In questa nota del 1996 spedita al vicario dell'arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

In questa nota del 1996 spedita al vicario dell’arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

Una giudice negli Usa intima al vescovo di Los Angeles di pubblicare un archivio che contiene, tra l’altro, i carteggi tra Vaticano e sacerdoti accusati o colpevoli di abusi

Molto più che una gogna mediatica. Il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubbliche le 30mila pagine di documenti che raccontano, nomi, luoghi, date, e orrori dei casi di pedofilia e abusi a carico di sacerdoti e prelati suoi dipendenti. La sentenza, emessa lunedì scorso, rovescia un verdetto del 2011, in cui si dava ragione alla richiesta di 20 sacerdoti, concedendo al vescovo José Horacio Gomez di cancellare dai file i nomi degli ecclesiastici coinvolti. Il giudice Elias ha motivato la decisione affermando che il diritto del pubblico di conoscere la verità su come l’arcidiocesi ha trattato migliaia di casi di molestie supera ogni preoccupazione per il possibile imbarazzo che la sentenza provocherà ai vescovi locali.

Affermare che la Chiesa californiana si è comportata con leggerezza è un eufemismo. Le migliaia di pagine di denunce, confessioni, atti giudiziari e referti psichiatrici contengono tra l’altro, oltre ai nomi di 200 pedofili o presunti tali, «documenti interni» alla Chiesa statunitense che rivelerebbero corrispondenze scritte tra il Vaticano e preti accusati o colpevoli di violenze su bambini. Quella di Los Angeles, senza voler fare delle classifiche sulla pelle delle vittime, è stata una delle più scioccanti vicende che hanno oltrepassato le spesse mura della Chiesa cattolica americana. Nel 2007, un mega-rimborso alle vittime di 660 milioni di dollari chiuse in via extragiudiziale un capitolo dolorosissimo nella storia democratica del Paese. Nonostante l’accordo, l’identità dei sacerdoti coinvolti è sempre stata protetta dall’anonimato: ora, però, su appello dell’associazione delle vittime e di alcune organizzazioni di media Usa, il giudice della Corte suprema della California ne ha ordinato la pubblicazione.

Questa decisione è solo l’ultima di una serie di procedimenti giudiziari che di recente hanno ripreso a coinvolgere le diocesi statunitensi per casi di pedofilia. Nel mese di agosto 2012 un giudice dell’Oregon, Michael Mosman, si è pronunciato a favore del Vaticano, stabilendo che i preti non sono dipendenti della Santa Sede. Mosman ha così bloccato una richiesta di risarcimento milionario, unica nel suo genere, avanzata nei confronti dei principali gerarchi di Roma, papa compreso, «per la responsabilità diretta» dei crimini compiuti da suoi dipendenti, vale a dire sacerdoti e suore pedofili e i porporati colpevoli di averne coperto gli abusi. Il giudice ha stabilito che nel caso in esame non si configurava un rapporto di lavoro, nonostante portasse la sua firma una sentenza del 2006 in cui affermava il contrario. Questa volta però era un sacerdote a richiedere che venisse riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato.

Nel mese di giugno mons. William Lynn, segretario per il clero dell’Arcidiocesi di Philadelphia, è finito in carcere accusato d’aver consentito a un sacerdote sospettato di abusi su minori, di continuare ad avere contatti con dei bambini. L’incarico di Lynn, ricoperto dal 1992 al 2004, era quello di assegnare i preti alle parrocchie e indagare sulle denunce di abusi sessuali. Si trattò del primo caso negli Stati Uniti in cui un’autorità cattolica veniva ritenuta colpevole di un crimine legato alla pedofilia di parte di altri prelati. Secondo il giudice, Lynn ha consentito a dei «mostri di distruggere la psiche dei bambini». Solo tre mesi dopo, un’altra clamorosa notizia intaccava nuovamente la credibilità delle autorità ecclesiastiche d’oltreoceano. Presiedeva infatti la diocesi di Kansas City-St. Joseph (Missouri) il primo vescovo della Chiesa cattolica e apostolica romana condannato per aver “coperto” un sacerdote pedofilo. Secondo i giudici il vescovo Robert W. Finn tenne nascoste per cinque anni accuse fondate di pedofilia contro il sacerdote Shawn Rattigan, reo confesso in un altro processo. Il vescovo Finn, che era venuto a conoscenza delle foto raccapriccianti custodite del sacerdote, non ha mai presentato denuncia alla polizia ma non ha neanche adottato alcuna misura per salvaguardare i bambini che frequentavano la parrocchia del prete. Gli investigatori accertarono che nel tempo trascorso fino a quando non è stato denunciato, il sacerdote pedofilo ha continuato a collezionare altri “cimeli” raffiguranti bambini nel suo portatile.

