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popebenedictxvi_be_1401955cDare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

«Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

irish_abuse_apology_640Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

La Santa Sede pubblica gli atti di un convegno sugli abusi clericali, il Sant’Uffizio critica la Cei, la Camera approva la Convenzione di Lanzarote. Ecco perché non sono buone notizie

Federico Tulli [Cronache Laiche]

 

Come annunciato dalla sala stampa vaticana, sono arrivati in libreria gli atti de “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il simposio internazionale che si è svolto a febbraio scorso all’università Gregoriana di Roma. Pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, gli atti riportano gli interventi che hanno animato i cinque giorni di convegno sul tema degli abusi pedofili compiuti in tutto il mondo da chierici e le relative “coperture” garantite da gerarchie ecclesiastiche compiacenti. L’annuncio della pubblicazione è stato dato dall’Osservatore Romano. «Al simposio – scrivono nell’introduzione i curatori del volume: il promotore di Giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Charles Scicluna e i gesuiti David Ayotte e Hans Zollner – hanno partecipato 110 rappresentanti di conferenze episcopali e 35 superiori generali e, inoltre, rappresentanti delle Chiese orientali in comunione con Roma, rettori di collegi e università, cattolici romani, canonisti, psicoterapeuti ed educatori; in totale, 220 persone provenienti dai cinque continenti». I relatori provenivano in particolare da Filippine, Messico, Brasile, Stati Uniti, Malta, Sud Africa, Argentina, Belgio, Germania e Irlanda. Ciascuno di questi Paesi ha conosciuto sia in tempi remoti che recenti la piaga della pedofilia clericale. «Una tale partecipazione mondiale – osservano i curatori degli atti – mostra chiaramente che il problema delle violenze non riguarda solo Stati occidentali, ma il mondo intero, sfidando quindi i cristiani e la società in genere in tutto il mondo». Come dargli torto?

Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori c’era la necessità di «dare voce alle vittime delle violenze e indicare onestamente mancanze, peccati e crimini commessi nella Chiesa; favorire una cultura dell’ascolto e dell’apprendimento, per lavorare insieme in futuro alla ricerca di soluzioni al problema delle violenze; collaborare con i media e far conoscere ciò che si può fare per proteggere le persone più deboli dalle violenze». È ancora presto per fare un bilancio globale che certifichi se le indicazioni che sono uscite dal lungo e articolato incontro – al quale Cronache Laiche era presente – abbiano lasciato segni tangibili. Potremo limitarci a dare uno sguardo all’Italia e osservare schematicamente che la Conferenza episcopale italiana era rappresentata in pratica dal solo vescovo di Reggio Emilia. Questo, sebbene il simposio fosse ospitato a Roma e nonostante fossero in dirittura di arrivo le attesissime Linee guida Cei anti-pedofilia. Nel corso del simposio Cronache Laiche provò a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, un commento su questo particolare atteggiamento della Cei senza ottenere alcuna risposta. «No comment» anche alla domanda se non ritenesse utile da parte dei vescovi italiani istituire una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stanno cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti (Roma), don Seppia (Genova) e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, di cui questa testata si è occupata con assiduità.

Curiosamente, oggi la posizione della Santa Sede appare completamente diversa, se non altro meno indifferente. A “soli” due mesi dalla pubblicazione delle linee guida Cei (avvenuta il 21 maggio scorso) la Congregazione per la dottrina della fede, per bocca di Charles Scicluna, ha clamorosamente bocciato il documento di cui il segretario della Conferenza, mons. Mariano Crociata andava tanto fiero. Senza tanti giri di parole, il promotore di giustizia ha definito le nuove norme «poco incisive». La “colpa” della Cei va ricercata dove tutti (tranne l’Avvenire) sin da subito hanno puntato il dito. Vale a dire sulla decisione di ribadire l’assenza di obbligo di denuncia dei presunti crimini pedofili alle autorità civili, da parte dei vescovi. All’epoca, Crociata si difese citando il testo emanato di fresco: «Non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito a fatti illeciti». In mezzo a questo gioco delle parti, con la Santa Sede che prima fa le orecchie da mercante e poi accusa, e con la Cei che ritiene di aver disbrigato la pratica “pedofilia nel clero italiano” con un paio di regolette e nulla più, occorre notare un paio di fatti nuovi. Alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio per intenderci) non c’è più mons. Levada. Il successore di Ratzinger alla Congregazione è stato rimosso pochi giorni prima della dichiarazione di Scicluna per far posto a mons. Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002, amico storico dell’attuale papa. Per capire quale sia il reale nesso tra questa nomina e il nuovo atteggiamento della Congregazione (cioè della Santa Sede) nei confronti della Cei, ci vorrebbe un giornalista vaticanista che non faccia da portavoce degli interessi dell’una o l’altra corrente “cardinalizia”. Ma forse, come diceva quello, è più facile che un cammello passi attraverso….

