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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

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Padre Benedict Groeschel, il frate statunitense fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento

Cosa hanno in comune padre Groeschel e altri uomini di Chiesa, con Freud e Foucault? Un’idea perversa della sessualità umana, finalizzata a legittimare la pedofilia

Federico Tulli, Cronache Laiche

Il vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini, è stato senza dubbio uno dei più espliciti negatori di una storia criminale che ha radici antiche: la violenza pedofila. Per cimentare questa sua dote, il 9 aprile 2010, scelse un sito noto per ospitare e rilanciare le idee di personaggi che non disdegnano ancora oggi i princìpi reazionari della Chiesa preconciliare. Secondo il presule, dietro le decine di migliaia di casi di pedofilia clericale che tra il 2009 e il 2010 hanno travolto decine di diocesi in tutto il mondo non c’era altro che un piano congegnato da diaboliche menti «nemiche dei cristiani e del cristianesimo», vale a dire «i nemici di sempre del cattolicesimo, ovvero massoni ed ebrei». Da comunicatore esperto, il vescovo ha poi smentito di aver pronunciato queste frasi (smentito a sua volta dal direttore della testata che pubblicò l’intervista). Ma intanto il messaggio era stato lanciato, la polemica innestata, il dubbio insinuato. Non contento, l’uomo di Chiesa così concludeva rinforzando il concetto: «L’Olocausto fu una vergogna per l’intera umanità ma adesso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità è che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono l’economia tedesca». Come dire, sono stati gli stessi ebrei a provocare lo sterminio che fu a un passo dall’annientarli: se la sono cercata. Pronunciate o no da Babini, le sue frasi ricalcano sia l’idea negazionista dei presuli tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebvre (scomunicati nel 1988 e riabilitati da papa Ratzinger nel gennaio del 2010), sia quella che ispirò i gerarchi nazisti che nel 1941 pianificarono la “soluzione finale”. Negazionismo: le vittime diventano colpevoli. Dopo l’eliminazione fisica, deve scomparire il concetto stesso di vittima. C’è in questa “idea” un inquietante nesso con quella che traccia la lunga storia delle violenze su bambini e adolescenti da parte di uomini e donne di Chiesa. Una storia millenaria di abusi pedofili e di giustificazione e copertura dei colpevoli.

Il “caso Babini” non è isolato e certe convinzioni sono ancora oggi piuttosto radicate all’interno della Chiesa cattolica. La conferma viene dagli interventi che ogni tanto spuntano dalle pagine dei giornali di mezzo mondo. L’ultimo in ordine cronologico arriva dagli Stati Uniti ed è simile, se non identico ad un altro caso emerso in Spagna pochi mesi fa. Ecco cosa afferma a proposito dei sacerdoti pedofili, il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento, padre Benedict Groeschel: «La gente – dice Groeschel in un’intervista pubblicata nei giorni scorsi sul sito del National Catholic Register – ha in mente quest’immagine di una persona che aveva cattive intenzioni, uno psicopatico. Ma non è così. Prendiamo il caso di un uomo con un serio esaurimento nervoso, e un giovane gli si avvicina. In un sacco di casi è il giovane (14, 16, 18 anni) a sedurre il sacerdote» E ancora, in un crescendo di castronerie: «La maggior parte di queste relazioni sono di natura eterosessuale, e storicamente le relazioni fra uomo e ragazzo non sono state qualificate come crimini. Se andiamo indietro di 10-15 anni, davvero raramente eventi del genere sono stati qualificati come crimini. Nessuno la pensava così, e sono portato a credere che, la prima volta, questi preti non dovrebbero andare in galera perché non avevano intenzione di commettere crimini». Il National Catholic Register è stato il periodico dei Legionari di Cristo. Nel gennaio del 2011 la testata fu venduta nell’ambito del commissariamento provocato dal gigantesco scandalo per gli abusi “sessuali” compiuti su donne e minori dal fondatore Marcial Maciel Degollado e numerosi suoi fedelissimi. Non sorprende dunque che l’intervista sia stata rimossa dal sito appena ha iniziato a circolare al di fuori della ristretta cerchia dei suoi visitatori. Già perché, le parole del francescano sono state prontamente riprese dall’Huffington Post che di lettori ne ha 36 milioni, e questo ha costretto sia il francescano statunitense a precisare di non aver mai avuto intenzione di sostenere che «un sacerdote che abusa della sua vittima non sia responsabile».

Vero o no, le sue parole rimandano senza ombra di dubbio a un’altra “famosa” chicca, questa volta impossibile da cancellare o rettificare. Quando il tema della pedofilia clericale ricomincia a spuntare sulle prime pagine dei giornali spagnoli, puntualmente vengono ricordate le frasi di monsignor Bernardo Alvarez, vescovo di Tenerife. Costui in una tristemente famosa intervista del dicembre del 2007 rilanciata l’ultima volta a gennaio 2012 su El Pais, disquisisce di sessualità umana e quant’altro non si sa bene a che titolo. Dice testualmente Alvarez: «La sessualità disorganizzata è come una bomba a orologeria. Se viene provocata scoppia». E poi ancora: «Ci sono bambini di 13 anni che ti provocano, anche se tu non ti prendi cura di loro». Perché lo fanno? «Per avere rapporti sessuali con gli adulti». Ovvio, no? No. C’è anche qui l’idea, violentissima, del “bambino seduttore” direttamente mutuata dal quella cristiana che l’essere umano sia per natura (ovvero sin dalla nascita) peccatore. E quella altrettanto violenta – perché anch’essa del tutto priva di rapporto con la realtà umana – di una sessualità sviluppata già in età preadolescenziale. Formulando questo assurdo pensiero, i gerarchi vaticani si ritrovano in compagnia di personaggi appartenenti a una sponda culturale diametralmente opposta alla loro. O almeno così è secondo un pensare comune e forse poco attento.

La concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Questo tema è stato sviscerato da alcuni studiosi e ricercatori in un convegno che si è tenuto all’Università di Chieti Gabriele d’Annunzio nel maggio del 2010, dal titolo “La pedofilia tra psichiatria e diritto”. Ecco una sintesi dell’intervento dello psichiatra Andrea Masini, direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla: «Chi nell’epoca moderna ci ripropone questo pensiero è Sigmund Freud. Considerato a torto un grande pensatore della psicologia moderna, l’inventore della psicoanalisi sul tema della pedofilia, come su molti altri, fece una grande confusione. Alimentando il dramma, propone la definizione, rimasta storica, che il bambino è polimorfo perverso. Secondo Freud, il bambino normale, il bambino sano, il neonato (quindi tutti i bambini) è invece perverso per costituzione, per patrimonio genetico. E nella definizione che usa c’è la parola “perverso” che è la stessa con cui ancora oggi si caratterizza la pedofilia. Freud ripropone dunque l’idea millenaria, ammantandola di implicazioni patologiche, che soltanto con la ragione, con il raggiungimento dei sette-otto anni, l’essere umano impara a controllare i suoi “istinti” che sono naturalmente perversi» (cfr Chiesa e pedofilia di F. Tulli, L’Asino d’oro 2010).

Il dramma culturale originato da Freud trova una solida sponda durante il Sessantotto con il filosofo francese Michael Foucault quando sostiene che «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto» (Follia e psichiatria di M. Foucault, Raffaello Cortina Editore 2006). Giova ricordare che Foucault non si limitò a teorizzare certe idee, avendo firmato insieme con Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Jack Lang, futuro ministro della cultura, un manifesto in cui si auspicava la legalizzazione dei rapporti “sessuali” coi bambini da 12 anni in su. Una proposta che trovò estimatori anche al di qua delle Alpi, tra uomini politici e letterati nostrani. Nota ancora lo psichiatra Masini: «È Freud a teorizzare la sessualità nell’infanzia. Ma questo, che è una specie di dogma tuttora presente, è un obbrobrio culturale, scientifico, intellettuale, morale e anche penale. Il bambino non ha sessualità, punto. Per sessualità s’intende una dimensione che riguarda l’adulto, che prevede lo sviluppo puberale, che prevede la presenza di tutta una serie di realtà fisiche e biologiche, prima di tutto, e mentali, che il bambino non ha. Tutta la sua dimensione di rapporto, che è potentissima, si svolge in un ambito che possiamo chiamare “di affetti” che di sessuale non ha assolutamente nulla, e non lo può nemmeno avere. Possiamo pertanto ribadire che, mutuando il pensiero aristotelico prima e quello della Bibbia poi, Freud teorizza che il bambino non “esiste”». Insomma per Groeschel, Freud, Foucault, Babini, Alvarez e compagnia, il bambino non è un essere umano e questo spiega perché certe culture ritengono che la pedofilia non sia violenza e nemmeno un crimine. Giustificando così il più vile degli abusi che un essere umano possa subire (derubricato ancora oggi dal Vaticano in reato contro la morale, cioè mera offesa a Dio), poiché va a colpire lucidamente chi sta vivendo gli anni cruciali per la definizione dell’identità.

“Percorsi della pedofilia in ambito ecclesiastico: documenti e silenzi”. A fine luglio, discutendo una tesi così intitolata, la dottoressa Margherita Colaprico si è laureata in Antropologia culturale all’università di Bologna. Durante le presentazioni del mio libro – la prima fu proprio nella città delle Due Torri – ho ripetuto spesso che il fenomeno della pedofilia nel clero, o meglio, della pedofilia in generale, non è mai stato indagato veramente a fondo sebbene da almeno 25 secoli  non esista una società immune. A Oriente così come a Occidente. Ci sono però segnali inequivocabili che qualcosa stia finalmente cambiando. Alcuni, molto forti, li riporto “giornalisticamente” nel mio saggio e sono legati alla ricerca medico-scientifica che prende le mosse dalla Teoria della nascita elaborata dallo psichiatra Massimo Fagioli. L’indagine della Colaprico è un tassello importante che si aggiunge a un lavoro di ricerca indispensabile per fornire strumenti di conoscenza non solo agli addetti ai lavori. Mi riferisco in particolare ai miei colleghi giornalisti. Raramente infatti l’interesse manifestato dall’opinione pubblica nei confronti delle dinamiche che sono all’origine di questo crimine ottengono risposte precise e coerenti dal mondo dell’informazione. Ed è troppo semplicistico puntare il dito contro il noto servilismo dei media nei confronti delle gerarchie vaticane. Nel pubblicare questa intervista che fa parte dell’inchiesta contenuta nella sua tesi, desidero ringraziare Margherita Colaprico per avermi interpellato e le auguro una carriera professionale ricca di soddisfazioni.

FT

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Intervista di Margherita Colaprico a Federico Tulli (11 giugno 2012)

Cosa pensa della questione pedofilia e silenzio della Chiesa cattolica?

Ritengo che la pedofilia sia un fenomeno ancora scarsamente indagato in generale, non solo per quanto riguarda la Chiesa cattolica. Penso che il silenzio vaticano abbia diverse matrici, ad esempio di ordine culturale, ma spesso è legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ragioni comunque inaccettabili perché stiamo parlando di un crimine orrendo compiuto con lucidità nei confronti degli esseri umani più indifesi.

Dopo i fatti scoperti e posti sotto i riflettori, dei media internazionali, in tutto il mondo, crede che ci sia ancora, da parte dei media nazionali, una certa ritrosia a parlarne?

Ci sono stati segnali positivi. Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, la stampa italiana ha seguito le vicende con estremo interesse. In seguito però c’è stato un notevole calo di attenzione, specie dopo che la Santa Sede per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse. Un altro fattore secondo me significativo consiste nell’indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo quello dell’informazione, riguardo le radici della diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. La violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi è costante l’idea che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione. Io sono d’accordo con chi sostiene – come fa lo psichiatra italiano Massimo Fagioli intervistato nel mio libro Chiesa e pedofilia – che questo pensiero terribile di negazione dell’identità del bimbo porti come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, seppur grave, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera. Ecco, a fronte dell’esplosione degli scandali che stanno scuotendo pesantemente le fondamenta della Chiesa cattolica (pensiamo al peso rappresentato in termini “culturali” da questa istituzione) è mancata quasi totalmente un’indagine approfondita sulle reali cause della pedofilia.

Come giudica la legislazione italiana a riguardo?