Il Los Angeles Times ha pubblicato sul proprio sito alcuni dei documenti sul cui contenuto il Vaticano voleva mantenere il segreto.
Federico Tulli su Cronache Laiche

La nuova copertina del magazine satirico francese Charlie Hebdo (www.charliehebdo.fr)

La nuova copertina del magazine satirico francese Charlie Hebdo (www.charliehebdo.fr)

confessional_1Gli abusi sui minori sono percepiti dalla Chiesa come un problema da confessionale, non da tribunale. Al pari di fornicazione e autoerotismo

Walter Peruzzi su Cronache Laiche

Quasi ogni giorno affiorano storie antiche o recenti, in Italia o altrove, di abusi su minori da parte di esponenti del clero, mentre la Chiesa alterna promesse di tolleranza zero o richieste di scuse a tentativi di occultare, minimizzare e denunciare pretesi complotti ai suoi danni. In particolare la Chiesa cerca di chiudere la discussione ammettendo che anche il clero è pieno di peccatori, ma rivendicando al tempo stesso la santità della sua dottrina e la fermezza del pontefice nel combattere la piaga della pedofilia (che ormai tanto è costata e costa anche pecuniariamente alle casse vaticane e delle varie diocesi per risarcimenti alle vittime).
A proposito della lotta senza quartiere del papa contro la pedofilia si ripete che la copertura data anni fa nella diocesi di Monaco a responsabili di abusi ricade su un sottoposto che non aveva informato l’allora arcivescovo Ratzinger. Dall’altra parte si esalta (anche da parte del papa stesso) il celibato del clero, giurando che non c’è rapporto fra l’obbligo della castità per i preti o per le suore e la pedofilia. Anzi, essa sarebbe il frutto del cedimento al permissivismo sessuale della società moderna. Ma le cose stanno proprio così?

Le responsabilità di Ratzinger
Prima di tutto Ratzinger non è affatto “innocente”. E non tanto per gli abusi commessi a Monaco, noti o ignoti che gli fossero, ma per la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede che lui presiedeva, agli abusi commessi in tutti i paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione inchieste riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili. La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri.

Un semplice «atto impuro»
Il dilagare degli abusi sui minori da parte del clero cattolico è poi senza dubbio da ricondurre a una concezione distorta della sessualità, ritenuta un disvalore a stento riscattato dal fine procreativo, sicché non si può non vedere un nesso con le storture della dottrina morale cattolica. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio del 2005 si legge: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale» (§ 492).
In altre parole, la ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, visto come il peggiore dei peccati, porta a trattare allo stesso modo come «lussuria», cioè come offesa al sesto comandamento, sia pratiche sessuali come l’autoerotismo o fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti, cioè offese al quinto comandamento. Proprio nella Lettera del 2001 si definisce l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». La “colpa” principale, per questa morale distorta, è nel fatto che si cerchi un piacere peccaminoso, non nel fatto che si violenti una persona. Una volta derubricato l’abuso su minori a «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione, si capisce che venga non solo trattato dalla Chiesa ma percepito o fatto percepire allo stesso clero che se ne rende colpevole, come un problema da confessionale e non da tribunale, al pari di qualsiasi altro «atto impuro».

