Morale cattolica e pedofilia

Pubblicato: 1 gennaio 2013 in Articoli
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confessional_1Gli abusi sui minori sono percepiti dalla Chiesa come un problema da confessionale, non da tribunale. Al pari di fornicazione e autoerotismo

Walter Peruzzi su Cronache Laiche

Quasi ogni giorno affiorano storie antiche o recenti, in Italia o altrove, di abusi su minori da parte di esponenti del clero, mentre la Chiesa alterna promesse di tolleranza zero o richieste di scuse a tentativi di occultare, minimizzare e denunciare pretesi complotti ai suoi danni. In particolare la Chiesa cerca di chiudere la discussione ammettendo che anche il clero è pieno di peccatori, ma rivendicando al tempo stesso la santità della sua dottrina e la fermezza del pontefice nel combattere la piaga della pedofilia (che ormai tanto è costata e costa anche pecuniariamente alle casse vaticane e delle varie diocesi per risarcimenti alle vittime).
A proposito della lotta senza quartiere del papa contro la pedofilia si ripete che la copertura data anni fa nella diocesi di Monaco a responsabili di abusi ricade su un sottoposto che non aveva informato l’allora arcivescovo Ratzinger. Dall’altra parte si esalta (anche da parte del papa stesso) il celibato del clero, giurando che non c’è rapporto fra l’obbligo della castità per i preti o per le suore e la pedofilia. Anzi, essa sarebbe il frutto del cedimento al permissivismo sessuale della società moderna. Ma le cose stanno proprio così?

Le responsabilità di Ratzinger
Prima di tutto Ratzinger non è affatto “innocente”. E non tanto per gli abusi commessi a Monaco, noti o ignoti che gli fossero, ma per la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede che lui presiedeva, agli abusi commessi in tutti i paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione inchieste riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili. La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri.

Un semplice «atto impuro»
Il dilagare degli abusi sui minori da parte del clero cattolico è poi senza dubbio da ricondurre a una concezione distorta della sessualità, ritenuta un disvalore a stento riscattato dal fine procreativo, sicché non si può non vedere un nesso con le storture della dottrina morale cattolica. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio del 2005 si legge: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale» (§ 492).
In altre parole, la ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, visto come il peggiore dei peccati, porta a trattare allo stesso modo come «lussuria», cioè come offesa al sesto comandamento, sia pratiche sessuali come l’autoerotismo o fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti, cioè offese al quinto comandamento. Proprio nella Lettera del 2001 si definisce l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». La “colpa” principale, per questa morale distorta, è nel fatto che si cerchi un piacere peccaminoso, non nel fatto che si violenti una persona. Una volta derubricato l’abuso su minori a «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione, si capisce che venga non solo trattato dalla Chiesa ma percepito o fatto percepire allo stesso clero che se ne rende colpevole, come un problema da confessionale e non da tribunale, al pari di qualsiasi altro «atto impuro».

 

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