Archivio per luglio, 2012

Dino Cinel all’età di 11 anni

Una ficcante inchiesta che per la prima volta arriva fin dentro le Mura leonine. Dino Cinel fu abusato a 12 anni dal suo educatore. Dopo 60 anni narra in un libro la propria vicenda

di Federico Tulli su Cronache Laiche

Violentato dall’età di 12 anni dal suo educatore, Dino Cinel oggi ha 71 anni. All’epoca degli abusi era un novello seminarista. L’aguzzino? Un sacerdote, anzi più che un sacerdote. Tale era il rettore del seminario di Bassano, “Istituto Scalabrini”: padre Francesco Tirandola della congregazione dei Missionari di san Carlo. Gli stupri di Tirandola durano quattro anni, le violenze psicologiche proseguono per altri tre. Fino all’età di 46 anni Cinel blinda il dramma dentro di sé, ricacciandolo nei meandri della memoria. Nel corso di alcune sedute di psicoterapia, la devastazione subita emerge in tutta la sua reale dimensione. Inizia così un lungo e doloroso percorso di elaborazione e ricerca personale che nel 2012 si è materializzato in un libro autobiografico. Atto di accusa circostanziato e reso inattaccabile da una logica ineccepibile – oltre che da documenti e testimonianze inconfutabili – Un prete sconfessa la Chiesa (Albatros) è una complessa opera che fonde insieme la testimonianza di una vita, la denuncia e l’indignazione di un uomo e l’analisi storico-sociale di un docente universitario (Cinel è stato ordinario di storia americana in diversi atenei statunitensi) sulla conflittuale tematica dell’eros nel mondo ecclesiastico. Lasciare la Chiesa e il sacerdozio sono stati atti fondamentali per ricostruirsi una vita in tutte le sue dimensioni, ma insufficienti a cancellare i residui della violenza subita. Cinel decide quindi di intraprendere la via della denuncia diretta verso la Chiesa.

Forte anche della profonda conoscenza di certi meccanismi interni alla Santa Sede, vuole confrontarsi di persona con le istituzioni che rappresentano la giustizia vaticana richiamandole alle loro responsabilità e rivendicando i propri diritti. Ma, come l’autore documenta con la precisione dello storico di professione, sono proprio le alte sfere – quelle che spesso sentiamo annunciare sui media italiani il massimo impegno nei confronti delle vittime e la tolleranza zero verso i carnefici in tonaca – a mostrare agghiaccianti ipocrisie e incoerenze, evidenziando un malato “narcisismo” istituzionale che nega la devastazione interiore subita dalle vittime, mirando a renderle invisibili annullandone la stessa esistenza. Spicca in questo senso, dalle pagine del libro, la figura del promotore di giustizia monsignor Charles Scicluna, il braccio della legge vaticano. È dopo il suo incontro dagli esiti sconcertanti che, come lo stesso Cinel racconta a Cronache Laiche, l’idea di raccontare tutto in un libro che lo ha accompagnato per una vita non può più rimanere tale. E in meno di sei mesi Cinel confeziona il suo “j’accuse!”. Insieme con Sua santità (Chiarelettere) di Gianluigi Nuzzi, Un prete sconfessa la Chiesa chiude il cerchio e mette definitivamente a nudo la vera natura di un pensiero e di una cultura strumentali alla salvaguardia del potere politico ed economico della Chiesa cattolica e apostolica romana.

Mons. Charles Scicluna

«Non potevo elaborare un giudizio sulla Chiesa senza aver affrontato di persona chi ne muove le fila» spiega Cinel. «Avrei voluto parlare con il successore di Joseph Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Levada, ma alla richiesta di un appuntamento lui mi rispose di scrivere una relazione. Lo avevo già fatto senza ottenere mai una risposta. La sua politica era quella di sperare che prima o poi mi sarei stancato di sbattere contro il muro del silenzio. Ho scritto anche a Benedetto XVI, stesso risultato». Alla fine Cinel è riuscito a incontrare Scicluna. Erano i primi mesi del 2011. In generale sono due i cardini su cui l’autore si è basato per arrivare a formulare un giudizio assolutamente negativo sull’operato della Chiesa riguardo il tema della pedofilia ecclesiastica. Il primo è la totale indifferenza nei confronti di una verifica storica: «Quando sono riuscito a raccontare a Scicluna cosa è successo, con tanto di prove, testimonianze e relazioni mediche, la risposta (offensiva) è stata che il mio violentatore oggi è considerato un santo, un sacerdote degno di tutti gli onori. Io non mi so capacitare come una società di persone si renda talmente spregevole da non voler guardare nemmeno in faccia la realtà storica».

