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Intervista a Federico Tulli realizzata da Melissa Tamburrelli e inserita nella tesi di laurea magistrale dal titolo “La pedagogia nera. Infanzia violata tra passato e presente e prospettive educative”, che l’autrice ha discusso a dicembre 2016 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma tre (Corso di laurea in Scienze pedagogiche)

  1. Dal suo testo del 2014, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’Asino d’oro edizioni), emerge un sistema di istituzioni e persone complici, in un’attività costante e continua nel tempo, tesa a nascondere la verità. In questo contesto di omertà come è riuscito a reperire le informazioni necessarie?

Inizialmente ho concentrato la mia inchiesta sulla ricostruzione cronologica dei casi dal 1870 in poi attraverso la consultazione di libri, archivi giornalistici e siti web specialistici in cui sono pubblicati o riportati i testi di documenti. Per quanto riguarda la storia recente ho consultato in particolare l’archivio dell’agenzia Ansa viaggiando andando all’indietro nel tempo per una trentina d’anni. Una volta ricostruito il quadro d’insieme, anche attraverso la consultazione di sentenze su numerosi casi passate in giudicato, ho preso contatto con alcune delle vittime per provare ad avere una percezione il più possibile corrispondente alla realtà di quanto è accaduto e delle conseguenze che le violenze hanno causato su queste persone. La storie di pedofilia, purtroppo, si assomigliano tutte. Dico purtroppo perché questo potrebbe agevolare una efficace azione di prevenzione a tutti i livelli che invece in Italia diversamente da altri Paesi europei ancora manca. Le loro testimonianze dirette, unite alla consultazione di numerosi esperti di comunicazione e cose vaticane, sono state peraltro fondamentali per imparare a comprendere il linguaggio utilizzato dalla Chiesa cattolica quando è chiamata a rispondere delle proprie responsabilità e a difendersi dalle accuse di aver garantito l’impunità dei sacerdoti pedofili. Si stratta di linguaggio pressoché identico a qualsiasi latitudine in quanto è sempre finalizzato a ridurre al minimo i danni economici e d’immagine che potrebbero essere arrecati dalle pubbliche inchieste. Un’altra fonte primaria è quindi diventata per me la Chiesa stessa con i messaggi dei principali gerarchi, papi compresi, e i primari canali di informazione istituzionale. In particolare la sala stampa della Santa Sede con i suoi comunicati, e il sito ufficiale del Vaticano in cui c’è un’intera area finalizzata a mostrare al mondo quello che la Santa Sede ha fatto per estirpare la pedofilia diffusa all’interno di chiese, parrocchie, oratori, scuole e seminari gestiti da ordini e congreghe religiose cattolici. Ma a mio modo di vedere è più corretto dire, “avrebbe fatto”. Nei decreti firmati da Benedetto XVI e Francesco I tra il 2010 e il 2015, così come nelle Norme di indirizzo antipedofilia emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2010, resta infatti irrisolta una delle cause principali – se non la principale – della diffusione della pedofilia nel clero. Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina è un’offesa a Dio e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili, compiuto contro una persona inerme. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato: il punto, per la Chiesa non è tanto evitare che il pedofilo colpisca ancora ma che pecchi di nuovo indossando l’abito talare e che si penta del “male” fatto (a Dio). L’idea che si tratti di un delitto contro la morale, seppur inserito tra i cinque più gravi secondo la dottrina giuridica della Chiesa, è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. Questa concezione si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. Quanto ho appena detto ci aiuta a capire perché la Santa Sede nel 2014 non si è fatta alcun problema a evitare di fornire a due commissioni Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nell’ultimo decennio dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Io ritengo che se davvero il papa, cioè il capo della Santa Sede, avesse a cuore, più che la ragion di Stato, l’incolumità dei minori – come peraltro impone la Convenzione Onu sui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza cui la Santa Sede ha aderito – non avrebbe esitato a ordinare ai ambasciatori presso l’Onu di collaborare. Consentendo così di individuare e di indagare con gli strumenti della giustizia “laica e civile” 900 persone il cui profilo criminale è equiparabile a quello di un serial killer: la caccia è perpetua, il pedofilo si organizza la vita in funzione di essa e non si ferma finché non viene messo in condizione di non nuocere dalle autorità preposte. Se consideriamo che ci sono preti che hanno confessato oltre 200 stupri ci si può fare un’idea della sottovalutazione del fenomeno da parte dei capi della Chiesa e delle conseguenze che la concezione arcaica di questo crimine possono ricadere sui bambini e sul tessuto sociale dei Paesi in cui questa istituzione politico-religiosa è presente con i suoi siti di “educazione” e con i suoi “educatori”.

  1. Quanto i recenti successi legali americani sui casi di pedofilia hanno secondo lei incoraggiato le vittime italiane a denunciare gli abusi subiti?

