«Per il bene della Chiesa universale». (Cosa si fa e cosa non si fa…)

Pubblicato: 11 febbraio 2013 in Articoli
Tag:, , , , , ,

bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...