Chiesa e pedofilia, un’intervista per la Biblioteca di Civitavecchia

Pubblicato: 7 febbraio 2013 in Varie
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Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

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commenti
  1. nunzio scotto di covella ha detto:

    …cercavo! …mi facevo delle domande sul voyerismo! ….come mio solito siccome per un periodo della mia vita ho seguito i seminari di Analisi Collettiva di Massimo Fagioli… ho pensato di girare la domanda (il voyerismo?!) su internet allo stesso psichiatra psicoterapeuta! …la ricerca alle mie domande mi ha portato fin qui! ….perchè il DSM equipara il voyerismo alla pedofilia!? …la mia ricerca personale si conclude con un’altra grossa domanda!

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