Archivio per febbraio, 2013

bxvi2La malattia segna Benedetto XVI che si dimette per «l’incapacità di amministrare bene il ministero». Non è però la prima volta che si appella alla “ragion di Stato”

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Con queste parole papa Benedetto XVI ha annunciato che lascerà il pontificato dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio. Lo ha fatto di persona, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto che si è svolto in Vaticano. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede – ha spiegato il pontefice – per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». «Per questo – ha aggiunto -, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro». Non è la prima volta che Joseph Ratzinger fa riferimento al bene della Chiesa universale per motivare una sua decisione.

Il 9 aprile 2010, con la Chiesa di Roma nel pieno della bufera per gli scandali pedofili emersi in mezzo mondo, dagli Usa rimbalzò la notizia che nel 1985 il cardinale Ratzinger aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato dei bambini. L’articolo fu pubblicato dal Washington Post che a sua volta riprendeva un servizio dell’Associated Press. Pronta la replica della Santa Sede: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso» del giovane prete, ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nel lungo reportage riportato dalla stampa Usa si ricostruiva che, in una lettera scritta in latino e inviata al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger evitò di rimuovere Stephen Kiesle accusato di aver compiuto diversi abusi a cavallo degli anni Settanta-Ottanta in California. Un rifiuto – secondo l’inchiesta dei media statunitensi e secondo quanto si legge in una lettera a sua firma – che il futuro Papa motivò «per il bene della Chiesa universale».

Venti anni dopo, come è noto, Joseph Ratzinger diventa benedetto XVI. È il 19 aprile del 2005. La drammatica questione della diffusione capillare della pedofilia nel clero ecclesiastico segnerà tutto il suo pontificato. Alcune delle sue più importanti visite pastorali, negli Stati Uniti (2008), in Australia (2008), in Gran Bretagna (2010), sono dedicate a ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa di Roma sfigurata dalla sconcertante gestione delle migliaia di denunce rimaste inascoltate o direttamente insabbiate da parte dei gerarchi vaticani lungo un arco di almeno 70 anni.
«Perché il Papa non si dimette?». Il settimanale tedesco Der Spiegel titolava così, il 26 marzo 2010, un breve editoriale pubblicato sulla sua versione online. In Germania (e non solo) si era nel pieno della bufera provocata dalla scoperta di centinaia di casi di abusi “sessuali” e sevizie compiuti su bambini e adolescenti da sacerdoti della Chiesa cattolica, in diversi collegi e scuole del Paese. Poche settimane prima lo scandalo aveva sfiorato anche il fratello di Benedetto XVI, Georg Ratzinger, il quale ammise di aver alzato le mani contro i bimbi del Coro dei Passeri di Ratisbona e di sapere che erano soggetti a punizioni corporali senza aver mai fatto nulla per vietarle. Ma, più di questo, a provocare il quesito dell’autorevole magazine era stato uno scoop del New York Times. Secondo i documenti nelle mani del NYT, nel 1980, quando Joseph Ratzinger era vescovo di Monaco veniva costantemente aggiornato sui casi di abusi compiuti nella diocesi e fu lui ad accettare di far curare nella diocesi il pedofilo padre Hullermann, poi impiegato in attività pastorali di nuovo a contatto con minori. Non diverso, sempre in base ai documenti del NYT (consultabili sul sito del quotidiano), è stato l’atteggiamento del futuro pontefice nei 23 anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (fino all’elezione del 19 aprile 2005).
Allora forse la domanda potrebbe essere: perché Benedetto XVI ha accettato di diventare Papa? Non si può non ricordare che proprio nel 2005 il ministero degli Esteri vaticano chiese e ottenne dal presidente degli Stati Uniti George Bush l’immunità di Capo di Stato per Joseph Ratzinger. Per il bene della Chiesa universale, Benedetto XVI evitò così di dover comparire in un processo civile davanti a un giudice della Corte Distrettuale del Texas, per rispondere dell’accusa di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista. Un complotto ordito, secondo l’accusa, firmando il De delicti gravioribus nel 2001 in qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II.