Il secondo mattoncino è l’assoluta mancanza di rispetto per le competenze professionali “straniere”. «Io ho portato in Città del Vaticano i referti di tre medici che spiegano quali ferite mi ha provocato la violenza subita. La risposta da me ricevuta è che queste diagnosi sono scientificamente inattendibile. Punto. Non dicono che devono farmi visitare da un altro medico di loro fiducia come normalmente si usa in questi casi per verificare. Non ci pensano nemmeno. Per loro quello che “produce” la società laica non ha nessun valore». Ma la faccia che la Chiesa mostra in pubblico, specie con le vittime, è del tutto diversa. Almeno a prima vista. Cinel è un fiume in piena: «Benedetto XVI ha pronunciato parole talmente offensive che nemmeno una persona di modesta intelligenza se le può permettere. Lui dice che le vittime di sacerdoti pedofili sono i nuovi martiri. Come si può essere tanto cinici? Come si può pensare di cooptare all’interno della Chiesa delle persone che proprio dalla Chiesa stessa hanno avuto la vita distrutta?».

Secondo l’ex sacerdote questo atteggiamento è studiato dalle gerarchie ecclesiastiche in ogni minimo particolare. «Questo papa è cosciente che il problema della pedofilia clericale è gigantesco. Ma non ha alcuna intenzione di risolverlo. Piangere davanti alle vittime, dichiarare davanti a loro che la Chiesa si assume le proprie responsabilità, invocare la tolleranza zero, è tutta una messa in scena. I fatti concreti stanno a zero. La realtà e che Benedetto XVI si è circondato di un gruppo di persone che faranno con lui quello che lui ha fatto col papa precedente. Due o tre anni dopo la sua morte lo beatificheranno e via verso la santificazione». Così tutti dimenticheranno cosa è successo durante il pontificato di Benedetto XVI e durante i 25 anni in cui Joseph Ratzingher è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. «Magari diventerà, in cielo, il santo protettore delle vittime di preti pedofili. Così in Vaticano riusciranno a spillare un bel po’ di denaro ai pellegrini in adorazione. Un modo molto pratico, il solito, per non assolvere le proprie responsabilità qui in terra».

Padre Davide Mordino

Don Davide Mordino arrestato a Palermo con l’accusa di aver violentato alcuni minori. Dopo i fatti di Fano e Alassio è la terza vicenda di pedofilia nel clero in una settimana

di Federico Tulli su Cronache Laiche

Nemmeno il tempo di dare il tempo all’opinione pubblica di metabolizzare (semmai fosse possibile) l’arresto di don Giangiacomo Ruggeri, parroco-scout-latin lover in quel di Fano, e la condanna in via definitiva a 7 anni e 8 mesi inflitta dalla Cassazione a don Luciano Massaferro, parroco ad Alassio, che un’altra orrenda storia di pedofilia “ecclesiastica” irrompe nelle pagine di cronaca nera. È la terza nel giro di una settimana. La vicenda si svolge questa volta al sud ed è un mellifluo mix di abusi, induzione alla prostituzione e circonvenzione di minori. Gli agenti del commissariato di Sciacca hanno notificato un ordine di custodia cautelare in carcere al sacerdote Davide Mordino, già parroco (e tre) della basilica di San Calogero della cittadina in provincia di Agrigento, con l’accusa di aver abusato nel dicembre del 2009 di giovani tra i 14 e 18 anni dando loro anche del denaro. Il provvedimento è stato eseguito a Palermo, dove il religioso si era trasferito. La vicenda è emersa nell’ambito dell’operazione antidroga “Mata Hari”, quando si è scoperto che il prete intratteneva rapporti “sessuali” a pagamento con uno degli indagati. Da qui gli investigatori hanno scoperto che il parroco avvicinava le sue giovani vittime con la scusa di fargli fare un «test sulla sensibilità corporea», sostenendo di essere pagato dall’Università di Palermo. A tale test seguivano gli abusi con pagamento ai ragazzi della somma di denaro compresa tra 50 euro e 300 euro. Il sacerdote faceva anche firmare alle sue vittime un falso modulo intestato a Mediaset illudendole di poter partecipare a dei programmi televisivi, grazie alla sua parentela con un intrattenitore televisivo. Il prete è ora detenuto nel carcere palermitano dell’Ucciardone, in attesa di giudizio.

