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Intervista a Federico Tulli realizzata da Melissa Tamburrelli e inserita nella tesi di laurea magistrale dal titolo “La pedagogia nera. Infanzia violata tra passato e presente e prospettive educative”, che l’autrice ha discusso a dicembre 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma tre (Corso di laurea in Scienze pedagogiche)

  1. Dal suo testo del 2014, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro edizioni), emerge un sistema di istituzioni e persone complici, in un’attività costante e continua nel tempo, tesa a nascondere la verità. In questo contesto di omertà come è riuscito a reperire le informazioni necessarie?

Inizialmente ho concentrato la mia inchiesta sulla ricostruzione cronologica dei casi dal 1870 in poi attraverso la consultazione di libri, archivi giornalistici e siti web specialistici in cui sono pubblicati o riportati i testi di documenti. Per quanto riguarda la storia recente ho consultato in particolare l’archivio dell’agenzia Ansa viaggiando andando all’indietro nel tempo per una trentina d’anni. Una volta ricostruito il quadro d’insieme, anche attraverso la consultazione di sentenze su numerosi casi passate in giudicato, ho preso contatto con alcune delle vittime per provare ad avere una percezione il più possibile corrispondente alla realtà di quanto è accaduto e delle conseguenze che le violenze hanno causato su queste persone. La storie di pedofilia, purtroppo, si assomigliano tutte. Dico purtroppo perché questo potrebbe agevolare una efficace azione di prevenzione a tutti i livelli che invece in Italia diversamente da altri Paesi europei ancora manca. Le loro testimonianze dirette, unite alla consultazione di numerosi esperti di comunicazione e cose vaticane, sono state peraltro fondamentali per imparare a comprendere il linguaggio utilizzato dalla Chiesa cattolica quando è chiamata a rispondere delle proprie responsabilità e a difendersi dalle accuse di aver garantito l’impunità dei sacerdoti pedofili. Si stratta di linguaggio pressoché identico a qualsiasi latitudine in quanto è sempre finalizzato a ridurre al minimo i danni economici e d’immagine che potrebbero essere arrecati dalle pubbliche inchieste. Un’altra fonte primaria è quindi diventata per me la Chiesa stessa con i messaggi dei principali gerarchi, papi compresi, e i primari canali di informazione istituzionale. In particolare la sala stampa della Santa Sede con i suoi comunicati, e il sito ufficiale del Vaticano in cui c’è un’intera area finalizzata a mostrare al mondo quello che la Santa Sede ha fatto per estirpare la pedofilia diffusa all’interno di chiese, parrocchie, oratori, scuole e seminari gestiti da ordini e congreghe religiose cattolici. Ma a mio modo di vedere è più corretto dire, “avrebbe fatto”. Nei decreti firmati da Benedetto XVI e Francesco I tra il 2010 e il 2015, così come nelle Norme di indirizzo antipedofilia emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2010, resta infatti irrisolta una delle cause principali – se non la principale – della diffusione della pedofilia nel clero. Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina è un’offesa a Dio e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili, compiuto contro una persona inerme. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato: il punto, per la Chiesa non è tanto evitare che il pedofilo colpisca ancora ma che pecchi di nuovo indossando l’abito talare e che si penta del “male” fatto (a Dio). L’idea che si tratti di un delitto contro la morale, seppur inserito tra i cinque più gravi secondo la dottrina giuridica della Chiesa, è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. Questa concezione si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. Quanto ho appena detto ci aiuta a capire perché la Santa Sede nel 2014 non si è fatta alcun problema a evitare di fornire a due commissioni Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nell’ultimo decennio dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Io ritengo che se davvero il papa, cioè il capo della Santa Sede, avesse a cuore, più che la ragion di Stato, l’incolumità dei minori – come peraltro impone la Convenzione Onu sui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza cui la Santa Sede ha aderito – non avrebbe esitato a ordinare ai ambasciatori presso l’Onu di collaborare. Consentendo così di individuare e di indagare con gli strumenti della giustizia “laica e civile” 900 persone il cui profilo criminale è equiparabile a quello di un serial killer: la caccia è perpetua, il pedofilo si organizza la vita in funzione di essa e non si ferma finché non viene messo in condizione di non nuocere dalle autorità preposte. Se consideriamo che ci sono preti che hanno confessato oltre 200 stupri ci si può fare un’idea della sottovalutazione del fenomeno da parte dei capi della Chiesa e delle conseguenze che la concezione arcaica di questo crimine possono ricadere sui bambini e sul tessuto sociale dei Paesi in cui questa istituzione politico-religiosa è presente con i suoi siti di “educazione” e con i suoi “educatori”.

  1. Quanto i recenti successi legali americani sui casi di pedofilia hanno secondo lei incoraggiato le vittime italiane a denunciare gli abusi subiti?

