Archivio per la categoria ‘Chiesa e pedofilia’

Valerio Gigante, Adista

 

Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

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Il cardinale Bagnasco, capo della Conferenza episcopale italiana
A quasi due anni dal varo delle Linee guida anti pedofilia la Cei ribadisce che i vescovi non si devono sentire obbligati a denunciare i sacerdoti presunti responsabili di abusi.

 


A proposito di tempi biblici. La Conferenza episcopale italiana ha pubblicato oggi la versione definitiva del documento approvato il 22 maggio 2012 e sbandierato allora come svolta epocale dalla Chiesa: le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”.

Il testo predisposto dalla Cei sulla base delle indicazioni della Congregazione per la dottrina della fede non sposta di una virgola quanto reso noto nell’assemblea di due anni fa riguardo il punto cardine del documento: non c’è nessun obbligo giuridico per i vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia, «salvo – si legge nel testo – il dovere morale di contribuire al bene comune». È bene precisarlo nel caso in cui a qualcuno venisse il dubbio che in questi due anni la Cei si sia posta il problema di smussare codesta presa di posizione che già allora destò sconcerto. Lo stessa reazione che suscitano oggi le parole pronunciate dal cardinal Bagnasco per giustificare questa scelta: «Non è assolutamente un no alla denuncia – osserva lucidamente il presidente dei vescovi italiani -, ma risponde a un’attenzione verso le vittime, i loro sentimenti, i loro drammi interiori e risponde a ciò che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli e della famiglia. Per noi – conclude Bagnasco – l’obbligo morale è ben più forte e cogente dell’obbligo giuridico, ne è il presupposto e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime». Cioè nulla.

Personalmente sarei rimasto sorpreso se i “nostri” vescovi avessero cambiato idea poiché, per cultura, sono convinti di poter agire al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge terrena e di poter-dover rispondere solo a Dio (o a chi per lui: il papa) degli eventuali peccati commessi. Perché – è bene ricordarlo – anche la reticenza celata dietro il segreto professionale, o la complicità con dei criminali spostati di parrocchia in parrocchia, per loro, sempre peccati sono. Cosa del resto sottolineata poco meno di due mesi fa dalla Commissione Onu sui diritti del fanciullo nelle osservazioni conclusive sulla relazione presentata a Ginevra dalla Santa Sede per giustificare circa 20 anni di politiche vaticane inadeguate o inesistenti, volte a contrastare e prevenire gli abusi di matrice clericale.

L’iter delle Linee guida è stato lungo e articolato nonostante siano rimaste invariate nella loro essenza. Con lettera circolare del 3 maggio 2011, sulla base delle Nuove norme introdotte da Benedetto XVI un anno prima, la Congregazione per la dottrina della fede fornì le indicazioni “ufficiali” da seguire per i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici ai danni di minori, invitando le Conferenze episcopali a predisporre su questa base, entro maggio 2012, delle proprie «linee guida», che tenessero “in considerazione le situazioni concrete delle giurisdizioni appartenenti alla Conferenza episcopale”. La prima bozza delle Linee guida Cei fu presentata e discussa nel corso del Consiglio Permanente di settembre 2011; successivamente, tenuto conto delle indicazioni emerse nel dibattito, è stato preparato il testo delle Linee guida che ha ricevuto l’approvazione del Consiglio Episcopale Permanente della Cei nella sessione di gennaio 2012 e dell’Assemblea Generale nel maggio 2012. Questo testo – che come si legge sul sito della Chiesa cattolica italiana non presenta carattere giuridicamente vincolante e quindi non necessita della recognitio della Santa Sede – è stato trasmesso alla Congregazione per la dottrina della fede con lettera del 27 maggio 2012 . Con successiva comunicazione del 7 maggio 2013, la stessa Congregazione trasmise alla Cei alcune osservazioni e suggerimenti. Nel recepirli, la Cei ha provveduto a rivedere le disposizioni del testo originario e a riformulare i periodi segnalati così come richiesto. Il testo così rivisto è stato presentato al Consiglio permanente della Cei del gennaio 2014 e quindi trasmesso alla Congregazione con comunicazione del 13 febbraio 2014.

[Link al testo originale delle Linee guida Cei]

Federico Tulli, Cronache laiche

 

Questa è la versione in italiano del video per il brano “In the belly of the beast” in supporto al progetto degli Strenght Approach dedicato a tutte le vittime dei pedofili appartenenti alla Chiesa cattolica e apostolica romana.

More info: http://www.inthebellyofthebeast.com

La pedofilia è un fenomeno criminale ancora oggi scarsamente indagato, non solo per quanto riguarda gli abusi commessi da persone appartenenti alla Chiesa cattolica. Pensando alla crudeltà dell’atto e alle sue devastanti conseguenze sulle vittime, la domanda che viene naturale porsi è: come mai? I numerosi fatti venuti alla luce in tutto il mondo negli ultimi anni hanno certamente sensibilizzato l’opinione pubblica, e i media hanno vinto la loro atavica ritrosia a raccontare in maniera approfondita i gravi episodi di cui sono stati riconosciuti responsabili migliaia di sacerdoti e suore.

Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, anche la stampa italiana ha iniziato a seguire le vicende con estremo interesse. È durato poco, solo qualche mese. Un notevole calo di attenzione mediatica si è verificato nella seconda metà di quell’anno dopo che il Vaticano per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse.E ancora oggi le Chiese di tutto il mondo hanno il loro bel da fare per evitare di continuare a offrire rifugio e tutela con le proprie leggi ai pedofili in tonaca. 