Non penso ci sia un nesso diretto con le conseguenze dello scandalo portato alla luce nel 2002 da Spotlight, il team di giornalisti d’inchiesta del Boston Globe, le cui vicende sono state magistralmente ricostruite nell’omonimo film premio Oscar 2016 diretto da Tom McCarthy. Dopo Spotlight e le dimissioni del potentissimo arcivescovo di Boston Bernard Law sono passati sette  anni prima che la Chiesa in Europa finisse allo stesso modo di quella Usa sotto la lente di serie commissioni d’inchiesta e di seri giornalisti. È accaduto in Irlanda, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra con la scoperta di decine di migliaia di casi accaduti lungo tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Reati che sono stati accertati anche attraverso la testimonianza di vittime che finalmente hanno trovato qualcuno che ascoltasse le loro denunce senza pregiudizi e atteggiamenti moralistici. È accaduto in mezza Europa ma non in Italia dove peraltro c’è la più alta concentrazione di personale ecclesiastico al mondo con oltre 30mila unità. È indubbio che se lo Stato interviene, e “costringe” la Chiesa a collaborare con un’inchiesta al suo interno, si infonde fiducia nelle vittime che ancora non hanno avuto il coraggio di denunciare o, peggio, come purtroppo spesso accade, che hanno raccontato la propria storia in famiglia o al vescovo del sacerdote violentatore e non sono mai state credute, portando con sé un oppressivo senso di vergogna e la convinzione di essere in qualche modo responsabili della violenza subita. Ma quando ho chiesto personalmente a un ministro delle Pari opportunità se il governo italiano avrebbe prima o poi seguito l’esempio degli altri Paesi mi sono sentito rispondere che non è in agenda un’inchiesta a livello nazionale. Ho quindi sottoposto la stessa domanda al portavoce della Santa Sede e la risposta è stata pressoché identica: secondo il Vaticano non esiste un “caso italiano” in termini di pedofilia clericale. Nel 2014 scrissi il mio secondo libro proprio per verificare la veridicità di questa affermazione. Ebbene, penso di poter dire che è vero esattamente il contrario. La questione della pedofilia clericale in Italia ha caratteristiche identiche per estensione e continuità nel tempo a quella di altri Paesi che hanno deciso di affrontarla fino in fondo. La punta dell’iceberg di questa storia criminale emerge oggi dalle cronache. Un centinaio di casi solo nell’ultimo decennio sono arrivati in tribunale e a sentenza definitiva di condanna per il sacerdote incriminato. Si tratta di vicende che difficilmente, per non dire mai, hanno avuto un degno risalto mediatico. Nemmeno quando è stato coinvolto un sacerdote del calibro di don Mauro Inzoli. Il fondatore del Banco alimentare nonché capo di Comunione e liberazione a Cremona è finito sotto processo in Italia ed è stato condannato in primo grado a oltre 4 anni solo dopo esser stato giudicato colpevole dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stampa nazionale è rimasta pressoché inerte anche quando è stato condannato in via definitiva a oltre 14 anni di carcere un potente parroco romano, don Ruggero Conti, che nel periodo in cui abusava alcuni minori era stato nominato consulente per la Famiglia dal candidato sindaco Gianni Alemanno. Quindi per ritornare alla domanda iniziale in Italia ancora non si sono presentate le condizioni che nel 2002 dettero alle vittime statunitensi la possibilità di uscire allo scoperto senza rischiare di essere violentate una seconda volta dall’indifferenza, o meglio dall’anaffettività delle istituzioni laiche e religiose, e degli organi di informazione.

  1. È d’accordo che uno dei punti focali del caso italiano sia nell’impunità dei clerici?

Uno dei punti cardine secondo me è rappresentato dalle strategie antipedofilia della Conferenza episcopale italiana. Ma c’è di più. A pesare è il silenzio imposto su questi casi, che non riguarda solo le autorità ecclesiastiche. Vale un esempio per tutti. Nel 2010 il capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno, intervistato da Il Giornale disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento (pedofilia nella Chiesa, ndr) non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Forno era, ed è, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla violenza sui minori e sulle donne, ma questo non lo mise al riparo da un’inchiesta predisposta dal ministro della Giustizia. Qualche giorno dopo aver evidenziato nell’intervista la scarsa (eufemismo) propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Non è forse un caso se quattro anni dopo, nel 2014, Conferenza episcopale guidata dal card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle proprie linee guida antipedofilia l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per es. i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”. La motivazione fornita dal card. Bagnasco va aldilà di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è irrilevante che in questo modo si sta tutelando anche il pedofilo che le ha violentate. Questo atteggiamento oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio 2016 la Pontificia commissione per la tutela dei minori ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Il problema è che questo monito non ha avuto alcun effetto pratico. La Pontificia commissione che è un organo consulente della Santa Sede ha esortato tutta la comunità ecclesiale a denunciare e a collaborare con le autorità. Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede per prima non rende pubbliche notizie fondamentali per la salvaguardia di potenziali vittime, quale credibilità e influenza può mai avere un organismo del genere all’interno della Chiesa?

  1. Lei ha testimoniato il crollo della popolazione cattolica ad esempio in Irlanda che è passata dal 69 per cento del 2005 al 47 per cento del 2010. Come ci spiega chiaramente alla Chiesa cattolica serviva proprio un rilancio di immagine e di credibilità dopo gli ultimi papati non certo esemplari nella condotta di denuncia sulla pedofilia. Crede che le scelte di Papa Francesco siano in controtendenza?