Negli ultimi 15 anni sono stati fatti molti interventi positivi ma la situazione potrebbe essere migliore. Nel 1996 c’è stata una riforma dei reati in materia di delitti a sfondo “sessuale”, per cui da reati contro la moralità pubblica sono entrati a far parte dei reati contro la persona. Su questo ha inciso anche l’adesione dell’Italia alla Convenzione Onu dei diritti del fanciullo del 1989. Successivamente, nel 2006 con le “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia a mezzo internet” sono stati introdotti vari articoli al fine di contrastare le diverse modalità di sfruttamento dei minori. Le principali novità sono essenzialmente: l’inasprimento delle pene e l’ampliamento della nozione di pornografia minorile. C’è però chi sostiene che per l’entità del danno psichico provocato nella vittima la pedofilia sia da equiparare all’omicidio e allora forse le leggi sono ancora insufficienti. Molto di più si potrebbe fare anche in termini di prevenzione e monitoraggio del fenomeno, se il parlamento italiano ratificasse la Convenzione di Lanzarote. Adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Ma non è mai stata convertita in legge. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso (oggi il termine è di 10 anni da quando è stato commesso il reato), l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet. Personalmente ritengo che la prescrizione dovrebbe essere eliminata del tutto. Ci sono vittime che hanno impiegato 30 anni e più per prendere il coraggio di parlare della violenza con qualcuno, di solito uno psicoterapeuta. E non sono casi rari.

Come avrà sicuramente appreso per la prima volta a Savona, una sentenza storica, con ben sei pagine di ordinanza, che argomenta i reati dei preti pedofili savonesi e dei vescovi che li hanno coperti, come Dante Lanfranconi, che non solo ha permesso, ma ha anche alimentato le perversioni sessuali di almeno due sacerdoti. Qualcosa sta cambiando?

Lo scorso anno don Ruggero Conti è stato condannato da un tribunale italiano in primo grado a 15 anni e 4 mesi per violenze e induzione alla prostituzione di sette ragazzini. Forse questa è stata la prima vera sentenza storica in Italia, sia per la portata della condanna che per l’“importanza” del soggetto condannato: Conti era il parroco della ricchissima Natività di Maria Santissima di Roma ed era stato consulente per la famiglia del sindaco Gianni Alemanno durante la campagna elettorale alla corsa per diventare Primo cittadino della Capitale. Direi quindi che segnali positivi di cambiamento ce ne sono. Ma poi penso che durante il suo processo è emersa con chiarezza che l’omertà delle gerarchie ecclesiastiche è sistematica così come la loro indifferenza alle segnalazioni, per cui dico che ancora molto resta da fare. Specie a livello istituzionale nei rapporti con lo Stato vaticano.

La reazione del Vaticano, spesso, alle tante denunce è stata quella di attuare trasferimenti dei preti pedofili da una diocesi all’altra, ha preferito proteggere i propri uomini e non i bambini abusati. Qual’è il suo parere?

Il Vaticano si è sempre difeso, e lo fa ancora, sostenendo che i responsabili dei trasferimenti “incriminati” sono i vescovi delle singole diocesi. Questa risposta è tecnicamente corretta. C’è però una questione morale che non si può ignorare, come invece la Chiesa continua a fare. Un esempio per tutti riguarda Bernard Francis Law. Costui era il vescovo di Boston quando nel 2002 scoppiò il primo grande scandalo “di pedofilia ecclesiastica” della storia. La sua diocesi viene travolta e lui ammette di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili. Pertanto si dimette. Ebbene, per tutta risposta Giovanni Paolo II lo “chiama” a Roma e lo piazza come arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Anni dopo, sarà proprio Law a officiare la messa in suffragio di Wojtyla davanti ai cardinali di tutto il mondo. Un trasferimento premio.

La Chiesa cattolica può essere ritenuta, oggi, un luogo sicuro per i bambini?

Due anni fa proprio mentre Benedetto XVI intimava ai vescovi la “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti pedofili, don Fortunato di Noto (associazione Meter) venne intervistato a RadioVaticana. «Anche in Italia – disse – bisogna fare un lavoro sui seminari. Molto, molto lavoro di formazione, di discernimento nei seminari. Bisogna fare un attento monitoraggio ma anche affrontare le situazioni delicatissime che si vengono a creare con molta oculatezza, prudenza e soprattutto efficacia». Il messaggio era chiaro. È nei luoghi di formazione delle nuove leve del clero che si insidia il “cancro” della pedofilia. Ed è qui che occorre fare opera di prevenzione. Specie in quelli minorili, dove dei preti “educano” bambini tra gli 8 e i 16 anni. L’età più critica. Non a caso la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989) ne ha proibito l’istituzione, spiegando che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono al loro sviluppo. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della sessualità. Ebbene, anche per il crollo delle vocazioni questi seminari vanno oramai chiudendo in quasi tutto il mondo. Ma in Italia secondo l’ultimo dato disponibile ce ne sono ancora 123. A essi vanno aggiunti 25 convitti, per un totale di 2.743 seminaristi minori. È quanto risulta dall’ultimo censimento disponibile effettuato dalla Cei nel 2007. Allo stesso modo risulta che quella Carta dell’Onu non sia mai stata sottoscritta dal Vaticano.

Si è discusso molto sul tema del celibato. Crede possa essere una delle tante cause di una perversione alquanto diffusa nelle diocesi?

Assolutamente no. Lo psichiatra Andrea Masini in un’intervista mi spiegò chi è il pedofilo: «La pedofilia è una grave patologia psichiatrica. Il pedofilo prima di essere un criminale è un malato affetto da psicopatia grave o da schizofrenia. Alcune volte queste malattie hanno degli aspetti in cui prevale la lucidità. Il pedofilo non ha la confusione mentale del matto nello stereotipo del pensiero comune. Al contrario è calcolatore, capace di gestire il proprio comportamento, manierato». I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgono apposta determinate professioni. Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. A questo si aggiunga che almeno il 60 per cento degli abusi in Italia sono compiuti in famiglia. Le cause della pedofilia vanno ricercate altrove. Per completezza d’informazione cito anche l’intervista alla psichiatra Annelore Homberg: «Da psichiatra sottolineo che già il termine pedofilia è un’aberrazione linguistica, perché non c’è affatto “philìa” nei confronti del bimbo da parte del violentatore. E poi dico che un prete in celibato semmai diventa masturbatore, al più è costretto a vivere le storie clandestinamente, ma la pedofilia è tutto un altro discorso. Ben vengano tutte le discussioni sul matrimonio dei preti, ma non hanno nulla a che fare con la pedofilia. Peraltro è noto che sono gli ambiti educativi ad attirare le persone che hanno tendenze pedofile. Questo vale per tutte le istituzioni protestanti, cattoliche e non. Difatti ci sono molti educatori finiti in prigione perché colpevoli di abusi su bambini, ed erano sposati».

