Parola di scout? Silenzio sui casi di pedofilia

Pubblicato: 24 settembre 2012 in Varie
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Bufera negli Stati Uniti sugli eredi di Baden-Powell

Ludovica Eugenio, Adista News

Per anni, centinaia di casi di abusi sessuali su minori insabbiati o non denunciati alla polizia: è un attacco durissimo quello sferrato dal quotidiano Los Angeles Times(16/9/2012) contro i Boy Scouts of America, grazie al reperimento di 1.600 dossier confidenziali risalenti al periodo tra il 1970 e il 1991. Secondo quanto riporta il giornale californiano, i vertici della sezione maschile degli scout statunitensi hanno infatti sistematicamente coperto gli abusi perpetrati all’interno dell’associazione da pedofili, che venivano convinti a dare le proprie dimissioni nella massima discrezione, fornendo motivazioni fittizie. I casi venivano registrati su una sorta di “lista nera”, aperta nel 1919. Ciò non bastava, tuttavia, a risolvere il problema: spesso, infatti, i capi scout espulsi trovavano il modo di rientrare nell’organismo. Se in molti casi gli Scout venivano a sapere di un’accusa dopo la denuncia alle autorità competenti, in ben 500 le informazioni provenivano invece loro direttamente dai ragazzi, dai genitori o da denunce anonime; di ben 400 di questi non c’è traccia di denuncia alla polizia da parte dei responsabili scout. Emblematico il caso del direttore di un campo scout del Michigan che nel 1982 confessò alla polizia di non aver denunciato un caso di cui era stato messo al corrente perché i suoi capi volevano proteggere la reputazione dell’istituzione ma anche quella dell’accusato.

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del Los Angeles Times, da parte dei Boy Scouts of America è arrivato un comunicato: «Ci dispiace che in altri tempi non abbiamo fatto sforzi sufficienti a proteggere i bambini», ammette, aggiungendo però: «Abbiamo sempre rispettato il requisito dell’applicazione della legge – secondo quanto ha detto il portavoce Deron Smith – e oggi chiediamo ai nostri membri di riferire anche sospetti di abusi direttamente alle loro autorità locali». Tale requisito, però, è previsto solo dal  2010, mentre in precedenza la prassi richiesta era l’adempimento delle leggi statali, che non sempre chiedevano ai gruppi giovanili di denunciare gli abusi. In molti casi, poi, si manteneva il silenzio sugli abusi perché, secondo i vertici, era l’unico modo di risparmiare alle giovani vittime un enorme disagio, con il risultato di consentire, di fatto, ai molestatori di continuare indisturbati. Lo dimostra il caso di Arthur W. Humphries: 50 anni passati tra gli Scout, considerato un leader modello tanto da ricevere due citazioni presidenziali e il premio dell’associazione – il Castoro d’Argento – per chi svolge un servizio eccellente, in virtù del suo lavoro con ragazzi disabili. Si trattava di un molestatore seriale. Il suo arresto, nel 1984, provocò sconcerto presso l’associazione, che si affrettò a dire che nessuno aveva mai avuto sospetti sull’uomo.  Ma non era vero: un dossier su Humphries svela che un ragazzo di 12 anni aveva fatto il suo nome, sei anni prima, denunciando abusi sessuali. In quel caso, i vertici dell’associazione non solo non fecero rapporto alla polizia, ma fornirono ottime referenze sul suo conto quando, due anni dopo, Humphries chiese di poter lavorare per un evento nazionale scout. Grazie ai commenti lusinghieri ottenne il posto, continuò la sua attività tra gli scout e abusò di altri cinque ragazzini prima che, nel 1984, la polizia lo bloccasse in seguito a una denuncia anonima. Accusato di aver abusato di 20 scout, tra cui anche bambini di otto anni, fu condannato a 151 anni di carcere.

I file di cui il Los Angeles Times è entrato in possesso verranno presto resi pubblici: lo scorso giugno, la Corte suprema dell’Oregon ha già stabilito la pubblicazione di 1.247 di essi, nell’ambito di un processo da 20 milioni di dollari.

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