In parte ho già risposto al termine della prima domanda. Posso aggiungere qualcosa che può chiarire meglio come la penso. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio sin dai primi giorni del suo papato nel marzo del 2013 danno l’idea che la “sua” Chiesa – diversamente da quella dei suoi predecessori – abbia messo in cima alle priorità l’incolumità dei minori che frequentano i siti di educazione e formazione religiosa. È presto per parlare di effetti concreti ma io penso che gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere senza timore la carriera clericale. Per decenni infatti l’unica soluzione adottata nei confronti dei preti pedofili è stata quella di trasferirli in un’altra parrocchia per ridurre al minimo i rischi di uno scandalo pubblico. Il risultato è facilmente intuibile oltre che documentato dalle inchieste governative cui ho accennato prima. Anche in base ai risultati di queste indagini la Commissione Onu per i Diritti dell’infanzia nelle considerazioni conclusive elaborate a febbraio 2014 ha scritto quanto segue: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È bene ribadire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Quindi, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato come ha fatto Ratzinger, e inasprire le norme penali come ha fatto Bergoglio, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani: l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski, che peraltro è morto prima di arrivare a processo. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o del tutto assenti. Cito di nuovo un passaggio del documento delle Nazioni Unite: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini». A certificare la continuità in senso negativo di questo papato con i precedenti ci sono diversi elementi. Ne cito un paio per tutte. Il primo consiste nella mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. Nel 2014 l’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede, cioè a papa Francesco, di chiuderli – in coerenza con la convenzione ratificata – anche perché è noto che spesso il pedofilo è a sua volta una persona abusata in giovane età. Ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 giovani studenti. Per di più, la diocesi di Milano ha da poche settimane avviato un’iniziativa seminariale per sedicenni: la Comunità seminaristica adolescenti che nasce dalla collaborazione tra il seminario e i preti del Decanato Villoresi ed è situata in una casa di Parabiago nell’hinterland milanese. Una seconda misura che Bergoglio potrebbe adottare, in un’ottica di prevenzione, è l’innalzamento della soglia dell’età della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione e fare la comunione. Nel 1910 fu abbassata da 12 a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste Stato-Chiesa di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania, è emerso che quasi tutti gli abusi nelle parrocchie e nei seminari avvengono nell’ambito di questo rito sacramentale che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al sigillo sacramentale: vincolo di segretezza pontificia pena la scomunica. L’inviolabilità del segreto, unito al senso di colpa per il peccato commesso, instillato nella vittima dal suo “confessore”, è una garanzia di impunità da parte della giustizia “civile”. I preti pedofili lo hanno ben presente. Come sanno che nel caso di violenza compiuta durante la confessione l’abuso è nei confronti del sacramento non della persona. E di questo, nel caso, dovranno rispondere (solo) ai giudici dalla Chiesa. Papa Francesco eliminerà mai un segreto correlato a un sacramento?  Di più, eliminerà mai uno dei cardini del Decalogo su cui si fondano tutte le leggi della Chiesa?

  1. A suo parere la Chiesa cattolica cambierà mai l’ideologia dell’annullamento del corpo e della sessualità? Sarebbe decisivo nel superamento del problema?

Per rispondere mi collegherei dalla domanda con cui ho concluso la precedente risposta. Non so dire cosa accadrà in futuro ma penso che la conoscenza di ciò che è la sessualità umana e soprattutto di quello che non è sessualità umana (cioè la pedofilia), risulterebbe decisiva quanto meno per iniziare a inquadrare concretamente il problema. Tuttavia, molto probabilmente la messa in discussione di uno dei Dieci comandamenti comporterebbe la fine della Chiesa intesa come istituzione religiosa. Quel “Non commettere atti impuri” fa sì che nel Catechismo “aggiornato” da Giovanni Paolo II nel 1992 si parli di sesso tra due adulti fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e di bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». E che nel diritto canonico l’abuso sia un «qualsiasi» atto sessuale «di un chierico con un minore di anni 18». Cioè la Chiesa ritiene che l’abuso sia un rapporto sessuale. Quindi chi si dovrebbe occupare di tutelare i bambini che ad essa sono affidati non distingue la sessualità umana – che in estrema sintesi è rapporto interumano, consapevolezza di sé e desiderio – dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità ed è dominio di un soggetto adulto e consapevole su un altro che non è né adulto né consapevole. È pertanto totale assenza di rapporto. Inoltre, quando si stabilisce che la pedofilia è un’atto sessuale, si sta affermando che il bambino – cioè la vittima – ha la sessualità. La realtà è esattamente il contrario: il bambino in età prepuberale non ha sessualità. Perché questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima in ogni essere umano c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili preti e non. Ma qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso cattolico e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. E queste sono alcune tra le tante drammatiche confusioni che sono state fatte dalla Chiesa, e che persistono tuttora, sulla sessualità umana e sulla figura del bambino. Per cui poi può essere abusato senza che sia considerata una violenza nei suoi confronti.

