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ImmagineLa Santa Sede «non può essere considerata come il datore di lavoro» dei sacerdoti nel mondo e dunque responsabile in sede civile per gli abusi sessuali commessi dai preti. Lo ha stabilito un giudice della Corte federale dell’Oregon, dando ragione agli avvocati del Vaticano. Il giudice Michael Mosman, della Corte di Portland era chiamato a pronunciarsi sul cosiddetto caso “John Doe vs Holy See”, reso celebre dal fatto che l’accusa, sostenuta dal battagliero avvocato di molte vittime di preti pedofili, Jeff Anderson, ha chiamato in causa per la prima volta direttamente il Vaticano come corresponsabile degli abusi in quanto «datore di lavoro» del prete pedofilo, alla stregua di una multinazionale. Come riporta l’Ansa, Mosman ha archiviato il caso di abusi compiuti negli anni ’60 dal reverendo Andrew Ronan, morto nel 1992. «Non ci sono fatti che creino un vero rapporto di lavoro tra Ronan e la Santa Sede», ha sentenziato il giudice spiegando che se avesse accolto il punto di vista del ricorrente, «allora i cattolici, ovunque, potrebbero essere considerati impiegati della Santa Sede».

In particolare, la causa aperta nel Tribunale dell’Oregon si riferisce al caso del prete di origine irlandese Andrew Ronan, su un abuso compiuto nel 1965 su un diciassettenne a Portland. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. Secondo l’avvocato Anderson la Santa Sede, in qualità di «datore di lavoro», approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile degli abusi. Di parere contrario il giudice Mosnan che, per difetto di giurisdizione, chiude ora una causa che durava da dieci anni. Dai documenti (quelli della difesa pubblicati anche online l’anno scorso dal Vaticano) è emerso infatti che padre Ronan dell’Ordine dei Servi di Maria, nel corso di 15 anni, aveva abusato di altri ragazzi, a Chicago e a Benburg, in Irlanda. Ma questi episodi erano stati mantenuti segreti dall’ordine religioso e la Santa Sede era stata informata di tutto ciò soltanto nel momento in cui Ronan chiese lui stesso di essere ridotto allo stato clericale, cosa che avvenne appena dopo cinque settimane dalla domanda. I superiori del religioso avevano deciso il trasferimento – prima da Benburg a Chicago, e infine a Portland (Oregon) – senza avvertire né il responsabile locale dell’ordine né il vescovo di Portland di quanto era accaduto in precedenza. Anderson ha annunciato che ricorrerà in appello.

Fonte: Cronache Laiche

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Rappresenta un fatto senza precedenti la pubblicazione online, da parte del Vaticano, dei documenti su un prete pedofilo americano per respingere le accuse contro la Santa Sede attualmente al centro di un’azione legale presso un Tribunale in Oregon: dai documenti risulterebbe che il Vaticano non era al corrente dei crimini, risalente al 1965, del sacerdote, successivamente ridotto allo stato laicale. La causa aperta nel Tribunale dell’Oregon è una delle iniziative del battagliero avvocato delle vittime Usa, Jeff Anderson, e si riferisce al caso del prete di origine irlandese Andrew Ronan – deceduto nel 1992 -, su un abuso compiuto nel 1965 su un diciassettenne a Portland. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. La tesi di Anderson è che la Santa Sede, in qualità di «datore di lavoro», approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile degli abusi. La chiamata in causa del Vaticano fa leva anche sul fatto che nel giugno del 2010 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non prendere in esame e di rinviare ai singoli Tribunali, in questo caso quello dell’Oregon, la decisione se il Vaticano e i suoi vertici (compreso il Papa) debbano essere considerati civilmente responsabili delle azioni dei preti pedofili. Oggi, con una mossa del tutto inedita, la Santa Sede ha reso pubbliche, tramite il sito della Radio Vaticana, le carte sul caso Ronan. «Com’è noto – spiega l’emittente pontificia -, il tragico problema degli abusi sessuali ha causato critiche nei confronti della Santa Sede, spesso nella stampa, ma talvolta anche nella forma di azioni legali che cercano di dimostrare che la Santa Sede e’ corresponsabile degli abusi commessi. Uno di questi casi è la causa “Doe v. Holy See” (Anonimo contro Santa Sede, ndr), che è in corso davanti a un Tribunale statunitense di prima istanza nello Stato dell’Oregon». E a proposito dell’abuso compiuto da Ronan nel 1965 su un diciassettenne a Portland, aggiunge che «mentre la gran parte delle accuse presentate dagli avvocati della vittima sono già state ricusate, ne sono rimaste ancora due, riportate ripetutamente dalla stampa: cioè che la Santa Sede sapeva che Ronan era un abusatore, e che – pur sapendo di questo fatto – la Santa Sede lo trasferì da un luogo a un altro». Secondo la Radio Vaticana, queste «sarebbero naturalmente accuse molto gravi, se fossero vere. Ma, come apprendiamo dagli sviluppi del caso, queste accuse sono certamente non vere». E «per contribuire allo studio attento della materia da parte di chi lo desidera», oltre che «per aiutare il Tribunale statunitense a risolvere le questioni ancora aperte su questo caso», la Santa Sede rende pubblica oggi la documentazione su Ronan, «in particolare sulla sua dimissione dallo stato clericale». I documenti sono pubblicati sul sito della Radio Vaticana, a un preciso indirizzo (http://www.radiovaticana.va/pdf/documents_Doe_v_Holy_See.pdf), e «sono quindi a disposizione della consultazione pubblica». Oltre alla pubblicazione delle carte, c’e’ anche una dichiarazione dell’avvocato Jeffrey S. Lena, che rappresenta la Santa Sede nella causa, che sottolinea la falsità delle accuse contro il Vaticano. Lena nota come i documenti rilasciati dimostrino che la Santa Sede venne informata sul grave comportamento di Ronan solo dopo il caso di abuso in questione, e che non fu mai coinvolta in alcun trasferimento di Ronan. Il legale definisce «calunniose» le accuse contro il Vaticano e afferma che i legali della vittima, che hanno insistito in queste accuse, hanno «ingannato il pubblico» e «abusato del sistema legale». Commentando la questione con la Radio Vaticana, Lena afferma poi che «mentre il sistema giudiziario talvolta opera lentamente, questi documenti potranno contribuire ad una conclusione più rapida del caso». Aggiunge infine che la pubblicazione oggi di queste carte dovrebbe «calmare quelle persone che sono fin troppo pronte a rilasciare commenti sensazionali e non equilibrati, senza preoccuparsi di una conoscenza adeguata dei fatti». (Fausto Gasparroni)