 

Un prete «bambino», nelle parole di un investigatore, che a 43 anni capisce solo quando i poliziotti vanno ad arrestarlo che baciare e palpeggiare una ragazzina di 13 anni è un fatto abnorme. Che non ci si può innamorare di una persona che ha 30 anni meno di te. «Ho sbagliato, ho sbagliato…non mi sono reso conto…» è il mantra di don Giangiacomo Ruggeri. Sconvolgente quasi quanto le accuse a suo carico, se verranno provate. Gli occhi pieni di lacrime, nessun tentativo di discolparsi, così è apparso “don server”, il prete degli scout ai tempi di internet, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Fano e portavoce del vescovo mons. Armando Trasarti, ora sospeso da ogni attività pastorale. Forse travolto da una profonda immaturità affettiva, o dal «desiderio di immedesimarsi con i giovani» che lo ha fatto restare «un po’ infantile», secondo la prof. Rosa Rita Saudelli, che a Orciano conosce bene il sacerdote-scout. O invece chissà, un adulto mosso inconsciamente dalla volontà di farsi scoprire mentre bacia la sua piccola vittima e le scopre il seno sotto un ombrellone, sulla spiaggia di Fano. Un modo per dire al mondo “ho questo problema, fate qualcosa”. Lunedì don Ruggeri comparirà davanti al Gip di Pesaro Lorena Mussoni, per l’interrogatorio di garanzia; a difenderlo, d’ufficio, un’altra donna, l’avv. Gaia Vergari. Magari spiegherà, o magari no.

L’accusa è pesante: atti sessuali su una minore di 14 anni e atti osceni in luogo pubblico, ed è suffragata dai filmati girati dagli agenti del Commissariato di Fano dopo la denuncia del titolare dello stabilimento Bagni Torrette. «Sono un padre di famiglia anche io – ha detto Marco Mandolini – non potevo lasciar passare sotto silenzio atteggiamenti come quelli di don Ruggeri, non certo consoni al suo ruolo». Trentasette anni, una notorietà di cui avrebbe fatto volentieri fatto a meno, Mandolini si è messo «nei panni dei genitori della ragazzina» e ha fatto «quello che dovevo fare». Gli resta «tanta amarezza», la stessa che devono aver provato altri bagnanti, parrocchiani del don, che hanno assistito alle effusioni del sacerdote in costume e zainetto. Gli investigatori del vice questore Silio Bozzi, che hanno sequestrato 4 pc in uso al sacerdote, cercheranno di capire se altre ragazzine abbiano subito attenzioni morbose, e pure la procura dei minori farà i suoi passi. A Orciano la gente è attonita. Come la famiglia, umile, della piccola vittima. Il padre aveva avuto una discussione accesa con Ruggeri, ma solo perché non gli piaceva che la figlia trascorresse tanto tempo in chiesa. Oggi un pensionato, uno di quelli al quale tutte quelle gite dei ragazzi al mare col prete le ha sempre guardate con sospetto, riassume il pensiero di molti: «La Chiesa dovrebbe far sposare i preti. Così anche loro capiscono cosa vuol dire avere una figlia, una famiglia».

Fonte: Ansa

La Santa Sede pubblica gli atti di un convegno sugli abusi clericali, il Sant’Uffizio critica la Cei, la Camera approva la Convenzione di Lanzarote. Ecco perché non sono buone notizie

Federico Tulli [Cronache Laiche]

 