Il suo libro, “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, denuncia una serie impressionante di episodi forti e numerosi in tutto il mondo. Quale è stato lo stimolo che lo ha portato a condurre una ricerca così difficile e poco documentata?

In realtà esiste un’enorme mole di documenti e libri storici che testimoniano l’esistenza e la legittimazione della pedofilia lungo tutta la storia della Chiesa. Io ho solo tentato di fornire un quadro complessivo del fenomeno, senza limitarmi a elencare dei numeri e dei fatti. Questi sono incontrovertibili. Si parla già di pedofilia diffusa nella Chiesa (come peccato) già nel 305 d.C. al Concilio di Elvira. Lo storico Eric Frattini conta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Dopo di che per tre secoli gli scandali scompaiono dalle cronache grazie alla solerte attività dei tribunali dell’Inquisizione. Non è un caso che quando questi tribunali vengono chiusi, ricompaiono storie di pedofilia ecclesiastica. Tutto il Novecento ne sarà segnato. Dall’America, all’Africa, dall’Oceania all’Europa. Nella “cattolicissima” Irlanda, nel 2009, si è conclusa una delle più lunghe e dolorose indagini sul fenomeno. Fu pubblicata nel Rapporto Ryan. che in oltre 2.500 pagine parlava di pedofilia come un fatto «endemico» nel clero irlandese e denunciava oltre cinquant’anni di violenze compiute negli istituti correttivi cattolici, da parte di circa 800 tra preti e suore dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Pensando alla serialità caratteristica di questo crimine, si teme che le vittime siano state almeno 30mila.

Dopo le scuse di papa Ratzinger sul silenzio e la copertura di molti casi di pedofilia, crede che la Chiesa cattolica stia cambiando atteggiamento a riguardo?

Io penso che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Prevale ancora l’idea che si tratti di un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice: il diritto parla ancora di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente positivo. Ma un fatto concreto è pure che un vescovo italiano non ha l’obbligo di denunciare alla magistratura un presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla legittimazione dell’omertà ma poco ci manca. Questa cosa ha radici profonde e coinvolge anche degli insospettabili. In tempi recenti fu Giovanni XXIII a dare istruzioni su come nascondere i casi di violenza sui bambini firmando nel 1962 il Crimen sollicitationis. Con Paolo VI questa prassi si è consolidata. Ma è con Wojtila e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che si è radicalizzata. Porta la firma dell’attuale papa il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili commessi da chierici cattolici. Mi risulta difficile pensare che Ratzinger e Benedetto XVI non siano la stessa persona.

Il silenzio può rompersi?

Il silenzio si è incrinato ovunque, tranne in Italia. Negli Stati Uniti si è rotto nel 2002. In Europa due anni fa. Porto un altro esempio sull’Irlanda perché ci aiuta a capire quanto siamo lontani da una soluzione. Nel luglio del 2011 il premier Enda Kenny è entrato in Parlamento ha chiesto la parola e ha pronunciato questa frase in riferimento alle conclusioni dell’indagine governativa su fatti di pedofilia accaduti nella diocesi di Cloyne tra il 1996 e il 2009: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, non più tardi di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un altro drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Ecco, ora pensiamo alla possibilità che un primo ministro italiano faccia la stessa cosa, dica le stesse parole. Impossibile. Anche perché certe indagini in Italia non sono nemmeno lontanamente contemplate. Qui da noi se un magistrato si lamenta che non ha mai visto entrare dalla propria porta un vescovo deciso a denunciare un presunto abusatore, accade che il giorno dopo viene sottoposto a un’ispezione del ministero. È successo nell’aprile del 2010 a Pietro Forno. Il capo del pool antimolestie di Milano, massimo esperto in Italia di tali questioni, dopo aver rilasciato un’intervista a Il Giornale in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini, si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro Alfano per verificare che Forno non avesse rivelato segreti d’ufficio.

Cosa hanno in comune i gerarchi della Chiesa cattolica, Freud e Foucault? Un'”idea” talmente perversa e insensata della realtà umana, che legittima la pedofilia. Su Cronache Laiche ecco la tesi dello psichiatra Masini intervenuto a un coraggioso convegno sul tema

Federico Tulli

Nell’applicare una tecnica di disinformazione piuttosto ricorrente tra i gerarchi della Chiesa cattolica romana, il vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini, è stato senza dubbio uno dei più espliciti negatori di una storia criminale che ha radici antiche: la violenza pedofila. Per farlo, il 9 aprile 2010, scelse un blog noto per ospitare e rilanciare le idee di personaggi che non disdegnano ancora oggi i princìpi della Chiesa preconciliare. Secondo il presule, dietro le decine di migliaia di casi di abusi compiuti da uomini di Chiesa che tra il 2009 e il 2010 hanno travolto decine di diocesi cattoliche in tutto il mondo non c’è altro che un piano congegnato da diaboliche menti «nemiche dei cristiani e del cristianesimo». E chi sarebbero costoro? Risposta scontata: «I nemici di sempre del cattolicesimo, ovvero massoni ed ebrei». Da comunicatore esperto, il vescovo ha poi smentito di aver detto queste cose. Ma il titolare del blog, Bruno Volpe, ha assicurato di avere la registrazione dell’intervista nella quale, tra l’altro, l’uomo di Chiesa osserva: «L’Olocausto fu una vergogna per l’intera umanità ma adesso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità è che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono l’economia tedesca». Come dire, sono stati gli stessi ebrei a provocare lo sterminio che fu a un passo dall’annientarli: se la sono cercata. Pronunciate o no da Babini, le sue frasi ricalcano sia l’idea negazionista dei presuli tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebvre (scomunicati nel 1988 e riabilitati da papa Ratzinger nel gennaio del 2010), sia quella che ispirò i gerarchi nazisti che nel 1941 pianificarono la “soluzione finale”. Negazionismo: le vittime diventano colpevoli. Dopo l’eliminazione fisica, deve scomparire il concetto stesso di vittima. C’è in questo pensiero un inquietante nesso con quello che traccia la lunga storia delle violenze su bambini e adolescenti da parte di uomini e donne di Chiesa. Una storia millenaria di abusi pedofili e di giustificazione dei colpevoli.