Tornando alla domanda iniziale, un fattore significativo consiste nella fredda indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo dell’informazione, riguardo le radici culturali che hanno favorito la diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. Eppure la violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi nessuno sembra opporsi all’idea infondata che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione.

Queste idee velenose hanno intossicato il pensiero comune fino a renderlo inerte, specie quando certe convinzioni si sono saldate con il credo religioso cattolico. Non è un caso se nel nostro Paese lo stupro sia stato considerato, dal codice penale, un reato contro la morale fino praticamente all’altro ieri. Solo nel 1996 la violenza nei confronti di una donna o di un bambino è diventata un crimine contro la persona. Lo psichiatra italiano Massimo Fagioli, intervistato nel libro “Chiesa e pedofilia” che ho firmato per L’Asino d’oro, offre oggi una solida chiave interpretativa affermando, in sintesi, che questo pensiero terribile di negazione della nascita umana e dell’identità del bimbo porta come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, grave ma solo perché è un atto impuro, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera.

Testo di Federico Tulli pubblicato sul sito de In the belly of the beast

Dagli anni ’30 ad oggi, almeno 620 bambini hanno subito abusi da parte del clero cattolico nello Stato australiano di Victoria. Sono state le stese gerarchie cattoliche locali a rivelarlo, nel corso di un’audizione parlamentare, precisando che gli abusi sono drasticamente diminuiti rispetto ai numeri “spaventosi” degli anni ’70-’80. L’arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, ha espresso vergogna e turbamento per gli abusi commessi dai religiosi, chiedendo nuovamente scusa per la sofferenza causata ai bambini e alle loro famiglie. L’ammissione degli abusi commessi, ha aggiunto Hart, “mostra come la chiesa di oggi sia impegnata a guardare in faccia la verita’ e a non mascherare, sminuire o evitare gli atti di coloro che hanno tradito una fiducia sacra”.

Di tutt’altro parere i sostenitori delle vittime che, denunciando un numero maggiore di casi, hanno rinnovato la richiesta di un’inchiesta indipendente. “La chiesa non ha mai alzato un dito per fermare i suoi preti pedofili”, ha commentato Chrissie Foster, madre di due figlie violentate da un parroco alla meta’ degli anni ’80, di cui in seguito una morta suicida. Lo stato federale di Victoria ha cominciato a indagare sui casi di pedofilia dopo il suicidio di decine di persone abusate dai religiosi.

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L’Istituto delle nebbie

Pubblicato: 18 settembre 2012 in Chiesa e pedofilia

Poco meno di due mesi fa lo staff di Beppe Grillo mi chiese di riassumere in un articolo la storia degli abusi del Provolo, il quotatissimo istituto cattolico per bambini sordomuti (tra i fiori all’occhiello di Verona nel mondo). Lo scrissi di getto e lo consegnai in mezza giornata. Il pezzo è uscito pochi minuti fa sul Blog beppegrillo.it. Penso che, almeno in termini di visibilità, sia un punto a favore per chi si batte per il diritto a informare e a essere informati sugli scandali che il Vaticano continua ancora oggi a voler insabbiare, e per chi non sopporta l’idea che gli uffici marketing del Papa e della Conferenza episcopale italiana vincano la loro battaglia,  facendo sì che gli abusi compiuti dai sacerdoti in Italia finiscano nel dimenticatoio istituzionale nostrano. FT

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“Masturbazioni, sodomizzazioni, rapporti orali forzosi. Tra le mura dell’Istituto religioso per bambini e bambine sordomuti “Antonio Provolo” di Verona, dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata una agghiacciante vicenda criminale ai danni di circa 40 giovani ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla. Fondato nel 1830 da don Antonio Provolo, l’istituto è stato considerato per decenni tra i più rinomati centri a livello internazionale nel campo dell’educazione scolastica per minori sordomuti. Una fama crollata miseramente nel giro di qualche anno quando a poco a poco la forza vitale delle vittime è riuscita ad aprire delle crepe sempre più ampie nel muro dell’omertà dietro cui la Curia veronese ha tentato di celare gli abusi compiuti nei loro confronti da alcuni sacerdoti e fratelli laici dipendenti dell’Istituto. Dopo aver tentato per anni, inutilmente, di ottenere ascolto prima ancora che giustizia dalla diocesi locale, in particolare dal vescovo Giuseppe Carraro (deceduto nel 1981), e cozzando contro la prescrizione del reato stabilita dalla legge sia italiana che vaticana, una quindicina di vittime più forti psicologicamente, ha deciso di cambiare strategia e denunciare pubblicamente la vicenda sui media nazionali. Era l’inizio del 2009 e la loro storia ebbe anche un discreto risalto. È dovuto però passare ancora un anno prima che il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, si decidesse ad accogliere una delegazione degli ex studenti abusati. Una scelta obbligata, quasi sofferta quella di Zenti, maturata sulla scia delle nuove indicazioni che giungevano dalla Santa Sede. Si era infatti nel pieno dell’onda lunga di indignazione popolare montata durante la prima metà del 2010 in seguito all’impressionante serie di scandali pedofili che via via venivano alla luce dagli istituti religiosi cattolici di mezza Europa, isole comprese. Dopo infinite trattative col vescovo, le vittime ottennero – per la prima e unica volta in Italia – l’istituzione di una commissione curiale presieduta da un laico, che accertasse la veridicità delle loro denunce. La commissione, incaricata dal Vaticano e guidata dall’ex presidente del Tribunale di Verona, Mario Sannite, ha finito il proprio lavoro a febbraio 2011, dopo aver raccolto e videoregistrato le testimonianze sia delle vittime che di sacerdoti e fratelli laici presenti nell’Istituto all’epoca dei fatti contestati. È passato un anno e mezzo, che ne è dei risultati di quella inchiesta? Ancora oggi le vittime, riunite nell’associazione sordi Provolo, attendono di conoscere le conclusioni come convenuto con le autorità vaticane. Di certo si sa che la documentazione fu consegnata dopo pochi mesi a monsignor Giampietro Mazzoni, il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. Ma nessuno dei testimoni è stato informato o ha ricevuto una copia della sua audizione. Eppure qualcosa è già trapelato e ha del clamoroso. Intervistato a Matrix su Canale 5 il 24 maggio 2011, il presidente Sannite, dichiarò che «almeno tre, tra sacerdoti e fratelli laici, hanno ammesso gli abusi». Da allora più nulla. Non un cenno, non una comunicazione. Niente. Un’omertà totale da parte di Mazzoni che nemmeno i proverbiali tempi biblici della Chiesa possono ormai più giustificare.

