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Valerio Gigante, Adista

 

Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

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malaI nomi dei responsabili e le sconcertanti “condanne” loro inflitte dal Vaticano al termine dell’unica commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale in Italia. Le analogie con il caso statunitense del pedofilo seriale che violentò oltre 200 bambini sordomuti, raccontato da Alex Gibney nel docu-film Mea maxima culpa

Federico Tulli, Left 11 del 23 marzo 2013

«Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di pedofilia clericale mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui left è in possesso) inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo. Per gli abusi pedofili compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli è stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente unica in Italia, affidata dalla Santa Sede a un magistrato “civile”, Mario Sannite. Le accuse formulate dai giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dei tre anni d’indagine Sannite ha ravvisato elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede ha formulato nei suoi confronti un’ammonizione canonica, che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi dunque, rimane prete e viene controllato da chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. «Gugole – si legge nel testo – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

mea-maxima-culpa-silenzio-nella-casa-di-dio-poster-usa-2In realtà sarebbe difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come ha raccontato a chi scrive il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquida la faccenda affermando che su alcuni di loro si continuerà a indagare mentre per altri non è possibile perché deceduti oppure perché dimessi dall’Istituto. Tra i “prosciolti” c’è l’ex vescovo di Verona, oggi in odor di canonizzazione, Giuseppe Carraro. Il suo accusatore non è stato creduto nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali». La vicenda dei sordi di Verona, anche per le analogie con il caso Murphy, è stata descritta da Gibney nel suo film Mea maxima culpa. Il silenzio nella casa di Dio appena uscito nelle sale italiane. A condurre il regista premio Oscar sulle tracce di questa tipica storia di pedofilia clericale, fatta di omertà, reticenze e disprezzo per delle persone indifese, è stato l’esponente dei Radicali Maurizio Turco, che prima da parlamentare europeo e poi da deputato in Italia è stato uno dei pochissimi politici a puntare il dito contro le responsabilità della Chiesa, in particolare della Conferenza episcopale italiana: «Il caso del Provolo non è isolato. Chiediamo al neo papa Francesco di non fare pulizia a occhi chiusi come i suoi predecessori. In Italia sono avvenute cose gravi e diffuse, non singole vicende. L’auspicio è che nel nome della trasparenza Bergoglio obblighi la Cei di Bagnasco a istituire una commissione d’inchiesta indipendente su scala nazionale. Come è già avvenuto in Irlanda, Belgio e Germania».

popebenedictxvi_be_1401955cDare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

«Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

irish_abuse_apology_640Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

L'ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

L’ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

Con una decisione senza precedenti nella Chiesa Cattolica americana, l’arcivescovo di Los Angeles, Jose Gomez, ha annunciato di aver sollevato il suo predecessore, cardinale Roger Mahony, da tutti i suoi impegni pubblici nella Chiesa per la cattiva gestione di alcuni (allora) presunti abusi sessuali compiuti da sacerdoti su decine di bambini negli anni ’80 (Mahony guidò l’arcidiocesi dal 1985 al 2011). Gomez ha annunciato anche che il vescovo di Santa Barbara, Thomas J.Curry, si è dimesso. L’annuncio è arrivato in contemporanea con la pubblicazione sul sito della diocesi di decine di migliaia di documenti, in precedenza rimasti segreti, riguardanti il modo in cui la Chiesa gestì le sorti di 122 sacerdoti accusati di molestie. Il 9 gennaio scorso Cronache Laiche ha anticipato la notizia e pubblicato alcuni degli sconcertanti documenti (link all’articolo).