 

Questa è la versione originale del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

In the belly of the beast (lyrics)

I was looking for a shelter in the belly of the beast. The pain and the fear. Not just my body but you took my soul. Abused my temple in the name of god. I’m afraid to feel. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide. We want the truth,no excuse. Please,wake me up! I’m still looking for a shelter to recover from the beast. Your eyes on me. Not just my body but you took my soul.Disregard for the sake of god. This hell is real. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide.We want the truth,no excuse. I can’t believe. No one cares to relieve the pain. Only the scars remain. No one cares of the victims with no face. We stand alone. No hope. We stand alone. We have no voice. We have no choice. J.C.,we want the truth!

Originally released on Strength Approach “With or without you” cd/lp on GSR music and DRA entertainment!

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Pedophilia is a nauseating criminal offence that, at present, still hasn’t been sternly investigated; this not only relates to the abuses committed by individuals worldwide, but particularly those individuals in a position of authority or affiliated with the Catholic Church.

At the thought of the cruelty of the act itself and its devastating consequences on its victims, the first and most natural question that comes to mind is: why?

The high rate of episodes that have globally issued in the last few years have certainly sensitized the public opinion on the subject, as well as assisting the media to fight off their atavistic prudery in recounting in detail the harsh deeds that thousands of priests and nuns have been recognized guilty of. During the first months of 2010, when the uncovered scandals hit several catholic dioceses in Ireland, Great Britain, Holland, Germany and Belgium, the Italian media began to follow these events with great concern.

This however, was short-lived; the media’s attention drastically dropped during the second half of the same year, after pope Benedict XVI spoke a public amends about the pedophile priest’s and nun’s responsibilities, asking for forgiveness from their victims. Despite the apology of pope Benedict XVI, nobody in Italy ever considered asking the victims if they were affected at all by his gesture, and meanwhile the Church is still busy worldwide by trying to prevent having to give refuge and rescue to robed pedophiles.

A significant aspect of this whole topic is the cold indifference shown, not only by the media, towards the actual cultural roots that lay behind the diffusion on pedophilia among the catholic clergy but also the whole western civilization in general; child-oriented violence is actually an undignified phenomenon that spans across over 25 Centuries of human history. As a matter of fact, since Plato’s “paideia” no one seemed to oppose the unfounded idea that a child is a small adult that needs to be shaped, or that a child isn’t an actual human being at all until it reaches the age of reason.

These poisonous ideas have intoxicated the common thought and made it dull by bounding it with the Catholic belief.
The fact that Italian law has begun to consider rape a crime against moral values only very recently, is certainly not a coincidence; only in 1996 has violence towards women and children become a crime against the individual.

In an interview appearing in the volume “Church and Pedophilia” that I have written for the “Asino d’oro”, the Italian psychiatrist Massimo Fagioli offered a solid key of interpretation to the subject: ‘Basically this atrocious thought of negation of human birth and that of the child’s identity will consequently lead to violence and murder, supported by the conviction of not committing anything wrong. At the most it is a sin, which is harsh but only because it is an act of impurity, and can easily be expiated by confession and a couple of prayers’

Federico Tulli on In the belly of the beast

Questa è la versione in italiano del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

La pedofilia è un fenomeno criminale ancora oggi scarsamente indagato, non solo per quanto riguarda gli abusi commessi da persone appartenenti alla Chiesa cattolica. Pensando alla crudeltà dell’atto e alle sue devastanti conseguenze sulle vittime, la domanda che viene naturale porsi è: come mai? I numerosi fatti venuti alla luce in tutto il mondo negli ultimi anni hanno certamente sensibilizzato l’opinione pubblica, e i media hanno vinto la loro atavica ritrosia a raccontare in maniera approfondita i gravi episodi di cui sono stati riconosciuti responsabili migliaia di sacerdoti e suore.

Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, anche la stampa italiana ha iniziato a seguire le vicende con estremo interesse. È durato poco, solo qualche mese. Un notevole calo di attenzione mediatica si è verificato nella seconda metà di quell’anno dopo che il Vaticano per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse.E ancora oggi le Chiese di tutto il mondo hanno il loro bel da fare per evitare di continuare a offrire rifugio e tutela con le proprie leggi ai pedofili in tonaca. 

