Archivio per 1 marzo 2017

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La Curia, cioè l’amministrazione della Santa Sede, non collabora con la Commissione antipedofilia istituita da papa Bergoglio, denuncia oggi Marie Collins componente laico dell’organo di consulenza della Santa Sede e vittima di un sacerdote pedofilo. L’accusa è di quelle pesanti ma non deve sorprendere. A meno che non ci si accontenti di credere alla narrazione che i giornalisti vaticanisti italiani quotidianamente fanno della Chiesa di Bergoglio. Un anno fa in un’intervista rilasciata a Francesca Palazzi Arduini, e pubblicata nel numero doppio estivo della Rivista anarchica a luglio 2016, descrissi il contesto in cui opera questo organismo. Fino a prevedere che la sua istituzione, annunciata dalla grancassa mediatica come l’ennesima prova della rivoluzione di papa Francesco, avrebbe inciso poco o nulla sulla presunta battaglia del Vaticano contro la pedofilia. [Federico Tulli]
Ecco il passaggio “incriminato” dell’intervista —>

Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

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