Torniamo per un attimo all’attualità. Questa mattina, tra le prime dichiarazioni battute dalle agenzie, spiccava quella di Angelo Sodano: «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato il cardinale decano del collegio cardinalizio. Era un po’ di tempo che Sodano non si faceva sentire. Per la precisione tre anni. Ecco cosa scrisse nell’aprile del 2010 Hans Küng – tra i massimi teologi viventi -, in una lettera aperta ai vescovi, chiamando in causa lui, il Papa e il De delicti gravioribus di cui sopra: «Non si può sottacere che il sistema mondiale d’occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla Chiesa con severe sanzioni. È dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano». «Il popolo di Dio è con il Papa e non si lascia impressionare dal chiacchiericcio e dalle prove che talvolta colpiscono la comunità dei credenti», aveva infatti detto il cardinal Sodano facendo gli auguri al Papa, all’inizio della messa di Pasqua in piazza San Pietro.
Si tratta dello stesso cardinale che, a sua volta, non sarà neppure lambito dal tornado che si sta per abbattere sui Legionari di Cristo del suo amico di lunga data padre Marcial Maciel Degollado, pedofilo e violentatore di donne.

Un anno dopo, Sodano e Ratzinger si ritrovano, loro malgrado, nuovamente citati in uno stesso documento. Questa volta il loro nome compare insieme a quello del cardinale Tarcisio Bertone, per via di causa intentata nei loro confronti presso la Corte distrettuale del Wisconsin dall’avvocato di John Doe, una vittima del sacerdote e pedofilo seriale reo confesso, Lawrence Murphy, deceduto nel 1998. Era il febbraio del 2011. Accadde che Jeff Anderson, legale di Doe, per far ottenere un risarcimento al suo assistito aveva puntato il dito contro la Santa Sede e i suoi gerarchi, sviluppando la teoria secondo la quale la responsabilità delle azioni di un dipendente deve ricadere sul datore di lavoro. Nel caso di Muprhy, dunque, non solo la diocesi di Milwaukee, ma anche il Papa in quanto a costui spettano le nomine dei vescovi in tutto il mondo. Quando Anderson capì che molto probabilmente avrebbe perso la causa, ha ritirato la denuncia. Evitando così di compromettere l’esito di azioni giudiziarie simili avviate negli Stati Uniti nei confronti della Santa Sede in altri processi per pedofilia ecclesiastica.
Vale però la pena di rimanere sulla storia di padre Lawrence Murphy. Il cappellano alla Saint John’s School di Milwaukee, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Solo a metà anni 70 fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove a suo dire non commise più abusi. In base a un dossier reso pubblico nel 2010 dal New York Times è emerso che solo nel 1996, l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland aveva informato del caso il cardinale Ratzinger all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo. Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure».

Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998 al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata dall’attuale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba e monsignor Fliss, vescovo di Superior. Il resto è storia, Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime.
Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento «confidenziale» protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa». Ecco di nuovo la “ragion di Stato”. Ma per una volta non è il “bene della Chiesa universale” a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensa il cardinal Bertone osservando in quella stessa sede che il processo è inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti».

Federico Tulli su Cronache Laiche

Marco Coccia su Il Bibliomane, rivista di cultura ed attualità libraria a cura degli utenti della biblioteca comunale di Civitavecchia

A colloquio con Federico Tulli, giornalista e scrittore autore del saggio Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (L’Asino d’oro, 2010)

Da cosa e come nasce l’esigenza di scrivere questo documento?

L’idea di pubblicare un saggio su questo tema è dei miei due editori, Matteo Fago e Lorenzo Fagioli. Avendo io scritto decine di articoli e inchieste sul settimanale Left, i fondatori de L’Asino d’oro mi hanno chiesto di fissare nel libro un particolare momento storico, quello a cavallo tra il 2009 e la prima metà del 2010, quando in mezza Europa è esploso lo scandalo della pedofilia clericale che ha coinvolto decine di scuole, istituti, oratori, canoniche e parrocchie gestiti da congreghe e associazioni religiose cattoliche. E di rispondere a una domanda: perché improvvisamente, specie in Italia, dopo decenni di silenzio la pedofilia diffusa nel clero cattolico è comparsa in pianta stabile per mesi sulle prime pagine dei giornali e nei media in generale? La pedofilia fa orrore a tutti, ma mai come in quel momento l’opinione pubblica si era dimostrata sensibile all’argomento e decisa a sapere come fosse potuto accadere quello che via via emergeva dai dossier resi pubblici in Paesi a tradizione cattolica come l’Irlanda o la Spagna, oppure in altri dove la Chiesa di Roma è comunque radicata profondamente come Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Australia, Brasile e Nord America, solo per citarne alcuni. Che ci sia stata una svolta è innegabile, e forse a posteriori è addirittura possibile definirla culturale. La mia inchiesta è partita da qui. E ha sviluppato l’ipotesi che si stesse radicando, nel pensiero comune, quel salto di paradigma scientifico e culturale rappresentato dalla Teoria della nascita formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, che porta a un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino, l’essere umano. I due grandi imputati nel mio libro sono infatti il pensiero razionale che si fonda sul logos occidentale, e il pensiero religioso. Avvalendomi dei pareri di esperti (psichiatri, storici, linguisti, vaticanisti e così via) e della consultazione di un gran numero di testi e documenti, partendo dall’attualità mi sono ritrovato a percorrere a ritroso circa 2500 anni di storia. Dall’indagine è emerso che questi 25 secoli sono stati attraversati dall’idea perversa che l’atto pedofilo non è una violenza perché il bambino, in quanto privo di razionalità, non sarebbe un essere umano. L’obiettivo è quindi diventato scovare la matrice culturale di questa idea che velenosamente si è insinuata nel pensare comune fiaccandone la capacità di reagire e ribellarsi all’orrore.