L’altro fatto degno di attenzione e solo a prima vista scollegato da questo contesto è avvenuto il 5 luglio scorso alla Camera, dove – nel silenzio più totale dei media – per la terza volta dal 2007 è passata la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote. Per la terza volta dal 2007 questa norma ora deve ritornare al Senato per l’approvazione definitiva. In essa sono contenute importanti modifiche alla legislazione che regola la lotta alla pedofilia tra cui l’inasprinento delle pene, migliori e più efficaci strumenti di prevenzione e l’ampliamento dei termini di prescrizione entro cui denunciare un abuso. Dato che alla Camera nessuno ci ha pensato, l’ennesimo rimbalzo del testo di legge in Senato potrebbe essere l’occasione per introdurre l’obbligo di denuncia dei presunti pedofili per tutti i cittadini italiani, anche quelli con doppio passaporto. Ma anche in questo caso, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago….

 

Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

ImmagineLa Visita Apostolica della Chiesa irlandese ordinata da papa Benedetto XVI in seguito all’esplosione dello scandalo pedofilia ”ha permesso ai visitatori di vedere con i loro occhi quanto le mancanze del passato abbiano dato luogo a una comprensione e reazione insufficiente al terribile fenomeno dell’abuso dei minori, non ultimo da parte di vari vescovi e superiori di ordini religiosi”. E’ quanto si legge nella sintesi dei risultati della Visita, pubblicati oggi dalla Sala Stampa vaticana.

”Con un grande senso di dolore e vergogna – sottolinea il rapporto -, bisogna ammettere che all’interno della comunità cristiana giovani innocenti sono stati abusati da preti e religiosi alla cui cura erano stati affidati, mentre coloro che dovevano vigilare spesso non lo hanno fatto adeguatamente”. Tuttavia, prosegue il rapporto, ”i visitatori hanno potuto verificare che, dall’inizio degli anni ’90, sono stati fatti passi verso una maggiore consapevolezza della serieta’ del problema degli abusi, sia nella Chiesa che nella società, e di quanto sia necessario trovare misure adeguate per contrastarlo”. Nella sintesi del rapporto, che contiene osservazioni della Santa Sede e di tutti i dicasteri vaticani interessati dalla visita, si rinnova ”il senso di sgomento espresso da Papa Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda” e ”la vicinanza che egli ha più volte manifestato alle persone vittime di tali atti peccaminosi e criminali compiuti da sacerdoti o religiosi”. Nel testo si sottolinea come questa visita apostolica abbia avuto ”un carattere pastorale”, permettendo da un lato di ”attestare la gravita’ delle mancanze che hanno dato luogo nel passato ad una non sufficiente comprensione e reazione, anche da parte dei vescovi e superiori religiosi, al terribile fenomeno dell’abuso sui minori”.

Il testo di sintesi presentato oggi precisa che le ”Linee guida” enunciate nel documento ”Safeguarding Children” del 2008 prevedano alcuni aspetti di basilare importanza per continuare a monitorare e prevenire misfatti in questo ambito: anzitutto si parla di ”un capillare coinvolgimento dei fedeli e delle strutture ecclesiastiche nel lavoro di prevenzione e formazione”; si ribadisce la disponibilità piena ad ”una stretta collaborazione con le autorità civili nella tempestiva segnalazione delle accuse”; si riafferma ”il costante rimando alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per ciò che è di sua competenza”. Il testo sottolinea, inoltre, che ”tali norme si sono rivelate uno strumento efficace per gestire le denunce di abuso e per accrescere la sensibilità dell’intera comunità cristiana in materia di tutela dei minori”.