Conferme (agghiaccianti) viengono dalla Spagna. Quando il tema della pedofilia clericale ricomincia a spuntare sulle prime pagine dei giornali iberici, puntualmente vengono riproposte e commentate le frasi del pari grado di Babini a Tenerife, Bernardo Alvarez. Costui in una tristemente famosa intervista del dicembre del 2007 rilanciata in questi giorni su El Pais, disquisisce di sessualità umana e quant’altro non si sa bene a che titolo. Dice testualmente Alvarez: «La sessualità disorganizzata [che nella mente… disorganizzata… del vescovo di Tenerife sono indistintamente la pedofilia e l’omosessualità, ndr] è come una bomba a orologeria. Se viene provocata scoppia». E poi ancora: «Ci sono bambini di 13 anni che ti provocano, anche se tu non ti prendi cura di loro». Perché lo fanno? «Per avere rapporti sessuali con gli adulti». Ovvio, no? No. C’è qui l’idea, violentissima, del “bambino seduttore” direttamente mutuata dal quella cristiana che l’essere umano sia per natura (ovvero per nascita) peccatore. E quella altrettanto violenta – perché anch’essa priva del tutto di rapporto con la realtà umana – di una sessualità sviluppata già in età preadolescenziale. Curiosamente, formulando questo assurdo pensiero (che non tiene nemmeno conto del mero fatto biologico: come si può parlare di sessualità se non c’è il completo sviluppo degli organi genitali?), i gerarchi vaticani si ritrovano in compagnia di personaggi appartenenti a una sponda culturale diametralmente opposta alla loro. O almeno così è secondo un pensare comune e forse poco attento.

Il filosofo Michel Foucault

La concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli saldandosi con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Dice lo psichiatra Andrea Masini durante un convegno che si è tenuto all’Università di Chieti Gabriele d’Annunzio nel maggio del 2010, dal titolo “La pedofilia tra psichiatria e diritto”: «Chi nell’epoca moderna ci ripropone questo pensiero è Sigmund Freud. Considerato a torto un grande pensatore della psicologia moderna, l’inventore della psicoanalisi sul tema della pedofilia, come su molti altri, fece una grande confusione. Alimentando il dramma, propone la definizione, rimasta storica, che il bambino è polimorfo perverso. Secondo Freud, il bambino normale, il bambino sano, il neonato (quindi tutti i bambini) è invece perverso per costituzione, per patrimonio genetico. E nella definizione che usa c’è la parola “perverso” che è la stessa con cui ancora oggi si caratterizza la pedofilia. Freud ripropone dunque l’idea millenaria, ammantandola di implicazioni patologiche, che soltanto con la ragione, con il raggiungimento dei sette-otto anni, l’essere umano impara a controllare i suoi “istinti” che sono naturalmente perversi» (cfr Chiesa e pedofilia di F. Tulli, L’Asino d’oro 2010).

Questo dramma culturale originato da Freud viene riproposto durante il Sessantotto dal filosofo francese Michael Foucault quando sostiene che il bambino è un seduttore, nel senso che provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto (Follia e psichiatria di Michel Foucault, Raffaello Cortina Editore 2006). Nota ancora lo psichiatra Masini: «È Freud a teorizzare la sessualità nell’infanzia. Ma questo, che è una specie di dogma tuttora presente, è un obbrobrio culturale, scientifico, intellettuale, morale e anche penale. Il bambino non ha sessualità, punto. Per sessualità s’intende una dimensione che riguarda l’adulto, che prevede lo sviluppo puberale, che prevede la presenza di tutta una serie di realtà fisiche e biologiche, prima di tutto, e mentali, che il bambino non ha. Tutta la sua dimensione di rapporto, che è potentissima, si svolge in un ambito che possiamo chiamare “di affetti” che di sessuale non ha assolutamente nulla, e non lo può nemmeno avere. Possiamo pertanto ribadire che, mutuando il pensiero aristotelico prima e quello della Bibbia poi, Freud teorizza che il bambino non “esiste”».
Insomma per costoro, Freud, Foucault, Babini, Alvarez e compagnia, il bambino non è un essere umano. Dunque diventa lecito violentarlo con la “scusa” di forgiarlo. Fino a giustificare il più orrendo dei crimini (derubricato, in Chiesa, a peccato), il più vile degli abusi che un essere umano nel pieno degli anni in cui si definisce l’identità, possa subire. Dopo di che è sufficiente calare la pietra tombale della sua cancellazione dalla storia. E avanti un altro.

Postfazione al libro di Mario d’Offizi “Bless me father” (Traduzione italiana a cura di Raphael d’Abdon e Lorenzo Mari, Prefazione di Raphael d’Abdon – Compagnia delle Lettere, settembre 2011)

di Federico Tulli

Ancora oggi tra i luoghi considerati più sicuri in cui portare i propri figli ci sono l’oratorio, la parrocchia, le scuole e gli istituti gestiti da congregazioni religiose cattoliche.

In almeno un quarto del Pianeta, dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa occidentale a buona parte dell’Africa sub sahariana, il sacerdote e la suora, il salesiano e la missionaria sono le persone su cui i genitori fanno sovente affidamento per la crescita morale e l’istruzione della prole. Una scelta praticamente obbligata nei Paesi più poveri, non di rado uno status symbol nelle economie sviluppate.

Come dimostrano le vicende venute alla luce di recente ma che attraversano tutto il secolo scorso fino ai nostri giorni, tale fiducia è stata troppo spesso mal ripagata. La pedofilia, l’abuso sistematico su bambini e adolescenti è una piaga annidata in profondità nella Chiesa di Roma. Un fenomeno che se indagato a fondo rivela radici millenarie ma che, incluso nella sfera dei peccati, non è mai stato veramente considerato un reato e come tale affrontato dalle gerarchie ecclesiastiche incaricate di perseguirlo. Eppure stiamo parlando di un crimine tra i più efferati, che provoca ferite psico-fisiche talmente laceranti da rimanere aperte in maniera più o meno latente nella vittima, per tutta la sua vita.

