Archivio per ottobre, 2012

Entra in vigore la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote contro gli abusi sui minori. Aumenteranno i termini di prescrizione e migliorano i mezzi di prevenzione

La legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale entrerà in vigore domani, 23 ottobre. Siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano allora presieduto da Prodi, la Convenzione ha dovuto attendere cinque anni e sei passaggi parlamentari prima di essere tramutata in legge dello Stato il primo ottobre scorso. La norma, almeno sulla carta, intende fornire gli strumenti giuridici per potenziare la prevenzione senza rinunciare all’inasprimento delle pene come metodo di dissuasione. La novità principale della legge 172/12 riguarda l’allungamento dei termini di prescrizione del reato, oggi fissata in dieci anni dal verificarsi dell’abuso. In base all’articolo 33 devono essere avviati «i necessari provvedimenti legislativi o di altro genere affinche’ i termini di prescrizione … siano proporzionati alla gravità del reato in questione». Va poi sottolineata l’introduzione di due nuovi reati: l’istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (articolo 414 bis del codice penale) e l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies del codice penale). Il primo prevede la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico, la corruzione di minori o la violenza sui bambini. Stessa pena per chi faccia apologia di questi reati. Il secondo definisce l’adescamento di minore come «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», prevedendo la reclusione da uno a tre anni. La ratifica della convenzione comporta anche l’inasprimento delle pene per molti altri reati legati ai fenomeni dell’abuso sessuale. In base alla legge di ratifica l’Italia designa come autorità nazionale responsabile al fine della registrazione e conservazione dei dati nazionali sui condannati per reati sessuali il ministero dell’Interno. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa ma fino a oggi solo in dieci hanno proceduto alla conversione in legge (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna).

Federico Tulli su Cronache Laiche

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Lo scandalo degli abusi che ha travolto i Boy scout of America ha radici antiche, e inquietanti analogie con le vicende che hanno squassato le fondamenta della Chiesa cattolica
Federico Tulli su Cronache Laiche

Il primo doloroso e profondo squarcio si è aperto il 30 marzo del 2005 quando un autorevole dirigente nazionale del corpo dei Boy scout statunitensi si è proclamato colpevole davanti alla giuria di un tribunale del Texas. L’accusa, pesantissima, era di pedofilia. Secondo gli investigatori, Douglas Smith, questo il nome dell’uomo, era coinvolto da almeno dieci anni in un traffico internazionale di materiale pedopornografico diffuso via internet. Smith faceva parte da 39 anni della storica organizzazione Boy scout of America fondata nel 1910, che conta oltre quattro milioni di bambini e ragazzi e migliaia di gruppi. Per la prima volta quel mondo – considerato in tutto l’occidente, ideale per la formazione e la crescita degli adolescenti – si trovava a fare i conti con la stessa dinamica sconcertante e drammatica che solo tre anni prima, a partire dallo scandalo della diocesi di Boston guidata dall’allora cardinale Bernard Law, aveva squassato le fondamenta di un’altra solida realtà sociale statunitense: la Chiesa cattolica. La conferma che, purtroppo, non si trattava di un caso isolato e che ci fossero delle analogie con la vicenda degli abusi clericali e le sistematiche coperture operate dalle gerarchie ecclesiastiche è arrivata cinque anni dopo.