Tornando alla domanda iniziale, un fattore significativo consiste nella fredda indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo dell’informazione, riguardo le radici culturali che hanno favorito la diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. Eppure la violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi nessuno sembra opporsi all’idea infondata che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione.

Queste idee velenose hanno intossicato il pensiero comune fino a renderlo inerte, specie quando certe convinzioni si sono saldate con il credo religioso cattolico. Non è un caso se nel nostro Paese lo stupro sia stato considerato, dal codice penale, un reato contro la morale fino praticamente all’altro ieri. Solo nel 1996 la violenza nei confronti di una donna o di un bambino è diventata un crimine contro la persona. Lo psichiatra italiano Massimo Fagioli, intervistato nel libro “Chiesa e pedofilia” che ho firmato per L’Asino d’oro, offre oggi una solida chiave interpretativa affermando, in sintesi, che questo pensiero terribile di negazione della nascita umana e dell’identità del bimbo porta come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, grave ma solo perché è un atto impuro, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera.

Testo di Federico Tulli pubblicato sul sito de In the belly of the beast

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna a 6 anni e mezzo per violenza sessuale su minori a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa Santa Lucia di Palermo, accusato di avere abusato di due ragazzini che frequentavano la sua parrocchia nel pomeriggio. Una delle contestazioni, quella più grave, è prescritta mentre è da rideterminare la condanna a sei mesi inflitta, in continuazione, per l’accusa di minore gravità. Si profila dunque un nuovo processo a carico del prete per la seconda pena. Nell’ottobre 2011 la Corte d’appello di Palermo aveva confermato la condanna a sei anni e mezzo mesi inflitta al parroco in primo grado. (Adnkronos)

Il caso della suora di Busto Arsizio non è isolato. Gli abusi e i sadismi compiuti da religiose in Italia sono più frequenti di quel che si pensi. Fortunatamente non quanto nel Nord Europa.

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«Suor Soledad ci portava al bagno dove ci faceva giocare al lupo. Una volta mi ha anche fatto male al mio ditino. Il gioco del lupo non mi piaceva perché era brutto. Non voglio raccontare cosa mi faceva. Se suor Soledad torna a scuola io non ci voglio più andare». «Suor Soledad è cattiva e dà botte ai bambini. Ci accompagna in bagno e mi tocca…con il dito (sulle parti intime, ndr). Poi ci fa giocare al lupo mangia frutta che ci mangia». «Vado all’asilo. La mia suora si chiama Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che è molto cattiva. Lei mi faceva fare un gioco molto brutto perché mi toccava e mi faceva il solletichino (sulle parti intime, ndr). Suor Soledad ci faceva fare anche il gioco del lupo e mi diceva che doveva essere un segreto». «Vado all’asilo da suor Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che mi accompagna in bagno per fare la pipì. Lei quando andiamo al bagno mi fa male… (il bambino utilizzando una bambola fa vedere che infila il dito indice e passa la mano sui genitali, ndr). Lei mi faceva fare un gioco molto brutto che chiamata il gioco del mostro-femmina che consisteva nel nascondersi e quando lo trovavo mi faceva scappare nel salone delle feste o nel bagno da solo. Nel salone delle feste o nel bagno, quando eravamo da soli, mi toccava… Suor Agnese, invece, è brava e non mi fa mai male». Sulla base di queste e altre testimonianze dello stesso “tenore”, Suor Soledad è stata condannata in primo grado a otto anni di reclusione dal tribunale di Vallo della Lucania (Salerno) per abusi “sessuali” compiuti su 27 bambini iscritti all’asilo dell’istituto religioso Santa Teresa di Vallo. Le vittime avevano tra i quattro e i sei anni di età e, a gennaio 2012, insieme con la religiosa peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, gli stessi giudici hanno condannato a 16 mesi, perché ritenute colpevoli di favoreggiamento, suor Agnese e suor Romana.