Come annunciato dalla sala stampa vaticana, sono arrivati in libreria gli atti de “Verso la guarigione e il rinnovamento”, il simposio internazionale che si è svolto a febbraio scorso all’università Gregoriana di Roma. Pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, gli atti riportano gli interventi che hanno animato i cinque giorni di convegno sul tema degli abusi pedofili compiuti in tutto il mondo da chierici e le relative “coperture” garantite da gerarchie ecclesiastiche compiacenti. L’annuncio della pubblicazione è stato dato dall’Osservatore Romano. «Al simposio – scrivono nell’introduzione i curatori del volume: il promotore di Giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Charles Scicluna e i gesuiti David Ayotte e Hans Zollner – hanno partecipato 110 rappresentanti di conferenze episcopali e 35 superiori generali e, inoltre, rappresentanti delle Chiese orientali in comunione con Roma, rettori di collegi e università, cattolici romani, canonisti, psicoterapeuti ed educatori; in totale, 220 persone provenienti dai cinque continenti». I relatori provenivano in particolare da Filippine, Messico, Brasile, Stati Uniti, Malta, Sud Africa, Argentina, Belgio, Germania e Irlanda. Ciascuno di questi Paesi ha conosciuto sia in tempi remoti che recenti la piaga della pedofilia clericale. «Una tale partecipazione mondiale – osservano i curatori degli atti – mostra chiaramente che il problema delle violenze non riguarda solo Stati occidentali, ma il mondo intero, sfidando quindi i cristiani e la società in genere in tutto il mondo». Come dargli torto?

Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori c’era la necessità di «dare voce alle vittime delle violenze e indicare onestamente mancanze, peccati e crimini commessi nella Chiesa; favorire una cultura dell’ascolto e dell’apprendimento, per lavorare insieme in futuro alla ricerca di soluzioni al problema delle violenze; collaborare con i media e far conoscere ciò che si può fare per proteggere le persone più deboli dalle violenze». È ancora presto per fare un bilancio globale che certifichi se le indicazioni che sono uscite dal lungo e articolato incontro – al quale Cronache Laiche era presente – abbiano lasciato segni tangibili. Potremo limitarci a dare uno sguardo all’Italia e osservare schematicamente che la Conferenza episcopale italiana era rappresentata in pratica dal solo vescovo di Reggio Emilia. Questo, sebbene il simposio fosse ospitato a Roma e nonostante fossero in dirittura di arrivo le attesissime Linee guida Cei anti-pedofilia. Nel corso del simposio Cronache Laiche provò a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, un commento su questo particolare atteggiamento della Cei senza ottenere alcuna risposta. «No comment» anche alla domanda se non ritenesse utile da parte dei vescovi italiani istituire una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui numerosi casi che anche nel nostro Paese stanno cominciando a emergere, e dar modo così di sgombrare il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti poco chiari di fronte alle numerose denunce rimaste, per così dire, inascoltate dai titolari di diverse diocesi italiane. A titolo di esempio, basti citare i casi di don Ruggero Conti (Roma), don Seppia (Genova) e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, di cui questa testata si è occupata con assiduità.

Curiosamente, oggi la posizione della Santa Sede appare completamente diversa, se non altro meno indifferente. A “soli” due mesi dalla pubblicazione delle linee guida Cei (avvenuta il 21 maggio scorso) la Congregazione per la dottrina della fede, per bocca di Charles Scicluna, ha clamorosamente bocciato il documento di cui il segretario della Conferenza, mons. Mariano Crociata andava tanto fiero. Senza tanti giri di parole, il promotore di giustizia ha definito le nuove norme «poco incisive». La “colpa” della Cei va ricercata dove tutti (tranne l’Avvenire) sin da subito hanno puntato il dito. Vale a dire sulla decisione di ribadire l’assenza di obbligo di denuncia dei presunti crimini pedofili alle autorità civili, da parte dei vescovi. All’epoca, Crociata si difese citando il testo emanato di fresco: «Non avendo il vescovo nell’ordinamento italiano la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale notizie in merito a fatti illeciti». In mezzo a questo gioco delle parti, con la Santa Sede che prima fa le orecchie da mercante e poi accusa, e con la Cei che ritiene di aver disbrigato la pratica “pedofilia nel clero italiano” con un paio di regolette e nulla più, occorre notare un paio di fatti nuovi. Alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio per intenderci) non c’è più mons. Levada. Il successore di Ratzinger alla Congregazione è stato rimosso pochi giorni prima della dichiarazione di Scicluna per far posto a mons. Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002, amico storico dell’attuale papa. Per capire quale sia il reale nesso tra questa nomina e il nuovo atteggiamento della Congregazione (cioè della Santa Sede) nei confronti della Cei, ci vorrebbe un giornalista vaticanista che non faccia da portavoce degli interessi dell’una o l’altra corrente “cardinalizia”. Ma forse, come diceva quello, è più facile che un cammello passi attraverso….