Oltre a come affrontare l’assistenza nei confronti delle vittime degli abusi, il documento si occupa anche degli autori degli abusi (preti e religiosi) e di coloro che tra i religiosi sono stati accusati ingiustamente. Si ricorda cosi’ che vescovi e superiori religiosi, in collaborazione con il ”National Board for Safeguarding Children”, ”dovranno sviluppare una normativa per trattare i casi di sacerdoti o religiosi verso cui siano state avanzate accuse, ma nei confronti dei quali il Pubblico ministero abbia deciso di non procedere”. Allo stesso modo, prosegue il testo di sintesi, ”si dovranno stabilire norme per facilitare il ritorno nel ministero di sacerdoti falsamente accusati e per offrire l’adeguata attenzione pastorale ai sacerdoti o religiosi che siano stati ritenuti colpevoli di abusi su minori”.

Quanto alla formazione nei seminari e negli istituti religiosi, il documento vaticano afferma che e’ necessario assicurare che ”la formazione offerta sia radicata in un’autentica identità presbiterale, offrendo una più sistematica preparazione alla vita imperniata sul celibato sacerdotale, sapendo mantenere un adeguato equilibrio tra le dimensioni umana, spirituale ed ecclesiastica”.

Sempre in tema di formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, il testo evidenzia l’importanza di ”introdurre più rigorosi criteri di ammissione” e di ”mostrare un maggiore impegno per la formazione intellettuale dei seminaristi”. Si afferma inoltre che ”i religiosi in Irlanda si uniranno ai vescovi nella comune riflessione” su questi temi della formazione per una adeguata identità presbiterale e religiosa, oltre che per offrire assistenza alle stesse vittime degli abusi.

Nonostante la gravità dei fatti verificatisi, i visitatori vaticani sottolineano ”la permanente vitalità della fede del popolo irlandese”, notano ”la dedicazione con cui molti vescovi, sacerdoti e religiosi vivono la propria vocazione”, riscontrano ”la vicinanza umana e spirituale che molti di loro hanno avvertito da parte dei fedeli in un tempo di crisi” e riconoscono ”la profonda fede di molti uomini e donne e un vasto coinvolgimento di sacerdoti religiosi e laici nel dare vita alle strutture di tutela dei minori”. Tra gli ultimi aspetti citati nel documento, si parla della riflessione circa l’attuale configurazione delle diocesi, considerate da molti troppe rispetto alla popolazione irlandese, da riconsiderare in vista di rendere le strutture diocesane ”meglio idonee a rispondere all’odierna missione della Chiesa”. (asp/cam/alf)

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Don Lelio Cantini, ex parroco della Regina Pacis di Firenze

Ha violentato numerose bambine per 20 anni, a Firenze. Denunciato dalle vittime è stato riconosciuto, da chi l’ha indagato, responsabile dei crimini sulla base di prove e testimonianze inoppugnabili. Ma non ha mai messo un piede in tribunale italiano. E mai lo farà, mercoledì scorso è morto. Come è stato possibile? Perché in Italia la brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) consente a un pedofilo di passare agilmente tra le maglie della giustizia e farla franca.

Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, e deceduto a 89 anni nella più assoluta indifferenza dei media nazionali, è emblematico per comprendere quanto siano inadeguati i termini di prescrizione stabiliti dall’ordinamento italiano per questo genere di reato. Dato lo scalpore che suscitò la vicenda quando venne alla luce a metà del decennio scorso, sarebbe stata l’occasione giusta per riaccendere i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia e avviare un dibattito pubblico. E invece il silenzio dell’informazione non fa che rafforzare la genetica (e sospetta) inerzia di Governo e Parlamento di fronte a queste vicende. Accusato per abusi avvenuti tra il 1973 e il 1993, Cantini fu denunciato nel 2004 da alcune vittime che per prime avevano avuto il coraggio di rivolgersi alla magistratura. Erano quindi passati undici anni dalle ultime presunte violenze e questo l’ha messo al riparo da una condanna penale. L’archiviazione per prescrizione dei reati è scattata a maggio 2011 e il decreto gli è stato notificato nel convento dei frati francescani di Fiesole. Qui l’ex parroco della Regina Pacis si era ritirato nel 2008 dopo essere stato ridotto allo stato laicale perché riconosciuto responsabile di «abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori» da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Colpevole per il Vaticano, prescritto per lo Stato italiano.

