Archivio per gennaio, 2013

In questa nota del 1996 spedita al vicario dell'arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

In questa nota del 1996 spedita al vicario dell’arcidiocesi per il clero si parla della preoccupazione per Michael Baker, definito dalle autorità uno dei più pericolosi sacerdoti molestatori di bambini. In questa versione del documento è redatto solo il nome della vittima

Una giudice negli Usa intima al vescovo di Los Angeles di pubblicare un archivio che contiene, tra l’altro, i carteggi tra Vaticano e sacerdoti accusati o colpevoli di abusi

Molto più che una gogna mediatica. Il giudice Emilie Elias della Corte suprema di Los Angeles ha ordinato alla Arcidiocesi cattolica della megalopoli californiana di rendere pubbliche le 30mila pagine di documenti che raccontano, nomi, luoghi, date, e orrori dei casi di pedofilia e abusi a carico di sacerdoti e prelati suoi dipendenti. La sentenza, emessa lunedì scorso, rovescia un verdetto del 2011, in cui si dava ragione alla richiesta di 20 sacerdoti, concedendo al vescovo José Horacio Gomez di cancellare dai file i nomi degli ecclesiastici coinvolti. Il giudice Elias ha motivato la decisione affermando che il diritto del pubblico di conoscere la verità su come l’arcidiocesi ha trattato migliaia di casi di molestie supera ogni preoccupazione per il possibile imbarazzo che la sentenza provocherà ai vescovi locali.

Affermare che la Chiesa californiana si è comportata con leggerezza è un eufemismo. Le migliaia di pagine di denunce, confessioni, atti giudiziari e referti psichiatrici contengono tra l’altro, oltre ai nomi di 200 pedofili o presunti tali, «documenti interni» alla Chiesa statunitense che rivelerebbero corrispondenze scritte tra il Vaticano e preti accusati o colpevoli di violenze su bambini. Quella di Los Angeles, senza voler fare delle classifiche sulla pelle delle vittime, è stata una delle più scioccanti vicende che hanno oltrepassato le spesse mura della Chiesa cattolica americana. Nel 2007, un mega-rimborso alle vittime di 660 milioni di dollari chiuse in via extragiudiziale un capitolo dolorosissimo nella storia democratica del Paese. Nonostante l’accordo, l’identità dei sacerdoti coinvolti è sempre stata protetta dall’anonimato: ora, però, su appello dell’associazione delle vittime e di alcune organizzazioni di media Usa, il giudice della Corte suprema della California ne ha ordinato la pubblicazione.

Questa decisione è solo l’ultima di una serie di procedimenti giudiziari che di recente hanno ripreso a coinvolgere le diocesi statunitensi per casi di pedofilia. Nel mese di agosto 2012 un giudice dell’Oregon, Michael Mosman, si è pronunciato a favore del Vaticano, stabilendo che i preti non sono dipendenti della Santa Sede. Mosman ha così bloccato una richiesta di risarcimento milionario, unica nel suo genere, avanzata nei confronti dei principali gerarchi di Roma, papa compreso, «per la responsabilità diretta» dei crimini compiuti da suoi dipendenti, vale a dire sacerdoti e suore pedofili e i porporati colpevoli di averne coperto gli abusi. Il giudice ha stabilito che nel caso in esame non si configurava un rapporto di lavoro, nonostante portasse la sua firma una sentenza del 2006 in cui affermava il contrario. Questa volta però era un sacerdote a richiedere che venisse riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato.

Nel mese di giugno mons. William Lynn, segretario per il clero dell’Arcidiocesi di Philadelphia, è finito in carcere accusato d’aver consentito a un sacerdote sospettato di abusi su minori, di continuare ad avere contatti con dei bambini. L’incarico di Lynn, ricoperto dal 1992 al 2004, era quello di assegnare i preti alle parrocchie e indagare sulle denunce di abusi sessuali. Si trattò del primo caso negli Stati Uniti in cui un’autorità cattolica veniva ritenuta colpevole di un crimine legato alla pedofilia di parte di altri prelati. Secondo il giudice, Lynn ha consentito a dei «mostri di distruggere la psiche dei bambini». Solo tre mesi dopo, un’altra clamorosa notizia intaccava nuovamente la credibilità delle autorità ecclesiastiche d’oltreoceano. Presiedeva infatti la diocesi di Kansas City-St. Joseph (Missouri) il primo vescovo della Chiesa cattolica e apostolica romana condannato per aver “coperto” un sacerdote pedofilo. Secondo i giudici il vescovo Robert W. Finn tenne nascoste per cinque anni accuse fondate di pedofilia contro il sacerdote Shawn Rattigan, reo confesso in un altro processo. Il vescovo Finn, che era venuto a conoscenza delle foto raccapriccianti custodite del sacerdote, non ha mai presentato denuncia alla polizia ma non ha neanche adottato alcuna misura per salvaguardare i bambini che frequentavano la parrocchia del prete. Gli investigatori accertarono che nel tempo trascorso fino a quando non è stato denunciato, il sacerdote pedofilo ha continuato a collezionare altri “cimeli” raffiguranti bambini nel suo portatile.

