera la prima relazione annuale sui diritti (violati) dell’infanzia, dopo aver sciorinato dati agghiaccianti per un Paese civile, aveva ammonito senza mezzi termini: «È urgente ratificare la Convenzione». Chissà se anche oggi il suo appello – che, ci aspettiamo, rinnoverà – è destinato a cadere sciaguratamente nel vuoto. Staremo a vedere.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Don Lelio Cantini, ex parroco della Regina Pacis di Firenze

Ha violentato numerose bambine per 20 anni, a Firenze. Denunciato dalle vittime è stato riconosciuto, da chi l’ha indagato, responsabile dei crimini sulla base di prove e testimonianze inoppugnabili. Ma non ha mai messo un piede in tribunale italiano. E mai lo farà, mercoledì scorso è morto. Come è stato possibile? Perché in Italia la brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) consente a un pedofilo di passare agilmente tra le maglie della giustizia e farla franca.

Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, e deceduto a 89 anni nella più assoluta indifferenza dei media nazionali, è emblematico per comprendere quanto siano inadeguati i termini di prescrizione stabiliti dall’ordinamento italiano per questo genere di reato. Dato lo scalpore che suscitò la vicenda quando venne alla luce a metà del decennio scorso, sarebbe stata l’occasione giusta per riaccendere i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia e avviare un dibattito pubblico. E invece il silenzio dell’informazione non fa che rafforzare la genetica (e sospetta) inerzia di Governo e Parlamento di fronte a queste vicende. Accusato per abusi avvenuti tra il 1973 e il 1993, Cantini fu denunciato nel 2004 da alcune vittime che per prime avevano avuto il coraggio di rivolgersi alla magistratura. Erano quindi passati undici anni dalle ultime presunte violenze e questo l’ha messo al riparo da una condanna penale. L’archiviazione per prescrizione dei reati è scattata a maggio 2011 e il decreto gli è stato notificato nel convento dei frati francescani di Fiesole. Qui l’ex parroco della Regina Pacis si era ritirato nel 2008 dopo essere stato ridotto allo stato laicale perché riconosciuto responsabile di «abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori» da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Colpevole per il Vaticano, prescritto per lo Stato italiano.

Per inciso, la sentenza della Cdf non ha impedito alla Curia toscana di rendersi protagonista di una surreale polemica con la procura di Firenze. Polemica che vale la pena riassumere brevemente anche per ricordare l’idea che si erano fatti i magistrati su questa vicenda. Nel decreto di archiviazione il pm Canessa faceva riferimento a comportamenti omissivi da parte delle autorità religiose e a una «lunga inerzia» che aveva consentito a don Cantini di proseguire nella sua condotta. La stoccata parte dal periodico delle diocesi locali Toscana Oggi che definisce il decreto una condanna «impropria», pronunciata «senza processo». Secca la replica della procura di Firenze che sottolinea come nella richiesta di archiviazione fosse contenuto «l’elenco dei singoli elementi di prova acquisiti nel corso delle indagini in merito alla sussistenza dei fatti addebitati all’indagato ed alle condotte di terze persone unitamente ai motivi per cui non è stato possibile esercitare l’azione penale, o per estinzione del reato per prescrizione (fatti addebitati al Cantini), o per mancanza di querela (fatti relativi alle asserite minacce ricevute da alcune parti offese ed agli abusi sessuali patiti da persona compiutamente identificata)». Molto probabilmente, dunque, colpevole anche per lo Stato italiano. Ma prescritto.

Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ospitò la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna nel rispondere a chi scrive assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Sono passati 15 mesi. Il testo di legge – che contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia e l’inasprimento delle pene – giace esangue alla Camera senza che nessuno sappia dire quando e se riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un abuso, da anni è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta norma ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) è stata addirittura ridotta da 15 a 10 anni.

Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, il 23 marzo 2011 la pressione dell’opinione pubblica indignata per gli scandali emersi in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti, portò all’approvazione di una legge che prevede un allungamento da tre a 30 anni per i tempi di prescrizione delle responsabilità civili. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a casi di pedofilia. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 da Benedetto XVI, che in Vaticano fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto di violenza. Come pure segna una svolta il Protocollo emanato ad aprile 2011 dalla Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Fernando Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), tristemente simile a quello di don Cantini, che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Misura che denota estrema civiltà e lancia un segnale forte anche contro chi si ostina a proteggere migliaia di scheletri in altrettanti armadi, ma che ancora oggi non ha “imitatori” in nessun altro Paese al mondo. Italia compresa.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Dopo un «pacato invito alla riflessione» che il ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma ha rivolto in Aula ai senatori di maggioranza e opposizione, il Senato ha deciso, all’unanimità, di rinviare in commissione la ratifica della Convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale. «Quando si affronta una materia così delicata e su cui centrodestra e centrosinistra riconoscono la necessita di procedere in tempi unanimi a una promulgazione della legge – osserva il Guardasigilli – non c’è la necessità di correre, c’è la possibilità di una riflessione nella sede dovuta per approvare un testo che sia il più possibile condiviso». Parole fatte proprie dalla relatrice Laura Allegrini (Pdl) che ha chiesto il rinvio in commissione del testo. Secondo il guardasigilli c’è un problema di competenze da risolvere perché «la maggioranza sostiene che i reati sui minori dovrebbero esser di competenza delle Procure circondariali mentre l’opposizione preferisce mantenere i reati di sfruttamento sessuale dei minori alle Procure distrettuali ordinarie». (SES)

Tommaso Dellera* (ADISTA – Segni Nuovi n.45)

La Colpa è il primo gruppo italiano di vittime della pedofilia clericale. Nato nel 2010, il 25 settembre di quell’anno ha tenuto il suo primo incontro nazionale, a Verona, con gli ex alunni dell’Istituto per sordomuti Provolo, mentre il 31 ottobre ha partecipato all’incontro mondiale delle vittime della pedofilia clericale, indetto dall’organizzazione statunitense Survivors Voice a Roma, con una manifestazione finale di fronte al Vaticano.

Gli obiettivi del gruppo La Colpa sono anzitutto l’attenzione alle vittime della pedofilia clericale: creare un luogo e uno spazio in cui possano ritrovarsi, riconoscersi, condividere le proprie esperienze, ricevere solidarietà e sostegno, superare la paura, la vergogna e il senso di colpa che l’abuso porta con sé. Parte essenziale di questo programma è la diffusione d’informazioni sull’assistenza legale e psicologica con la creazione di una rete nazionale di professionisti presenti in ogni città, nella convinzione che il percorso di trasformazione da vittima a sopravvissuto e a essere vivente è possibile solo attraverso un serio lavoro psicologico sotto la guida di personale specializzato. Conseguenza di quanto sopra è la denuncia alle competenti autorità dei pedofili all’interno della chiesa cattolica, con la loro segnalazione alle forze dell’ordine nei modi più opportuni.

In secondo luogo, il gruppo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della pedofilia clericale attraverso incontri pubblici e tramite i contatti con i media per far comprendere che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno sistematico che si verifica grazie alle coperture e all’atteggiamento omertoso da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ai privilegi di cui esse godono nel nostro paese oltre e contro lo stesso messaggio evangelico di verità e di giustizia. La pedofilia, clericale e non, inoltre, è un problema sociale, perché provoca danni permanenti che richiedono cure specializzate e coinvolge un numero sempre alto di persone, non solo il singolo individuo, in quanto causa seri problemi nelle relazioni interpersonali, sociali e familiari, arrivando a interessare ogni contesto. Il pedofilo è dunque un criminale affetto da un disturbo di personalità che compie reati gravissimi che si ripercuotono sulla società intera. E’ fondamentale comprendere che la condotta pedofila è recidiva e non può essere curata con le preghiere e presunti metodi spirituali, ma con l’isolamento del criminale in carcere (in strutture adatte a recepire questi individui) e un’adeguata e permanente terapia psichiatrica (che fornisca un potenziale percorso di recupero, i cui risultati devono comunque essere costantemente verificati e monitorati da specialisti). In ogni caso, il pedofilo deve sempre e per sempre essere allontanato da contesti in cui sono presenti minori (oratori, parrocchie, istituzioni religiose, scuole, campeggi ecc.). E’ essenziale capire che la violenza che sorge da questa strutturale incapacità di avere rapporti alla pari con persone adulte costituisce un vero e proprio abuso di potere e, di conseguenza, si nutre, si sviluppa e si diffonde più facilmente in contesti fortemente gerarchizzati e strutturati nei quali il potere si esercita senza controlli, da parte di una casta e in nome di un’autorità che si definisce di attribuzione divina, cioè, per sua stessa natura libera e spesso al di sopra, o al di fuori, delle autorità civili: caratteristiche, queste, che definiscono alcuni aspetti strutturali della chiesa cattolica (non ovviamente tutti i fedeli e i sacerdoti).