La vicenda di pedofilia dell’asilo di Vallo della Lucania, caratterizzata come sempre accade anche da un mellifluo muro di omertà eretto da una parte della società civile locale intorno alle responsabili delle violenze, e di fatto ignorata dalla stampa nazionale, non è la prima ma è probabilmente la più scioccante tra quelle che nel secondo dopoguerra in Italia hanno visto per protagoniste delle religiose. O almeno così veniva naturale pensare fino a quando non è emersa la storia della giovane morta suicida a 26 anni per le conseguenze della devastazione psichica determinata da «abusi, violenze e atti persecutori» subiti da una suora di 52 anni, originaria di Busto Arsizio (Varese), sin da quando aveva 11 anni. Notizia di questi giorni è che il gip di Busto Arsizio ha sottoposto provvisoriamente la religiosa alla misura di sicurezza del ricovero in casa di cura e di custodia cautelare.

Ecco in breve i fatti. L’incontro tra la giovane vittima e la donna (che secondo la consulenza tecnica risulta affetta da disturbo borderline di personalità incidente parzialmente sulla capacità di volere e socialmente pericolosa) avvenne nel 1997 all’oratorio di una parrocchia di Busto Arsizio dove la suora prestava servizio. Come si legge nella nota della Questura «assunse presto connotazioni “sessuali” sino a trasmodare nel tempo in veri e propri atti persecutori e crescenti violenze fino a quando, nel giugno 2011, la ragazza, in preda ad una profonda crisi morale e psicologica, si tolse la vita all’età di ventisei anni». In seguito al suicidio le indagini dirette dal pm Roberta Colangelo, hanno subito un’accelerazione, grazie soprattutto «al materiale – ritrovato tra gli effetti personali della vittima; scritti, diari, corrispondenza, supporti informatici e documentazione video e fotografica». Non è ancora dato di sapere se qualcun altro fosse al corrente di questi crimini.

Un fotogramma del film “Magdalene” di Peter Mullan (2002)

Sebbene in questi casi le statistiche lascino il tempo che trovano – la serialità tipica del crimine pedofilo e i danni psichici che esso provoca non consente di conoscere con certezza il numero delle sue vittime – è stato calcolato che le “orche” in tonaca siano il 4-6 per cento sul totale dei religiosi accusati di questo crimine. Le vicende più note – oltre quelle descritte – si sono verificate in conventi dell’Alto Adige, in Lombardia e in Veneto. Anche in questo caso molte delle denunce sono arrivate sul tavolo di un magistrato solo quando oramai la prescrizione del reato aveva messo una pietra tombale sulle responsabilità delle presunte autrici. Guardando all’altra metà della popolazione religiosa cattolica, dal Duemila a oggi le denunce di abusi a carico di sacerdoti (si badi bene, per reati non caduti in prescrizione) sfiorano le 150 unità. Questo forse spiega perché la scia di abusi, violenze, sadismi e delitti pedofili compiuti da religiose in Italia è fortunatamente almeno fino a ora meno marcata di quella che ha segnato altri Paesi europei. A cominciare dalla Gran Bretagna, dove basta citare il caso delle 30mila “Maddalene” irlandesi seviziate dalle suore dell’istituto del Buon Pastore lungo tutto l’arco del Novecento. Per finire nei Paesi Bassi o in Germania dove si segnala un discreto numero di reati al “femminile” venuti alla luce solo di recente grazie all’ondata di indignazione popolare per i noti casi che hanno segnato decine di istituti religiosi cattolici tra il 2009 e il 2011.

“Una suora come Papa”. Così Maureen Dowd, tra le più graffianti columnist del New York Times, titolò una sua rubrica durante il picco massimo dello sdegno per i crimini pedofili insabbiati dalla Chiesa di Roma, a metà 2010. Obiettivo dell’attacco era il passato di Joseph Ratzinger in qualità di prefetto della Congregatio fidei e l’inerzia di Benedetto XVI di fronte ai casi che stavano sconvolgendo l’Irlanda e la Germania. «Il Papa c’è dentro troppo. Si è dimostrato tutt’altro che infallibile» scriveva Dowd, che è cattolica e originaria dell’Irlanda. «La Chiesa – proseguiva – non si riavrà fintanto che il suo Sacro Pastore è visto come una pecora nera nel panorama sempre più buio dello scandalo degli abusi sessuali». La sua non fu una voce solitaria. Le dimissioni del Papa tedesco erano invocate senza mezzi termini dagli editorialisti di alcune delle più influenti testate internazionali, Germania compresa. Perché allora non cogliere l’attimo e affidare la guida della Chiesa a una donna? chiedeva la giornalista del NYT. Forse dimenticando di proposito cosa era accaduto anni prima nella sua terra natia a uno sconcertante numero di sue coetanee, e soprattutto per mano di chi.