Per inciso, la sentenza della Cdf non ha impedito alla Curia toscana di rendersi protagonista di una surreale polemica con la procura di Firenze. Polemica che vale la pena riassumere brevemente anche per ricordare l’idea che si erano fatti i magistrati su questa vicenda. Nel decreto di archiviazione il pm Canessa faceva riferimento a comportamenti omissivi da parte delle autorità religiose e a una «lunga inerzia» che aveva consentito a don Cantini di proseguire nella sua condotta. La stoccata parte dal periodico delle diocesi locali Toscana Oggi che definisce il decreto una condanna «impropria», pronunciata «senza processo». Secca la replica della procura di Firenze che sottolinea come nella richiesta di archiviazione fosse contenuto «l’elenco dei singoli elementi di prova acquisiti nel corso delle indagini in merito alla sussistenza dei fatti addebitati all’indagato ed alle condotte di terze persone unitamente ai motivi per cui non è stato possibile esercitare l’azione penale, o per estinzione del reato per prescrizione (fatti addebitati al Cantini), o per mancanza di querela (fatti relativi alle asserite minacce ricevute da alcune parti offese ed agli abusi sessuali patiti da persona compiutamente identificata)». Molto probabilmente, dunque, colpevole anche per lo Stato italiano. Ma prescritto.

Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ospitò la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna nel rispondere a chi scrive assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Sono passati 15 mesi. Il testo di legge – che contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia e l’inasprimento delle pene – giace esangue alla Camera senza che nessuno sappia dire quando e se riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un abuso, da anni è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta norma ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) è stata addirittura ridotta da 15 a 10 anni.

Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, il 23 marzo 2011 la pressione dell’opinione pubblica indignata per gli scandali emersi in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti, portò all’approvazione di una legge che prevede un allungamento da tre a 30 anni per i tempi di prescrizione delle responsabilità civili. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a casi di pedofilia. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 da Benedetto XVI, che in Vaticano fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto di violenza. Come pure segna una svolta il Protocollo emanato ad aprile 2011 dalla Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Fernando Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), tristemente simile a quello di don Cantini, che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Misura che denota estrema civiltà e lancia un segnale forte anche contro chi si ostina a proteggere migliaia di scheletri in altrettanti armadi, ma che ancora oggi non ha “imitatori” in nessun altro Paese al mondo. Italia compresa.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Come anche il più estroso dei bookmakers avrebbe previsto è rimasta immacolata la fedina penale di Joseph Ratzinger, Tarcisio Bertone e Angelo Sodano. La causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998, si è conclusa con il ritiro della denuncia a pochi giorni dalla sentenza. Nel 2011 Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson ha capito che molto probabilmente avrebbe perso la causa, venerdì scorso 10 febbraio, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.

Padre Lawrence Murphy, cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. Secondo l’avvocato della Santa Sede Jeffrey Lena, intervistato da Andrea Tornielli per Vatican Insider, «è evidente che la responsabilità di fare in modo che non potesse più nuocere ricadeva sui vescovi». Lena quindi, spiegando la linea difensiva, ha ribadito che «la Santa Sede non può avere la responsabilità di controllare direttamente le azioni di più di 400.000 preti in giro per il mondo».

Per inquadrare meglio la storia facciamo un passo indietro di qualche anno. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». A calare la pietra tombale sulla vicenda ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Malgrado i segnali chiari in arrivo da Roma, molti vescovi nel mondo ancora non hanno capito la lezione su come affrontare gli abusi su minori nella Chiesa

Alessandro Speciale (vaticaninsider/lastampa.it)

Durante il recente convegno dell’Università Gregoriana, “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede è stato chiaro: «Dobbiamo stare attenti ai candidati che scegliamo per l’importante incarico di vescovo – ha detto monsignor Charles Scicluna – e dobbiamo anche usare gli strumenti che il diritto canonico e la tradizione ci hanno messo a disposizione per richiamare un vescovo alle proprie responsabilità».