Melissa Tamburrelli

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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

La nuova copertina del magazine satirico francese Charlie Hebdo (www.charliehebdo.fr)

La nuova copertina del magazine satirico francese Charlie Hebdo (www.charliehebdo.fr)

Questa è la versione originale del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

In the belly of the beast (lyrics)

I was looking for a shelter in the belly of the beast. The pain and the fear. Not just my body but you took my soul. Abused my temple in the name of god. I’m afraid to feel. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide. We want the truth,no excuse. Please,wake me up! I’m still looking for a shelter to recover from the beast. Your eyes on me. Not just my body but you took my soul.Disregard for the sake of god. This hell is real. Who’s gonna pay for the suffering? Who’s gonna pay for the lies? The beast destroyed my innocence and you tried to hide.We want the truth,no excuse. I can’t believe. No one cares to relieve the pain. Only the scars remain. No one cares of the victims with no face. We stand alone. No hope. We stand alone. We have no voice. We have no choice. J.C.,we want the truth!

Originally released on Strength Approach “With or without you” cd/lp on GSR music and DRA entertainment!

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Pedophilia is a nauseating criminal offence that, at present, still hasn’t been sternly investigated; this not only relates to the abuses committed by individuals worldwide, but particularly those individuals in a position of authority or affiliated with the Catholic Church.

At the thought of the cruelty of the act itself and its devastating consequences on its victims, the first and most natural question that comes to mind is: why?

The high rate of episodes that have globally issued in the last few years have certainly sensitized the public opinion on the subject, as well as assisting the media to fight off their atavistic prudery in recounting in detail the harsh deeds that thousands of priests and nuns have been recognized guilty of. During the first months of 2010, when the uncovered scandals hit several catholic dioceses in Ireland, Great Britain, Holland, Germany and Belgium, the Italian media began to follow these events with great concern.

This however, was short-lived; the media’s attention drastically dropped during the second half of the same year, after pope Benedict XVI spoke a public amends about the pedophile priest’s and nun’s responsibilities, asking for forgiveness from their victims. Despite the apology of pope Benedict XVI, nobody in Italy ever considered asking the victims if they were affected at all by his gesture, and meanwhile the Church is still busy worldwide by trying to prevent having to give refuge and rescue to robed pedophiles.

A significant aspect of this whole topic is the cold indifference shown, not only by the media, towards the actual cultural roots that lay behind the diffusion on pedophilia among the catholic clergy but also the whole western civilization in general; child-oriented violence is actually an undignified phenomenon that spans across over 25 Centuries of human history. As a matter of fact, since Plato’s “paideia” no one seemed to oppose the unfounded idea that a child is a small adult that needs to be shaped, or that a child isn’t an actual human being at all until it reaches the age of reason.

These poisonous ideas have intoxicated the common thought and made it dull by bounding it with the Catholic belief.
The fact that Italian law has begun to consider rape a crime against moral values only very recently, is certainly not a coincidence; only in 1996 has violence towards women and children become a crime against the individual.

In an interview appearing in the volume “Church and Pedophilia” that I have written for the “Asino d’oro”, the Italian psychiatrist Massimo Fagioli offered a solid key of interpretation to the subject: ‘Basically this atrocious thought of negation of human birth and that of the child’s identity will consequently lead to violence and murder, supported by the conviction of not committing anything wrong. At the most it is a sin, which is harsh but only because it is an act of impurity, and can easily be expiated by confession and a couple of prayers’

Federico Tulli on In the belly of the beast

Questa è la versione in italiano del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

La pedofilia è un fenomeno criminale ancora oggi scarsamente indagato, non solo per quanto riguarda gli abusi commessi da persone appartenenti alla Chiesa cattolica. Pensando alla crudeltà dell’atto e alle sue devastanti conseguenze sulle vittime, la domanda che viene naturale porsi è: come mai? I numerosi fatti venuti alla luce in tutto il mondo negli ultimi anni hanno certamente sensibilizzato l’opinione pubblica, e i media hanno vinto la loro atavica ritrosia a raccontare in maniera approfondita i gravi episodi di cui sono stati riconosciuti responsabili migliaia di sacerdoti e suore.

Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, anche la stampa italiana ha iniziato a seguire le vicende con estremo interesse. È durato poco, solo qualche mese. Un notevole calo di attenzione mediatica si è verificato nella seconda metà di quell’anno dopo che il Vaticano per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse.E ancora oggi le Chiese di tutto il mondo hanno il loro bel da fare per evitare di continuare a offrire rifugio e tutela con le proprie leggi ai pedofili in tonaca. 

Tornando alla domanda iniziale, un fattore significativo consiste nella fredda indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo dell’informazione, riguardo le radici culturali che hanno favorito la diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. Eppure la violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi nessuno sembra opporsi all’idea infondata che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione.

Queste idee velenose hanno intossicato il pensiero comune fino a renderlo inerte, specie quando certe convinzioni si sono saldate con il credo religioso cattolico. Non è un caso se nel nostro Paese lo stupro sia stato considerato, dal codice penale, un reato contro la morale fino praticamente all’altro ieri. Solo nel 1996 la violenza nei confronti di una donna o di un bambino è diventata un crimine contro la persona. Lo psichiatra italiano Massimo Fagioli, intervistato nel libro “Chiesa e pedofilia” che ho firmato per L’Asino d’oro, offre oggi una solida chiave interpretativa affermando, in sintesi, che questo pensiero terribile di negazione della nascita umana e dell’identità del bimbo porta come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, grave ma solo perché è un atto impuro, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera.