Basilica Vaticana“La pedofilia non è violenza perché il bambino è privo di razionalità”. Come si può mai credere in un così aberrante concetto?

L’aberrante pensiero veicolato dalla cultura che ha dominato per decine di secoli, è che la pedofilia in fondo non sia violenza perché il bambino non avendo ancora il pensiero razionale non è un essere umano. Teorizzando che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio razionale, nacque nella Grecia di Platone, Socrate e Aristotele la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con il maestro. Nel rapporto maestro-allievo il bimbo è una tavoletta di cera da plasmare, da avviare alla conoscenza razionale e alla sessualità (come se questa non fosse un fatto naturale e specifico dell’essere umano, dalla pubertà in poi). Ci sono casi di illustri letterati contemporanei, teorici e “pratici” della paideia, ancora oggi molto celebrati. Poi c’è quella cultura, anche essa ben radicata nel tessuto sociale, secondo cui la pedofilia non è un orrendo crimine compiuto contro una persona, equiparabile all’omicidio, ma un peccato che offende dio perché viola il VI Comandamento. È scritto nel Crimen sollicitationis, promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII, il “papa buono”, ed è ribadito nel 2001 con il De delicti gravioribus, firmato dai cardinali Ratzinger e Bertone per dare esecuzione a un Motu proprio di Giovanni Paolo II. Gli ispiratori di questa concezione che annulla l’identità umana sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. L’idea violenta è poi anche quella che il bambino abbia già una sessualità: lo afferma Freud “dimenticando” pure che dal punto di vista biologico lo sviluppo degli organi genitali non è completato fino alla pubertà. Tale concetto è ribadito da Foucault quando nel 1977 firma un Manifesto per la depenalizzazione della pedofilia, insieme ad altri noti intellettuali dell’epoca, dopo aver ripetuto e scritto più volte che, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. In un capitolo definisco queste persone “I mostri sacri”. Il principale motivo per cui il fenomeno “pedofilia” non è mai stato analizzato a fondo, rifiutato e denunciato, va ricercato nel fatto che dietro l’impunità dei preti violentatori, e dei pedofili in generale, c’è una netta complicità tra ideologie solo apparentemente inconciliabili, veicolate da personaggi venerati e intoccabili. Complicità che prima di Fagioli nessuno ha mai avuto la genialità e il coraggio di teorizzare, dimostrare e denunciare. Giornalisticamente parlando, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di utilizzare il suo discorso teorico come chiave di lettura per indagare, in Chiesa e pedofilia, questo fenomeno.

Perché si parla poco, se non per niente, dell’ Italia in questo libro?

Perché l’Italia è un caso a parte. Questa potrebbe sembrare una battuta ma non lo è. Ho intitolato un capitolo “Il caso Italia”, nel quale cito le conclusioni di un’indagine del Telefono Azzurro: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere» scrivono gli esperti dell’associazione guidata da Ernesto Caffo. Le parole che introducono il documento redatto nel 2010 pesano come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini». A differenza di altri Paesi simili al nostro per cultura e tradizione religiosa cattolica, qui da noi mai nessun governo ha avuto il coraggio di istruire un’inchiesta su vasta scala come ad esempio è accaduto in Irlanda. Nella cattolicissima isola britannica tra il 1995 e il 2009, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa locale e del Vaticano, alcuni magistrati sono riusciti a indagare e dimostrare abusi compiuti da oltre mille sacerdoti e suore su almeno 30mila bambini e minori. Violenze che senza soluzione di continuità coprono un arco temporale di oltre 50 anni. Uno di questi Report governativi cita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, quando ormai il mio saggio era in libreria, il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune per denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Sfido chiunque a pescare tra i nostri premier dal 1948 a oggi uno capace di compiere un gesto del genere. Mi si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto nel corso di un simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era emblematico: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse utile che i vescovi italiani istituissero una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stavano cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi per abusi su otto bambini; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce inascoltate ricevute dalla curia per numerosi anni; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di almeno tre sacerdoti avvenuta nei mesi scorsi. Chiudo ricordando che il governo italiano è quello che ha messo sotto ispezione il capo del pool antimolestie, il magistrato Pietro Forno, uno dei massimi esperti in Europa nel campo della prevenzione e lotta alla pedofilia, perché ebbe l’ardire di rilasciare un’intervista a “Il Giornale” in cui osservava la scarsa propensione degli uomini di Chiesa a dare l’input a indagini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti pedofili in tonaca. Qualche giorno dopo, l’intervista era del primo aprile 2010, Forno si è visto imboccare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che non avesse rivelato segreti d’ufficio.