Monsignor Scicluna parlava di quei vescovi che non hanno affrontato – e ancora oggi non affrontano – i casi di abusi su minori commessi da ecclesiastici secondo le norme vaticane, inasprite negli ultimi anni, e non seguono le linee guida messe a punto o in corso di definizione da parte delle loro Conferenze episcopali: «Non è accettabile che se stabiliamo delle regole, la gente non le segua», ha aggiunto.

In particolare, durante la conferenza stampa che ha tenuto dopo il suo intervento al convegno della Gregoriana, l’arcivescovo maltese è sembrato far riferimento al canone 128 del Codice di diritto canonico («Chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto posto con dolo o con colpa, arreca danno ad un altro, è tenuto all’obbligo di riparare il danno arrecato»); ma, più in generale, ha ricordato che i vescovi, in quanto membri del clero, sono sottoposti alle stesse pene e regole valide per i sacerdoti. «Non si tratta di cambiare le leggi, ma di applicare quelle che abbiamo», ha sottolineato Scicluna.

Eppure, anche se da Roma, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati segnali chiari – da ultimo proprio la conferenza organizzata dall’ateneo gesuita, con la liturgia penitenziale per chiedere perdono alle vittime, presieduta dal cardinale Marc Ouellet – ancora oggi continuano ad esserci vescovi che non sembrano essere pronti ad assumersi le loro responsabilità e a seguire le regole.

Alcuni casi sono clamorosi: il vescovo di Cloyne, monsignor John Magee, ancora nel 2009 continuava ad ignorare le linee guida dei vescovi irlandesi sugli abusi. Alle porte di Roma, nella diocesi di Porto Santa Rufina, gli avvocati delle vittime di don Ruggero Conti hanno chiesto l’incriminazione del vescovo, monsignor Gino Reali, che aveva testimoniato in aula di aver saputo dei presunti abusi del sacerdote ma di aver ritenuto opportuno non informarne il Vaticano o la polizia.

Ma non sono casi isolati. Nell”epicentro’ della crisi, gli Stati Uniti, il vescovo di Kansas City, monsignor Robert Finn, è a processo per non aver riferito che uno dei suoi sacerdoti aveva l’abitudine di fare foto pornografiche a minori. Il tutto è accaduto nel 2011 e la prima udienza si terrà il prossimo settembre.

Anche in Polonia, secondo un’inchiesta del giornalista Jonathan Luxmoore, che vive nel Paese da anni, la Chiesa sembra ancora molto restia a prendere provvedimenti: tra i vari casi citati, quello di un sacerdote che dopo esser stato condannato a due anni con la condizionale, è tornato ad insegnare ai bambini – malgrado un divieto imposto dal giudice – ed è stato riassegnato alla sua parrocchia.

Quel che è più significativo è che il suo vescovo – che ha scritto una lettera aperta assicurando al sacerdote condannato la sua «simpatia» e criticando l’affronto subito «dal buon nome dei preti» – è monsignor Jozef Michalik, arcivescovo di Przemysl e presidente della Conferenza episcopale polacca. Il suo ausiliare, monsignor Marian Rojek, ha partecipato alla conferenza della Gregoriana in rappresentanza dei vescovi polacchi. La Polonia non è probabilmente l’unico Paese in cui le vittime che denunciano subiscono l’ostilità della Chiesa e degli stessi fedeli. Nella maggior parte dei casi, come nei decenni passati, in questi ambienti chi ha subito abusi non si fa avanti.

Anche in quei Paesi dove c’è stato un marcato cambiamento di mentalità è sempre possibile tornare indietro. Lo testimonia l’intervista rilasciata dall’ex-arcivescovo di New York, il cardinale Edward Egan, proprio nei giorni del simposio romano sulla pedofilia. Il porporato, con riferimento al periodo in cui era vescovo di Bridgeport, nel Connecticut, spiega di essere pentito di aver scritto una lettera di scuse ai fedeli della sua diocesi nel 2002: «Non lo avrei dovuto mai dovuto dire. Ho detto ‘se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, mi dispiace’, ma non credo di aver fatto nulla di sbagliato».