Federico Tulli su Cronache Laiche

Entra in vigore la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori. Aumenteranno i termini di prescrizione e migliorano i mezzi di prevenzione

La legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale entrerà in vigore domani, 23 ottobre. Siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano allora presieduto da Prodi, la Convenzione ha dovuto attendere cinque anni e sei passaggi parlamentari prima di essere tramutata in legge dello Stato il primo ottobre scorso. La norma, almeno sulla carta, intende fornire gli strumenti giuridici per potenziare la prevenzione senza rinunciare all’inasprimento delle pene come metodo di dissuasione. La novità principale della legge 172/12 riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione del reato, oggi fissata in dieci anni dal verificarsi dell’abuso. In base all’articolo 33 devono essere avviati «i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere affinche’ i termini di prescrizione … siano proporzionati alla gravità del reato in questione». Va poi sottolineata l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (articolo 414 bis del codice penale) e l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies del codice penale). Il primo prevede la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la corruzione di minori o la violenza sui bambini. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo definisce l’adescamento di minore come «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», prevedendo la reclusione da uno a tre anni. La ratifica della convenzione comporta anche l’inasprimento delle pene per molti altri reati legati ai fenomeni dell’abuso sessuale. In base alla legge di ratifica l’Italia designa come autorità nazionale responsabile al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali il ministero dell’Interno. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa ma fino a oggi solo in dieci hanno proceduto alla conversione in legge (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna).

Federico Tulli su Cronache Laiche

Lo scandalo degli abusi che ha travolto i Boy scout of America ha radici antiche, e inquietanti analogie con le vicende che hanno squassato le fondamenta della Chiesa cattolica
Federico Tulli su Cronache Laiche

Il primo doloroso e profondo squarcio si è aperto il 30 marzo del 2005 quando un autorevole dirigente nazionale del corpo dei Boy scout statunitensi si è proclamato colpevole davanti alla giuria di un tribunale del Texas. L’accusa, pesantissima, era di pedofilia. Secondo gli investigatori, Douglas Smith, questo il nome dell’uomo, era coinvolto da almeno dieci anni in un traffico internazionale di materiale pedopornografico diffuso via internet. Smith faceva parte da 39 anni della storica organizzazione Boy scout of America fondata nel 1910, che conta oltre quattro milioni di bambini e ragazzi e migliaia di gruppi. Per la prima volta quel mondo – considerato in tutto l’occidente, ideale per la formazione e la crescita degli adolescenti – si trovava a fare i conti con la stessa dinamica sconcertante e drammatica che solo tre anni prima, a partire dallo scandalo della diocesi di Boston guidata dall’allora cardinale Bernard Law, aveva squassato le fondamenta di un’altra solida realtà sociale statunitense: la Chiesa cattolica. La conferma che, purtroppo, non si trattava di un caso isolato e che ci fossero delle analogie con la vicenda degli abusi clericali e le sistematiche coperture operate dalle gerarchie ecclesiastiche è arrivata cinque anni dopo.