Testo di Federico Tulli pubblicato sul sito de In the belly of the beast

Mons. Marco Ordenes

di Eletta Cucuzza, Adista news

«All’inizio, furono toccamenti e baci, e poi l’atto sessuale. Ora non voglio soldi, solo giustizia e sanità mentale per me»: questo ha fra l’altro riferito, in un’intervista resa a Cnn-Cile il 3 ottobre, Rodrigo Pino, che all’epoca degli abusi subiti aveva 15 anni ed era accolito nella cattedrale di Iquique (Cile). La persona che Pino ha denunciato quale autore delle brutalità, allora sacerdote, dalla fine del 2006 è vescovo della diocesi dove si è consumato il reato, mons. Marco Órdenes, classe 1964. Malgrado le proteste di innocenza di Órdenes, la nunziatura apostolica nel Paese, affidata in Cile a mons. Ivo Scapolo, ha aperto un’indagine nell’aprile scorso, come conferma in un comunicato ufficiale (3 ottobre), informando inoltre che, «trattandosi di un vescovo, il procedimento fa capo alla Santa Sede». A sua volta, la diocesi di Iquique, nello stesso giorno, ha dichiarato che il vescovo si trova già da agosto in Perù, non perché «indagato canonicamente per una denuncia nei suoi confronti», come «effettivamente» risulta, ma in riposo e in cura perché «sofferente di una vecchia affezione al fegato», causa fra l’altro di «acuto stress». Il giorno prima, il segretario dell’ambito giuridico della diocesi di Iquique, Franklin Luza, aveva precisato che Órdenes «non è sospeso dal ministero episcopale, ma è fuori sede per una situazione di stress medicalmente accertata, aggravata dalla denuncia di abuso». Si è in attesa, aveva aggiunto, della chiusura delle indagini vaticane: «se ci sarà fondamento per iniziare un processo canonico, allora in quel momento probabilmente verrà sospeso per tutta la durata del giudizio».

La nunziatura il 3 ottobre non si è espressa solo a livello pubblico: «Oggi – ha dichiarato Pino alla Cnn-Cile – ho ricevuto una risposta molto positiva dal Vaticano che ci ha fatto gioire», ma che, precisa, è di contenuto riservato. Alla televisione, Pino ha raccontato che all’epoca Órdenes si approfittò dell’ammirazione che il ragazzo provava per lui, volendo egli anche scegliere la vita religiosa. «Il vescovo è molto intelligente, molto colto e astuto – ha aggiunto – tanto che si avvicinò alla mia famiglia, che gli aprì le porte di casa. Lui mi invitava a dormire alla Tirana [località nei pressi di Iquique], dove aveva una camera con un piccolo annesso dove mi portava di notte. All’inizio furono toccamenti e baci, poi l’atto sessuale». «Mi diceva che aveva per me amore di padre, figlio, fratello e amante, fino a dedicarmi una canzone di Andrea Bocelli». La cosa andò avanti, ha continuato Pino, fino a quando venne a sapere che Órdenes aveva violentato un altro bambino, e allora si decise a denunciarlo. «Ho una registrazione dove lui dice chiaramente che ha fatto per amore quel che mi ha fatto e di aver provato affetto, mentre con l’altro ragazzo fu solo questione carnale».

Già, perché il vescovo di Iquique non sarebbe nuovo né a simili delitti, né a investigazioni giudiziarie. Ce n’è una precedente, che risale al 2009. Allora l’inchiesta però venne chiusa per difficoltà a reperire prove e «soprattutto – dichiara ora in un comunicato la Procura di Tarapacá, la regione amministrativa di cui Iquique è capoluogo – perché la vittima, a quella data, non si sentiva in condizione di collaborare con la sua testimonianza, come sarebbe stato necessario per procedere nell’investigazione». Ma adesso, dopo l’avvio dell’indagine ecclesiastica sul caso di Rodrigo Pino, si può riaprire quella causa: l’obiettivo, ha spiegato il procuratore Raúl Arancibía, «è, da una parte, sollecitare informazioni alle autorità ecclesiastiche sull’indagine canonica per sapere se esistono precedenti sui fatti denunciati qualche anno fa e se si debba investigare su altri casi; dall’altra, consideriamo che la disposizione del denunciante e vittima dei fatti di allora sia diversa e che perciò sia disposto a testimoniare e dare ogni informazione a riguardo».

Mons. Marco Órdenes, quando è stato designato vescovo, aveva solo 41 anni. Fonti ecclesiastiche gli riconoscono di aver potenziato la partecipazione dei laici all’interno dell’episcopato attraverso i decanati e di aver sostenuto con particolare impegno la religiosità popolare, cercando di imprimere maggiore forza ed evidenza al messaggio cristiano nelle feste popolari più seguite.