A nulla dunque è servito il tardivo mea culpa di Mahony il quale si è scusato solo dopo che è divenuta inconfutabile l’accusa di aver manovrato dietro le quinte insieme ad altri prelati dell’arcidiocesi di Los Angeles, per proteggere preti molestatori all’oscuro dei parrocchiani. Le sue responsabilità sono venute con chiarezza alla luce, scritte nero su bianco nei file che, all’inizio di gennaio, il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubblici. «Sono stato un ingenuo, ogni giorno prego per loro» commentò l’ex vescovo, che da allora ha incontrato in privato oltre 90 vittime di abusi i cui nomi sono catalogati in un indirizzario nella sua cappella personale. Tutto inutile. Come noto i documenti sono emersi nell’ambito di un maxi-patteggiamento da 660 milioni di dollari nell’ambito del quale nel 2007 l’arcidiocesi ha consegnato migliaia di documenti su circa 500 casi di molestie: dimostrano il profondo disagio del cardinale davanti ad accuse come quelle contro il reverendo Lynn Caffoe, sospettato di chiudere bambini nella sua stanza per riprenderne i genitali con la videocamera e di aver fatto telefonate a luci rosse in presenza di un minore. «Questo per me è inaccettabile», aveva scritto l’alto prelato nel 1991 come riporta un’Ansa del 22 gennaio scorso.

Caffoe era stato messo in psicoterapia e rimosso dall’incarico, ma non spretato fino al 2004, un decennio dopo che l’arcidiocesi ne aveva perso le tracce. «È un latitante», scrisse Mahony all’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Dev’essere vivo da qualche parte». Caffoe è morto nel 2006, sei anni dopo che un giornale lo aveva localizzato al lavoro a Salinas, in un centro per senzatetto non lontano da una scuola elementare. Mahony è andato in pensione nel 2011. La riluttanza dell’arcidiocesi a collaborare con polizia e magistratura sui casi di pedofilia era nota da tempo, ma i memorandum scritti alla fine degli anni Ottanta dal cardinale e dal responsabile dell’arcidiocesi per i casi di abusi sessuali monsignor Thomas Curry forniscono la prova più solida emersa finora di uno sforzo concertato della più vasta diocesi cattolica negli Stati Uniti per proteggere i sacerdoti pedofili dall’azione della giustizia. Per anni le gerarchie cattoliche avevano combattuto perché i dossier restassero segreti: oggi questi documenti rivelano, nelle parole dei leader della Chiesa, il desiderio di tenere (ancora una volta) le autorità giudiziarie civili all’oscuro.

Federico Tulli su Cronache Laiche

In questa nota del 1996 spedita al vicario dell'arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

In questa nota del 1996 spedita al vicario dell’arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

Una giudice negli Usa intima al vescovo di Los Angeles di pubblicare un archivio che contiene, tra l’altro, i carteggi tra Vaticano e sacerdoti accusati o colpevoli di abusi

Molto più che una gogna mediatica. Il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubbliche le 30mila pagine di documenti che raccontano, nomi, luoghi, date, e orrori dei casi di pedofilia e abusi a carico di sacerdoti e prelati suoi dipendenti. La sentenza, emessa lunedì scorso, rovescia un verdetto del 2011, in cui si dava ragione alla richiesta di 20 sacerdoti, concedendo al vescovo José Horacio Gomez di cancellare dai file i nomi degli ecclesiastici coinvolti. Il giudice Elias ha motivato la decisione affermando che il diritto del pubblico di conoscere la verità su come l’arcidiocesi ha trattato migliaia di casi di molestie supera ogni preoccupazione per il possibile imbarazzo che la sentenza provocherà ai vescovi locali.

Affermare che la Chiesa californiana si è comportata con leggerezza è un eufemismo. Le migliaia di pagine di denunce, confessioni, atti giudiziari e referti psichiatrici contengono tra l’altro, oltre ai nomi di 200 pedofili o presunti tali, «documenti interni» alla Chiesa statunitense che rivelerebbero corrispondenze scritte tra il Vaticano e preti accusati o colpevoli di violenze su bambini. Quella di Los Angeles, senza voler fare delle classifiche sulla pelle delle vittime, è stata una delle più scioccanti vicende che hanno oltrepassato le spesse mura della Chiesa cattolica americana. Nel 2007, un mega-rimborso alle vittime di 660 milioni di dollari chiuse in via extragiudiziale un capitolo dolorosissimo nella storia democratica del Paese. Nonostante l’accordo, l’identità dei sacerdoti coinvolti è sempre stata protetta dall’anonimato: ora, però, su appello dell’associazione delle vittime e di alcune organizzazioni di media Usa, il giudice della Corte suprema della California ne ha ordinato la pubblicazione.