Il Vaticano pubblica on-line alcuni documenti sul caso di Andrew Ronan, un prete dell’Oregon accusato di abuso sessuale su un ragazzo nel 1965, dai quali emerge che la Santa Sede non era a conoscenza del crimine commesso dal sacerdote. Ne da’ notizia la Radiovaticana, citando le azioni legali con cui si cerca «di dimostrare che la Santa Sede è corresponsabile degli abusi commessi». Uno di questi casi, riferisce l’emittente pontificia, è la causa “Doe vs Holy See”, che è in corso davanti a un Tribunale statunitense di prima istanza nello Stato dell’Oregon. Il caso riguarda un sacerdote religioso, Andrew Ronan, che nel 1965 compì un abuso nei confronti di un diciassettenne a Portland, nell’Oregon. Mentre la gran parte delle accuse presentate dagli avvocati della vittima sono già state ricusate, ne sono rimaste ancora due, riportate ripetutamente dalla stampa: cioè che la Santa Sede sapeva che Ronan era un abusatore, e che – pur sapendo di questo fatto – lo trasferì da un luogo a un altro. Sarebbero naturalmente accuse molto gravi, se fossero vere. «Ma, come apprendiamo dagli sviluppi del caso, – rimarca la Radio – queste accuse sono certamente non vere». (Chr)

L’11 maggio la Cassazione potrebbe mettere la parola fine sul caso di don Bertagna. Nel 2006 confessò abusi e violenze su 38 bambini e adolescenti

Federico Tulli

La capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit di qualsiasi pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, ma la legge parla chiaro: in Italia il reato cade in prescrizione dopo dieci anni. E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi pedofilo è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Questo spiega perché a fronte della tanto propagandata “tolleranza zero” di Benedetto XVI, si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Se lo scudo protettivo cade, oltre alla mostruosità del contesto appena descritto non di rado emerge la serialità con cui è stato compiuto il crimine. A quanto detto combacia perfettamente tutta la storia di don Pierangelo Bertagna l’ex parroco dell’abazia di Farneta (nel comune di Cortona in Toscana) reo confesso di abusi su 38 vittime, alcune delle quali non avevano nemmeno 10 anni. Giuridicamente parlando la vicenda – che left segue sin dal n.16 del 2006 -, volgerà definitivamente al termine l’11 maggio prossimo. Giorno in cui si riunisce la III sezione della Corte di Cassazione per valutare il ricorso dei suoi difensori dopo la condanna in appello a 8 anni di reclusione inflitta dai giudici di Firenze nel 2010, che a sua volta avevano confermato quella del gup di Arezzo comminata nel 2006. In attesa che sia messa la parola fine e la sentenza passi in giudicato, e nella “speranza” che chi di dovere (non solo il Vaticano) ricavi dalla vicenda Bertagna gli elementi per rimodulare l’approccio e quindi l’opera di prevenzione dei crimini pedofili, ripercorriamo brevemente alcune tappe significative.