 

Bufera negli Stati Uniti sugli eredi di Baden-Powell

Ludovica Eugenio, Adista News

Per anni, centinaia di casi di abusi sessuali su minori insabbiati o non denunciati alla polizia: è un attacco durissimo quello sferrato dal quotidiano Los Angeles Times(16/9/2012) contro i Boy Scouts of America, grazie al reperimento di 1.600 dossier confidenziali risalenti al periodo tra il 1970 e il 1991. Secondo quanto riporta il giornale californiano, i vertici della sezione maschile degli scout statunitensi hanno infatti sistematicamente coperto gli abusi perpetrati all’interno dell’associazione da pedofili, che venivano convinti a dare le proprie dimissioni nella massima discrezione, fornendo motivazioni fittizie. I casi venivano registrati su una sorta di “lista nera”, aperta nel 1919. Ciò non bastava, tuttavia, a risolvere il problema: spesso, infatti, i capi scout espulsi trovavano il modo di rientrare nell’organismo. Se in molti casi gli Scout venivano a sapere di un’accusa dopo la denuncia alle autorità competenti, in ben 500 le informazioni provenivano invece loro direttamente dai ragazzi, dai genitori o da denunce anonime; di ben 400 di questi non c’è traccia di denuncia alla polizia da parte dei responsabili scout. Emblematico il caso del direttore di un campo scout del Michigan che nel 1982 confessò alla polizia di non aver denunciato un caso di cui era stato messo al corrente perché i suoi capi volevano proteggere la reputazione dell’istituzione ma anche quella dell’accusato.

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del Los Angeles Times, da parte dei Boy Scouts of America è arrivato un comunicato: «Ci dispiace che in altri tempi non abbiamo fatto sforzi sufficienti a proteggere i bambini», ammette, aggiungendo però: «Abbiamo sempre rispettato il requisito dell’applicazione della legge – secondo quanto ha detto il portavoce Deron Smith – e oggi chiediamo ai nostri membri di riferire anche sospetti di abusi direttamente alle loro autorità locali». Tale requisito, però, è previsto solo dal  2010, mentre in precedenza la prassi richiesta era l’adempimento delle leggi statali, che non sempre chiedevano ai gruppi giovanili di denunciare gli abusi. In molti casi, poi, si manteneva il silenzio sugli abusi perché, secondo i vertici, era l’unico modo di risparmiare alle giovani vittime un enorme disagio, con il risultato di consentire, di fatto, ai molestatori di continuare indisturbati. Lo dimostra il caso di Arthur W. Humphries: 50 anni passati tra gli Scout, considerato un leader modello tanto da ricevere due citazioni presidenziali e il premio dell’associazione – il Castoro d’Argento – per chi svolge un servizio eccellente, in virtù del suo lavoro con ragazzi disabili. Si trattava di un molestatore seriale. Il suo arresto, nel 1984, provocò sconcerto presso l’associazione, che si affrettò a dire che nessuno aveva mai avuto sospetti sull’uomo.  Ma non era vero: un dossier su Humphries svela che un ragazzo di 12 anni aveva fatto il suo nome, sei anni prima, denunciando abusi sessuali. In quel caso, i vertici dell’associazione non solo non fecero rapporto alla polizia, ma fornirono ottime referenze sul suo conto quando, due anni dopo, Humphries chiese di poter lavorare per un evento nazionale scout. Grazie ai commenti lusinghieri ottenne il posto, continuò la sua attività tra gli scout e abusò di altri cinque ragazzini prima che, nel 1984, la polizia lo bloccasse in seguito a una denuncia anonima. Accusato di aver abusato di 20 scout, tra cui anche bambini di otto anni, fu condannato a 151 anni di carcere.

I file di cui il Los Angeles Times è entrato in possesso verranno presto resi pubblici: lo scorso giugno, la Corte suprema dell’Oregon ha già stabilito la pubblicazione di 1.247 di essi, nell’ambito di un processo da 20 milioni di dollari.

È stato presentato a Toronto il documentario “Mea maxima culpa”, di Alex Gibney, sugli abusi sessuali da parte di alti prelati ai danni di piccoli sordomuti

Concita De Gregorio  su repubblica.it

Quel che Pedro Almodóvar ha raccontato in forma di fiaba dolente nel più nitido e meno fortunato dei suoi film, “La mala educaciòn”, il newyorkese Alex Gibney, premio Oscar per “Taxi to the dark side”, documenta fino allo sfinimento di dettaglio, accumulando per quasi due ore testimonianze, carte, deposizioni, ritagli, filmati d’epoca e insomma prove incontrovertibili del più vergognoso delitto commesso tra le pareti di istituti religiosi cattolici, complice l’omertà delle gerarchie vaticane: la pedofilia seriale perpetrata nel corso di decenni da alti prelati nordamericani ed europei a danno di bambini, in prevalenza maschi, che i medesimi prelati avrebbero dovuto educare. Centinaia le vittime documentate, quattro i testimoni che — oggi adulti — hanno dato il via in America alla causa di risarcimento infine vinta e che ora per la prima volta vediamo e ascoltiamo sullo schermo.