Nel marzo del 2010, durante un processo per pedofilia nell’Oregon, l’avvocato Kelly Clark accusò l’amministrazione dei Boy scout of America di aver tenuto per anni un archivio segreto registrato col titolo “Perversion files”, nel quale erano documentati i casi di abusi accaduti e denunciati all’interno dei loro gruppi. La notizia provocò sconcerto e indignazione negli Stati Uniti ma ebbe poca rilevanza alle nostre latitudini perché arrivò nel pieno della bufera che stava travolgendo istituti scolastici cattolici e diocesi di mezza Europa. Bufera che raggiunse l’apice un mese dopo con la controversa lettera di scuse di Benedetto XVI ai fedeli irlandesi. In quell’occasione Clarks esibì in aula almeno un migliaio di documenti affermando che fossero la prova che i Boy scouts d’America (Bsa) sin dagli anni Ottanta hanno deliberatamente ignorato almeno 1200 segnalazioni ricevute circa molestie “sessuali” verificatesi al loro interno. Il legale di Bsa, Charles Smith, non negò l’esistenza dell’archivio segreto, limitandosi a precisare che i dossier erano tenuti riservati perché «pieni di informazioni confidenziali». Il processo si concluse con la condanna per negligenza nei confronti di Bsa e il pagamento di 1,4 milioni dollari alla vittima difesa da Clarks. Un mese dopo la sanzione fu elevata a 14 milioni di dollari: il capo scout condannato ammise abusi su 17 bambini e l’organizzazione non aveva saputo proteggere i “lupetti” da eventuali pedofili lasciando questi ultimi a contatto con i bambini.

I “Perversion files” sono improvvisamente venuti alla luce questa settimana grazie a uno scoop del Los Angeles Times che è entrato in possesso del voluminoso dossier e lo ha reso pubblico. Dai documenti emergono inequivocabili conferme alle accuse mosse a suo tempo da Clarks e gettano una luce sinistra e cupa su Bsa e le loro attività “formative”. Nelle 14.500 pagine che compongono il report si racconta una storia che va dal 1959 al 1985 e mostra come i responsabili di Bsa abbiano sempre taciuto sulle violenze tenendole nascoste ai genitori dei ragazzini coinvolti, alla giustizia e all’opinione pubblica. I vertici dell’associazione si sarebbero limitati a chiedere ai responsabili degli abusi di dimettersi. Ma in alcuni casi, oltre a coprirli, li avrebbero anche aiutati a far sparire le proprie tracce. Impossibile non cogliere un inquietante link con la prassi attuata in quegli stessi anni dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche per coprire i preti pedofili e insabbiare casi e responsabilità. Va detto che l’inchiesta del Los Angeles Times riguarda in particolare il periodo 1970-1991, e che essa testimonia come in molti casi Bsa sia venuta a conoscenza dei presunti abusi solo dopo che questi erano stati denunciati alle autorità, le quali però risultano spesso reticenti. Ma «in oltre 500 casi – afferma il quotidiano – l’associazione ha saputo degli abusi dai ragazzi, dai genitori, dal personale o da informazioni anonime», facendo il possibile perché non trapelassero all’esterno. «Quando un problema emergeva veniva chiesto all’interessato di lasciare volontariamente la posizione piuttosto che correre il rischio di ulteriori indagini», si legge chiaramente in alcuni documenti. Di fronte allo scandalo, il portavoce di Bsa, Deron Smith, si è limitato a chiarire che oggi l’organizzazione richiede a tutti i suoi membri di riportare ogni sospetto di abuso direttamente alle autorità locali, sottolineando come gli attuali vertici abbiano sempre cooperato pienamente con le indagini della polizia. Dichiarazioni di rito, identiche a quelle già sentite pronunciare ad esempio dalla Sala Stampa vaticana per vicende analoghe. Che arrivano quando oramai la stalla è chiusa e i buoi, anzi, gli orchi sono già scappati.