Testimonianze

«Guarda là! Quella finestra, che s’affaccia verso il cortile interno, un po’ stretta ma alta con un muro divisorio dove ci sono i gabinetti … non lo vedi all’interno lo sciacquone?» «Si è lì, e allora?». «È lì che dopo essere stato violentato …da quel prete mi sono recato per lavarmi…». Questa testimonianza è stata inviata a chi scrive da uno degli ex allievi del Provolo, il quale mi chiede di citarlo con lo pseudonimo Balla coi lupi. È stata raccolta durante la Giornata della memoria che ogni anno si organizza a Verona il 30 giugno. La vittima si chiama Gianni Bisoli e si trova insieme a Balla coi lupi in via Rosmini, sede dell’Istituto. «Più sopra, vedi di nuovo quella finestra rotonda, con le inferriate?». «Si certo…» «Spesso “Lui” mi portava lì, mi chiudeva a chiave e mi costringeva a spogliarmi e dal di dietro mi violentava con foga…mi masturbava …mi sodomizzava con violenza…». «Ma com’è possibile? Tu non urlavi d’aiuto? Non riuscivi a scappare?» «Niente affatto, avevo paura anche di raccontare ai miei famigliari, anche se sono scappato per due volte dal collegio…». «E i genitori mi avevano riportato indietro e loro continuavano ad abusarmi di nuovo più ferocemente…». «Provengo da una famiglia povera come i miei compagni ed ex allievi, per cui di convenienza ci internavano lì…». Con lui, mi spiega Balla coi lupi, «ci capivamo abbastanza e per chiarire meglio ripetevo le domande fino alla noia». E Gianni «rispondeva sempre bene perché non sempre i nostri gesti tra sordi coincidono come i dialetti fra lombardi e veneti». «Guarda di nuovo al secondo piano quell’ampia finestra. Lì – dice Bisoli – c’è il lungo corridoio… Mentre i miei compagni si allontanavano e scendevano le scale per recarsi in cortile per la solita ricreazione… “Lui” mi tratteneva, aveva dei ribollii in faccia… e mi portava di forza lassù fino all’abbaino, una specie di solaio…mi ci richiudeva di nuovo e come altre volte mi abusava ma più forte e più intensamente con tanto tempo a disposizione …». «Sono stato abusato da 16 persone fra sacerdoti, fratelli laici e mi avevano portato perfino nelle stanze del vescovo…..dove quello mi aveva abusato…. Ricordo che mi aveva regalato un paio di scarpe porporate…». Ma sono passati tanti anni, gli risponde la mia “fonte”. «Macché, quelli sono ancora lì e vivono indisturbati grazie ai continui insabbiamenti dalla curia. Mentre io sono stato abusato da quando avevo nove anni fino ai quindici».

Non è ancora dato di conoscere i risultati della commissione curiale sul Provolo, ma testimonianze come quella di Bisoli, tutte in grado di descrivere dettagliatamente la stanza del vescovo, hanno provocato nel 2011 il blocco della procedura di beatificazione di Giuseppe Carraro, il vescovo di Verona al tempo dei crimini.”

Federico Tulli, giornalista, autore nel 2010 del saggio “Chiesa e pedofilia” (L’Asino d’oro edizioni)

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Qui di seguito tre interessanti documenti che il Blog di Grillo ha ottenuto direttamente dal mio archivio personale:

Proposta di legge di Maurizio Turco per l’istituzione della Giornata della memoria
Lettera al Papa, a Bertone e Bagnasco in cui le vittime del Provolo chiedono la sconsacrazione dei luoghi in cui sono avvenute le violenze
Lettera ai principali quotidiani locali e nazionali