In tempi più recenti, Benedict Groeschel: “La colpa è del bambino che provoca”. Federico ci aiuti lei a capire.

In questa frase c’è la sintesi della “complicità” tra l’ideologia religiosa e quella filosofico-razionale. Lo spagnolo Benedict Groeschel è il frate fondatore dell’ordine dei francescani del Rinnovamento. La sua “criminale” idea che sia il bambino a provocare l’adulto ricalca fedelmente quella scellerata di Freud quando – sintetizzando – afferma che il neonato è polimorfo perverso, e quella che Michel Foucault sviluppa sia in Dits et écrits sia in Follia e psichiatria. Secondo l’icona del Sessantotto e padre della presunta “rivoluzione sessuale”, che risponde alle domande di alcuni colleghi e colleghe, «il bambino è un seduttore», nel senso che «provoca, cerca, ricerca il rapporto sessuale con l’adulto», dunque «se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza». Io direi che non c’è differenza tra un filosofo che invoca la depenalizzazione della pedofilia, un frate convinto che un bimbo di otto anni sia capace di provocare sessualmente un adulto di 60 e un cardinale (oggi papa) che, nel ventunesimo secolo, derubrica una feroce violenza a peccato contro la morale cattolica di cui si macchia anche la stessa “vittima”. Come vediamo, la concezione di peccato originale, l’idea del bambino peccatore per natura, quindi diabolico, che attraversa venti secoli dopo essersi saldata con l’idea platonica del bimbo tavoletta di cera da plasmare per renderlo adulto cioè umano, non ha influenzato profondamente solo la cultura cristiana. Io mi sono posto la sua stessa domanda e, per cercare di capire, nel libro intervisto diversi psichiatri. Ecco cosa mi risponde Andrea Masini, direttore della rivista scientifica “Il sogno della farfalla”: «L’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale, che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria americana che nella sua “Bibbia”, il Dsm IV (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto. In Occidente non abbiamo mai voluto fare i conti con questo bagaglio culturale. Ed ecco che questo annullamento dell’identità del bambino perpetrato dalla filosofia platonica viene ripreso da Freud con la storia della sessualità infantile».

Lei crede che oggi, nel 2013, si sia ormai definitivamente abbandonata quell’omertà espressa non solo dentro le mura Leonine ma in tutti gli ambienti “ di chiesa”?

Spesso dal Vaticano è stata lasciata trapelare l’idea che il silenzio in un certo qual modo era legato anche alle cosiddette “ragioni di Stato”. Ci sono casi in cui sacerdoti rei confessi non sono stati processati dai magistrati vaticani per non alimentare lo scandalo e incrinare l’immagine della Chiesa nel mondo. Costoro, ormai in età avanzata sono stati “semplicemente” allontanati in un eremo e invitati a riflettere sul male compiuto. Anche quando avevano ammesso lo stupro di oltre 200 bimbi sordomuti di 8-10 anni. Questo mi porta a pensare che negli ambienti ecclesiastici non sia ancora ben chiaro il livello delle mostruosità che per secoli fino a oggi sono state compiute nella più totale impunità. Come si evince dai documenti vaticani che ho citato prima, prevale ancora l’idea che la pedofilia sia un reato contro la morale di cui non si è macchiato solo il carnefice, dato che si parla di atto sessuale di un chierico “con” un minore. Cioè la vittima partecipa, è peccatrice anch’essa. Come dicono tutte le vittime che ho avuto modo di intervistare, le scuse porte lo da Benedetto XVI non bastano, occorrono dei fatti concreti. Un fatto concreto, ad esempio, è contenuto nelle Nuove norme varate da Benedetto XVI, in cui il Vaticano prevede l’estensione della prescrizione del reato fino a 20 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima. E questo è indubbiamente un segnale positivo di cambiamento, perché ci sono vittime che hanno impiegato decenni a prendere il coraggio di raccontare a una persona fidata la devastazione subita in tenera età. Ma un fatto concreto è pure che secondo la Conferenza episcopale italiana un vescovo non ha l’obbligo – nemmeno morale – di denunciare alla magistratura un sacerdote presunto reo di pedofilia. È stato ribadito di recente nelle Linee guida della Conferenza episcopale italiana in materia di abusi sui minori da parte di ecclesiastici. Non siamo alla rivendicazione del diritto all’omertà ma poco ci manca. Ma forse più che la “ragion di Stato” potrà il denaro. Anzi, la perdita di denaro. Durante il simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, uno studio commissionato dalla Santa Sede ha evidenziato che il danno d’immagine provocato dalla pessima gestione dei casi di pedofilia (leggasi: omertà e reticenza delle gerarchie) emersi tra il 2009 e il 2011 è da stimarsi in due miliardi di dollari in termini di mancate offerte volontarie. Indignati e disgustati migliaia di fedeli hanno cominciato a devolvere ad altre Chiese considerate più affidabili e coerenti con la dottrina cristiana.