Il caso dell’ex abate è scoppiato nell’estate del 2005, quando i genitori di un tredicenne lo denunciarono ai carabinieri. Dopo una prima ribellione da parte della comunità locale che considerava l’abate un santo, l’apertura delle indagini produsse in poco tempo una sorta di effetto domino, con una catena di esposti presentati dalle famiglie di altri 15 bambini tutti appartenenti alla stessa parrocchia di Farneta, a lui affidati a vario titolo. Le indagini, condotte dal pm di Arezzo Ersilia Spena, portarono quindi all’arresto del religioso che nel corso dei diversi interrogatori arrivò a confessare altri 22 abusi compiuti prima di diventare sacerdote all’età di 39 anni. Crimini, questi, avvenuti in seminario, e presso le comunità che aveva frequentato nel nord Italia. Un violentatore seriale che, si legge nella sentenza di primo grado, «non cercava mai rapporti paritetici, ma si approcciava sempre a soggetti in stato di inferiorità (fisica, di età, di condizione) cercando di possedere e dominare l’oggetto» delle sue “attenzioni”. Occasioni che Bertagna, oggi cinquantenne, si procurava con «lucidità», «creando le situazioni in cui rimaneva solo con i minori, in genere a lui affidati da ignari genitori». «In definitiva – cita ancora il testo – è risultato essere sempre lucidissimo nell’esecuzione dei crimini, dimostrando con ciò di saper bene controllare i suoi impulsi parafilici quando le circostanze sconsigliavano di agire. E tale lucidità è comprovata da diversi episodi». C’è poco altro da aggiungere, se non che in seguito alla sospensione a divinis avvenuta nel 2006 dopo le prime confessioni, era stato annunciato nei confronti di Bertagna anche il processo penale amministrativo «secondo le disposizione ecclesiastiche». Ma questo è decaduto dopo la concessione della dispensa dal sacerdozio ottenuta da Benedetto XVI. Dove sia oggi Pierangelo Bertagna non è certo. “Voci” non verificate lo davano agli arresti domiciliari in un convento o in un’abbazia del centro Italia, a meditare in vista della sentenza definitiva.

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Il caso

Il Vaticano alla sbarra

Negli anni Sessanta, la Santa Sede approvò il trasferimento dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote pedofilo, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile dei suoi crimini. Per questo motivo Jeff Anderson, avvocato di una vittima, nel 2010 ha citato in giudizio il Vaticano presso il tribunale di Portland nell’Oregon. La scorsa settimana, decidendo di non esprimersi sull’istanza e rimettendo la palla in mano al tribunale di Portland, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede. Non è questo l’unico caso di spicco che oppone il Vaticano ad Anderson (che a gennaio ha aperto anche uno studio a Londra per tutelare le vittime britanniche). Nei giorni scorsi, il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. Lo sostiene Andreson, legale dell’uomo, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, reo confesso di oltre 200 crimini pedofili in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni Settanta. Anderson sostiene che Joseph Ratzinger e i cardinali Sodano e Bertone (all’epoca ai vertici della Congregazione per la dottrina della fede), devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, poiché il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili. f.t.

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Il testo di una denuncia contro papa Benedetto XVI e due cardinali, a nome di un uomo che dice di essere stato vittima negli Usa di un prete pedofilo, è stato consegnato al Vaticano attraverso i canali diplomatici ufficiali. È quanto sostiene il legale dell’uomo, Jeff Anderson, secondo cui un precedente tentativo dello stesso tipo era andato a vuoto, dato che l’assessore per gli affari generali del Segretariato di Stato, monsignor Brian Wells, aveva respinto al mittente la busta consegnatagli da un corriere, definendola «indesiderata». L’uomo che ha sporto denuncia, Terry Kohut, di Chicago, è una delle vittime in Wisconsin di padre Lawrence Murphy, che abusò di numerosi giovani in un collegio per sordomuti di Milwaukee negli anni settanta. Anderson sostiene che papa Benedetto XVI (in quanto prefetto della Congregazione per la dottrina della fede a quei tempi), i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, devono essere considerati legalmente responsabili per le molestie, in quanto il Vaticano non prese a suo tempo le misure necessarie per neutralizzare i preti pedofili. Il caso in Wisconsin è uno dei due casi di spicco che oppone Anderson al Vaticano. L’altro caso è in Oregon: la tesi dell’ accusa è che la Santa Sede approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di un sacerdote molestatore, Andrew Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile. All’inizio dell’estate scorsa il caso dell’Oregon era approdato alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha dato il nulla osta all’eventualità di un processo contro la Santa Sede decidendo di non esprimersi sull’istanza, e rimettendo quindi la palla in mano al tribunale di Portland.