Questa decisione è solo l’ultima di una serie di procedimenti giudiziari che di recente hanno ripreso a coinvolgere le diocesi statunitensi per casi di pedofilia. Nel mese di agosto 2012 un giudice dell’Oregon, Michael Mosman, si è pronunciato a favore del Vaticano, stabilendo che i preti non sono dipendenti della Santa Sede. Mosman ha così bloccato una richiesta di risarcimento milionario, unica nel suo genere, avanzata nei confronti dei principali gerarchi di Roma, papa compreso, «per la responsabilità diretta» dei crimini compiuti da suoi dipendenti, vale a dire sacerdoti e suore pedofili e i porporati colpevoli di averne coperto gli abusi. Il giudice ha stabilito che nel caso in esame non si configurava un rapporto di lavoro, nonostante portasse la sua firma una sentenza del 2006 in cui affermava il contrario. Questa volta però era un sacerdote a richiedere che venisse riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato.

Nel mese di giugno mons. William Lynn, segretario per il clero dell’Arcidiocesi di Philadelphia, è finito in carcere accusato d’aver consentito a un sacerdote sospettato di abusi su minori, di continuare ad avere contatti con dei bambini. L’incarico di Lynn, ricoperto dal 1992 al 2004, era quello di assegnare i preti alle parrocchie e indagare sulle denunce di abusi sessuali. Si trattò del primo caso negli Stati Uniti in cui un’autorità cattolica veniva ritenuta colpevole di un crimine legato alla pedofilia di parte di altri prelati. Secondo il giudice, Lynn ha consentito a dei «mostri di distruggere la psiche dei bambini». Solo tre mesi dopo, un’altra clamorosa notizia intaccava nuovamente la credibilità delle autorità ecclesiastiche d’oltreoceano. Presiedeva infatti la diocesi di Kansas City-St. Joseph (Missouri) il primo vescovo della Chiesa cattolica e apostolica romana condannato per aver “coperto” un sacerdote pedofilo. Secondo i giudici il vescovo Robert W. Finn tenne nascoste per cinque anni accuse fondate di pedofilia contro il sacerdote Shawn Rattigan, reo confesso in un altro processo. Il vescovo Finn, che era venuto a conoscenza delle foto raccapriccianti custodite del sacerdote, non ha mai presentato denuncia alla polizia ma non ha neanche adottato alcuna misura per salvaguardare i bambini che frequentavano la parrocchia del prete. Gli investigatori accertarono che nel tempo trascorso fino a quando non è stato denunciato, il sacerdote pedofilo ha continuato a collezionare altri “cimeli” raffiguranti bambini nel suo portatile.

Il Los Angeles Times ha pubblicato sul proprio sito alcuni dei documenti sul cui contenuto il Vaticano voleva mantenere il segreto.
Federico Tulli su Cronache Laiche

confessional_1Gli abusi sui minori sono percepiti dalla Chiesa come un problema da confessionale, non da tribunale. Al pari di fornicazione e autoerotismo

Walter Peruzzi su Cronache Laiche

Quasi ogni giorno affiorano storie antiche o recenti, in Italia o altrove, di abusi su minori da parte di esponenti del clero, mentre la Chiesa alterna promesse di tolleranza zero o richieste di scuse a tentativi di occultare, minimizzare e denunciare pretesi complotti ai suoi danni. In particolare la Chiesa cerca di chiudere la discussione ammettendo che anche il clero è pieno di peccatori, ma rivendicando al tempo stesso la santità della sua dottrina e la fermezza del pontefice nel combattere la piaga della pedofilia (che ormai tanto è costata e costa anche pecuniariamente alle casse vaticane e delle varie diocesi per risarcimenti alle vittime).
A proposito della lotta senza quartiere del papa contro la pedofilia si ripete che la copertura data anni fa nella diocesi di Monaco a responsabili di abusi ricade su un sottoposto che non aveva informato l’allora arcivescovo Ratzinger. Dall’altra parte si esalta (anche da parte del papa stesso) il celibato del clero, giurando che non c’è rapporto fra l’obbligo della castità per i preti o per le suore e la pedofilia. Anzi, essa sarebbe il frutto del cedimento al permissivismo sessuale della società moderna. Ma le cose stanno proprio così?