“Percorsi della pedofilia in ambito ecclesiastico: documenti e silenzi”. A fine luglio, discutendo una tesi così intitolata, la dottoressa Margherita Colaprico si è laureata in Antropologia culturale all’università di Bologna. Durante le presentazioni del mio libro – la prima fu proprio nella città delle Due Torri – ho ripetuto spesso che il fenomeno della pedofilia nel clero, o meglio, della pedofilia in generale, non è mai stato indagato veramente a fondo sebbene da almeno 25 secoli  non esista una società immune. A Oriente così come a Occidente. Ci sono però segnali inequivocabili che qualcosa stia finalmente cambiando. Alcuni, molto forti, li riporto “giornalisticamente” nel mio saggio e sono legati alla ricerca medico-scientifica che prende le mosse dalla Teoria della nascita elaborata dallo psichiatra Massimo Fagioli. L’indagine della Colaprico è un tassello importante che si aggiunge a un lavoro di ricerca indispensabile per fornire strumenti di conoscenza non solo agli addetti ai lavori. Mi riferisco in particolare ai miei colleghi giornalisti. Raramente infatti l’interesse manifestato dall’opinione pubblica nei confronti delle dinamiche che sono all’origine di questo crimine ottengono risposte precise e coerenti dal mondo dell’informazione. Ed è troppo semplicistico puntare il dito contro il noto servilismo dei media nei confronti delle gerarchie vaticane. Nel pubblicare questa intervista che fa parte dell’inchiesta contenuta nella sua tesi, desidero ringraziare Margherita Colaprico per avermi interpellato e le auguro una carriera professionale ricca di soddisfazioni.

FT

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Intervista di Margherita Colaprico a Federico Tulli (11 giugno 2012)

Cosa pensa della questione pedofilia e silenzio della Chiesa cattolica?

Ritengo che la pedofilia sia un fenomeno ancora scarsamente indagato in generale, non solo per quanto riguarda la Chiesa cattolica. Penso che il silenzio vaticano abbia diverse matrici, ad esempio di ordine culturale, ma spesso è legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ragioni comunque inaccettabili perché stiamo parlando di un crimine orrendo compiuto con lucidità nei confronti degli esseri umani più indifesi.

Dopo i fatti scoperti e posti sotto i riflettori, dei media internazionali, in tutto il mondo, crede che ci sia ancora, da parte dei media nazionali, una certa ritrosia a parlarne?

Ci sono stati segnali positivi. Nei primi mesi del 2010, quando lo scandalo travolse diverse diocesi cattoliche in Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, la stampa italiana ha seguito le vicende con estremo interesse. In seguito però c’è stato un notevole calo di attenzione, specie dopo che la Santa Sede per bocca di Benedetto XVI ha fatto pubblica ammenda delle responsabilità dei sacerdoti pedofili, chiedendo perdono alle loro vittime. Nessuno però qui in Italia ha mai pensato di chiedere a costoro cosa ne pensassero di queste scuse. Un altro fattore secondo me significativo consiste nell’indifferenza manifestata a tutti i livelli, non solo quello dell’informazione, riguardo le radici della diffusione della pedofilia nel clero cattolico in particolare, nella società occidentale più in generale. La violenza nei confronti dei bambini è un fenomeno che attraversa 25 secoli di storia. Dalla paideia di Platone in poi è costante l’idea che il bimbo sia un piccolo adulto da plasmare, o peggio, che non sia un essere umano finché non raggiunge l’età della ragione. Io sono d’accordo con chi sostiene – come fa lo psichiatra italiano Massimo Fagioli intervistato nel mio libro Chiesa e pedofilia – che questo pensiero terribile di negazione dell’identità del bimbo porti come conseguenza la possibilità di violentarlo o di ucciderlo con la convinzione di non commettere nulla di male. Al più si tratta di un peccato, seppur grave, che è possibile espiare con una confessione e qualche preghiera. Ecco, a fronte dell’esplosione degli scandali che stanno scuotendo pesantemente le fondamenta della Chiesa cattolica (pensiamo al peso rappresentato in termini “culturali” da questa istituzione) è mancata quasi totalmente un’indagine approfondita sulle reali cause della pedofilia.

Come giudica la legislazione italiana a riguardo?

Negli ultimi 15 anni sono stati fatti molti interventi positivi ma la situazione potrebbe essere migliore. Nel 1996 c’è stata una riforma dei reati in materia di delitti a sfondo “sessuale”, per cui da reati contro la moralità pubblica sono entrati a far parte dei reati contro la persona. Su questo ha inciso anche l’adesione dell’Italia alla Convenzione Onu dei diritti del fanciullo del 1989. Successivamente, nel 2006 con le “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia a mezzo internet” sono stati introdotti vari articoli al fine di contrastare le diverse modalità di sfruttamento dei minori. Le principali novità sono essenzialmente: l’inasprimento delle pene e l’ampliamento della nozione di pornografia minorile. C’è però chi sostiene che per l’entità del danno psichico provocato nella vittima la pedofilia sia da equiparare all’omicidio e allora forse le leggi sono ancora insufficienti. Molto di più si potrebbe fare anche in termini di prevenzione e monitoraggio del fenomeno, se il parlamento italiano ratificasse la Convenzione di Lanzarote. Adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Ma non è mai stata convertita in legge. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso (oggi il termine è di 10 anni da quando è stato commesso il reato), l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet. Personalmente ritengo che la prescrizione dovrebbe essere eliminata del tutto. Ci sono vittime che hanno impiegato 30 anni e più per prendere il coraggio di parlare della violenza con qualcuno, di solito uno psicoterapeuta. E non sono casi rari.

Come avrà sicuramente appreso per la prima volta a Savona, una sentenza storica, con ben sei pagine di ordinanza, che argomenta i reati dei preti pedofili savonesi e dei vescovi che li hanno coperti, come Dante Lanfranconi, che non solo ha permesso, ma ha anche alimentato le perversioni sessuali di almeno due sacerdoti. Qualcosa sta cambiando?