Mario d’Offizi, in questo libro, non racconta solamente la propria storia. Ciò che emerge da queste pagine non è un grido di dolore né tanto meno risultano uno sfogo di fredda rabbia nei confronti dell’aguzzino. L’autore nella maniera più semplice possibile, che consiste nel raccontare i fatti così come li ha vissuti, riesce a descrivere anche ciò che “materialmente” non dice. Le vicende si svolgono prevalentemente in Sud Africa, ma il suo racconto ha una valenza universale, senza confini. I drammi dei “sopravvissuti”, così oggi si autodefinisce chi in tenera età ha subito questo particolare tipo di violenza, sono difatti tutti tristemente molto simili. Le dinamiche di cui sono protagonisti loro malgrado, sono sovrapponibili, ovunque dette storie siano accadute. Perché chi comanda il “gioco” lo fa sempre nello stesso modo. Ecco allora il progetto subdolo, lucidamente pianificato del pedofilo che da astuto manipolatore non cerca mai rapporti paritetici, e si organizza la vita in funzione della possibilità di approcciare soggetti in particolare stato di inferiorità. “Creando” le situazioni in cui rimanere solo con la preda senza insospettirla, avendone carpito in precedenza la fiducia, spesso alimentata da un forte ascendente nei suoi confronti. Per poi colpire, senza scrupoli.

Questo è ciò che accade in qualsiasi caso di pedofilia. L’orco non è quasi mai sconosciuto al minore di cui ha abusato. Il maestro, l’allenatore di calcio, l’istruttore di nuoto, il catechista, lo zio, il nonno, un amico di famiglia; è dietro un loro falso sorriso, un loro mellifluo incoraggiamento che si cela la trappola. La rete cala invisibile sull’oggetto delle loro attenzioni, il quale, lusingato in ogni modo, viene indotto a credere di essere speciale. E si fida di lui più che di ogni altro. Questa “regola” vale ovunque nel mondo. Con una postilla a parte per i sacerdoti.

In un’intervista rilasciata nell’aprile del 2010 a Il Giornale, che gli ha procurato non pochi guai, il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, da oltre vent’anni impegnato nella battaglia contro la pedofilia, spiega cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. «Il discorso – dice Forno – viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: “Lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

A febbraio 2011 in Italia è stata emessa una sentenza in primo grado che ha fatto scalpore. Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, è stato condannato a 15 anni e 4 mesi per aver abusato di sette bambini tra i 10 e i 12 anni, che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e per prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote ha indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo». Questa storia mi è ritornata alla mente leggendo le pagine cruciali di Bless me father e con essa, le parole dell’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, e dello psichiatra Andrea Masini che ho intervistato nel 2009 sul settimanale Left per commentare alcuni clamorosi scandali che avevano per protagonisti sacerdoti italiani condannati per pedofilia. Dice il legale, tra i pochi in Italia con una lunga esperienza in questo campo dalla “parte” delle vittime: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze del “processo Conti” e che ricorre in molti casi di pedofilia, come confermato dal pm Forno, è così spiegato da Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Lo psichiatra tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali, suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta particolari professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Questa tesi è avvalorata dal fatto che a carico di don Ruggero Conti, nel corso del processo, siano emersi altri abusi che risalgono a quando ancora non era stato ordinato sacerdote e insegnava educazione sessuale. Ciò significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima ha indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo.

Come detto, la capacità di guadagnarsi la fiducia della vittima e sostituirsi gradualmente alle sue ideali figure di riferimento, prima di passare all’azione e violentarla, è un segno tipico nell’identikit del pedofilo. Altrettanto ricorrente nel suo “profilo” è la lucida razionalità mediante la quale il “cacciatore” di bambini si organizza la vita in funzione del proprio scopo. Non di rado la cronaca racconta dell’arresto di un istruttore sportivo, di un maestro elementare, di un parente o un amico di famiglia con l’hobby del baby sitter che «era tanto affettuoso e sembrava una brava persona». Questi “vincoli” affettivi costruiti a tavolino rendono quasi impossibile per la piccola vittima (oppressa da vergogna e sensi di colpa) riuscire a denunciare il proprio carnefice. In ogni caso, l’elaborazione della devastazione psico-fisica subita può richiedere decenni, una manna per chi ha commesso l’abuso. Che pertanto ne può compiere altri e difatti non di rado questo crimine è caratterizzato dalla serialità.

E poi ci sono i preti. Per loro la sorta di garanzia d’impunità che vale per qualsiasi violentatore è resa praticamente certa dal fatto che la Chiesa cattolica, ponendosi al di sopra delle leggi degli Stati, consideri ancora oggi la pedofilia un peccato e non un crimine. Basta ricordare che la “sanzione” a cui va incontro un chierico non è di certo il carcere. Un caso per tutti è quello del reverendo Lawrence Murphy della diocesi statunitense di Milwaukee. Accusato di «sollecitazione in Confessione» e reo confesso di abusi compiuti tra gli anni 70 e 80 su oltre 200 bambini sordomuti a lui affidati, finisce di fronte alla magistratura vaticana solo nel 1998. Al termine di una riunione della Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, Murphy viene “condannato” alla «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e subisce un ammonimento «per indurlo a mostrarsi pentito». Nella sostanza deve «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». È scritto nero su bianco sul resoconto stenografico della riunione (Prot. N. 111/96), recante il timbro «confidenziale» che il New York Times è riuscito a pubblicare sul proprio sito. Questo spiega perché si contino sulle dita di una mano i vescovi che nel mondo hanno denunciato all’autorità giudiziaria “civile” un pastore di anime sospettato di abusi.

Quando un prete finisce alla sbarra è solo perché una vittima o i suoi familiari sono riusciti a fare breccia nell’impenetrabile cortina che le gerarchie ecclesiastiche e le leggi vaticane alzano intorno al pedofilo. Leggi che si rifanno a una cultura dalle radici antiche.