Le responsabilità di Ratzinger
Prima di tutto Ratzinger non è affatto “innocente”. E non tanto per gli abusi commessi a Monaco, noti o ignoti che gli fossero, ma per la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede che lui presiedeva, agli abusi commessi in tutti i paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione inchieste riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili. La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri.

Un semplice «atto impuro»
Il dilagare degli abusi sui minori da parte del clero cattolico è poi senza dubbio da ricondurre a una concezione distorta della sessualità, ritenuta un disvalore a stento riscattato dal fine procreativo, sicché non si può non vedere un nesso con le storture della dottrina morale cattolica. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio del 2005 si legge: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale» (§ 492).
In altre parole, la ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, visto come il peggiore dei peccati, porta a trattare allo stesso modo come «lussuria», cioè come offesa al sesto comandamento, sia pratiche sessuali come l’autoerotismo o fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti, cioè offese al quinto comandamento. Proprio nella Lettera del 2001 si definisce l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». La “colpa” principale, per questa morale distorta, è nel fatto che si cerchi un piacere peccaminoso, non nel fatto che si violenti una persona. Una volta derubricato l’abuso su minori a «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione, si capisce che venga non solo trattato dalla Chiesa ma percepito o fatto percepire allo stesso clero che se ne rende colpevole, come un problema da confessionale e non da tribunale, al pari di qualsiasi altro «atto impuro».

 

Il caso della suora di Busto Arsizio non è isolato. Gli abusi e i sadismi compiuti da religiose in Italia sono più frequenti di quel che si pensi. Fortunatamente non quanto nel Nord Europa.

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«Suor Soledad ci portava al bagno dove ci faceva giocare al lupo. Una volta mi ha anche fatto male al mio ditino. Il gioco del lupo non mi piaceva perché era brutto. Non voglio raccontare cosa mi faceva. Se suor Soledad torna a scuola io non ci voglio più andare». «Suor Soledad è cattiva e dà botte ai bambini. Ci accompagna in bagno e mi tocca…con il dito (sulle parti intime, ndr). Poi ci fa giocare al lupo mangia frutta che ci mangia». «Vado all’asilo. La mia suora si chiama Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che è molto cattiva. Lei mi faceva fare un gioco molto brutto perché mi toccava e mi faceva il solletichino (sulle parti intime, ndr). Suor Soledad ci faceva fare anche il gioco del lupo e mi diceva che doveva essere un segreto». «Vado all’asilo da suor Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che mi accompagna in bagno per fare la pipì. Lei quando andiamo al bagno mi fa male… (il bambino utilizzando una bambola fa vedere che infila il dito indice e passa la mano sui genitali, ndr). Lei mi faceva fare un gioco molto brutto che chiamata il gioco del mostro-femmina che consisteva nel nascondersi e quando lo trovavo mi faceva scappare nel salone delle feste o nel bagno da solo. Nel salone delle feste o nel bagno, quando eravamo da soli, mi toccava… Suor Agnese, invece, è brava e non mi fa mai male». Sulla base di queste e altre testimonianze dello stesso “tenore”, Suor Soledad è stata condannata in primo grado a otto anni di reclusione dal tribunale di Vallo della Lucania (Salerno) per abusi “sessuali” compiuti su 27 bambini iscritti all’asilo dell’istituto religioso Santa Teresa di Vallo. Le vittime avevano tra i quattro e i sei anni di età e, a gennaio 2012, insieme con la religiosa peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, gli stessi giudici hanno condannato a 16 mesi, perché ritenute colpevoli di favoreggiamento, suor Agnese e suor Romana.