Il tempo in cui il prefetto della Congregazione vaticana per il clero, il cardinale Dario Castrillon Hoyos, scriveva a un vescovo francese per complimentarsi con lui per aver protetto un prete accusato di abusi durante un processo è sicuramente passato. Ma questi casi recenti mostrano che – come ha detto alla Gregoriana l’arcivescovo di Monaco di Baviera, il cardinale Reinhard Marx – «il lavoro da fare per affrontare la crisi degli abusi è tutt’altro che finito».

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. William Levada

Il prefetto Levada si eclissa: niente domande per la stampa

di Marco Politi (Il Fatto quotidiano)

Comincia con un’assenza il grande convegno vaticano sugli abusi sessuali. Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’organo supremo che gestisce in Vaticano i dossier dei preti criminali, non si presenta alla stampa. Nei momenti cruciali Levada non risponde mai ai media. Non c’era nel marzo 2010, quando Benedetto XVI affrontò con rigore il tema nella sua Lettera agli Irlandesi denunciando che la Chiesa non aveva dato ascolto al grido delle vittime. Il porporato lasciò solo il portavoce vaticano Lombardi a fronteggiare i giornalisti ansiosi di avere risposte sul perchè di tanti casi insabbiati nel corso di decenni. Levada non è venuto neanche ieri.
Eppure toccava al cardinale la relazione di apertura al convegno e il programma ufficiale parlava chiaro: «Al termine della propria presentazione gli oratori saranno a disposizione per le domande in sala stampa per un massimo di 30 minuti». Invece, minuti zero. Forse Levada temeva che qualche reporter americano ponesse domande scomode. Afferma la maggiore organizzazione di vittime degli Stati Uniti, l’associazione SNAP, che da arcivescovo a San Francisco e a Portland (nell’Oregon) Levada avrebbe «insabbiato denunce su violenze su minori e molestie sessuali». Resta il fatto che da cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger non si sottraeva alle domande spinose della stampa.
L’episodio rivela l’ambivalenza dell’evento inaugurato lunedì all’università Gregoriana. Il simposio internazionale rappresenta indubbiamente un momento importante, una svolta rispetto al passato. Il tentativo –come afferma padre Lombardi – di affrontare la questione in modo globale, con una «presa di coscienza collettiva» per non dare risposte soltanto sull’onda delle emergenze bensì mobilitare la Chiesa per una «risposta attiva».
Dunque bisogna attrezzarsi per il futuro. Solo che non è ancora chiaro cosa succede con le migliaia di vittime del passato. Chi ha avuto, ha avuto…? Si lascia che singolarmente emergano dalla notte del loro dolore? O la Chiesa prenderà il coraggio a due mani e deciderà di «setacciare parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi per scoprire cosa è successo» come ha chiesto sul Fatto Quotidiano Bernie McDaid, una delle vittime americane che incontrò Benedetto XVI a Washington nel 2008?
Papa Ratzinger, nel messaggio augurale al convegno, ha auspicato che tutta la Chiesa si mobiliti per la guarigione, la salvaguardia e il «sostegno alle vittime». Il pontefice ha anche sottolineato la necessità di un «profondo rinnovamento della Chiesa ad ogni livello». Ma il nodo non è stato sciolto.
Il cardinale Levada nella sua relazione ha evitato l’argomento. Ha parlato di un drammatico aumento degli abusi del clero ai danni di minori negli ultimi anni, ha citato la cifra di 4000 dossier arrivati alla Congregazione per la Dottrina della fede, però si è limitato ad affermare che la quantità di casi ha «rivelato da una lato l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente di diritto canonico a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». Nell’ombra è rimasta anche la questione della denunci dei criminali alle procure. Dice il cardinale che la «collaborazione della Chiesa con le autorità civili» è la dimostrazione del riconoscimento che l’abuso sessuale di minori «non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali». Però collaborareè un conto, andare dalla polizia è un altro. Sarebbe tollerabile – ripetono da anni le organizzazioni di vittime – che un preside non denunci automaticamente un professore che abusa? Ha rimarcato tempo fa sul Giornale il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano Pietro Forno, capo del pool specializzato per gli abusi, che mai la gerarchia ecclesiastica ha ostacolato il suo lavoro, «ma in tanti anni non mi è mai, sottolineo mai, arrivata una sola denuncia da un vescovo o da un singolo prete». E questo, ha soggiunto, «è un po’ strano».