Lo scorso anno don Ruggero Conti è stato condannato da un tribunale italiano in primo grado a 15 anni e 4 mesi per violenze e induzione alla prostituzione di sette ragazzini. Forse questa è stata la prima vera sentenza storica in Italia, sia per la portata della condanna che per l’“importanza” del soggetto condannato: Conti era il parroco della ricchissima Natività di Maria Santissima di Roma ed era stato consulente per la famiglia del sindaco Gianni Alemanno durante la campagna elettorale alla corsa per diventare Primo cittadino della Capitale. Direi quindi che segnali positivi di cambiamento ce ne sono. Ma poi penso che durante il suo processo è emersa con chiarezza che l’omertà delle gerarchie ecclesiastiche è sistematica così come la loro indifferenza alle segnalazioni, per cui dico che ancora molto resta da fare. Specie a livello istituzionale nei rapporti con lo Stato vaticano.

La reazione del Vaticano, spesso, alle tante denunce è stata quella di attuare trasferimenti dei preti pedofili da una diocesi all’altra, ha preferito proteggere i propri uomini e non i bambini abusati. Qual’è il suo parere?

Il Vaticano si è sempre difeso, e lo fa ancora, sostenendo che i responsabili dei trasferimenti “incriminati” sono i vescovi delle singole diocesi. Questa risposta è tecnicamente corretta. C’è però una questione morale che non si può ignorare, come invece la Chiesa continua a fare. Un esempio per tutti riguarda Bernard Francis Law. Costui era il vescovo di Boston quando nel 2002 scoppiò il primo grande scandalo “di pedofilia ecclesiastica” della storia. La sua diocesi viene travolta e lui ammette di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili. Pertanto si dimette. Ebbene, per tutta risposta Giovanni Paolo II lo “chiama” a Roma e lo piazza come arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Anni dopo, sarà proprio Law a officiare la messa in suffragio di Wojtyla davanti ai cardinali di tutto il mondo. Un trasferimento premio.

La Chiesa cattolica può essere ritenuta, oggi, un luogo sicuro per i bambini?

Due anni fa proprio mentre Benedetto XVI intimava ai vescovi la “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti pedofili, don Fortunato di Noto (associazione Meter) venne intervistato a RadioVaticana. «Anche in Italia – disse – bisogna fare un lavoro sui seminari. Molto, molto lavoro di formazione, di discernimento nei seminari. Bisogna fare un attento monitoraggio ma anche affrontare le situazioni delicatissime che si vengono a creare con molta oculatezza, prudenza e soprattutto efficacia». Il messaggio era chiaro. È nei luoghi di formazione delle nuove leve del clero che si insidia il “cancro” della pedofilia. Ed è qui che occorre fare opera di prevenzione. Specie in quelli minorili, dove dei preti “educano” bambini tra gli 8 e i 16 anni. L’età più critica. Non a caso la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989) ne ha proibito l’istituzione, spiegando che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono al loro sviluppo. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della sessualità. Ebbene, anche per il crollo delle vocazioni questi seminari vanno oramai chiudendo in quasi tutto il mondo. Ma in Italia secondo l’ultimo dato disponibile ce ne sono ancora 123. A essi vanno aggiunti 25 convitti, per un totale di 2.743 seminaristi minori. È quanto risulta dall’ultimo censimento disponibile effettuato dalla Cei nel 2007. Allo stesso modo risulta che quella Carta dell’Onu non sia mai stata sottoscritta dal Vaticano.

Si è discusso molto sul tema del celibato. Crede possa essere una delle tante cause di una perversione alquanto diffusa nelle diocesi?

Assolutamente no. Lo psichiatra Andrea Masini in un’intervista mi spiegò chi è il pedofilo: «La pedofilia è una grave patologia psichiatrica. Il pedofilo prima di essere un criminale è un malato affetto da psicopatia grave o da schizofrenia. Alcune volte queste malattie hanno degli aspetti in cui prevale la lucidità. Il pedofilo non ha la confusione mentale del matto nello stereotipo del pensiero comune. Al contrario è calcolatore, capace di gestire il proprio comportamento, manierato». I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgono apposta determinate professioni. Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. A questo si aggiunga che almeno il 60 per cento degli abusi in Italia sono compiuti in famiglia. Le cause della pedofilia vanno ricercate altrove. Per completezza d’informazione cito anche l’intervista alla psichiatra Annelore Homberg: «Da psichiatra sottolineo che già il termine pedofilia è un’aberrazione linguistica, perché non c’è affatto “philìa” nei confronti del bimbo da parte del violentatore. E poi dico che un prete in celibato semmai diventa masturbatore, al più è costretto a vivere le storie clandestinamente, ma la pedofilia è tutto un altro discorso. Ben vengano tutte le discussioni sul matrimonio dei preti, ma non hanno nulla a che fare con la pedofilia. Peraltro è noto che sono gli ambiti educativi ad attirare le persone che hanno tendenze pedofile. Questo vale per tutte le istituzioni protestanti, cattoliche e non. Difatti ci sono molti educatori finiti in prigione perché colpevoli di abusi su bambini, ed erano sposati».

Il suo libro, “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, denuncia una serie impressionante di episodi forti e numerosi in tutto il mondo. Quale è stato lo stimolo che lo ha portato a condurre una ricerca così difficile e poco documentata?