La Colpa, infine, si propone di agire come un gruppo di pressione presso le istituzioni e le forze politiche italiane per ottenere una nuova legge che elimini la prescrizione, meccanismo che troppo spesso consente ai pedofili di rimanere impuniti, continuare a compiere abusi e a fare vittime indisturbati. La rimozione conseguente al trauma dell’abuso subito da un minore impedisce di riconoscere e tanto meno di denunciare la violenza e spesso ci vogliono venti, venticinque, trenta e anche quarant’anni prima che la mente e il corpo siano in grado di far emergere ciò che è accaduto; altro tempo, poi, è necessario per accettare e curare questo trauma, grazie al ricorso alla terapia specialistica che consenta di intraprendere un percorso di recupero e, appunto, di cura. Di fronte a tutto questo, le leggi in vigore, che prevedono la prescrizione del reato dopo soli 10 anni, risultano del tutto inadeguate (lo saranno anche quando si verificherà la ratifica della Convenzione di Lanzarote che prevede il raddoppio dei termini di prescrizione, anche se la situazione sarà certamente migliore). Una situazione solo sulla carta più favorevole alle vittime è quella disposta dall’attuale papa con l’approvazione, nel maggio 2010, delle nuove norme che portano la prescrizione a venti anni dal compimento della maggiore età del minore. Solo sulla carta, perché, come si è appreso negli ultimi giorni, per l’Italia, come per altri paesi, non è imposto al clero l’obbligo di denuncia dei pedofili all’interno della chiesa.

L’altra finalità immediata che il gruppo di pressione si propone è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla pedofilia clericale in Italia, con la partecipazione di rappresentanti delle vittime degli abusi e rappresentanti della chiesa; l’importante è che i criteri siano chiari, certi, pubblici e i risultati divulgati nel rispetto delle leggi democratiche. Finora la chiesa cattolica italiana si è sempre rifiutata di istituire anche solo una commissione interna con questo scopo, e tale non è la commissione – del resto, del tutto segreta – di cui ha dato notizia Bagnasco nella sua prolusione, in qualità di presidente, alla 63° Assemblea Generale della Cei.

Esistono delle caratteristiche peculiari della pedofilia clericale, senza con ciò voler creare un’inutile gerarchia tra reati. La sua specificità è data dalla dimensione sacrale – il ruolo del sacerdote che sfrutta il sentimento religioso, la sua autorità e la sua paternità fittizia per abusare di un minore -, dalla dimensione spirituale -i danni alle vittime implicano un diverso senso di colpa e di vergogna, una perdita di fiducia e la sensazione di tradimento, una confusione di carattere morale che coinvolgono appunto la sfera spirituale -, dalla dimensione sociale -lo status del sacerdote, del religioso e della religiosa, che godono di privilegi e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società, proprio in funzione di quella natura sacra che caratterizza la loro figura -, dalla dimensione istituzionale -la vittima ha a che fare non solo con il suo carnefice, ma con un’istituzione, di cui il pedofilo fa parte, che agisce anche a livello politico, oltre che sociale e religioso, con suoi propri organi di propaganda e informazione e che mette in piedi una rete di complicità. Istituzione che contiene al proprio interno una serie di elementi che favoriscono il fenomeno degli abusi e che attirano, proprio per la scarsità dei controlli e la risibilità delle pene, personalità abusanti. Tra questi elementi, l’imposizione obbligatoria del celibato, che è una con-causa della pedofilia clericale, perché contribuisce a formare una personalità immatura; a maggior ragione se il celibato è imposto come stile di vita a giovani adolescenti, come accade nei seminari minori e in molte istituzioni cattoliche. Basti pensare, poi, a quante occasioni ha un sacerdote di rimanere da solo con dei minori senza alcun controllo esterno. Sono queste le ragioni per le quali Salvatore Domolo, nel corso del primo incontro di Verona, ha proposto di considerare la pedofilia clericale come un crimine contro l’umanità (per la sua vastità numerica, geografica e per la rete di copertura istituzionale che la caratterizza); e per le stesse ragioni, Survivors Voice ha lanciato una petizione all’Onu per chiedere di rubricare la pedofilia sistemica sotto il titolo di crimine contro l’umanità.