 

Si svolge a Roma il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento” sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Messaggio iniziiale del Papa: “Attenzione massima a chi subisce”. Il prefetto Levada: “Inadeguatezza del diritto canonico”

[Il Fattoquotidiano.it]

Negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della fede, anche «sotto la guida costante del card. Joseph Ratzinger», ha visto «un drammatico aumento» del numero di casi di reato di abusi sessuali su minori da parte del clero, anche a causa della copertura mediatica che questi scandali hanno avuto in tutto il mondo. Nel corso dell’ultimo decennio sono arrivati all’attenzione della Congregazione vaticana oltre 4 mila casi di abusi sessuali su minori e questi casi «hanno rivelato, da un lato, l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente canonica (o diritto canonico) a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». E’ quanto ha detto il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Nell’aprire il convegno internazionale sull’abuso sessuale, il cardinale ha subito voluto fare un chiarimento: c’è il massimo impegno da parte del Papa, della Santa Sede e delle Conferenze episcopali per «trovare i modi migliori per aiutare le vittime, proteggere i minori e formare i sacerdoti di oggi e di domani affinché siano consapevoli di questa piaga e venga eliminata dal sacerdozio». Del resto, lo stesso Benedetto XVI ha chiesto a tutta la Chiesa – attraverso le parole del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – di promuovere contro gli abusi sessuali «una cultura vigorosa di efficace salvaguardia e sostegno alle vittime». Nel messaggio indirizzato oggi al simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento, il Papa ha assicurato «la sua preghiera per questa importante iniziativa», ha detto Bertone, «e ha chiesto al Signore che, attraverso le vostre deliberazioni, molti vescovi e superiori religiosi in tutto il mondo possano essere aiutati a rispondere adeguatamente alla tragedia degli abusi sui minori».

Nella sua relazione, il prefetto ha subito ricordato quanto il Papa ha fatto, a partire dallo scandalo degli abusi sessuali scoppiato negli Usa negli anni 2001 e 2002. «Voglio esprimere la mia personale gratitudine a papa Benedetto – ha detto Levada – che come allora prefetto, fu determinante» nell’implementare «nuove norme per il bene della Chiesa». «Ma il Papa – ha subito aggiunto – ha dovuto subire attacchi da parte dei media in questi ultimi anni in varie parti del mondo, quando invece avrebbe dovuto ricevere la gratitudine di tutti noi, nella Chiesa e fuori».

Il cardinale ha poi articolato il suo intervento affrontando varie tematiche: ha parlato del bisogno delle vittime di essere ascoltate e dell’obbligo per la Chiesa di ascoltare e comprendere «la gravità di quanto le vittime hanno sofferto». Ha quindi affrontato la questione della «protezione dei minori» nei vari ambiti della Chiesa nonché la formazione dei candidati al sacerdozio ribadendo quanto sia importante sottoporli ad «un maggiore scrutinio». Al centro dell’interesse, l’impegno affinchè «non si ripetano mai più in futuro casi di abuso». Nella relazione, un intero paragrafo è riservato alla cooperazione della Chiesa con le autorità civili. A questo proposito, si afferma: «La collaborazione della Chiesa con le autorità civili in questi casi riconosce la verità fondamentale che l’abuso sessuale di minori non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali nella maggior parte delle giurisdizioni civili». Il cardinale ha voluto concludere la relazione con una osservazione: «Vale la pena ripeterlo: coloro che hanno abusato sono una piccola minoranza. Tuttavia, questa piccola minoranza ha provocato un gran danno alle vittime e alla missione della Chiesa».

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

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Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.