La vicenda di pedofilia dell’asilo di Vallo della Lucania, caratterizzata come sempre accade anche da un mellifluo muro di omertà eretto da una parte della società civile locale intorno alle responsabili delle violenze, e di fatto ignorata dalla stampa nazionale, non è la prima ma è probabilmente la più scioccante tra quelle che nel secondo dopoguerra in Italia hanno visto per protagoniste delle religiose. O almeno così veniva naturale pensare fino a quando non è emersa la storia della giovane morta suicida a 26 anni per le conseguenze della devastazione psichica determinata da «abusi, violenze e atti persecutori» subiti da una suora di 52 anni, originaria di Busto Arsizio (Varese), sin da quando aveva 11 anni. Notizia di questi giorni è che il gip di Busto Arsizio ha sottoposto provvisoriamente la religiosa alla misura di sicurezza del ricovero in casa di cura e di custodia cautelare.

Ecco in breve i fatti. L’incontro tra la giovane vittima e la donna (che secondo la consulenza tecnica risulta affetta da disturbo borderline di personalità incidente parzialmente sulla capacità di volere e socialmente pericolosa) avvenne nel 1997 all’oratorio di una parrocchia di Busto Arsizio dove la suora prestava servizio. Come si legge nella nota della Questura «assunse presto connotazioni “sessuali” sino a trasmodare nel tempo in veri e propri atti persecutori e crescenti violenze fino a quando, nel giugno 2011, la ragazza, in preda ad una profonda crisi morale e psicologica, si tolse la vita all’età di ventisei anni». In seguito al suicidio le indagini dirette dal pm Roberta Colangelo, hanno subito un’accelerazione, grazie soprattutto «al materiale – ritrovato tra gli effetti personali della vittima; scritti, diari, corrispondenza, supporti informatici e documentazione video e fotografica». Non è ancora dato di sapere se qualcun altro fosse al corrente di questi crimini.

Un fotogramma del film “Magdalene” di Peter Mullan (2002)

Sebbene in questi casi le statistiche lascino il tempo che trovano – la serialità tipica del crimine pedofilo e i danni psichici che esso provoca non consente di conoscere con certezza il numero delle sue vittime – è stato calcolato che le “orche” in tonaca siano il 4-6 per cento sul totale dei religiosi accusati di questo crimine. Le vicende più note – oltre quelle descritte – si sono verificate in conventi dell’Alto Adige, in Lombardia e in Veneto. Anche in questo caso molte delle denunce sono arrivate sul tavolo di un magistrato solo quando oramai la prescrizione del reato aveva messo una pietra tombale sulle responsabilità delle presunte autrici. Guardando all’altra metà della popolazione religiosa cattolica, dal Duemila a oggi le denunce di abusi a carico di sacerdoti (si badi bene, per reati non caduti in prescrizione) sfiorano le 150 unità. Questo forse spiega perché la scia di abusi, violenze, sadismi e delitti pedofili compiuti da religiose in Italia è fortunatamente almeno fino a ora meno marcata di quella che ha segnato altri Paesi europei. A cominciare dalla Gran Bretagna, dove basta citare il caso delle 30mila “Maddalene” irlandesi seviziate dalle suore dell’istituto del Buon Pastore lungo tutto l’arco del Novecento. Per finire nei Paesi Bassi o in Germania dove si segnala un discreto numero di reati al “femminile” venuti alla luce solo di recente grazie all’ondata di indignazione popolare per i noti casi che hanno segnato decine di istituti religiosi cattolici tra il 2009 e il 2011.

