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Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. William Levada

Il prefetto Levada si eclissa: niente domande per la stampa

di Marco Politi (Il Fatto quotidiano)

Comincia con un’assenza il grande convegno vaticano sugli abusi sessuali. Il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, l’organo supremo che gestisce in Vaticano i dossier dei preti criminali, non si presenta alla stampa. Nei momenti cruciali Levada non risponde mai ai media. Non c’era nel marzo 2010, quando Benedetto XVI affrontò con rigore il tema nella sua Lettera agli Irlandesi denunciando che la Chiesa non aveva dato ascolto al grido delle vittime. Il porporato lasciò solo il portavoce vaticano Lombardi a fronteggiare i giornalisti ansiosi di avere risposte sul perchè di tanti casi insabbiati nel corso di decenni. Levada non è venuto neanche ieri.
Eppure toccava al cardinale la relazione di apertura al convegno e il programma ufficiale parlava chiaro: «Al termine della propria presentazione gli oratori saranno a disposizione per le domande in sala stampa per un massimo di 30 minuti». Invece, minuti zero. Forse Levada temeva che qualche reporter americano ponesse domande scomode. Afferma la maggiore organizzazione di vittime degli Stati Uniti, l’associazione SNAP, che da arcivescovo a San Francisco e a Portland (nell’Oregon) Levada avrebbe «insabbiato denunce su violenze su minori e molestie sessuali». Resta il fatto che da cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, Joseph Ratzinger non si sottraeva alle domande spinose della stampa.
L’episodio rivela l’ambivalenza dell’evento inaugurato lunedì all’università Gregoriana. Il simposio internazionale rappresenta indubbiamente un momento importante, una svolta rispetto al passato. Il tentativo –come afferma padre Lombardi – di affrontare la questione in modo globale, con una «presa di coscienza collettiva» per non dare risposte soltanto sull’onda delle emergenze bensì mobilitare la Chiesa per una «risposta attiva».
Dunque bisogna attrezzarsi per il futuro. Solo che non è ancora chiaro cosa succede con le migliaia di vittime del passato. Chi ha avuto, ha avuto…? Si lascia che singolarmente emergano dalla notte del loro dolore? O la Chiesa prenderà il coraggio a due mani e deciderà di «setacciare parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi per scoprire cosa è successo» come ha chiesto sul Fatto Quotidiano Bernie McDaid, una delle vittime americane che incontrò Benedetto XVI a Washington nel 2008?
Papa Ratzinger, nel messaggio augurale al convegno, ha auspicato che tutta la Chiesa si mobiliti per la guarigione, la salvaguardia e il «sostegno alle vittime». Il pontefice ha anche sottolineato la necessità di un «profondo rinnovamento della Chiesa ad ogni livello». Ma il nodo non è stato sciolto.
Il cardinale Levada nella sua relazione ha evitato l’argomento. Ha parlato di un drammatico aumento degli abusi del clero ai danni di minori negli ultimi anni, ha citato la cifra di 4000 dossier arrivati alla Congregazione per la Dottrina della fede, però si è limitato ad affermare che la quantità di casi ha «rivelato da una lato l’inadeguatezza di una risposta esclusivamente di diritto canonico a questa tragedia e, dall’altra, la necessità di una risposta più complessa». Nell’ombra è rimasta anche la questione della denunci dei criminali alle procure. Dice il cardinale che la «collaborazione della Chiesa con le autorità civili» è la dimostrazione del riconoscimento che l’abuso sessuale di minori «non è solo un crimine in diritto canonico, ma è anche un crimine che viola le leggi penali». Però collaborareè un conto, andare dalla polizia è un altro. Sarebbe tollerabile – ripetono da anni le organizzazioni di vittime – che un preside non denunci automaticamente un professore che abusa? Ha rimarcato tempo fa sul Giornale il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano Pietro Forno, capo del pool specializzato per gli abusi, che mai la gerarchia ecclesiastica ha ostacolato il suo lavoro, «ma in tanti anni non mi è mai, sottolineo mai, arrivata una sola denuncia da un vescovo o da un singolo prete». E questo, ha soggiunto, «è un po’ strano».