Mons. Marco Ordenes

di Eletta Cucuzza, Adista news

«All’inizio, furono toccamenti e baci, e poi l’atto sessuale. Ora non voglio soldi, solo giustizia e sanità mentale per me»: questo ha fra l’altro riferito, in un’intervista resa a Cnn-Cile il 3 ottobre, Rodrigo Pino, che all’epoca degli abusi subiti aveva 15 anni ed era accolito nella cattedrale di Iquique (Cile). La persona che Pino ha denunciato quale autore delle brutalità, allora sacerdote, dalla fine del 2006 è vescovo della diocesi dove si è consumato il reato, mons. Marco Órdenes, classe 1964. Malgrado le proteste di innocenza di Órdenes, la nunziatura apostolica nel Paese, affidata in Cile a mons. Ivo Scapolo, ha aperto un’indagine nell’aprile scorso, come conferma in un comunicato ufficiale (3 ottobre), informando inoltre che, «trattandosi di un vescovo, il procedimento fa capo alla Santa Sede». A sua volta, la diocesi di Iquique, nello stesso giorno, ha dichiarato che il vescovo si trova già da agosto in Perù, non perché «indagato canonicamente per una denuncia nei suoi confronti», come «effettivamente» risulta, ma in riposo e in cura perché «sofferente di una vecchia affezione al fegato», causa fra l’altro di «acuto stress». Il giorno prima, il segretario dell’ambito giuridico della diocesi di Iquique, Franklin Luza, aveva precisato che Órdenes «non è sospeso dal ministero episcopale, ma è fuori sede per una situazione di stress medicalmente accertata, aggravata dalla denuncia di abuso». Si è in attesa, aveva aggiunto, della chiusura delle indagini vaticane: «se ci sarà fondamento per iniziare un processo canonico, allora in quel momento probabilmente verrà sospeso per tutta la durata del giudizio».

La nunziatura il 3 ottobre non si è espressa solo a livello pubblico: «Oggi – ha dichiarato Pino alla Cnn-Cile – ho ricevuto una risposta molto positiva dal Vaticano che ci ha fatto gioire», ma che, precisa, è di contenuto riservato. Alla televisione, Pino ha raccontato che all’epoca Órdenes si approfittò dell’ammirazione che il ragazzo provava per lui, volendo egli anche scegliere la vita religiosa. «Il vescovo è molto intelligente, molto colto e astuto – ha aggiunto – tanto che si avvicinò alla mia famiglia, che gli aprì le porte di casa. Lui mi invitava a dormire alla Tirana [località nei pressi di Iquique], dove aveva una camera con un piccolo annesso dove mi portava di notte. All’inizio furono toccamenti e baci, poi l’atto sessuale». «Mi diceva che aveva per me amore di padre, figlio, fratello e amante, fino a dedicarmi una canzone di Andrea Bocelli». La cosa andò avanti, ha continuato Pino, fino a quando venne a sapere che Órdenes aveva violentato un altro bambino, e allora si decise a denunciarlo. «Ho una registrazione dove lui dice chiaramente che ha fatto per amore quel che mi ha fatto e di aver provato affetto, mentre con l’altro ragazzo fu solo questione carnale».

Già, perché il vescovo di Iquique non sarebbe nuovo né a simili delitti, né a investigazioni giudiziarie. Ce n’è una precedente, che risale al 2009. Allora l’inchiesta però venne chiusa per difficoltà a reperire prove e «soprattutto – dichiara ora in un comunicato la Procura di Tarapacá, la regione amministrativa di cui Iquique è capoluogo – perché la vittima, a quella data, non si sentiva in condizione di collaborare con la sua testimonianza, come sarebbe stato necessario per procedere nell’investigazione». Ma adesso, dopo l’avvio dell’indagine ecclesiastica sul caso di Rodrigo Pino, si può riaprire quella causa: l’obiettivo, ha spiegato il procuratore Raúl Arancibía, «è, da una parte, sollecitare informazioni alle autorità ecclesiastiche sull’indagine canonica per sapere se esistono precedenti sui fatti denunciati qualche anno fa e se si debba investigare su altri casi; dall’altra, consideriamo che la disposizione del denunciante e vittima dei fatti di allora sia diversa e che perciò sia disposto a testimoniare e dare ogni informazione a riguardo».

Mons. Marco Órdenes, quando è stato designato vescovo, aveva solo 41 anni. Fonti ecclesiastiche gli riconoscono di aver potenziato la partecipazione dei laici all’interno dell’episcopato attraverso i decanati e di aver sostenuto con particolare impegno la religiosità popolare, cercando di imprimere maggiore forza ed evidenza al messaggio cristiano nelle feste popolari più seguite.