Alex Gibney, regista de “Mea maxima culpa. Silenzio nella casa di Dio”

Di “Mea maxima culpa. Silenzio nella casa di Dio”, presentato ieri in anteprima mondiale al festival di Toronto, si perdonano le pecche formali in virtù della sconvolgente forza dei fatti che, con grande fermezza, espone rompendo il segreto peggio custodito della storia della Chiesa. Per quanto risulti a tratti ripetitivo e nel complesso prolisso, il documentario ha tuttavia il grande pregio di raccontare senza paura ciò che nessuno fino a oggi aveva osato. Dei più di duecento ragazzini sordomuti violentati da padre Lawrence Murphy tra le cupe mura della St. John’s school for the deaf, Wisconsin, quattro sono inquadrati fin dalle prime scene e raccontano con linguaggio dei segni — in molti casi assai più evocativo delle parole — la loro storia. A partire dagli anni Settanta i bambini che venivano consegnati dalle famiglie alle cure delle suore e dei preti di questo cupo immenso castello di mattoni scuri sono stati oggetto di molestie e di violenza carnale da parte del rettore, prete grassoccio e di incarnato roseo acclamato in vita come filantropo e morto libero nel 1998, colto da infarto mentre giocava alle slot machines. La storia inizia nel 1972 e si dipana nei quarant’anni successivi, fino a oggi: una costante e inascoltata catena di lettere, denunce, insabbiamenti. Il Nunzio pontificio fin dal ’74 sapeva, l’arcivescovo Cousins scriveva («in fondo i testimoni sono muti»), un fiume di denaro copriva il rumore di fondo, donazioni per 80 milioni di dollari, altri casi analoghi emergevano in America e nel mondo, da Boston a Dublino a Verona. La congiura del silenzio trovava il suggello nell’ordine impartito nel 2001 dal cardinale Ratzinger: che ogni denuncia di questo tipo arrivasse sulla sua scrivania e solo su quella, in via riservata.

La telecamera di Gibney si sposta in Europa, racconta l’incredibile storia del pedofilo seriale padre Tony Walsh, il prete che imitava Elvis Presley e che adescava i ragazzini ai funerali. Documenta il caso dell’istituto per sordomuti di Verona, vicenda che meriterebbe da sola un film. In tutto simile al caso del Wisconsin, anche all’istituto Antonio Provolo di Verona le vittime sono state per decenni i bambini sordomuti. «Perché allora si considerava che i sordi fossero disturbati mentali», dice uno dei testimoni. Erano muti e per giunta poverissimi, le vittime ideali. Assai prima che esplodesse lo scandalo della Chiesa di Boston e che si giungesse, da ultimo, alle scuse pubbliche di Ratzinger nel frattempo eletto papa molto ci sarebbe stato da raccontare — mostra Gibney — sui Legionari di Cristo di padre Maciel Marcial Degollado, che qui si indica come vicinissimo ad Angelo Sodano. Una vera e propria rete di pedofilia sulla quale il cardinale Ratzinger chiese e ottenne da Giovanni Paolo II, nel 2004, d’indagare. Furono gli stessi legionari, infine, ad ammettere che il fondatore aveva commesso abusi sessuali ripetuti sui seminaristi della congregazione. Degollado, però, nel frattempo era morto.

Difficile immaginare che “Silenzio nella casa di Dio” trovi un distributore per le sale italiane, e ancor meno che possa essere trasmesso in tv per quanto non si debba mai perdere la speranza nel coraggio degli uomini. Il Vaticano ha naturalmente negato ogni autorizzazione alle interviste che Gibney aveva richiesto. Il regista, tuttavia, si ostina sereno a ripetere che il suo lavoro è al servizio della vera fede e dello spirito autentico della Chiesa «perché nulla — dice — è più sacro dell’innocenza. Coprire questo crimine e non denunciarlo equivale a commetterlo».

Robert W. Finn, 59 anni è il primo vescovo della Chiesa cattolica e apostolica romana a subire una condanna per aver “coperto” un sacerdote pedofilo della sua diocesi (Kansas City-St. Joseph, Missouri). Il caso che è stato tenuto nascosto dal prelato statunitense per oltre cinque mesi riguarda il sacerdote Shawn Rattigan, di Independence (Missouri), reo confesso in un altro processo appena concluso, di cinque atti di pedofilia e di detenzione di materiale pedo pornografico all’interno del suo computer. Il vescovo Finn, che era venuto a conoscenza delle foto raccapriccianti custodite del sacerdote, non ha presentato denuncia alla polizia ma non ha neanche adottato alcuna misura per salvaguardare i bambini che frequentavano la parrocchia del prete. Secondo quanto riporta il Mattino, la polizia ha accertato che nel tempo trascorso fino a quando non è stato finalmente denunciato, il prete ha continuato a collezionare altri cimeli raffiguranti bambini nel suo portatile. Oltre alla multa e alla libertà vigilata, il vescovo dovrà istituire e finanziare con 10.000 dollari un corso di sostegno psicologico alle vittime dei casi di pedofilia all’interno degli ambienti ecclesiastici.

di Marco Politi, Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2012

Come uno spettro gli scandali di pedofilia perseguitano il Vaticano. In Israele è scoppiata una polemica violenta sulla nomina del nuovo ambasciatore vaticano, mons. Giuseppe Lazzarotto, già nunzio in Irlanda dal 2001 alla fine del 2007. È accusato di aver coperto, nel suo ruolo diplomatico, gli abusi avvenuti nella diocesi di Dublino.