Nel marzo del 2010, durante un processo per pedofilia nell’Oregon, l’avvocato Kelly Clark accusò l’amministrazione dei Boy scout of America di aver tenuto per anni un archivio segreto registrato col titolo “Perversion files”, nel quale erano documentati i casi di abusi accaduti e denunciati all’interno dei loro gruppi. La notizia provocò sconcerto e indignazione negli Stati Uniti ma ebbe poca rilevanza alle nostre latitudini perché arrivò nel pieno della bufera che stava travolgendo istituti scolastici cattolici e diocesi di mezza Europa. Bufera che raggiunse l’apice un mese dopo con la controversa lettera di scuse di Benedetto XVI ai fedeli irlandesi. In quell’occasione Clarks esibì in aula almeno un migliaio di documenti affermando che fossero la prova che i Boy scouts d’America (Bsa) sin dagli anni Ottanta hanno deliberatamente ignorato almeno 1200 segnalazioni ricevute circa molestie “sessuali” verificatesi al loro interno. Il legale di Bsa, Charles Smith, non negò l’esistenza dell’archivio segreto, limitandosi a precisare che i dossier erano tenuti riservati perché «pieni di informazioni confidenziali». Il processo si concluse con la condanna per negligenza nei confronti di Bsa e il pagamento di 1,4 milioni dollari alla vittima difesa da Clarks. Un mese dopo la sanzione fu elevata a 14 milioni di dollari: il capo scout condannato ammise abusi su 17 bambini e l’organizzazione non aveva saputo proteggere i “lupetti” da eventuali pedofili lasciando questi ultimi a contatto con i bambini.

I “Perversion files” sono improvvisamente venuti alla luce questa settimana grazie a uno scoop del Los Angeles Times che è entrato in possesso del voluminoso dossier e lo ha reso pubblico. Dai documenti emergono inequivocabili conferme alle accuse mosse a suo tempo da Clarks e gettano una luce sinistra e cupa su Bsa e le loro attività “formative”. Nelle 14.500 pagine che compongono il report si racconta una storia che va dal 1959 al 1985 e mostra come i responsabili di Bsa abbiano sempre taciuto sulle violenze tenendole nascoste ai genitori dei ragazzini coinvolti, alla giustizia e all’opinione pubblica. I vertici dell’associazione si sarebbero limitati a chiedere ai responsabili degli abusi di dimettersi. Ma in alcuni casi, oltre a coprirli, li avrebbero anche aiutati a far sparire le proprie tracce. Impossibile non cogliere un inquietante link con la prassi attuata in quegli stessi anni dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche per coprire i preti pedofili e insabbiare casi e responsabilità. Va detto che l’inchiesta del Los Angeles Times riguarda in particolare il periodo 1970-1991, e che essa testimonia come in molti casi Bsa sia venuta a conoscenza dei presunti abusi solo dopo che questi erano stati denunciati alle autorità, le quali però risultano spesso reticenti. Ma «in oltre 500 casi – afferma il quotidiano – l’associazione ha saputo degli abusi dai ragazzi, dai genitori, dal personale o da informazioni anonime», facendo il possibile perché non trapelassero all’esterno. «Quando un problema emergeva veniva chiesto all’interessato di lasciare volontariamente la posizione piuttosto che correre il rischio di ulteriori indagini», si legge chiaramente in alcuni documenti. Di fronte allo scandalo, il portavoce di Bsa, Deron Smith, si è limitato a chiarire che oggi l’organizzazione richiede a tutti i suoi membri di riportare ogni sospetto di abuso direttamente alle autorità locali, sottolineando come gli attuali vertici abbiano sempre cooperato pienamente con le indagini della polizia. Dichiarazioni di rito, identiche a quelle già sentite pronunciare ad esempio dalla Sala Stampa vaticana per vicende analoghe. Che arrivano quando oramai la stalla è chiusa e i buoi, anzi, gli orchi sono già scappati.