Sue Cox vive nel Warwickshire in Gran Bretagna e ha 63 anni. Nonna e madre di sei figli, è una “sopravvissuta” agli abusi di un prete. Violenze che ha subito dai dieci ai tredici anni. Ne è “uscita” con «dipendenza dall’alcool, disordini alimentari, paura, sensi di colpa, incapacità di instaurare relazioni o di fidarsi di qualcuno». Poi un giorno ha detto basta. E ora lavora da quarant’anni nell’assistenza sociale occupandosi del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. Ma per ritrovare la sua «voce di sopravvissuta » ne ha impiegati quasi cinquanta. Con l’olandese Ton Leerschool, il 26 marzo 2011 ha fondato a Londra “Survivors voice Europe” un’organizzazione internazionale di sostegno alle vittime. È qui che l’ho incontrata ed ecco cosa mi ha raccontato: «In Gran Bretagna, soltanto negli ultimi anni la pedofilia ha attirato l’interesse dei mass media. Nel Regno Unito fanno clamore soprattutto i casi che coinvolgono i preti cattolici e i relativi insabbiamenti. Abbiamo raramente notizie di abusi che chiamano in causa la Chiesa anglicana. Una delle “difese” usate dalla Chiesa cattolica è sostenere che i pedofili si nascondono anche altrove. Non c’è dubbio. Ci sono pedofili dappertutto, nelle grandi organizzazioni internazionali, nelle chiese, nelle scuole, e così via. Ovunque ci sia una costante scorta di prede. Tuttavia da nessun’altra parte hanno avuto la garanzia di una copertura come all’ombra del Vaticano. Le chiese cattoliche sono diventate nel tempo i luoghi in cui i pedofili hanno continuato a commettere i loro crimini, certi di essere nascosti dai continui spostamenti e protetti dall’ininterrotto tentativo della Chiesa di Roma di salvare la faccia. È diventata una gigantesca “Petri dish” (un vetrino per la “coltura di cellule, ndr), piena di microbi. Metti lì dentro un pedofilo e, come i batteri, potrà crescere e moltiplicarsi».

Come è potuto accadere? Il 16 marzo 1962 Giovanni XXIII approva in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis che porta la firma del cardinale Alfredo Ottaviani. La prima è del 1922, fu emanata da Pio XI. Il documento, mai pubblicato negli “Acta Apostolicae Sedis” (la gazzetta ufficiale vaticana) è indirizzato dalla Nuova suprema congregazione del Sant’Uffizio (già Inquisizione) a «tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri membri del clero dei luoghi “anche di rito orientale”», e contiene le «Istruzioni sulla procedura nelle cause di molestia» da «conservarsi diligentemente nell’archivio segreto della curia in rapporto alla norma interna da non pubblicare e da non accrescere con alcun commento». Pena la scomunica, nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da chierici è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà.

Per quarant’anni il Crimen sollicitationis è rimasto sconosciuto (fu scoperto nel 2003 da Daniel Shea un avvocato texano legale di un “sopravvissuto”), protetto dall’imposizione di assoluta segretezza che ricade anche sulla conoscenza della reale dimensione degli abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici.

Un meccanismo talmente efficace che al Crimen sollicitationis si rifanno una serie di norme che richiamano all’assoluta segretezza, emanate dai successori del “papa buono”, che la dicono lunga sulle reali intenzioni del Vaticano riguardo la soluzione della questione pedofilia. Ad esempio, nel 1974 Paolo VI approva l’Istruzione Secreta continere e nel 1988 Giovanni Paolo II ribadisce l’esclusiva competenza dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, in materia di delitti inerenti la sessualità commessi dai sacerdoti. Infine c’è il De delictis gravioribus del 2001, ultimo anello di una lunga catena.

Con questo documento, la Congregazione per la dottrina della fede “rimodula” il Crimen sollicitationis. Nel testo, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

Dalla piaga degli abusi, non è «esente» nemmeno la Chiesa africana, ha ammesso monsignor Buti Tlhagale, capo dei vescovi dell’Africa australe e arcivescovo di Johannesburg, nei giorni in cui Benedetto XVI si accingeva a festeggiare il suo quinto anno di pontificato. «So che soffre degli stessi mali», ha detto Tlhagale riferendosi «agli scandali dolorosi della Chiesa d’Irlanda e di Germania». A distanza di poche ore dal suo vago mea culpa la Conferenza dei vescovi del Sudafrica ammise di aver ricevuto in 14 anni oltre 40 denunce di abusi sessuali compiuti da preti. In oltre la metà dei casi le vittime erano ragazzine adolescenti. Padre Chris Townsend, portavoce della Conferenza dei vescovi, disse senza fornire troppi particolari, che alcuni sacerdoti sono stati giudicati colpevoli e nei loro confronti sono stati adottati dei provvedimenti, sebbene i vescovi siano responsabili di queste misure.

Risale al Concilio di Elvira del 305 d.C. la prima fonte documentale che testimonia l’esistenza di un “problema” all’interno della Chiesa, stabilendo come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. Lo storico e giornalista Eric Frattini, ad esempio, ha provato l’esistenza di diciassette papi “stupratores puerorum” tra il 366 (san Damaso) e il 1550 (Giulio III).

«La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarci» disse una volta lo storico Lloyd de Mause convinto che più a fondo scaviamo nella storia e più è probabile di portare alla luce casi di bambini seviziati, terrorizzati e violentati. È nella fredda e calcolata noncuranza per la loro sorte che affondano le radici dello sbarramento protettivo innalzato fino a oggi intorno ai chierici stupratores.

Il libro di Mario d’Offizi è un potente antidoto contro questa criminale indifferenza.

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Dal sito della Libreria GRIOT

Come spesso accade, a scoperchiare il vaso di Pandora su un’esistenza condensando in scrittura ricordi ed esperienze di un vissuto complesso e doloroso è un viaggio. Il viaggio che Mario d’Offizi, poeta e scrittore sudafricano di origine italo-irlandese, decide di intraprendere all’età di 57 anni nella Repubblica del Congo. Accompagnato dal giornalista Matt O’Brien, il suo obbiettivo è realizzare un documentario su una delle più potenti chiese del paese centrafricano. Mario D’Offizi affida alle svolte e alle pieghe di questo viaggio il compito di fare da contrappunto ai frammenti della sua vita che emergono dolorosamente e si condensano in una narrazione dura e sconfinata, che non può non lasciare il segno. Tra le pagine di “Bless Me Father” d’Offizi rivive i traumi di un’infanzia segnata dalle violenze di un padre alcolista e dalle molestie subite in diversi istituti religiosi, i ricordi della sua famiglia e delle traversie che l’hanno colpita, le esperienze dell’età adulta, dalla ristorazione che lo porta a riscoprire le sue radici italiane all’attività di pubblicitario e di poeta. Un’autobiografia che è viaggio, intimo e nel mondo, dalla penna di uno scrittore assolutamente originale nel panorama della ricchissima letteratura sudafricana.