In realtà esiste un’enorme mole di documenti e libri storici che testimoniano l’esistenza e la legittimazione della pedofilia lungo tutta la storia della Chiesa. Io ho solo tentato di fornire un quadro complessivo del fenomeno, senza limitarmi a elencare dei numeri e dei fatti. Questi sono incontrovertibili. Si parla già di pedofilia diffusa nella Chiesa (come peccato) già nel 305 d.C. al Concilio di Elvira. Lo storico Eric Frattini conta 17 papi pedofili tra il IV e il XVI secolo. Dopo di che per tre secoli gli scandali scompaiono dalle cronache grazie alla solerte attività dei tribunali dell’Inquisizione. Non è un caso che quando questi tribunali vengono chiusi, ricompaiono storie di pedofilia ecclesiastica. Tutto il Novecento ne sarà segnato. Dall’America, all’Africa, dall’Oceania all’Europa. Nella “cattolicissima” Irlanda, nel 2009, si è conclusa una delle più lunghe e dolorose indagini sul fenomeno. Fu pubblicata nel Rapporto Ryan. che in oltre 2.500 pagine parlava di pedofilia come un fatto «endemico» nel clero irlandese e denunciava oltre cinquant’anni di violenze compiute negli istituti correttivi cattolici, da parte di circa 800 tra preti e suore dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Pensando alla serialità caratteristica di questo crimine, si teme che le vittime siano state almeno 30mila.

Dopo le scuse di papa Ratzinger sul silenzio e la copertura di molti casi di pedofilia, crede che la Chiesa cattolica stia cambiando atteggiamento a riguardo?

Io penso che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Prevale ancora l’idea che si tratti di un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice: il diritto parla ancora di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente positivo. Ma un fatto concreto è pure che un vescovo italiano non ha l’obbligo di denunciare alla magistratura un presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla legittimazione dell’omertà ma poco ci manca. Questa cosa ha radici profonde e coinvolge anche degli insospettabili. In tempi recenti fu Giovanni XXIII a dare istruzioni su come nascondere i casi di violenza sui bambini firmando nel 1962 il Crimen sollicitationis. Con Paolo VI questa prassi si è consolidata. Ma è con Wojtila e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede durante tutto il suo pontificato, che si è radicalizzata. Porta la firma dell’attuale papa il De delicti gravioribus del 2001 con cui si rinnova l’esortazione del Crimen al silenzio sui crimini pedofili commessi da chierici cattolici. Mi risulta difficile pensare che Ratzinger e Benedetto XVI non siano la stessa persona.

Il silenzio può rompersi?

Il silenzio si è incrinato ovunque, tranne in Italia. Negli Stati Uniti si è rotto nel 2002. In Europa due anni fa. Porto un altro esempio sull’Irlanda perché ci aiuta a capire quanto siamo lontani da una soluzione. Nel luglio del 2011 il premier Enda Kenny è entrato in Parlamento ha chiesto la parola e ha pronunciato questa frase in riferimento alle conclusioni dell’indagine governativa su fatti di pedofilia accaduti nella diocesi di Cloyne tra il 1996 e il 2009: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, non più tardi di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un altro drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Ecco, ora pensiamo alla possibilità che un primo ministro italiano faccia la stessa cosa, dica le stesse parole. Impossibile. Anche perché certe indagini in Italia non sono nemmeno lontanamente contemplate. Qui da noi se un magistrato si lamenta che non ha mai visto entrare dalla propria porta un vescovo deciso a denunciare un presunto abusatore, accade che il giorno dopo viene sottoposto a un’ispezione del ministero. È successo nell’aprile del 2010 a Pietro Forno. Il capo del pool antimolestie di Milano, massimo esperto in Italia di tali questioni, dopo aver rilasciato un’intervista a Il Giornale in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini, si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro Alfano per verificare che Forno non avesse rivelato segreti d’ufficio.

Bernard Francis Law

Dal 1980 al 1983 Bernard Francis Law fu vicario di Santa Susanna American Church a Roma. Nel 1984 viene trasferito a Boston per dirigere la prestigiosa diocesi. Un anno e mezzo dopo Giovanni Paolo II lo nomina cardinale. Nel 2002 la sua diocesi viene travolta dallo scandalo “pedofilia”. Accusato di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili, si dimette e torna a Roma in qualità di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Sarà lui a officiare la messa in suffragio di Giovanni Paolo II (nd FT)

Fabrizio Peronaci (Corriere della Sera edizione del 5 giugno 2012)