*ricercatore universitario di Filosofia politica

Presentato ieri da Telefono Azzurro il Dossier Pedofilia 2011. Ancora troppo poche le denunce di un crimine «che è ancora sommerso». La denuncia del presidente Caffo, che striglia governo e parlamento

Federico Tulli

Istituito nel 2007, si insedierà oggi in occasione della terza “Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia”, presso il ministero per le Pari opportunità, l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile. Una task force di esperti creata con lo scopo di monitorare la diffusione di questo crimine e di prevenirlo, favorendo lo scambio di informazioni tra le diverse istituzioni coinvolte nella battaglia contro gli “orchi”. Alla cerimonia, che costituisce anche un’occasione per riflettere sulle azioni, i provvedimenti e le iniziative da realizzare nella lotta alla pedofilia, interverranno tra gli altri, il prefetto Antonio Abruzzese, direttore della Polizia postale e delle Comunicazioni, il tenente colonnello dei Carabinieri, Giorgio Stefano Manzi ed Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro Onlus.

Proprio Telefono Azzurro ha presentato ieri il Dossier Pedofilia 2011 e il quadro che emerge è piuttosto desolante. Nonostante il clamore suscitato dalle vicende che hanno coinvolto le Curie di mezza Europa e, in Italia, sacerdoti e diocesi influenti (come don Cantini a Firenze e don Ruggero Conti a Roma), esattamente come citava l’incipit del Rapporto 2010, la pedofilia nel nostro Paese risulta ancora «un fenomeno sommerso». Poche sono le denunce e troppi ancora i casi che rimangono avvolti nel silenzio.

Vediamo nel dettaglio alcuni dati. Nel 2009 sono stati segnalati dalle forze di polizia all’autorità Giudiziaria solo 492 atti “sessuali” «con minori». Negli anni 2008-2010 sono state comunicate a Telefono Azzurro 570 situazioni di abuso, ovvero in media 191 casi all’anno. Nello stesso periodo di riferimento, il servizio di Telefono Azzurro per consentire a chi naviga in internet di segnalare contenuti inadeguati o potenzialmente pericolosi per bambini e adolescenti, ha accolto 5.768 segnalazioni: il 26 per cento si riferiva a materiale pedopornografico. In base al Dossier Pedofilia, il 68,4 per cento delle vittime sono bambine e adolescenti, mentre e il 55,8 ha un’età inferiore agli 11 anni. Nel 90 per cento dei casi la vittima è italiana; gli stranieri sono originari prevalentemente dei Paesi dell’Est europeo. I responsabili degli abusi sono in gran parte conosciuti dalle loro vittime. Nel 65,5 per cento dei casi appartengono infatti al nucleo familiare (padri, madri, nonni, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti). Poi ci sono gli amici di famiglia (11 per cento circa), gli insegnanti (9,1) e i vicini di casa (4,8). Solo il 9,6 per cento delle denunce riguarda soggetti estranei, mentre una su cento circa riguarda figure religiose.

A favorire il sommerso, spiegano gli esperti, è soprattutto il fatto che molti casi di abuso avvengono in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, possono cercare di insabbiare o rimuovere episodi di questo tipo. In generale, sussiste un’errata percezione del fenomeno della pedofilia, che porta a considerare i pedofili come figure estranee, non integrate: come orchi, appunto. La realtà è invece ben diversa. Il pedofilo non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”. È invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare lucidamente tutte quelle situazioni che favoriscono il contatto con i bambini. Si tratta spesso di persone che i bambini conoscono bene, nelle quali ripongono fiducia, abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di fragilità emotiva. Sono queste le “prede” più ricercate. Internet e le nuove tecnologie, inoltre, forniscono ulteriori strumenti che facilitano il contatto con bambini e adolescenti fino a culminare nei casi di adescamento on line, il cosiddetto ‘grooming’. Tutto questo, insieme alla scarsa volontà di conoscere cosa comporti un abuso di inaudita violenza come questo, «contribuisce a rendere la pedofilia un fenomeno pervasivo e multiforme che la società tende a rimuovere», osserva Caffo. «La scarsità delle denunce in Italia rispetto ad altri paesi – aggiunge – è il risultato dell’assenza di adeguati interventi di informazione e sensibilizzazione che il governo e tutte le istituzioni non possono più rimandare». Il riferimento nemmeno tanto velato, del presidente di Telefono Azzurro, è all’impasse che grava sulla ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote. Una legge che giace alla Camera da mesi in attesa di voto, ma che darebbe nuova linfa alle strategie di prevenzione e contrasto grazie al raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, all’introduzione del reato di apologia della pedofilia e all’inasprimento delle pene. «Non vi sono contesti o realtà che possono dichiararsi immuni» conclude Caffo. «Così come non si può pensare di contrastare la pedofilia operando su un unico fronte: è invece necessaria un’azione congiunta a tutti i livelli e con il coinvolgimento di tutti gli attori sociali, nessuno escluso. Governo, parlamento e istituzioni per primi».

Terra, il primo quotidiano ecologista