Yedioth Ahronoth, il giornale israeliano a più larga diffusione, descrive l’arrivo di Lazzarotto come fonte di “imbarazzo e di umiliazione”. E invita il governo a “chiedere chiarimenti”. Yedioth Ahronot (e sulla sua scia altri media) va giù durissimo: “La nomina è uno schiaffo in faccia a Israele”. La storia, più che Lazzarotto personalmente, colpisce il Vaticano e i suoi decennali silenzi sugli abusi sessuali del clero. Lazzarotto come vescovo non è stato coinvolto in nessun caso di pedofilia. Come diplomatico, ubbidiente alle direttive della Santa Sede, ha però negato alla commissione d’inchiesta sui crimini pedofili nella diocesi di Dublino l’accesso alla documentazione in suo possesso.

I fatti  risalgono al 2007. La giudice Yvonne Murphy sta indagando sugli abusi sessuali del clero avvenuti tra il 1975 e il 2004. (Se ne documenteranno, riduttivamente, 326 con il coinvolgimento di 46 sacerdoti). La giudice Murphy chiede informazioni alla Congregazione per la Dottrina della fede. Il Vaticano svicola e replica che la richiesta non è avvenuta tramite i canali diplomatici. Nel febbraio 2007 la Murphy si rivolge al nunzio Lazzarotti chiedendogli di trasmettere il materiale in suo possesso riguardante la diocesi di Dublino e gli abusi. O almeno di confermare di non avere alcun tipo di documentazione del genere. Il nunzio, evidentemente istruito da Roma, non rispose mai.

Il rapporto Murphy denuncerà una costante delle autorità ecclesiastiche: “Mantenere il segreto, evitare scandali, proteggere la reputazione della Chiesa e tutelare i suoi beni”. Seguirà il rapporto Ryan: 800 colpevoli di abusi in 200 istituti religosi, nell’arco di 35 anni. Ogni volta che in qualsiasi paese è stata messa in piedi una commissione di inchiesta indipendente sugli stupri clericali è emersa una “mappa dell’inferno”. È proprio per questo motivo che l’episcopato italiano è terrorizzato dall’idea di istituire una commissione d’indagine come, ad esempio, hanno fatto i vescovi in Germania, Austria e Belgio.

Le polemiche su Lazzarotto sono il segnale di una ferita che non si è chiusa, il sintomo di un virus che non è stato debellato. Fino a quando – ci si può chiedere – lo spettro degli abusi inseguirà il Vaticano e si tornerà a parlare dei crimini commessi e nascosti? La risposta è semplice. Fino a quando il Vaticano non imboccherà la linea della piena trasparenza. Papa Ratzinger – ribattono in Curia – ha segnato una svolta con la sua Lettera agli Irlandesi del 2010, in cui denuncia i vescovi per non avere ascoltato le grida delle vittime e invita i preti a presentarsi in tribunale. Il Papa ha emanato regole più severe per combattere il fenomeno, ha incontrato gruppi di vittime in varie parti del mondo, ha obbligato gli episcopati a elaborare linee d’azione.

Tutto vero. Ma non si può rimanere a metà. Serve trasparenza totale per il futuro e per il passato. Nelle settimane scorse, un giudice americano di Portland, nell’Oregon, ha dichiarato improcedibile il tentativo di portare sul banco degli accusati il romano pontefice in una causa di risarcimento per crimini di pedofilia. Jeff Anderson, l’avvocato milionario dei risarcimenti, aveva tentato il colpo grosso denunciando il Papa come “datore di lavoro” di un prete criminale Andrew Ronan. La Corte federale ha respinto il concetto che il pontefice sia assimilabile al capo di una multinazionale. Giubilo negli ambienti ecclesiastici come fosse stata un’assoluzione da qualsiasi responsabilità! Non è così. La Santa Sede è stata parte attiva del sistema di occultamento e minimizzazione di innumerevoli crimini.

Ancora oggi il Papa non ha emanato un decreto sull’obbligo di denuncia dei preti criminali da parte dei vescovi, non è stato avviato un lavoro di monitoraggio e di inchiesta a livello mondiale, non sono stati aperti gli archivi vaticani che albergano la documentazione di responsabilità e insabbiamenti del passato.

C’è un documento impressionante nelle carte segrete di Vatileaks, pubblicate da Nuzzi. Un appunto del segretario papale don Gaenswein su un incontro avvenuto il 19 ottobre 2011 con il sacerdote Rafael Moreno, ex segretario privato di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo e pluristupratore. Don Moreno – scrive Gaensewin – è stato per 18 anni segretario di Maciel. Da lui abusato. È venuto per dire che nel 2003 ha voluto informare Giovanni Paolo II. Non è stato ascoltato né creduto. Voleva parlare al cardinale segretario di Stato Sodano, ma non gli è stata concessa udienza. Dunque nel 2003 i vertici vaticani chiudevano gli occhi sui crimini di Maciel (e lo avevano fatto anche prima). C’è tantissimo da portare alla luce. Prima lo farà, meglio si sentirà il Vaticano. Come dopo una buona confessione.