“Una suora come Papa”. Così Maureen Dowd, tra le più graffianti columnist del New York Times, titolò una sua rubrica durante il picco massimo dello sdegno per i crimini pedofili insabbiati dalla Chiesa di Roma, a metà 2010. Obiettivo dell’attacco era il passato di Joseph Ratzinger in qualità di prefetto della Congregatio fidei e l’inerzia di Benedetto XVI di fronte ai casi che stavano sconvolgendo l’Irlanda e la Germania. «Il Papa c’è dentro troppo. Si è dimostrato tutt’altro che infallibile» scriveva Dowd, che è cattolica e originaria dell’Irlanda. «La Chiesa – proseguiva – non si riavrà fintanto che il suo Sacro Pastore è visto come una pecora nera nel panorama sempre più buio dello scandalo degli abusi sessuali». La sua non fu una voce solitaria. Le dimissioni del Papa tedesco erano invocate senza mezzi termini dagli editorialisti di alcune delle più influenti testate internazionali, Germania compresa. Perché allora non cogliere l’attimo e affidare la guida della Chiesa a una donna? chiedeva la giornalista del NYT. Forse dimenticando di proposito cosa era accaduto anni prima nella sua terra natia a uno sconcertante numero di sue coetanee, e soprattutto per mano di chi.

Federico Tulli su Cronache Laiche

Entra in vigore la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori. Aumenteranno i termini di prescrizione e migliorano i mezzi di prevenzione

La legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale entrerà in vigore domani, 23 ottobre. Siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano allora presieduto da Prodi, la Convenzione ha dovuto attendere cinque anni e sei passaggi parlamentari prima di essere tramutata in legge dello Stato il primo ottobre scorso. La norma, almeno sulla carta, intende fornire gli strumenti giuridici per potenziare la prevenzione senza rinunciare all’inasprimento delle pene come metodo di dissuasione. La novità principale della legge 172/12 riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione del reato, oggi fissata in dieci anni dal verificarsi dell’abuso. In base all’articolo 33 devono essere avviati «i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere affinche’ i termini di prescrizione … siano proporzionati alla gravità del reato in questione». Va poi sottolineata l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (articolo 414 bis del codice penale) e l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies del codice penale). Il primo prevede la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la corruzione di minori o la violenza sui bambini. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo definisce l’adescamento di minore come «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», prevedendo la reclusione da uno a tre anni. La ratifica della convenzione comporta anche l’inasprimento delle pene per molti altri reati legati ai fenomeni dell’abuso sessuale. In base alla legge di ratifica l’Italia designa come autorità nazionale responsabile al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali il ministero dell’Interno. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa ma fino a oggi solo in dieci hanno proceduto alla conversione in legge (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna).

Federico Tulli su Cronache Laiche

Lo scandalo degli abusi che ha travolto i Boy scout of America ha radici antiche, e inquietanti analogie con le vicende che hanno squassato le fondamenta della Chiesa cattolica
Federico Tulli su Cronache Laiche

Il primo doloroso e profondo squarcio si è aperto il 30 marzo del 2005 quando un autorevole dirigente nazionale del corpo dei Boy scout statunitensi si è proclamato colpevole davanti alla giuria di un tribunale del Texas. L’accusa, pesantissima, era di pedofilia. Secondo gli investigatori, Douglas Smith, questo il nome dell’uomo, era coinvolto da almeno dieci anni in un traffico internazionale di materiale pedopornografico diffuso via internet. Smith faceva parte da 39 anni della storica organizzazione Boy scout of America fondata nel 1910, che conta oltre quattro milioni di bambini e ragazzi e migliaia di gruppi. Per la prima volta quel mondo – considerato in tutto l’occidente, ideale per la formazione e la crescita degli adolescenti – si trovava a fare i conti con la stessa dinamica sconcertante e drammatica che solo tre anni prima, a partire dallo scandalo della diocesi di Boston guidata dall’allora cardinale Bernard Law, aveva squassato le fondamenta di un’altra solida realtà sociale statunitense: la Chiesa cattolica. La conferma che, purtroppo, non si trattava di un caso isolato e che ci fossero delle analogie con la vicenda degli abusi clericali e le sistematiche coperture operate dalle gerarchie ecclesiastiche è arrivata cinque anni dopo.