 

Bernie McDaid, vittima di abusi, co-fondatore dell’associazione “Survivor’s voice” e promotore della manifestazione che il 31 ottobre scorso ha portato a Roma vittime di tutto il mondo per sfilare di fronte al Vaticano, chiede «un’inchiesta completa su tutta la vita di Giovanni Paolo II, riguardante gli abusi su minori». Lo annuncia lui stesso in un comunicato, in cui chiede tra l’altro le dimissioni di Benedetto XVI, giudicando ancora troppo blanda l’azione del papa attuale su questo fronte. «La dannosa copertura degli abusi – sostiene McDaid – è divenuta globale, coinvolgendo l’intera comunità cattolica. Abbiamo bisogno di una nuova leadership per sanare le ferite e andare avanti. Papa Ratzinger deve dimettersi». (Y43)

La pedofilia nel clero torna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire

Federico Tulli * Cronache laiche

Tra i pochi giornalisti italiani che il 31 ottobre 2010, a Roma, hanno seguito insieme a chi scrive la manifestazione internazionale organizzata da Survivors voice, che ha riunito sulla linea di confine tra l’Italia e Città del Vaticano numerose associazioni italiane e straniere di vittime di preti pedofili, c’era anche la fotografa Silvia Amodio. Dopo la conferenza stampa che si è tenuta alla sede dei Radicali italiani, Silvia ha allestito un set dove ha ripreso molti protagonisti dell’evento. Il risultato è una galleria di ritratti unica al mondo. Mai prima di allora un(a) giornalista aveva deciso di raccontare il dramma della pedofilia nel clero attraverso i volti di chi questo crimine lo ha subito sulla propria pelle. Con rigore ed estrema professionalità, Silvia è riuscita a restituire a queste persone la cosa che più di ogni altra coraggiosamente rivendicano. Che poi è il motivo per cui avevano deciso di riunirsi a pochi passi da Città del Vaticano (dove non li hanno fatti entrare): uscire «fuori dall’ombra» in cui la propaganda della Senta sede li ha ricacciati con le scuse in serie (o seriali) pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Parole lucide, calcolate, quelle del papa, alle quali non sono seguiti dei fatti concreti in termini soprattutto di prevenzione dei crimini pedofili negli oratori, nei seminari, nelle scuole a gestione cattolica.

Il messaggio, indignato, dignitoso, dovuto, che i Sopravvissuti chiedevano di recapitare a Benedetto XVI il 31 ottobre scorso, è scolpito nei loro volti. E attende una risposta. Il servizio fotogiornalistico della Amodio è uscito con il numero di febbraio del mensile Marie Claire. Un applauso all’intelligenza di questa testata che ha avuto il coraggio di metterlo in pagina. Perché? Semplice. Da quando il papa ha chiesto scusa (o meglio, pronuncia scuse…) per i “peccati” commessi dai sacerdoti e coperti dalle gerarchie (di cui ha fatto e fa ancora parte), tra i media nazionali è piuttosto diffusa la convinzione che la pedofilia nella Chiesa cattolica sia un problema risolto, che quindi non fa più notizia. Nessuno, però, che si sia preso la briga di chiedere alle vittime cosa ne pensassero di queste scuse. Non un sopracciglio si è alzato Oltretevere nemmeno dopo che all’inizio dell’anno la Repubblica e Il Fatto quotidiano hanno pubblicato una lettera spedita da Malta in Vaticano, nella quale alcune vittime di sacerdoti pedofili chiedevano a Benedetto XVI giustizia per le violenze subite. «Perché – scrivono – la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». E ancora: «Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto». Silenzio tombale. Fino al primo marzo, giorno in cui “miracolosamente” la pedofilia ritorna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire.