L’autore: Mario d’Offizi, di origini irlandesi e italiane, è nato a Bloemfontein (Sudafrica) nel 1946 e attualmente vive a Cape Town. Dall’età di 16 anni ha iniziato a pubblicare soprattutto poesie, ottenendo riconoscimenti di stampa e di critica. Tre dei suoi componimenti sono inclusi nell’antologia “I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid” curata da Raphael d’Abdon per la casa editrice Compagnia delle Lettere.

Gian Maria Volontè è il commissario de “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (Elio Petri, 1970)

Breve profilo di un uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale di prete. L’analisi dell’avvocato Luciano Santoianni e dello psichiatra Andrea Masini

Federico Tulli

Sebbene sia stato relegato prevalentemente nelle pagine di cronaca locale come fosse uno dei tanti processi per pedofilia, quello di Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana Natività di Maria Santissima, non è un processo come gli altri. Sia per l’entità della condanna richiesta dal Pm, 18 anni di carcere, sia, soprattutto, perché Conti più di altri è il classico cittadino al di sopra di ogni sospetto. Per questo motivo, la sua è una di quelle vicende che spaccherebbero in due l’opinione pubblica, tra innocentisti e colpevolisti (come si usa dire), facendo la fortuna dei giornali. Se solo avessero il coraggio di raccontarla.

Ecco allora un breve profilo dell’uomo che, se confermato nei diversi gradi di giudizio, tanto somiglierebbe allo spietato e lucido killer che nei panni del commissario del film di Elio Petri, ha compiuto crimini orrendi consapevole di rimanere impunito grazie al proprio status sociale. Una storia di pedofilia nella Chiesa, tristemente simile alle tante che negli ultimi anni hanno sconvolto gli Stati Uniti e mezza Europa, Italia esclusa.

Andiamo per ordine e cominciamo dalla fine, ricordando che don Ruggero Conti è stato garante del programma per la famiglia e le periferie nella campagna elettorale del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, cioè fino a poche settimane prima di essere arrestato il 30 giugno 2008. I magistrati lo hanno bloccato mentre si preparava a partire per Sidney dove con i ragazzini del suo oratorio avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù. Da allora è in stato di arresto. Del resto i capi d’accusa sono piuttosto gravi: abusi su sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi; e prostituzione minorile. Secondo il pm Francesco Scavo, il sacerdote avrebbe indotto due ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il pm ha definito «di inaudita gravità» perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato dei situazioni «di debolezza o di difficoltà famigliare in cui si trovavano i piccoli». In un caso un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente, perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre. Ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definiscono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa racconta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».

Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione. E non solo per quanto già raccontato. Di recente, a carico del sacerdote sono infatti emersi altri abusi che risalirebbero fino a 25 anni fa e che si sarebbero svolti a Legnano, quando Conti ancora non era stato ordinato e insegnava educazione sessuale. I fatti sono ormai prescritti, ma questo significa che l’ex parroco della Natività di Maria Santissima avrebbe indossato l’abito talare consapevole di essere un pedofilo. Non proprio la più cristallina delle vocazioni. Se così fosse si tratterebbe di un feroce criminale che per decenni ha potuto agire indisturbato come il personaggio cinematografico interpretato da Volontè. Per conoscere la risposta, non resta che attendere la sentenza del tribunale di Roma. Primo passo giuridico verso l’accertamento delle responsabilità penali e di una verità che al momento appare tra le più agghiaccianti. Sfortunatamente per i protagonisti, questo non è un film di Petri, né un romanzo di Stevenson.

Cronache Laiche. Il quotidiano. Laico per vocazione

Intervista ad Andrea Masini, Psichiatra e docente di Psicologia generale all’università di Chieti. «C’è un’idea violentissima, risalente a Freud, secondo cui il bimbo ha la sessualità»

Federico Tulli *left n. 11 del 19 marzo 2010

Professor Masini, chi è il pedofilo?

La mia opinione è che la pedofilia sia una grave patologia psichiatrica. Il pedofilo prima di essere un criminale è un malato affetto da psicopatia grave o da schizofrenia. Alcune volte queste malattie hanno degli aspetti in cui prevale la lucidità. Il pedofilo non ha la confusione mentale del matto nello stereotipo del pensiero comune. Al contrario è calcolatore, capace di gestire il proprio comportamento, manierato. Il problema è che su questa patologia anche la stessa psichiatria fa una grossa confusione. Annoverandola nel Dsm IV, e pure del prossimo Dsm V, tra i disturbi del comportamento sessuale. Alla stregua del feticismo e del voyerismo. Un conto però è la persona che prova piacere a odorare le mutandine delle ragazze e un conto è chi violenta un bimbo di sei anni.

I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgono apposta determinate professioni. Qual è il suo parere?

Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia.

La Germania è scossa dalle notizie di violenze perpetrate per decenni in diversi istituti scolastici cattolici. Molte vittime sono bambini che studiavano nei seminari minori, dove si vive dalla pubertà all’adolescenza…

Ed è qui che c’è un’altra grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila.

Il cancelliere Angela Merkel ha richiamato alla responsabilità non solo la Chiesa cattolica ma l’intera società civile, dicendo che il dramma degli abusi sessuali sui bambini non riguarda solo il Vaticano. Anche in Italia le statistiche dicono che gran parte delle violenze avvengono nell’ambito della cerchia familiare. Esiste una “cultura” della pedofilia?

Noi sappiamo che storicamente questa cultura nasce nel periodo della Grecia classica di Pericle, verso la quale abbiamo sì un grande debito di conoscenza per averci fornito le basi del nostro sapere di uomini occidentali e razionali. Ma da questa razionalità del pensiero filosofico di Platone, di Socrate e di Aristotele deriva, appunto, la pedofilia. Teorizzando a livello filosofico che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio, è nata la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con lui. Tutto questo per dire che l’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale. Che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria che equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto.

Come nei processi per stupro commesso su una donna anche in quelli per pedofilia accade spesso che la tesi difensiva tenti di insinuare l’idea che in fin dei conti la vittima “se l’è cercata”, ha provocato il violentatore…

C’è tutta una cultura, anche sessantottina, per cui in fondo al bambino piace avere rapporti sessuali con l’adulto. Lo sosteneva Foucault. Ancor di più c’è questo pensiero violentissimo che affonda le radici in quello di Freud, e che si è diffuso nella mentalità comune, in base al quale si crede che il bambino abbia la sessualità. Il bambino non ha sessualità. Questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” questi criminali.