Non penso ci sia un nesso diretto con le conseguenze dello scandalo portato alla luce nel 2002 da Spotlight, il team di giornalisti d’inchiesta del Boston Globe, le cui vicende sono state magistralmente ricostruite nell’omonimo film premio Oscar 2016 diretto da Tom McCarthy. Dopo Spotlight e le dimissioni del potentissimo arcivescovo di Boston Bernard Law sono passati sette  anni prima che la Chiesa in Europa finisse allo stesso modo di quella Usa sotto la lente di serie commissioni d’inchiesta e di seri giornalisti. È accaduto in Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra con la scoperta di decine di migliaia di casi accaduti lungo tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Reati che sono stati accertati anche attraverso la testimonianza di vittime che finalmente hanno trovato qualcuno che ascoltasse le loro denunce senza pregiudizi e atteggiamenti moralistici. È accaduto in mezza Europa ma non in Italia dove peraltro c’è la più alta concentrazione di personale ecclesiastico al mondo con oltre 30mila unità. È indubbio che se lo Stato interviene, e “costringe” la Chiesa a collaborare con un’inchiesta al suo interno, si infonde fiducia nelle vittime che ancora non hanno avuto il coraggio di denunciare o, peggio, come purtroppo spesso accade, che hanno raccontato la propria storia in famiglia o al vescovo del sacerdote violentatore e non sono mai state credute, portando con sé un oppressivo senso di vergogna e la convinzione di essere in qualche modo responsabili della violenza subita. Ma quando ho chiesto personalmente a un ministro delle Pari opportunità se il governo italiano avrebbe prima o poi seguito l’esempio degli altri Paesi mi sono sentito rispondere che non è in agenda un’inchiesta a livello nazionale. Ho quindi sottoposto la stessa domanda al portavoce della Santa Sede e la risposta è stata pressoché identica: secondo il Vaticano non esiste un “caso italiano” in termini di pedofilia clericale. Nel 2014 scrissi il mio secondo libro proprio per verificare la veridicità di questa affermazione. Ebbene, penso di poter dire che è vero esattamente il contrario. La questione della pedofilia clericale in Italia ha caratteristiche identiche per estensione e continuità nel tempo a quella di altri Paesi che hanno deciso di affrontarla fino in fondo. La punta dell’iceberg di questa storia criminale emerge oggi dalle cronache. Un centinaio di casi solo nell’ultimo decennio sono arrivati in tribunale e a sentenza definitiva di condanna per il sacerdote incriminato. Si tratta di vicende che difficilmente, per non dire mai, hanno avuto un degno risalto mediatico. Nemmeno quando è stato coinvolto un sacerdote del calibro di don Mauro Inzoli. Il fondatore del Banco alimentare nonché capo di Comunione e liberazione a Cremona è finito sotto processo in Italia ed è stato condannato in primo grado a oltre 4 anni solo dopo esser stato giudicato colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stampa nazionale è rimasta pressoché inerte anche quando è stato condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere un potente parroco romano, don Ruggero Conti, che nel periodo in cui abusava alcuni minori era stato nominato consulente per la Famiglia dal candidato sindaco Gianni Alemanno. Quindi per ritornare alla domanda iniziale in Italia ancora non si sono presentate le condizioni che nel 2002 dettero alle vittime statunitensi la possibilità di uscire allo scoperto senza rischiare di essere violentate una seconda volta dall’indifferenza, o meglio dall’anaffettività delle istituzioni laiche e religiose, e degli organi di informazione.

  1. È d’accordo che uno dei punti focali del caso italiano sia nell’impunità dei clerici?

Uno dei punti cardine secondo me è rappresentato dalle strategie antipedofilia della Conferenza episcopale italiana. Ma c’è di più. A pesare è il silenzio imposto su questi casi, che non riguarda solo le autorità ecclesiastiche. Vale un esempio per tutti. Nel 2010 il capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno, intervistato da Il Giornale disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento (pedofilia nella Chiesa, ndr) non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Forno era, ed è, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla violenza sui minori e sulle donne, ma questo non lo mise al riparo da un’inchiesta predisposta dal ministro della Giustizia. Qualche giorno dopo aver evidenziato nell’intervista la scarsa (eufemismo) propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Non è forse un caso se quattro anni dopo, nel 2014, Conferenza episcopale guidata dal card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle proprie linee guida antipedofilia l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per es. i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”. La motivazione fornita dal card. Bagnasco va aldilà di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è irrilevante che in questo modo si sta tutelando anche il pedofilo che le ha violentate. Questo atteggiamento oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio 2016 la Pontificia commissione per la tutela dei minori ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Il problema è che questo monito non ha avuto alcun effetto pratico. La Pontificia commissione che è un organo consulente della Santa Sede ha esortato tutta la comunità ecclesiale a denunciare e a collaborare con le autorità. Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede per prima non rende pubbliche notizie fondamentali per la salvaguardia di potenziali vittime, quale credibilità e influenza può mai avere un organismo del genere all’interno della Chiesa?

  1. Lei ha testimoniato il crollo della popolazione cattolica ad esempio in Irlanda che è passata dal 69 per cento del 2005 al 47 per cento del 2010. Come ci spiega chiaramente alla Chiesa cattolica serviva proprio un rilancio di immagine e di credibilità dopo gli ultimi papati non certo esemplari nella condotta di denuncia sulla pedofilia. Crede che le scelte di Papa Francesco siano in controtendenza?

In parte ho già risposto al termine della prima domanda. Posso aggiungere qualcosa che può chiarire meglio come la penso. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio sin dai primi giorni del suo papato nel marzo del 2013 danno l’idea che la “sua” Chiesa – diversamente da quella dei suoi predecessori – abbia messo in cima alle priorità l’incolumità dei minori che frequentano i siti di educazione e formazione religiosa. È presto per parlare di effetti concreti ma io penso che gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere senza timore la carriera clericale. Per decenni infatti l’unica soluzione adottata nei confronti dei preti pedofili è stata quella di trasferirli in un’altra parrocchia per ridurre al minimo i rischi di uno scandalo pubblico. Il risultato è facilmente intuibile oltre che documentato dalle inchieste governative cui ho accennato prima. Anche in base ai risultati di queste indagini la Commissione Onu per i Diritti dell’infanzia nelle considerazioni conclusive elaborate a febbraio 2014 ha scritto quanto segue: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È bene ribadire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Quindi, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato come ha fatto Ratzinger, e inasprire le norme penali come ha fatto Bergoglio, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani: l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski, che peraltro è morto prima di arrivare a processo. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o del tutto assenti. Cito di nuovo un passaggio del documento delle Nazioni Unite: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini». A certificare la continuità in senso negativo di questo papato con i precedenti ci sono diversi elementi. Ne cito un paio per tutte. Il primo consiste nella mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. Nel 2014 l’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede, cioè a papa Francesco, di chiuderli – in coerenza con la convenzione ratificata – anche perché è noto che spesso il pedofilo è a sua volta una persona abusata in giovane età. Ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 giovani studenti. Per di più, la diocesi di Milano ha da poche settimane avviato un’iniziativa seminariale per sedicenni: la Comunità seminaristica adolescenti che nasce dalla collaborazione tra il seminario e i preti del Decanato Villoresi ed è situata in una casa di Parabiago nell’hinterland milanese. Una seconda misura che Bergoglio potrebbe adottare, in un’ottica di prevenzione, è l’innalzamento della soglia dell’età della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione e fare la comunione. Nel 1910 fu abbassata da 12 a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste Stato-Chiesa di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, è emerso che quasi tutti gli abusi nelle parrocchie e nei seminari avvengono nell’ambito di questo rito sacramentale che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al sigillo sacramentale: vincolo di segretezza pontificia pena la scomunica. L’inviolabilità del segreto, unito al senso di colpa per il peccato commesso, instillato nella vittima dal suo “confessore”, è una garanzia di impunità da parte della giustizia “civile”. I preti pedofili lo hanno ben presente. Come sanno che nel caso di violenza compiuta durante la confessione l’abuso è nei confronti del sacramento non della persona. E di questo, nel caso, dovranno rispondere (solo) ai giudici dalla Chiesa. Papa Francesco eliminerà mai un segreto correlato a un sacramento?  Di più, eliminerà mai uno dei cardini del Decalogo su cui si fondano tutte le leggi della Chiesa?