«Oggi, i riflettori sullo scandalo pedofilia sono di nuovo spenti (anzi spentissimi)» scrive il direttore del giornale dei vescovi Marco Tarquinio nel presentare il documento. «E a misurarsi senza lesinare energie con il feroce e avido mostro dello sfruttamento sessuale dei più piccoli sono rimasti un gruppo di poliziotti e di uomini della legge, i soliti volontari e proprio quei preti e quegli uomini e quelle donne di Dio che erano stati messi “in blocco” nel mirino». Seguono i numeri agghiaccianti diffusi dalle agenzie delle Nazioni Unite relativi alla tratta e alla riduzione in schiavitù di bambini e alla pedopornografia, un’intervista al mago Zurlì, due speciali sul “turismo” pedofilo in Brasile e Thailandia, e una pagina dal titolo “Rigore e impegno. La Chiesa in campo”. Non è curioso che un dossier della Cei citi un report dell’Unicef nonostante il Vaticano sia uno dei pochi Paesi al mondo a non aver sottoscritto la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia? Perché non l’ha firmata? Pur non aderendo all’Onu, è risaputo che una firma avrebbe impegnato “moralmente” lo Stato vaticano a chiudere migliaia di seminari per minori sparsi nel mondo o quanto meno a squarciare il velo di omertà che copre tutto ciò che succede in questi istituti, dove, come ha denunciato più volte anche don Fortunato di Noto, si consuma buona parte dei crimini pedofili di matrice clericale. Ma andiamo oltre, evidenziando una tra le tante perle incastonate nella pagina del dossier costruita per completare l’opera di pulizia esteriore avviata nel 2010 con la lettera pastorale agli irlandesi di Benedetto XVI. La perla porta la firma prestigiosa di Mario Cardinali: «La Chiesa cattolica è forse l’organismo che più di ogni altro negli ultimi anni si è sforzata di combattere al proprio interno il triste fenomeno degli abusi sessuali nei confronti di minori perpetrati da sacerdoti o religiosi. E in questo un ruolo di primo piano lo ha avuto Joseph Ratzinger, dapprima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice». Non c’è dubbio, Ratzinger ha avuto un ruolo di primo piano nell’“affaire pedofilia”.

Nel 2003 era lui il magistrato che avrebbe dovuto giudicare i criminali cui fanno riferimento le vittime maltesi nella loro lettera. E nell’aprile del 2008 era sempre lui il pontefice che ha ricevuto a New York in colloquio privato uno dei fondatori di Survivors voice, Bernie McDaid, promettendo una risposta concreta della Chiesa alle istanze delle vittime. Due anni e mezzo dopo McDaid era in piazza di fronte al Vaticano per chiedere conto di quella promessa. «La polizia ha censito seicentomila bambini e bambine (di ogni parte del mondo) brutalizzati, venduti e comprati anche attraverso siti internet pedopornografici – conclude il direttore Tarquinio nel suo articolo. Appena seicento di questi piccoli sono stati salvati. Insomma, solo uno su mille ce la fa. È un numero che a noi toglie il sonno. Eppure il mondo dorme. Svegliamolo». Dev’essere un caso di sonnambulismo editoriale.

Le vittime di preti pedofili accusano la Chiesa cattolica di fare poco o nulla per evitare nuovi abusi. Il 31 ottobre, manifestazione di protesta nella Capitale di Federico Tulli

 

