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Valerio Gigante, Adista

 

Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

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Tommaso Dellera* (ADISTA – Segni Nuovi n.45)

La Colpa è il primo gruppo italiano di vittime della pedofilia clericale. Nato nel 2010, il 25 settembre di quell’anno ha tenuto il suo primo incontro nazionale, a Verona, con gli ex alunni dell’Istituto per sordomuti Provolo, mentre il 31 ottobre ha partecipato all’incontro mondiale delle vittime della pedofilia clericale, indetto dall’organizzazione statunitense Survivors Voice a Roma, con una manifestazione finale di fronte al Vaticano.

Gli obiettivi del gruppo La Colpa sono anzitutto l’attenzione alle vittime della pedofilia clericale: creare un luogo e uno spazio in cui possano ritrovarsi, riconoscersi, condividere le proprie esperienze, ricevere solidarietà e sostegno, superare la paura, la vergogna e il senso di colpa che l’abuso porta con sé. Parte essenziale di questo programma è la diffusione d’informazioni sull’assistenza legale e psicologica con la creazione di una rete nazionale di professionisti presenti in ogni città, nella convinzione che il percorso di trasformazione da vittima a sopravvissuto e a essere vivente è possibile solo attraverso un serio lavoro psicologico sotto la guida di personale specializzato. Conseguenza di quanto sopra è la denuncia alle competenti autorità dei pedofili all’interno della chiesa cattolica, con la loro segnalazione alle forze dell’ordine nei modi più opportuni.

In secondo luogo, il gruppo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della pedofilia clericale attraverso incontri pubblici e tramite i contatti con i media per far comprendere che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno sistematico che si verifica grazie alle coperture e all’atteggiamento omertoso da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ai privilegi di cui esse godono nel nostro paese oltre e contro lo stesso messaggio evangelico di verità e di giustizia. La pedofilia, clericale e non, inoltre, è un problema sociale, perché provoca danni permanenti che richiedono cure specializzate e coinvolge un numero sempre alto di persone, non solo il singolo individuo, in quanto causa seri problemi nelle relazioni interpersonali, sociali e familiari, arrivando a interessare ogni contesto. Il pedofilo è dunque un criminale affetto da un disturbo di personalità che compie reati gravissimi che si ripercuotono sulla società intera. E’ fondamentale comprendere che la condotta pedofila è recidiva e non può essere curata con le preghiere e presunti metodi spirituali, ma con l’isolamento del criminale in carcere (in strutture adatte a recepire questi individui) e un’adeguata e permanente terapia psichiatrica (che fornisca un potenziale percorso di recupero, i cui risultati devono comunque essere costantemente verificati e monitorati da specialisti). In ogni caso, il pedofilo deve sempre e per sempre essere allontanato da contesti in cui sono presenti minori (oratori, parrocchie, istituzioni religiose, scuole, campeggi ecc.). E’ essenziale capire che la violenza che sorge da questa strutturale incapacità di avere rapporti alla pari con persone adulte costituisce un vero e proprio abuso di potere e, di conseguenza, si nutre, si sviluppa e si diffonde più facilmente in contesti fortemente gerarchizzati e strutturati nei quali il potere si esercita senza controlli, da parte di una casta e in nome di un’autorità che si definisce di attribuzione divina, cioè, per sua stessa natura libera e spesso al di sopra, o al di fuori, delle autorità civili: caratteristiche, queste, che definiscono alcuni aspetti strutturali della chiesa cattolica (non ovviamente tutti i fedeli e i sacerdoti).