  1. A suo parere la Chiesa cattolica cambierà mai l’ideologia dell’annullamento del corpo e della sessualità? Sarebbe decisivo nel superamento del problema?

Per rispondere mi collegherei dalla domanda con cui ho concluso la precedente risposta. Non so dire cosa accadrà in futuro ma penso che la conoscenza di ciò che è la sessualità umana e soprattutto di quello che non è sessualità umana (cioè la pedofilia), risulterebbe decisiva quanto meno per iniziare a inquadrare concretamente il problema. Tuttavia, molto probabilmente la messa in discussione di uno dei Dieci comandamenti comporterebbe la fine della Chiesa intesa come istituzione religiosa. Quel “Non commettere atti impuri” fa sì che nel Catechismo “aggiornato” da Giovanni Paolo II nel 1992 si parli di sesso tra due adulti fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e di bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». E che nel diritto canonico l’abuso sia un «qualsiasi» atto sessuale «di un chierico con un minore di anni 18». Cioè la Chiesa ritiene che l’abuso sia un rapporto sessuale. Quindi chi si dovrebbe occupare di tutelare i bambini che ad essa sono affidati non distingue la sessualità umana – che in estrema sintesi è rapporto interumano, consapevolezza di sé e desiderio – dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità ed è dominio di un soggetto adulto e consapevole su un altro che non è né adulto né consapevole. È pertanto totale assenza di rapporto. Inoltre, quando si stabilisce che la pedofilia è un’atto sessuale, si sta affermando che il bambino – cioè la vittima – ha la sessualità. La realtà è esattamente il contrario: il bambino in età prepuberale non ha sessualità. Perché questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima in ogni essere umano c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili preti e non. Ma qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso cattolico e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. E queste sono alcune tra le tante drammatiche confusioni che sono state fatte dalla Chiesa, e che persistono tuttora, sulla sessualità umana e sulla figura del bambino. Per cui poi può essere abusato senza che sia considerata una violenza nei suoi confronti.

Melissa Tamburrelli

popebenedictxvi_be_1401955cDare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

«Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

irish_abuse_apology_640Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

Dino Cinel all’età di 11 anni

Una ficcante inchiesta che per la prima volta arriva fin dentro le Mura leonine. Dino Cinel fu abusato a 12 anni dal suo educatore. Dopo 60 anni narra in un libro la propria vicenda

di Federico Tulli su Cronache Laiche

Violentato dall’età di 12 anni dal suo educatore, Dino Cinel oggi ha 71 anni. All’epoca degli abusi era un novello seminarista. L’aguzzino? Un sacerdote, anzi più che un sacerdote. Tale era il rettore del seminario di Bassano, “Istituto Scalabrini”: padre Francesco Tirandola della congregazione dei Missionari di san Carlo. Gli stupri di Tirandola durano quattro anni, le violenze psicologiche proseguono per altri tre. Fino all’età di 46 anni Cinel blinda il dramma dentro di sé, ricacciandolo nei meandri della memoria. Nel corso di alcune sedute di psicoterapia, la devastazione subita emerge in tutta la sua reale dimensione. Inizia così un lungo e doloroso percorso di elaborazione e ricerca personale che nel 2012 si è materializzato in un libro autobiografico. Atto di accusa circostanziato e reso inattaccabile da una logica ineccepibile – oltre che da documenti e testimonianze inconfutabili – Un prete sconfessa la Chiesa (Albatros) è una complessa opera che fonde insieme la testimonianza di una vita, la denuncia e l’indignazione di un uomo e l’analisi storico-sociale di un docente universitario (Cinel è stato ordinario di storia americana in diversi atenei statunitensi) sulla conflittuale tematica dell’eros nel mondo ecclesiastico. Lasciare la Chiesa e il sacerdozio sono stati atti fondamentali per ricostruirsi una vita in tutte le sue dimensioni, ma insufficienti a cancellare i residui della violenza subita. Cinel decide quindi di intraprendere la via della denuncia diretta verso la Chiesa.

Forte anche della profonda conoscenza di certi meccanismi interni alla Santa Sede, vuole confrontarsi di persona con le istituzioni che rappresentano la giustizia vaticana richiamandole alle loro responsabilità e rivendicando i propri diritti. Ma, come l’autore documenta con la precisione dello storico di professione, sono proprio le alte sfere – quelle che spesso sentiamo annunciare sui media italiani il massimo impegno nei confronti delle vittime e la tolleranza zero verso i carnefici in tonaca – a mostrare agghiaccianti ipocrisie e incoerenze, evidenziando un malato “narcisismo” istituzionale che nega la devastazione interiore subita dalle vittime, mirando a renderle invisibili annullandone la stessa esistenza. Spicca in questo senso, dalle pagine del libro, la figura del promotore di giustizia monsignor Charles Scicluna, il braccio della legge vaticano. È dopo il suo incontro dagli esiti sconcertanti che, come lo stesso Cinel racconta a Cronache Laiche, l’idea di raccontare tutto in un libro che lo ha accompagnato per una vita non può più rimanere tale. E in meno di sei mesi Cinel confeziona il suo “j’accuse!”. Insieme con Sua santità (Chiarelettere) di Gianluigi Nuzzi, Un prete sconfessa la Chiesa chiude il cerchio e mette definitivamente a nudo la vera natura di un pensiero e di una cultura strumentali alla salvaguardia del potere politico ed economico della Chiesa cattolica e apostolica romana.