«Quando è successo ero un chierichetto. E non è stato solo un abuso sessuale ma una violenza spirituale. Santità, c’è un cancro che cresce nella sua Chiesa, deve fare qualcosa». Bernie McDaid era tra le cinque vittime di preti pedofili che il 18 aprile 2008 fu accolto in udienza privata da Benedetto XVI durante il viaggio pastorale negli Stati Uniti. Nei minuti concessi loro dall’entourage del Papa, che a sorpresa aveva cambiato all’ultimo momento il rigido cerimoniale, pronunciarono poche parole ciascuno. Ma quell’incontro ebbe un enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica Usa, rivitalizzando la fiducia verso la Chiesa cattolica americana che si trovava sull’orlo della bancarotta per via dei risarcimenti miliardari pagati alle vittime di oltre quattromila preti pedofili, dal 2002 in poi. Intervistato in esclusiva dalla Cnn, Olan Horne era arrivato dal papa insieme con McDaid, pieno di scetticismo: «Non gli bacerò l’anello», aveva detto Horne prima di entrare. Uscendo invece raccontò: «Come prima cosa si è scusato. è stato straordinario, ora ho di nuovo speranza». Infine aggiunse: «Dal papa abbiamo ricevuto una promessa sincera. Questo primo passo è un inizio. Capiva le cose di cui parlavamo». Anche McDaid era soddisfatto e fiducioso: «Il Pontefice ha recepito il nostro messaggio. Le sue scuse mi hanno commosso». In realtà quei pochi minuti a cospetto di Benedetto XVI non portarono a nulla, osserva oggi Bernie McDaid: dopo quelle promesse niente è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa. Nemmeno di fronte al fiume di nuovi casi identici a quelli statunitensi dei primi anni Duemila, che ha sommerso di recente Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Belgio e Italia. Anche in Europa, dalle autorità ecclesiastiche tante “belle” parole e pochi fatti. Ad esempio, a fronte della “tolleranza zero” nei confronti degli abusatori, annunciata dal papa sin dal viaggio americano, si è dovuta attendere la scorsa estate per veder modificare (lievemente) le norme del De delictis gravioribus, il documento che dal 2001 – rinnovando a sua volta il Crimen sollicitationis del 1962 – regola i processi canonici per pedofilia e le modalità di comportamento dei vescovi che vengono a conoscenza di un abuso commesso da chierici. Per questo motivo, e per ricordare a Benedetto XVI la promessa di cambiamento fatta due anni fa, domenica 31 ottobre Survivors voice, l’associazione delle vittime di pedofilia nel clero creata da Bernie McDaid e Gary Bergeron, organizza a Roma, a pochi passi dalla basilica di S. Pietro, una manifestazione di sostegno ai sopravvissuti. Alla giornata di protesta, che comincerà la mattina alla sede romana del partito dei Radicali italiani per concludersi nel pomeriggio a via della Conciliazione, partecipano diverse organizzazioni internazionali che si occupano dell’aiuto alle vittime di preti pedofili. È prevista anche la presenza dell’associazione “La colpa”, in rappresentanza degli studenti dell’Istituto cattolico per sordomuti “A. Provolo” di Verona, dove negli anni Cinquanta si sono verificati i casi di pedofilia venuti alla luce nel 2009. Proprio “La colpa”, lo scorso 25 settembre, ha inaugurato nel capoluogo scaligero la “stagione” italiana delle proteste contro le promesse mancate del Vaticano.

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«Violentati due volte»

A colloquio con Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli e legale di bambini abusati

Nel 2008, è stato il primo in Europa a portare in un tribunale “laico” l’istruzione Crimen sollicitationis, il documento approvato nel 1962 da Giovanni XXIII rimasto segreto per quasi 40 anni. Secondo Luciano Santoianni, avvocato del foro di Napoli da sempre in prima linea per tutelare i diritti delle vittime di pedofili, questa “carta” per decenni ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Santoianni è anche il legale di diversi bambini abusati all’interno della cerchia familiare. È noto infatti che tra le mura domestiche si consumi gran parte degli abusi, come emerge anche dall’ultimo rapporto sul tema redatto la scorsa primavera da Telefono azzurro. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» ammonivano gli esperti dell’associazione. Lasciando intendere che troppo spesso i bambini vengono lasciati soli ad affrontare la devastazione subita.

Qual è il suo parere, avvocato?

Il dramma che nasce con la violenza sofferta è fatto di numerosi capitoli. Una prima grande difficoltà del bambino abusato consiste nel superare quella sorta di senso di colpa che scatta per dover rivelare di essere stato “toccato” dal papà o dal nonno, o più in generale da qualcuno di cui ci si è sempre fidato.

Diversi studi sostengono che viene denunciata una violenza ogni cento. Quello che arriva in tribunale non è che la punta di un iceberg?

Non c’è dubbio. L’idea di fare del male a una figura di riferimento, denunciandola, si somma alla profonda paura di non essere creduti e addirittura di essere accusati di mentire. Questo spiega perché sovente chi raccoglie per la prima volta il drammatico racconto della vittima, o chi percepisce i segnali di un abuso, si trova al di fuori dell’ambito familiare o parentale. Il più delle volte l’ambiente in cui la vittima si sente più al sicuro è la scuola.

Numerosi esperti, anche sulle pagine di left, hanno spiegato che il pedofilo pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca. è d’accordo?

In linea di massima sì. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenza ma è raramente esercitata con violenza. Inoltre avviene sempre in un contesto esclusivo. Cioè mai in presenza di terze persone, tranne che in pochi casi. E questo rende ancor più complicato arrivare a denunciare il proprio carnefice.    f.t.

left 42/2010