Chiesa e pedofilia in Italia: quando la storia non insegna. E si ripete

Pubblicato: 9 luglio 2014 in Articoli, Chiesa e pedofilia
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Valerio Gigante, Adista

 

Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

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