Mons. Charles Scicluna

«Non potevo elaborare un giudizio sulla Chiesa senza aver affrontato di persona chi ne muove le fila» spiega Cinel. «Avrei voluto parlare con il successore di Joseph Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Levada, ma alla richiesta di un appuntamento lui mi rispose di scrivere una relazione. Lo avevo già fatto senza ottenere mai una risposta. La sua politica era quella di sperare che prima o poi mi sarei stancato di sbattere contro il muro del silenzio. Ho scritto anche a Benedetto XVI, stesso risultato». Alla fine Cinel è riuscito a incontrare Scicluna. Erano i primi mesi del 2011. In generale sono due i cardini su cui l’autore si è basato per arrivare a formulare un giudizio assolutamente negativo sull’operato della Chiesa riguardo il tema della pedofilia ecclesiastica. Il primo è la totale indifferenza nei confronti di una verifica storica: «Quando sono riuscito a raccontare a Scicluna cosa è successo, con tanto di prove, testimonianze e relazioni mediche, la risposta (offensiva) è stata che il mio violentatore oggi è considerato un santo, un sacerdote degno di tutti gli onori. Io non mi so capacitare come una società di persone si renda talmente spregevole da non voler guardare nemmeno in faccia la realtà storica».

Il secondo mattoncino è l’assoluta mancanza di rispetto per le competenze professionali “straniere”. «Io ho portato in Città del Vaticano i referti di tre medici che spiegano quali ferite mi ha provocato la violenza subita. La risposta da me ricevuta è che queste diagnosi sono scientificamente inattendibile. Punto. Non dicono che devono farmi visitare da un altro medico di loro fiducia come normalmente si usa in questi casi per verificare. Non ci pensano nemmeno. Per loro quello che “produce” la società laica non ha nessun valore». Ma la faccia che la Chiesa mostra in pubblico, specie con le vittime, è del tutto diversa. Almeno a prima vista. Cinel è un fiume in piena: «Benedetto XVI ha pronunciato parole talmente offensive che nemmeno una persona di modesta intelligenza se le può permettere. Lui dice che le vittime di sacerdoti pedofili sono i nuovi martiri. Come si può essere tanto cinici? Come si può pensare di cooptare all’interno della Chiesa delle persone che proprio dalla Chiesa stessa hanno avuto la vita distrutta?».

Secondo l’ex sacerdote questo atteggiamento è studiato dalle gerarchie ecclesiastiche in ogni minimo particolare. «Questo papa è cosciente che il problema della pedofilia clericale è gigantesco. Ma non ha alcuna intenzione di risolverlo. Piangere davanti alle vittime, dichiarare davanti a loro che la Chiesa si assume le proprie responsabilità, invocare la tolleranza zero, è tutta una messa in scena. I fatti concreti stanno a zero. La realtà e che Benedetto XVI si è circondato di un gruppo di persone che faranno con lui quello che lui ha fatto col papa precedente. Due o tre anni dopo la sua morte lo beatificheranno e via verso la santificazione». Così tutti dimenticheranno cosa è successo durante il pontificato di Benedetto XVI e durante i 25 anni in cui Joseph Ratzingher è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. «Magari diventerà, in cielo, il santo protettore delle vittime di preti pedofili. Così in Vaticano riusciranno a spillare un bel po’ di denaro ai pellegrini in adorazione. Un modo molto pratico, il solito, per non assolvere le proprie responsabilità qui in terra».

Era sembrato di capire che le massime autorità vaticane avessero preso di petto e sviscerato fin dove loro consentito il dramma dei reati di pedofilia commessi dai preti in tante, troppe parti del mondo. Era sembrato che la fuga degli innumerevoli documenti dalle stanze del papa o ad esse limitrofe, che va sotto il nome di VatiLeaks, fosse stata affrontata con una buona dose di concretezza, fondata su indagini poliziesche e procedimenti giudiziari. Ora su entrambe le brutte questioni c’è un fumoso tirar le fila a opera di Benedetto XVI, per quanto riguarda il primo argomento, e del cardinale Tarcisio Bertone relativamente al secondo.

Il papa ha inviato al 50esimo Congresso eucaristico internazionale (10-17 giugno) un messaggio che, svolgendosi l’evento a Dublino, in quella Irlanda dove la pedofilia dei preti ha raggiunto vette inimmaginabili, non poteva astenersi dall’accennare al fenomeno. «Ringraziamento e gioia», ha detto, per la «così grande storia di fede e di amore» del cristianesimo «sono stati di recente scossi in maniera orribile dalla rivelazione di peccati commessi da sacerdoti e persone consacrate nei confronti di persone affidate alle loro cure. Al posto di mostrare ad essi la strada verso Cristo, verso Dio, al posto di dar testimonianza della sua bontà, hanno compiuto abusi su di loro e minato la credibilità del messaggio della Chiesa. Come possiamo spiegare – si è chiesto – il fatto che persone le quali hanno ricevuto regolarmente il corpo del Signore e confessato i propri peccati nel sacramento della Penitenza abbiano offeso in tale maniera?». «Rimane un mistero», è stata la sorprendente risposta del papa, che “chiude” le indagini sulle motivazioni di tanto dolore e tanto scandalo senza avere scovato il colpevole. Sorprendente ma, va sottolineato, anche stridente nell’accostamento all’uso che, della parola “mistero”, fa il papa poco più sopra, in ben più profondi concetti teologici. «Il tema del Congresso (“Comunione con Cristo e tra di noi”) ci porta a riflettere sulla Chiesa quale mistero di comunione con il Signore e con tutti i membri del suo corpo», afferma Benedetto XVI in apertura. Poi, ricordando che «il Concilio ha promosso la piena ed attiva partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico», ha spiegato che il rinnovamento liturgico desiderato dai padri conciliari «era proteso a rendere più facile l’entrare nell’intima profondità del mistero».