Mons. Marco Ordenes

di Eletta Cucuzza, Adista news

«All’inizio, furono toccamenti e baci, e poi l’atto sessuale. Ora non voglio soldi, solo giustizia e sanità mentale per me»: questo ha fra l’altro riferito, in un’intervista resa a Cnn-Cile il 3 ottobre, Rodrigo Pino, che all’epoca degli abusi subiti aveva 15 anni ed era accolito nella cattedrale di Iquique (Cile). La persona che Pino ha denunciato quale autore delle brutalità, allora sacerdote, dalla fine del 2006 è vescovo della diocesi dove si è consumato il reato, mons. Marco Órdenes, classe 1964. Malgrado le proteste di innocenza di Órdenes, la nunziatura apostolica nel Paese, affidata in Cile a mons. Ivo Scapolo, ha aperto un’indagine nell’aprile scorso, come conferma in un comunicato ufficiale (3 ottobre), informando inoltre che, «trattandosi di un vescovo, il procedimento fa capo alla Santa Sede». A sua volta, la diocesi di Iquique, nello stesso giorno, ha dichiarato che il vescovo si trova già da agosto in Perù, non perché «indagato canonicamente per una denuncia nei suoi confronti», come «effettivamente» risulta, ma in riposo e in cura perché «sofferente di una vecchia affezione al fegato», causa fra l’altro di «acuto stress». Il giorno prima, il segretario dell’ambito giuridico della diocesi di Iquique, Franklin Luza, aveva precisato che Órdenes «non è sospeso dal ministero episcopale, ma è fuori sede per una situazione di stress medicalmente accertata, aggravata dalla denuncia di abuso». Si è in attesa, aveva aggiunto, della chiusura delle indagini vaticane: «se ci sarà fondamento per iniziare un processo canonico, allora in quel momento probabilmente verrà sospeso per tutta la durata del giudizio».

La nunziatura il 3 ottobre non si è espressa solo a livello pubblico: «Oggi – ha dichiarato Pino alla Cnn-Cile – ho ricevuto una risposta molto positiva dal Vaticano che ci ha fatto gioire», ma che, precisa, è di contenuto riservato. Alla televisione, Pino ha raccontato che all’epoca Órdenes si approfittò dell’ammirazione che il ragazzo provava per lui, volendo egli anche scegliere la vita religiosa. «Il vescovo è molto intelligente, molto colto e astuto – ha aggiunto – tanto che si avvicinò alla mia famiglia, che gli aprì le porte di casa. Lui mi invitava a dormire alla Tirana [località nei pressi di Iquique], dove aveva una camera con un piccolo annesso dove mi portava di notte. All’inizio furono toccamenti e baci, poi l’atto sessuale». «Mi diceva che aveva per me amore di padre, figlio, fratello e amante, fino a dedicarmi una canzone di Andrea Bocelli». La cosa andò avanti, ha continuato Pino, fino a quando venne a sapere che Órdenes aveva violentato un altro bambino, e allora si decise a denunciarlo. «Ho una registrazione dove lui dice chiaramente che ha fatto per amore quel che mi ha fatto e di aver provato affetto, mentre con l’altro ragazzo fu solo questione carnale».

Già, perché il vescovo di Iquique non sarebbe nuovo né a simili delitti, né a investigazioni giudiziarie. Ce n’è una precedente, che risale al 2009. Allora l’inchiesta però venne chiusa per difficoltà a reperire prove e «soprattutto – dichiara ora in un comunicato la Procura di Tarapacá, la regione amministrativa di cui Iquique è capoluogo – perché la vittima, a quella data, non si sentiva in condizione di collaborare con la sua testimonianza, come sarebbe stato necessario per procedere nell’investigazione». Ma adesso, dopo l’avvio dell’indagine ecclesiastica sul caso di Rodrigo Pino, si può riaprire quella causa: l’obiettivo, ha spiegato il procuratore Raúl Arancibía, «è, da una parte, sollecitare informazioni alle autorità ecclesiastiche sull’indagine canonica per sapere se esistono precedenti sui fatti denunciati qualche anno fa e se si debba investigare su altri casi; dall’altra, consideriamo che la disposizione del denunciante e vittima dei fatti di allora sia diversa e che perciò sia disposto a testimoniare e dare ogni informazione a riguardo».

Mons. Marco Órdenes, quando è stato designato vescovo, aveva solo 41 anni. Fonti ecclesiastiche gli riconoscono di aver potenziato la partecipazione dei laici all’interno dell’episcopato attraverso i decanati e di aver sostenuto con particolare impegno la religiosità popolare, cercando di imprimere maggiore forza ed evidenza al messaggio cristiano nelle feste popolari più seguite.