Il Los Angeles Times ha pubblicato sul proprio sito alcuni dei documenti sul cui contenuto il Vaticano voleva mantenere il segreto.
Federico Tulli su Cronache Laiche

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confessional_1Gli abusi sui minori sono percepiti dalla Chiesa come un problema da confessionale, non da tribunale. Al pari di fornicazione e autoerotismo

Walter Peruzzi su Cronache Laiche

Quasi ogni giorno affiorano storie antiche o recenti, in Italia o altrove, di abusi su minori da parte di esponenti del clero, mentre la Chiesa alterna promesse di tolleranza zero o richieste di scuse a tentativi di occultare, minimizzare e denunciare pretesi complotti ai suoi danni. In particolare la Chiesa cerca di chiudere la discussione ammettendo che anche il clero è pieno di peccatori, ma rivendicando al tempo stesso la santità della sua dottrina e la fermezza del pontefice nel combattere la piaga della pedofilia (che ormai tanto è costata e costa anche pecuniariamente alle casse vaticane e delle varie diocesi per risarcimenti alle vittime).
A proposito della lotta senza quartiere del papa contro la pedofilia si ripete che la copertura data anni fa nella diocesi di Monaco a responsabili di abusi ricade su un sottoposto che non aveva informato l’allora arcivescovo Ratzinger. Dall’altra parte si esalta (anche da parte del papa stesso) il celibato del clero, giurando che non c’è rapporto fra l’obbligo della castità per i preti o per le suore e la pedofilia. Anzi, essa sarebbe il frutto del cedimento al permissivismo sessuale della società moderna. Ma le cose stanno proprio così?

Le responsabilità di Ratzinger
Prima di tutto Ratzinger non è affatto “innocente”. E non tanto per gli abusi commessi a Monaco, noti o ignoti che gli fossero, ma per la copertura data per anni, dalla Congregazione per la fede che lui presiedeva, agli abusi commessi in tutti i paesi del mondo. Il 18 maggio 2001, infatti, la Congregazione emanò, con la firma di Ratzinger e del segretario Tarcisio Bertone, una Lettera indirizzata ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede. In essa si ordinava di condurre sui delitti in questione inchieste riservate, col vincolo del segreto (Secretum pontificium) e quindi l’obbligo di non darne informazione alle autorità civili. La direttiva fu approvata anche dal papa allora in carica, Giovanni Paolo II e orientò il comportamento delle autorità ecclesiastiche fino alla messa in discussione dei giorni nostri.

Un semplice «atto impuro»
Il dilagare degli abusi sui minori da parte del clero cattolico è poi senza dubbio da ricondurre a una concezione distorta della sessualità, ritenuta un disvalore a stento riscattato dal fine procreativo, sicché non si può non vedere un nesso con le storture della dottrina morale cattolica. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio del 2005 si legge: «Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale» (§ 492).
In altre parole, la ossessione maniacale nei confronti del piacere sessuale, visto come il peggiore dei peccati, porta a trattare allo stesso modo come «lussuria», cioè come offesa al sesto comandamento, sia pratiche sessuali come l’autoerotismo o fra adulti consenzienti, sia lo stupro e la pedofilia, cioè atti che si configurano prima di tutto come «violenza» verso persone non consenzienti, cioè offese al quinto comandamento. Proprio nella Lettera del 2001 si definisce l’abuso di un religioso su un minore «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo». La “colpa” principale, per questa morale distorta, è nel fatto che si cerchi un piacere peccaminoso, non nel fatto che si violenti una persona. Una volta derubricato l’abuso su minori a «lussuria», alla stregua della masturbazione o della fornicazione, si capisce che venga non solo trattato dalla Chiesa ma percepito o fatto percepire allo stesso clero che se ne rende colpevole, come un problema da confessionale e non da tribunale, al pari di qualsiasi altro «atto impuro».