Nell’intervista che il cardinal Bertone ha rilasciato a Famiglia Cristiana, il segretario di Stato accusa del pasticcio VatiLeaks direttamente il diavolo, “puparo” del maggiordomo Paolo Gabriele, agli arresti per trafugamento di documenti, e dei tuttora “misteriosi” e più o meno ecclesiastici traditori con i quali il cameriere doveva essere in combutta. «La verità – ha detto – è che c’è una volontà di divisione che viene dal maligno». Ecco dunque il colpevole. Qui sì, è stato scovato. Certo, all’origine di ogni male, e perciò anche del VatiLeaks, c’è, per i credenti, il Male personificato. Il quale, non riconosciuto, sa però farla da padrone anche nella Chiesa cattolica. Vedi l’Inquisizione, per dirne una. Lontana. Vedi la pedofilia dei preti, per dirne un’altra. Vicina. Ma quali abiti ha vestito il diavolo, quali menti ha abitato, di quali strutture si è servito? È un “mistero”?

Eletta Cucuzza, Adista

Un libro coraggioso, schietto, efficace. Un’inchiesta priva di zone d’ombra, che scava a fondo senza pietismi e falsi moralismi tra le pieghe di un crimine odioso e violentissimo, le cui cause sono ancora scarsamente indagate sebbene sia radicato in tutte le società. Compresa quella occidentale. Golgota, firmato per Piemme dal giornalista di Panorama, Carmelo Abbate (autore del best seller europeo Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti, Piemme 2011), da pochi giorni in libreria, allarga in maniera significativa lo squarcio nel muro di omertà mediatica che riguarda il fenomeno della pedofilia nel clero cattolico italiano.

Abbate, come hai sviluppato l’idea di scrivere Golgota?

In Sex and the Vatican ho descritto la doppia morale della Chiesa cattolica riguardo ai temi legati alla sessualità, come questa viene vissuta di nascosto dagli appartenenti al clero e spesso come una vera e propria ossessione che sfocia in violenza. Indagando in questi ambiti mi sono trovato a contatto con storie di abusi pedofili, ma volutamente ho scelto di non raccontarle in quel libro. Provavo una sorta di repulsione. Poi, come racconto nelle prime pagine di Golgota, è successo che mi sono imbattuto nella mail di una vittima. Quando ci ho parlato e mi sono reso conto dalle sue risposte di ciò che subisce una persona abusata in età adolescenziale, ho sentito il dovere di chiudere il cerchio. È questa la molla che mi ha portato a scrivere Golgota.

Nel libro c’è la presenza costante di due protagonisti. Il sacerdote violentatore e la sua preda. Con entrambi tu instauri un rapporto che li porta a raccontare e a raccontarsi. Ciò che trasuda dalle tue pagine è l’enorme differenza di spessore emotivo tra queste due persone. Da un lato un calcolatore che tenta di costruire un personaggio dalle sembianze umane con i suoi limiti e le sue (presunte) virtù, risultando invece gelidamente anaffettivo. Dall’altro la dignità, l’indignazione, la sofferenza, la rabbia di un uomo vittima di un crimine paragonato dagli specialisti all’omicidio.

È agghiacciante, in effetti, la differenza. Secondo me dipende proprio dal vissuto diverso delle due figure. Io sono rimasto colpito dalla serialità che caratterizza questi crimini. A un certo punto racconto la storia di un prete brasiliano che nel suo computer aveva memorizzato il “decalogo del pedofilo”. In dieci punti spiega dove individuare la preda, come avvicinarla, in che modo ammaliarla. Non dico che tutti i pedofili siano così, ma penso che anche in colui che non arriva a darsi delle “regole” scritte c’è comunque una serialità, un’abitudine, una “serenità” nei comportamenti. Questa stessa freddezza l’ho riscontrata nel prete intervistato in Golgota. E poi c’è la sua vittima. Che per anni ha tenuto dentro di sé la paura, la vergogna, il silenzio. Quando tutto ciò esplode, il dramma si percepisce a pelle nell’uso delle parole, nel timbro della voce, nelle pause. L’aguzzino invece rimane calmo, con la sua voce piatta come se nulla di particolare fosse successo. Arrivando praticamente a sostenere – tipico dei violentatori – che l’ha fatto per compiacere il bambino.

Golgota offre anche una dettagliata ricostruzione dei dolorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. Un periodo che ha segnato profondamente l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, costretta a prendere atto dell’inadeguatezza delle proprie norme a prevenire gli abusi e dell’atteggiamento omertoso dei propri gerarchi. Nel recente simposio internazionale per vescovi e segretari generali “Verso la guarigione e il rinnovamento” (citato anche da Abbate), organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma, il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, ha ammesso senza mezzi termini l’esistenza di un «problema culturale» in seno alla Chiesa. Problema che però sembra non essere percepito come tale in tutti gli ambienti ecclesiastici, istituzionali e mediatici, specie quelli italiani. Chi scrive era uno dei 4-5 giornalisti italiani presenti al simposio in mezzo a decine di colleghi stranieri, e si è sentito rispondere dal responsabile della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che qui da noi «non ci sono i presupposti» per istituire una commissione d’indagine indipendente da parte della Conferenza episcopale. Lombardi intendeva dire che «non c’è un numero tale di episodi» da giustificare inchieste sulla scia di quelle che in Belgio, Irlanda, Stati Uniti e Germania hanno consentito di portare alla luce un fenomeno devastante, dando la forza a migliaia di vittime di denunciare la propria condizione. Come in altri ambiti, anche nella lotta alla pedofilia clericale il nostro Paese è in grave ritardo. Qual è il tuo parere?