C’è stato anche questo e nessuno ha mai neanche provato a spiegarlo, nell’intrigo che ha coinvolto le segrete stanze vaticane, cancellerie di mezzo mondo e servizi di intelligence dell’Est e dell’Ovest attorno alla scomparsa di una ragazzina divenuta sua malgrado il simbolo delle macchinazioni più feroci: un momento in cui sembrava fatta, era fatta. La trattativa per il rilascio della figlia del «postino» papale non era incerta o in corso: era conclusa. Siamo a fine settembre 1983. Lo Stato, nella persona di un agente del Sisde, bussò a casa Orlandi: «Emanuela tornerà tra 10-15 giorni, ma mi raccomando, portatela fuori, lontana dai giornalisti, è molto provata…». Papà Ercole, mamma Maria, il fratello Pietro e le altre tre sorelle si abbracciarono. Erano passati tre mesi. Novanta giorni da incubo: ogni ora un messaggio, una rivendicazione, un depistaggio, un pugno alla bocca dello stomaco quando al telefono si faceva vivo l’«Amerikano»….
È quella promessa caduta nel vuoto, quell’annuncio fallace che gettò nella costernazione gli Orlandi la lente da usare, oggi, per mettere a fuoco gli ultimi inquietanti sviluppi sulla pista che lega il sequestro di Emanuela, ma anche della coetanea Mirella Gregori, ai preti pedofili di Boston. Perché il giovane 007 Giulio Gangi, che in seguito si rimangiò le parole dette, comunicò l’imminente lieto fine? Già, da chi l’aveva saputo? La «ragazza con la fascetta» a settembre — dunque — era indubitabilmente viva, il che autorizza a spazzar via ogni ricostruzione che la vuole morta prima?
Una spiegazione mai data dagli inquirenti — non nella fase iniziale delle indagini né tantomeno negli ultimi 5-6 anni, avviluppati attorno alla pista della banda della Magliana — sta nelle carte, ma non solo. La si trova con ragionevole certezza nelle lettere, ritenute «le uniche attendibili», che in quella fine d’estate arrivarono da Boston al corrispondente romano della Cbs, Richard Roth, con il timbro di Kenmore Station. E la si intravede nello scenario terribile, seppure ancora sgranato, che ci consegna quel «Box 331» del network pedofilo di Boston, ubicato anch’esso in testa ai binari di Kenmore.
La congiunzione — il fermo posta chiamato Fag Rag, che sta per «Giornalaccio omosessuale» — era a disposizione di chi avesse voluta vederla già dal 2002, quando lo scandalo-pedofilia più grave della storia della Chiesa portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto le pratiche dei «suoi» sacerdoti. Di Kenmore Station si parlò davanti alla Corte di Suffolk, come rivelato ieri dal Corriere, durante la deposizione dell’imbarazzato prelato.
Però attenzione alle date, adesso. Da quando Sua Eminenza Reverendissima B.F. Law presiedeva alla cura delle anime negli States? Esattamente dall’11 gennaio 1984, giorno in cui fu nominato arcivescovo di Boston. Una coincidenza che si aggiunge a un’altra: il fatto che le prime denunce sulla East Coast, poi deflagrate nelle 456 cause delle giovani vittime di abusi sessuali contate nel 2002, risalivano all’anno del suo arrivo.
I mesi precedenti Bernard Law, a Roma, tesseva i fili della potente Chiesa d’America facendo base a Santa Susanna, sede dell’American Church, zona stazione Termini. Un trasferimento inaspettato, il suo: il rettore Humberto Sousa Medeiros morì il 17 settembre 1983 e chi poteva aspettarsi un avanzamento di carriera in loco lo vide volare oltreoceano, salvo nel 1985 accumulare la carica e diventare, lo stesso Law, anche il cardinale titolare di Santa Susanna.
È in questo contesto che torna in scena l’agente Gangi. Come si spiega il suo ottimismo? Qualcuno, almeno ai familiari di Emanuela, dovrà pur spiegarlo. L’esame incrociato delle rivendicazioni telefoniche e per lettera dell’«Amerikano» e dei messaggi di una sigla fino ad allora sconosciuta, tuttavia, fornisce già di per sé l’evidenza della segretissima trattativa.
Ecco le date. 4 settembre da Roma e 27 da Boston: due missive (stessa grafia) insistono nella richiesta di scambio Orlandi-Agca, l’attentatore di Wojtyla. 24 settembre: si appalesa «Phoenix», misterioso gruppo che nei comunicati usa toni sanguinolenti, minaccia «sentenze immediate», chiede «rispetto», invita «gli elementi» (esecutori del sequestro) a contattare «il conduttore» (mandante). E usa strane sigle, come «order NY», o «A.D.C». La stampa italiana abbocca: è la mafia americana, quella del boss Aniello Della Croce, coinvolta anch’essa nell’affaire Orlandi, si buttano i cronisti. No, spiega Pietro Orlandi, il fratello: «Phoenix altro non era che il Sisde, me lo confidò lo stesso Gangi a casa mia davanti a un caffè…».
Sì, così è chiaro. Quei messaggi rappresentarono un’operazione di intelligence (un po’ goffa e di dubbio gusto) per tentare di stanare i sequestratori, utilizzando i mass media. E dove venivano fatti trovare? Due nelle chiese di San Bellarmino e di San Silvestro, un altro sotto l’immagine di una Madonna vicino piazza di Spagna. Scelta casuale? Il senso, a una lettura attenta, non può che essere: sappiamo chi siete, vi bracchiamo. L’«Amerikano», d’altronde, nelle stesse ore veniva descritto dal prefetto Vincenzo Parisi, vicecapo del Sisde, come persona legata al «mondo ecclesiastico». Ma non basta: «Phoenix» (città dove era già scoppiato un caso di pedofilia nel clero, altra coincidenza?) l’8 ottobre 1983 testualmente dichiara: «È cosa nostra porre termine alla situazione Orlandi… Nell’eventualità di una mancata obbedienza estirperemo alla radice questa pseudo organizzazione causa di spiacevoli inconvenienti». Tradotto: rapitori di Boston, badate, vi abbiamo in pugno.
In coda, poi, una riga rivelatrice dell’ipotetico movente. Tre parole: «Traffico internazionale bambole». Non potevano saperlo, ovvio, quelli di «Phoenix», ciò che sarebbe accaduto a Boston 19 anni dopo… Ma forse, chi lo sa, era solo un modo di dire da sbirri, in una storia di poteri, complotti e dolore che sarebbe ora di scrivere una volta per tutte.

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Chi si aspettava un nulla di fatto non è rimasto deluso. Le “Nuove linee guida anti-pedofilia” annunciate un anno fa dalla Conferenza episcopale italiana e rese pubbliche dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, in sostanza non spostano di un millimetro l’approccio molle che i vescovi italiani hanno sempre tenuto nei confronti di questo orrendo dramma. Crimini perpetrati da sacerdoti e suore, che ovunque hanno squassato intere comunità e imposto alla Chiesa cattolica e alle Conferenze locali un deciso cambio di atteggiamento nei confronti dei pedofili in tonaca, ma che in Italia, sebbene vi risiedano oltre la metà dei preti esistenti al mondo, evidentemente non intaccano la sensibilità e il dubbio dei porporati nostrani.