La Colpa, infine, si propone di agire come un gruppo di pressione presso le istituzioni e le forze politiche italiane per ottenere una nuova legge che elimini la prescrizione, meccanismo che troppo spesso consente ai pedofili di rimanere impuniti, continuare a compiere abusi e a fare vittime indisturbati. La rimozione conseguente al trauma dell’abuso subito da un minore impedisce di riconoscere e tanto meno di denunciare la violenza e spesso ci vogliono venti, venticinque, trenta e anche quarant’anni prima che la mente e il corpo siano in grado di far emergere ciò che è accaduto; altro tempo, poi, è necessario per accettare e curare questo trauma, grazie al ricorso alla terapia specialistica che consenta di intraprendere un percorso di recupero e, appunto, di cura. Di fronte a tutto questo, le leggi in vigore, che prevedono la prescrizione del reato dopo soli 10 anni, risultano del tutto inadeguate (lo saranno anche quando si verificherà la ratifica della Convenzione di Lanzarote che prevede il raddoppio dei termini di prescrizione, anche se la situazione sarà certamente migliore). Una situazione solo sulla carta più favorevole alle vittime è quella disposta dall’attuale papa con l’approvazione, nel maggio 2010, delle nuove norme che portano la prescrizione a venti anni dal compimento della maggiore età del minore. Solo sulla carta, perché, come si è appreso negli ultimi giorni, per l’Italia, come per altri paesi, non è imposto al clero l’obbligo di denuncia dei pedofili all’interno della chiesa.

L’altra finalità immediata che il gruppo di pressione si propone è l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla pedofilia clericale in Italia, con la partecipazione di rappresentanti delle vittime degli abusi e rappresentanti della chiesa; l’importante è che i criteri siano chiari, certi, pubblici e i risultati divulgati nel rispetto delle leggi democratiche. Finora la chiesa cattolica italiana si è sempre rifiutata di istituire anche solo una commissione interna con questo scopo, e tale non è la commissione – del resto, del tutto segreta – di cui ha dato notizia Bagnasco nella sua prolusione, in qualità di presidente, alla 63° Assemblea Generale della Cei.

Esistono delle caratteristiche peculiari della pedofilia clericale, senza con ciò voler creare un’inutile gerarchia tra reati. La sua specificità è data dalla dimensione sacrale – il ruolo del sacerdote che sfrutta il sentimento religioso, la sua autorità e la sua paternità fittizia per abusare di un minore -, dalla dimensione spirituale -i danni alle vittime implicano un diverso senso di colpa e di vergogna, una perdita di fiducia e la sensazione di tradimento, una confusione di carattere morale che coinvolgono appunto la sfera spirituale -, dalla dimensione sociale -lo status del sacerdote, del religioso e della religiosa, che godono di privilegi e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società, proprio in funzione di quella natura sacra che caratterizza la loro figura -, dalla dimensione istituzionale -la vittima ha a che fare non solo con il suo carnefice, ma con un’istituzione, di cui il pedofilo fa parte, che agisce anche a livello politico, oltre che sociale e religioso, con suoi propri organi di propaganda e informazione e che mette in piedi una rete di complicità. Istituzione che contiene al proprio interno una serie di elementi che favoriscono il fenomeno degli abusi e che attirano, proprio per la scarsità dei controlli e la risibilità delle pene, personalità abusanti. Tra questi elementi, l’imposizione obbligatoria del celibato, che è una con-causa della pedofilia clericale, perché contribuisce a formare una personalità immatura; a maggior ragione se il celibato è imposto come stile di vita a giovani adolescenti, come accade nei seminari minori e in molte istituzioni cattoliche. Basti pensare, poi, a quante occasioni ha un sacerdote di rimanere da solo con dei minori senza alcun controllo esterno. Sono queste le ragioni per le quali Salvatore Domolo, nel corso del primo incontro di Verona, ha proposto di considerare la pedofilia clericale come un crimine contro l’umanità (per la sua vastità numerica, geografica e per la rete di copertura istituzionale che la caratterizza); e per le stesse ragioni, Survivors Voice ha lanciato una petizione all’Onu per chiedere di rubricare la pedofilia sistemica sotto il titolo di crimine contro l’umanità.

*ricercatore universitario di Filosofia politica