Le statistiche dicono che in Italia i casi di abusi sono stati ottanta in dieci anni. Ma chi ci crede? In nessun altro Paese risiedono tanti sacerdoti come da noi. Questo dà l’idea di quale sia l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana (Cei) riguardo questo fenomeno. Continua a far finta che nel mondo in questi dieci anni non sia accaduto nulla. Io penso che però non sia solo una responsabilità dei vescovi. L’assenza di reazione politica che accomuna i due grandi schieramenti, e soprattutto di copertura mediatica, impensabile altrove, è un fatto tutto italiano. Di fronte a Golgota è stato innalzato un muro di silenzio, come a dire che il libro non esiste. Cioè il problema della pedofilia clericale in Italia non esiste. Lo stesso mi era capitato con Sex and the Vatican. I media nazionali lo hanno ignorato. Di certe cose qui da noi non se ne deve parlare. Questo libro uscì contemporaneamente in Francia e ho partecipato a trasmissioni in prima serata in chiaro su Canal plus, oppure a Radio France dove ho potuto parlare del dramma delle suore abusate. Ero sgomento di fronte alla differenza di atteggiamento tra i mass media italiani e quelli francesi. L’agenzia France press chiese un commento alla Cei sull’uscita di Sex and the Vatican. La risposta fu: “Nessun commento, non intendiamo fare pubblicità a quel libro”. Ecco, questa è la linea editoriale seguita dalla stampa italiana.

La storia della Chiesa cattolica è costellata di abusi sui bambini e gli adolescenti. Lo storico Eric Frattini documenta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Poi con l’Inquisizione si gettano le basi del sistema legislativo e giudiziario che favoriscono l’omertà e l’insabbiamento dei casi. Un sistema al quale si sono adeguati nell’era moderna Pio XI e Giovanni XXIII, quando firmano rispettivamente nel 1922 e nel 1962 due versioni del Crimen sollicitationis, e Paolo VI. Ma è con Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che “la cultura del silenzio” si è radicalizzata. Non a caso porta la firma dell’attuale papa (e del segretario Tarcisio Bertone) il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili. Oggi il Vaticano vorrebbe farci credere che Ratzinger e Benedetto XVI non sono la stessa persona, accusando i media (stranieri) di alimentare una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tu dedichi Golgota a Benedetto XVI, come mai?

Morale “sessuale”, coppie di fatto, omosessualità. Quando ho finito di scrivere Sex and the Vatican il mio giudizio nei confronti della Chiesa di Joseph Ratzinger era del tutto negativo. Lavorando a Golgota mi sono reso conto che per quanto riguarda lo specifico tema degli abusi, con le sue prese di posizione, il suo coraggio, il suo pubblico rincrescimento, l’incontro con le vittime e la manifesta vergogna, Benedetto XVI ha scelto un vero e proprio cambio di passo rispetto al Papa che lo ha preceduto. Questo gli va dato atto.

Nessuno però ha mai chiesto ai diretti interessati – le vittime, i “sopravvissuti” – cosa ne pensano delle scuse di Benedetto XVI.

Per carità, di fronte a certi drammi ci vuole ben altro che porgere delle scuse. Si può discutere quanto queste siano genuine e spontanee e quanto dietro invece ci sia una necessità “politica” dettata dalla difficile fase storica che sta vivendo la Chiesa, per cui non si può più sottrarre dal prendere una posizione pubblica su questo fenomeno. Però non si può non riconoscere a Ratzinger la svolta rispetto a Wojtyla. In Golgota metto in fila tutte le sue iniziative contro la pedofilia. Il paradosso qual è? Benedetto XVI viene individuato dall’opinione pubblica mondiale come capro espiatorio. Mentre Giovanni Paolo II, sebbene sia quello che più di tutti ha messo la polvere sotto il tappeto, viene beatificato e osannato. Anche così si spiega la mia dedica. Se il fine ultimo è il benessere di chi è stato abusato ed è fare in modo che altri abusi non se ne commettano, Benedetto XVI rappresenta una fiammella di speranza che va alimentata, protetta e legittimata. La strada da seguire è questa e secondo me non va ricacciata nell’oscurità.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Sinossi:
Sono passati quasi trent’anni da quando il primo caso di pedofilia viene segnalato al Papa. Da allora si contano ufficialmente quattromilacinquecento casi nella Chiesa degli Stati Uniti, con oltre due miliardi e mezzo di dollari di risarcimenti pagati. Millesettecento preti accusati di abusi in Brasile. Mille in Irlanda, chiamati a rispondere di trentamila casi. Centodieci sacerdoti condannati in Australia. In Italia si parla di ottanta casi e trecento vittime: quelli rimasti riservati o nascosti sono certo molti di più, ma la Conferenza episcopale italiana non ha mai comunicato dati ufficiali. L’elenco delle Chiese travolte dallo scandalo della pedofilia copre i cinque continenti. Nel corso dell’ultimo decennio i casi di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici su minori sono «in drammatico aumento», ha recentemente dichiarato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Ma se si comincia finalmente a prendere coscienza della dimensione del fenomeno, si fatica enormemente a riconoscerne la natura e le cause. Sono solo alcuni dei numeri di Golgota. Ma il lavoro di Carmelo Abbate è tutt’altro che un elenco di numeri. È una rete di incontri: da Roma a New York, da Berlino a Parigi, dall’America Latina all’Africa. Di confessioni inquietanti. Di testimonianze. Di scontri. Rivelazioni sconcertanti. Documenti esclusivi. È, soprattutto, una solida indagine da undercover reporter. Le denunce delle vittime. L’immobilismo delle gerarchie. Il teorema del silenzio. I soldi per pagarlo. I centri per il recupero dei preti pedofili. Le azioni giudiziarie. Il quadro psicologico. Il risultato è una sconvolgente inchiesta, un reportage inedito ed esplosivo.

Carmelo Abbate
Golgota. Viaggio segreto tra Chiesa e pedofilia
Piemme, 378 pagine, €17.50

ImmagineLa Visita Apostolica della Chiesa irlandese ordinata da papa Benedetto XVI in seguito all’esplosione dello scandalo pedofilia ”ha permesso ai visitatori di vedere con i loro occhi quanto le mancanze del passato abbiano dato luogo a una comprensione e reazione insufficiente al terribile fenomeno dell’abuso dei minori, non ultimo da parte di vari vescovi e superiori di ordini religiosi”. E’ quanto si legge nella sintesi dei risultati della Visita, pubblicati oggi dalla Sala Stampa vaticana.