Ecco dunque che viene pomposamente ribadita nello sterile documento la “superiorità” rispetto non tanto alle norme giuridiche dello Stato italiano, quanto all’etica e alla morale che porterebbe ogni cittadino dotato almeno di buon senso a denunciare un reato di pedofilia e a testimoniare in tribunale contro il presunto responsabile. Per i vescovi italiani questo obbligo non sussiste. Nemmeno a livello morale, se costoro (gli stessi che passano il tempo a insegnare la morale al resto dell’Umanità) hanno tenuto a ribadire che, in base a quanto previsto dall’attuale legislazione italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero». «Nell’ordinamento italiano – si legge nelle Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici – il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti». Quando si dice “i tempi biblici”… In pratica la Cei ha impiegato un anno per “copiare” una norma italiana. A questo punto servirebbe uno scherzetto da prete del nostro parlamento. Un piccolo emendamento alla legge, che – dato il suo ruolo di “guida” – equipari un vescovo al preside di una scuola e il gioco è fatto.

Purtroppo però non siamo nella cattolicissima Irlanda, dove il premier Enda Kenny a un certo punto ha perso la pazienza e si è presentato alle camere per denunciare pubblicamente l’ostruzione praticata dal Vaticano nei confronti delle indagini che riguardavano eminenti uomini di Chiesa in odor di pedofilia, provocando una crisi diplomatica senza precedenti. Noi viviamo nella genuflessa Italia, dove solo per fare un paio di esempi, Paola Severino, fino al giorno prima di diventare ministro della Giustizia, era l’avvocato difensore del presidente dell’Istituto opere religiose, Ettore Gotti Tedeschi, finito sotto inchiesta con l’accusa di violazione della normativa di attuazione della direttiva Ue sulla prevenzione del riciclaggio. E dove, la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, che inasprisce le pene, migliora gli strumenti di prevenzione e allunga i termini di prescrizione entro cui denunciare un pedofilo, rimbalza furbescamente da cinque anni tra Camera e Senato.

[Federico Tulli su Cronache Laiche]

Attese da tempo, dovrebbero arrivare a fine mese – con la prossima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana in programma dal 21 al 25 maggio – le “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, come peraltro richiesto esplicitamente dalla Congregazione per la dottrina della fede oltre un anno fa con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo.  Frattanto i “casi italiani” di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di ecclesiastici si sono moltiplicati (v. Adista Notizie nn. 10 e 11/12) e si è appena diffusa la notizia che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, è stato prosciolto per intervenuta prescrizione (v. notizia precedente). Una realtà dunque che, nonostante le minimizzazioni, è grave e fino ad ora anche senza riposte complessive da parte della Cei.

«Parecchi casi sono emersi nella cronaca negli ultimi mesi e confermano quanto sosteniamo da tempo: il problema esiste nel nostro Paese in misura e modalità non sostanzialmente differenti da quelle degli altri Paesi del nord Europa e degli Usa», scrive Noi Siamo Chiesa in una lettera aperta ai vescovi italiani proprio in vista dell’Assemblea di fine maggio. «È stato un errore minimizzarlo», come invece ci sembra che sia stato fatto e si continui a fare, e «riteniamo anche che sia in errore chi, nel mondo ecclesiastico, ritiene che ci si trovi di fronte a una specie di complotto da parte dei media o della cultura cosiddetta “radicale” o “laicista” per intaccare la credibilità della Chiesa».

Tuttavia «nei prossimi giorni per voi c’è la possibilità di prendere una strada nuova», auspica Noi Siamo Chiesa, che già ad ottobre scorso aveva criticato il “silenzio” dei vescovi che discutevano nel chiuso delle segrete stanze senza rendere partecipe la comunità cristiana e le vittime di quanto andavano elaborando. Ora, nell’imminenza dell’Assemblea generale dell’ultima settimana di maggio, «molti si aspettano una presa d’atto della sottovalutazione del fenomeno e di troppi comportamenti negativi di cui alcuni di voi sono stati responsabili». E due sono le proposte del movimento cattolico “riformista” ai vescovi: «La denuncia alle autorità civili sia prevista nelle Linee guida come obbligatoria qualora ce ne siano gli estremi; sia decisa l’istituzione in ogni diocesi di una struttura indipendente che sia il primo referente per le vittime, sul modello di quanto analogamente già realizzato in altri Paesi (Austria, Germania e altri e, in Italia, nella sola diocesi di Bolzano-Bressanone)».

«È necessario avere l’umiltà di riconoscere quanto di negativo è stato fatto o è stato omesso fino ad ora – conclude la lettera di Noi Siamo Chiesa ai «fratelli vescovi» –. Ci aspettiamo che ognuno di voi, davanti alla propria coscienza, non sfugga alle proprie personali responsabilità e all’appello del Vangelo e che tutti insieme riusciate ad individuare il percorso nuovo che è indispensabile. Ci auguriamo di cuore che ogni altro atteggiamento di chiusura clericale venga meno, pensando al giudizio delle vittime, a quello del popolo dei credenti e a quello di Dio. Di altre possibili decisioni sbagliate sarebbe necessario pentirsi in futuro». (luca kocci – Adista)