L'ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

L’ex vescovo di Los Angeles Roger Mahony

Con una decisione senza precedenti nella Chiesa Cattolica americana, l’arcivescovo di Los Angeles, Jose Gomez, ha annunciato di aver sollevato il suo predecessore, cardinale Roger Mahony, da tutti i suoi impegni pubblici nella Chiesa per la cattiva gestione di alcuni (allora) presunti abusi sessuali compiuti da sacerdoti su decine di bambini negli anni ’80 (Mahony guidò l’arcidiocesi dal 1985 al 2011). Gomez ha annunciato anche che il vescovo di Santa Barbara, Thomas J.Curry, si è dimesso. L’annuncio è arrivato in contemporanea con la pubblicazione sul sito della diocesi di decine di migliaia di documenti, in precedenza rimasti segreti, riguardanti il modo in cui la Chiesa gestì le sorti di 122 sacerdoti accusati di molestie. Il 9 gennaio scorso Cronache Laiche ha anticipato la notizia e pubblicato alcuni degli sconcertanti documenti (link all’articolo).

A nulla dunque è servito il tardivo mea culpa di Mahony il quale si è scusato solo dopo che è divenuta inconfutabile l’accusa di aver manovrato dietro le quinte insieme ad altri prelati dell’arcidiocesi di Los Angeles, per proteggere preti molestatori all’oscuro dei parrocchiani. Le sue responsabilità sono venute con chiarezza alla luce, scritte nero su bianco nei file che, all’inizio di gennaio, il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubblici. «Sono stato un ingenuo, ogni giorno prego per loro» commentò l’ex vescovo, che da allora ha incontrato in privato oltre 90 vittime di abusi i cui nomi sono catalogati in un indirizzario nella sua cappella personale. Tutto inutile. Come noto i documenti sono emersi nell’ambito di un maxi-patteggiamento da 660 milioni di dollari nell’ambito del quale nel 2007 l’arcidiocesi ha consegnato migliaia di documenti su circa 500 casi di molestie: dimostrano il profondo disagio del cardinale davanti ad accuse come quelle contro il reverendo Lynn Caffoe, sospettato di chiudere bambini nella sua stanza per riprenderne i genitali con la videocamera e di aver fatto telefonate a luci rosse in presenza di un minore. «Questo per me è inaccettabile», aveva scritto l’alto prelato nel 1991 come riporta un’Ansa del 22 gennaio scorso.

Caffoe era stato messo in psicoterapia e rimosso dall’incarico, ma non spretato fino al 2004, un decennio dopo che l’arcidiocesi ne aveva perso le tracce. «È un latitante», scrisse Mahony all’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Dev’essere vivo da qualche parte». Caffoe è morto nel 2006, sei anni dopo che un giornale lo aveva localizzato al lavoro a Salinas, in un centro per senzatetto non lontano da una scuola elementare. Mahony è andato in pensione nel 2011. La riluttanza dell’arcidiocesi a collaborare con polizia e magistratura sui casi di pedofilia era nota da tempo, ma i memorandum scritti alla fine degli anni Ottanta dal cardinale e dal responsabile dell’arcidiocesi per i casi di abusi sessuali monsignor Thomas Curry forniscono la prova più solida emersa finora di uno sforzo concertato della più vasta diocesi cattolica negli Stati Uniti per proteggere i sacerdoti pedofili dall’azione della giustizia. Per anni le gerarchie cattoliche avevano combattuto perché i dossier restassero segreti: oggi questi documenti rivelano, nelle parole dei leader della Chiesa, il desiderio di tenere (ancora una volta) le autorità giudiziarie civili all’oscuro.

Federico Tulli su Cronache Laiche