”Con un grande senso di dolore e vergogna – sottolinea il rapporto -, bisogna ammettere che all’interno della comunità cristiana giovani innocenti sono stati abusati da preti e religiosi alla cui cura erano stati affidati, mentre coloro che dovevano vigilare spesso non lo hanno fatto adeguatamente”. Tuttavia, prosegue il rapporto, ”i visitatori hanno potuto verificare che, dall’inizio degli anni ’90, sono stati fatti passi verso una maggiore consapevolezza della serieta’ del problema degli abusi, sia nella Chiesa che nella società, e di quanto sia necessario trovare misure adeguate per contrastarlo”. Nella sintesi del rapporto, che contiene osservazioni della Santa Sede e di tutti i dicasteri vaticani interessati dalla visita, si rinnova ”il senso di sgomento espresso da Papa Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda” e ”la vicinanza che egli ha più volte manifestato alle persone vittime di tali atti peccaminosi e criminali compiuti da sacerdoti o religiosi”. Nel testo si sottolinea come questa visita apostolica abbia avuto ”un carattere pastorale”, permettendo da un lato di ”attestare la gravita’ delle mancanze che hanno dato luogo nel passato ad una non sufficiente comprensione e reazione, anche da parte dei vescovi e superiori religiosi, al terribile fenomeno dell’abuso sui minori”.

Il testo di sintesi presentato oggi precisa che le ”Linee guida” enunciate nel documento ”Safeguarding Children” del 2008 prevedano alcuni aspetti di basilare importanza per continuare a monitorare e prevenire misfatti in questo ambito: anzitutto si parla di ”un capillare coinvolgimento dei fedeli e delle strutture ecclesiastiche nel lavoro di prevenzione e formazione”; si ribadisce la disponibilità piena ad ”una stretta collaborazione con le autorità civili nella tempestiva segnalazione delle accuse”; si riafferma ”il costante rimando alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per ciò che è di sua competenza”. Il testo sottolinea, inoltre, che ”tali norme si sono rivelate uno strumento efficace per gestire le denunce di abuso e per accrescere la sensibilità dell’intera comunità cristiana in materia di tutela dei minori”.

Oltre a come affrontare l’assistenza nei confronti delle vittime degli abusi, il documento si occupa anche degli autori degli abusi (preti e religiosi) e di coloro che tra i religiosi sono stati accusati ingiustamente. Si ricorda cosi’ che vescovi e superiori religiosi, in collaborazione con il ”National Board for Safeguarding Children”, ”dovranno sviluppare una normativa per trattare i casi di sacerdoti o religiosi verso cui siano state avanzate accuse, ma nei confronti dei quali il Pubblico ministero abbia deciso di non procedere”. Allo stesso modo, prosegue il testo di sintesi, ”si dovranno stabilire norme per facilitare il ritorno nel ministero di sacerdoti falsamente accusati e per offrire l’adeguata attenzione pastorale ai sacerdoti o religiosi che siano stati ritenuti colpevoli di abusi su minori”.

Quanto alla formazione nei seminari e negli istituti religiosi, il documento vaticano afferma che e’ necessario assicurare che ”la formazione offerta sia radicata in un’autentica identità presbiterale, offrendo una più sistematica preparazione alla vita imperniata sul celibato sacerdotale, sapendo mantenere un adeguato equilibrio tra le dimensioni umana, spirituale ed ecclesiastica”.

Sempre in tema di formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa, il testo evidenzia l’importanza di ”introdurre più rigorosi criteri di ammissione” e di ”mostrare un maggiore impegno per la formazione intellettuale dei seminaristi”. Si afferma inoltre che ”i religiosi in Irlanda si uniranno ai vescovi nella comune riflessione” su questi temi della formazione per una adeguata identità presbiterale e religiosa, oltre che per offrire assistenza alle stesse vittime degli abusi.

Nonostante la gravità dei fatti verificatisi, i visitatori vaticani sottolineano ”la permanente vitalità della fede del popolo irlandese”, notano ”la dedicazione con cui molti vescovi, sacerdoti e religiosi vivono la propria vocazione”, riscontrano ”la vicinanza umana e spirituale che molti di loro hanno avvertito da parte dei fedeli in un tempo di crisi” e riconoscono ”la profonda fede di molti uomini e donne e un vasto coinvolgimento di sacerdoti religiosi e laici nel dare vita alle strutture di tutela dei minori”. Tra gli ultimi aspetti citati nel documento, si parla della riflessione circa l’attuale configurazione delle diocesi, considerate da molti troppe rispetto alla popolazione irlandese, da riconsiderare in vista di rendere le strutture diocesane ”meglio idonee a rispondere all’odierna missione della Chiesa”. (asp/cam/alf)

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Pedofilia, Vaticano: Riformare Chiesa d’Irlanda (Lettera43)

The report will be published by the Vatican this morning

The Vatican will publish a report this morning on the Catholic child abuse scandals in Ireland. It was compiled following visits to Ireland by teams of Vatican-appointed foreign church leaders. It will also look at the church’s dealings with survivors of abuse and current child protection policies. The report was promised two years ago by Pope Benedict XVI in his letter to Catholics in Ireland. It is expected to impose a rationalisation of dioceses. The Pope expressed horror in the wake of the Ryan and Murphy reports, which revealed a 70-year history of child abuse by a significant number of priests, brothers and nuns and cover-ups by their religious superiors. Six teams were assigned to formally assess the implications of the abuse scandals in each of the four archdioceses, in religious orders and congregations based in Ireland and abroad. Some of the teams met victims and concerned Catholics in advertised locations, as well as individual survivors behind closed doors.