Nel marzo del 2010, durante un processo per pedofilia nell’Oregon, l’avvocato Kelly Clark accusò l’amministrazione dei Boy scout of America di aver tenuto per anni un archivio segreto registrato col titolo “Perversion files”, nel quale erano documentati i casi di abusi accaduti e denunciati all’interno dei loro gruppi. La notizia provocò sconcerto e indignazione negli Stati Uniti ma ebbe poca rilevanza alle nostre latitudini perché arrivò nel pieno della bufera che stava travolgendo istituti scolastici cattolici e diocesi di mezza Europa. Bufera che raggiunse l’apice un mese dopo con la controversa lettera di scuse di Benedetto XVI ai fedeli irlandesi. In quell’occasione Clarks esibì in aula almeno un migliaio di documenti affermando che fossero la prova che i Boy scouts d’America (Bsa) sin dagli anni Ottanta hanno deliberatamente ignorato almeno 1200 segnalazioni ricevute circa molestie “sessuali” verificatesi al loro interno. Il legale di Bsa, Charles Smith, non negò l’esistenza dell’archivio segreto, limitandosi a precisare che i dossier erano tenuti riservati perché «pieni di informazioni confidenziali». Il processo si concluse con la condanna per negligenza nei confronti di Bsa e il pagamento di 1,4 milioni dollari alla vittima difesa da Clarks. Un mese dopo la sanzione fu elevata a 14 milioni di dollari: il capo scout condannato ammise abusi su 17 bambini e l’organizzazione non aveva saputo proteggere i “lupetti” da eventuali pedofili lasciando questi ultimi a contatto con i bambini.

I “Perversion files” sono improvvisamente venuti alla luce questa settimana grazie a uno scoop del Los Angeles Times che è entrato in possesso del voluminoso dossier e lo ha reso pubblico. Dai documenti emergono inequivocabili conferme alle accuse mosse a suo tempo da Clarks e gettano una luce sinistra e cupa su Bsa e le loro attività “formative”. Nelle 14.500 pagine che compongono il report si racconta una storia che va dal 1959 al 1985 e mostra come i responsabili di Bsa abbiano sempre taciuto sulle violenze tenendole nascoste ai genitori dei ragazzini coinvolti, alla giustizia e all’opinione pubblica. I vertici dell’associazione si sarebbero limitati a chiedere ai responsabili degli abusi di dimettersi. Ma in alcuni casi, oltre a coprirli, li avrebbero anche aiutati a far sparire le proprie tracce. Impossibile non cogliere un inquietante link con la prassi attuata in quegli stessi anni dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche per coprire i preti pedofili e insabbiare casi e responsabilità. Va detto che l’inchiesta del Los Angeles Times riguarda in particolare il periodo 1970-1991, e che essa testimonia come in molti casi Bsa sia venuta a conoscenza dei presunti abusi solo dopo che questi erano stati denunciati alle autorità, le quali però risultano spesso reticenti. Ma «in oltre 500 casi – afferma il quotidiano – l’associazione ha saputo degli abusi dai ragazzi, dai genitori, dal personale o da informazioni anonime», facendo il possibile perché non trapelassero all’esterno. «Quando un problema emergeva veniva chiesto all’interessato di lasciare volontariamente la posizione piuttosto che correre il rischio di ulteriori indagini», si legge chiaramente in alcuni documenti. Di fronte allo scandalo, il portavoce di Bsa, Deron Smith, si è limitato a chiarire che oggi l’organizzazione richiede a tutti i suoi membri di riportare ogni sospetto di abuso direttamente alle autorità locali, sottolineando come gli attuali vertici abbiano sempre cooperato pienamente con le indagini della polizia. Dichiarazioni di rito, identiche a quelle già sentite pronunciare ad esempio dalla Sala Stampa vaticana per vicende analoghe. Che arrivano quando oramai la stalla è chiusa e i buoi, anzi, gli orchi sono già scappati.