(Fonte: Bbc News )

Leggi anche: “Pedofilia, i risultati dell’indagine della Chiesa irlandese ordinata dal Papa” (Vatican insider, La Stampa.it)

Don Lelio Cantini, ex parroco della Regina Pacis di Firenze

Ha violentato numerose bambine per 20 anni, a Firenze. Denunciato dalle vittime è stato riconosciuto, da chi l’ha indagato, responsabile dei crimini sulla base di prove e testimonianze inoppugnabili. Ma non ha mai messo un piede in tribunale italiano. E mai lo farà, mercoledì scorso è morto. Come è stato possibile? Perché in Italia la brevità dei termini di prescrizione previsti per gli abusi “sessuali” (10 anni) consente a un pedofilo di passare agilmente tra le maglie della giustizia e farla franca.

Il caso dell’ex parroco fiorentino Lelio Cantini, autore di violenze su minorenni di età compresa fra i 10 e i 17 anni, e deceduto a 89 anni nella più assoluta indifferenza dei media nazionali, è emblematico per comprendere quanto siano inadeguati i termini di prescrizione stabiliti dall’ordinamento italiano per questo genere di reato. Dato lo scalpore che suscitò la vicenda quando venne alla luce a metà del decennio scorso, sarebbe stata l’occasione giusta per riaccendere i riflettori su di un nodo irrisolto nella difficile battaglia contro la pedofilia e avviare un dibattito pubblico. E invece il silenzio dell’informazione non fa che rafforzare la genetica (e sospetta) inerzia di Governo e Parlamento di fronte a queste vicende. Accusato per abusi avvenuti tra il 1973 e il 1993, Cantini fu denunciato nel 2004 da alcune vittime che per prime avevano avuto il coraggio di rivolgersi alla magistratura. Erano quindi passati undici anni dalle ultime presunte violenze e questo l’ha messo al riparo da una condanna penale. L’archiviazione per prescrizione dei reati è scattata a maggio 2011 e il decreto gli è stato notificato nel convento dei frati francescani di Fiesole. Qui l’ex parroco della Regina Pacis si era ritirato nel 2008 dopo essere stato ridotto allo stato laicale perché riconosciuto responsabile di «abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori» da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Colpevole per il Vaticano, prescritto per lo Stato italiano.

Per inciso, la sentenza della Cdf non ha impedito alla Curia toscana di rendersi protagonista di una surreale polemica con la procura di Firenze. Polemica che vale la pena riassumere brevemente anche per ricordare l’idea che si erano fatti i magistrati su questa vicenda. Nel decreto di archiviazione il pm Canessa faceva riferimento a comportamenti omissivi da parte delle autorità religiose e a una «lunga inerzia» che aveva consentito a don Cantini di proseguire nella sua condotta. La stoccata parte dal periodico delle diocesi locali Toscana Oggi che definisce il decreto una condanna «impropria», pronunciata «senza processo». Secca la replica della procura di Firenze che sottolinea come nella richiesta di archiviazione fosse contenuto «l’elenco dei singoli elementi di prova acquisiti nel corso delle indagini in merito alla sussistenza dei fatti addebitati all’indagato ed alle condotte di terze persone unitamente ai motivi per cui non è stato possibile esercitare l’azione penale, o per estinzione del reato per prescrizione (fatti addebitati al Cantini), o per mancanza di querela (fatti relativi alle asserite minacce ricevute da alcune parti offese ed agli abusi sessuali patiti da persona compiutamente identificata)». Molto probabilmente, dunque, colpevole anche per lo Stato italiano. Ma prescritto.

Della necessità di rivedere i termini di prescrizione si è molto parlato sulla scia degli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica di mezza Europa tra il 2009 e il 2010, quando il governo italiano rappresentato dalla ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, ospitò la cerimonia di presentazione della campagna anti-pedofilia lanciata dal Consiglio d’Europa. In quella occasione, era il 29 novembre 2010, Carfagna nel rispondere a chi scrive assicurò che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» avrebbe ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale”. Sono passati 15 mesi. Il testo di legge – che contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia e l’inasprimento delle pene – giace esangue alla Camera senza che nessuno sappia dire quando e se riprenderà l’iter di approvazione. Considerando la particolare ferocia del reato e, sopratutto, le conseguenze a livello psichico che subisce la vittima di un abuso, da anni è in atto in Europa una campagna per l’eliminazione di qualsiasi termine di prescrizione per questo crimine. Non sono affatto rari i casi in cui chi ha subito una violenza in tenera età impieghi anni, se non decenni (come nel caso delle donne abusate da don Cantini), a vincere vergogna, sensi di colpa, diffidenza dei familiari e dell’ambiente in cui vive prima di rivolgersi a uno specialista o all’autorità giudiziaria per raccontare quanto subito. In Italia, grazie alla cosiddetta norma ex Cirielli la prescrizione per il reato di “pedofilia” (termine tuttora assente dal nostro codice penale) è stata addirittura ridotta da 15 a 10 anni.

Altrove l’approccio istituzionale è ben diverso. Ad esempio, in Germania, il 23 marzo 2011 la pressione dell’opinione pubblica indignata per gli scandali emersi in numerosi istituti scolastici del Paese retti da gesuiti, portò all’approvazione di una legge che prevede un allungamento da tre a 30 anni per i tempi di prescrizione delle responsabilità civili. Una misura inevitabilmente destinata a rafforzare la posizione delle vittime nelle procedure penali relative a casi di pedofilia. Di notevole importanza sono, almeno sulla carta, anche le Nuove norme approvate a maggio 2010 da Benedetto XVI, che in Vaticano fanno scattare la prescrizione dopo 20 anni dal compimento della maggiore età del minore «con» cui il «chierico» ha compiuto l’atto di violenza. Come pure segna una svolta il Protocollo emanato ad aprile 2011 dalla Conferenza episcopale cilena a fronte del clamoroso “caso Fernando Karadima” (sacerdote ottuagenario molto noto nel Paese e tra i più influenti religiosi nella Chiesa del Cile), tristemente simile a quello di don Cantini, che consente alle gerarchie locali d’indagare anche nelle vicende in cui sia già subentrata la prescrizione. Misura che denota estrema civiltà e lancia un segnale forte anche contro chi si ostina a proteggere migliaia di scheletri in altrettanti armadi, ma che ancora oggi non ha “imitatori” in nessun altro Paese al mondo. Italia compresa.

Federico Tulli [Cronache Laiche]