L’altro fatto degno di attenzione e solo a prima vista scollegato da questo contesto è avvenuto il 5 luglio scorso alla Camera, dove – nel silenzio più totale dei media – per la terza volta dal 2007 è passata la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote. Per la terza volta dal 2007 questa norma ora deve ritornare al Senato per l’approvazione definitiva. In essa sono contenute importanti modifiche alla legislazione che regola la lotta alla pedofilia tra cui l’inasprinento delle pene, migliori e più efficaci strumenti di prevenzione e l’ampliamento dei termini di prescrizione entro cui denunciare un abuso. Dato che alla Camera nessuno ci ha pensato, l’ennesimo rimbalzo del testo di legge in Senato potrebbe essere l’occasione per introdurre l’obbligo di denuncia dei presunti pedofili per tutti i cittadini italiani, anche quelli con doppio passaporto. Ma anche in questo caso, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago….

 

Parla Carlo Pedini, autore del romanzo La sesta stagione. Un mirabile affresco delle trame, dei sotterfugi e dei fallimenti che hanno segnato la storia recente della Chiesa

Federico Tulli su Cronache Laiche

Pensando alla sconcertante vicenda di Gianluigi Nuzzi, autore di Vaticano spa e Sua Santità, minacciato di denuncia dalla Santa Sede per aver svolto il suo lavoro di giornalista d’inchiesta documentando trame e affari poco chiari che si svolgono all’interno delle Mura leonine, non è azzardato sostenere che andare a “indagare” – seppur in forma narrativa – tra le pieghe della Chiesa cattolica di questi tempi ci vuole una bella dose di coraggio. È il caso di Carlo Pedini, musicista, compositore, direttore d’orchestra e autore di diversi saggi musicali, al suo primo romanzo con La sesta stagione (Cavallo di ferro editore), nel quale l’autore in virtù di uno studio scrupoloso di fonti e documenti ripercorre la storia del nostro Paese dal 1934 al 1985 filtrandola attraverso le vicende della comunità civile e religiosa di Civita Turrita, un paesino dell’entroterra toscano.

Il libro descrive una parabola che si compie lungo quasi cinquant’anni, dal 1934 al 1985, toccando gli eventi salienti della recente storia italiana. La narrazione dei fatti locali, ancorati alla vita della piccola comunità e centrata sulle esistenze di tre giovani seminaristi, trova una corrispondenza puntuale nelle vicende storiche e nei grandi mutamenti accaduti a livello nazionale in quegli stessi anni. Dal fascismo e i crimini di guerra ai Patti Lateranensi, dalla nascita della democrazia e dei partiti di massa all’opposizione (vera o presunta) fra chiesa e democristiani da una parte contro socialisti e comunisti dall’altra, passando per il Concilio Vaticano II, il Sessantotto, gli anni di piombo.

Mutamenti a cui non ci si può sottrarre: sotto i colpi della Storia e l’incidere del tempo e della modernità, anche il microcosmo apparentemente perfetto della diocesi locale si sfalda, trascinando con sé i destini dei tre seminaristi e dell’intera collettività civitese. Attorno alle figure centrali (Piero Menardi, Ottavio Pettirossi e Oreste Riccoboni) si muove infatti una folla intera di altri personaggi, in cui compaiono rappresentanti del mondo ecclesiastico (come Pio XII e Giovanni XXIII), politico, musicale, contadino, delle corporazioni artigianali e delle classi popolari. «In realtà – racconta Pedini a Cronache Laiche – l’idea del romanzo è nata più di dieci anni fa, sulla scia del grande scandalo “pedofilia” negli Stati Uniti. Direi che i tempi non erano granché diversi da quelli odierni. Oramai ci siamo abituati a situazioni in cui la Chiesa fa parlare di sé più per aspetti negativi che altro. Siamo in presenza di un ente morale che impone o vuole imporre a tutti la propria morale senza adottare un comportamento corrispondente».

È forte l’impronta “musicale” nello stile narrativo di Pedini. «La sesta stagione è nato come un esperimento e non ero nemmeno sicuro di riuscirci. Volevo importare nella letteratura i meccanismi costruttivi della musica classica, prendendo cioè un modello ben preciso – I Buddenbrock di Thomas Mann – ed eseguirlo fedelmente. Ora posso dire che teoricamente l’esperimento è replicabile. È possibile ridare vita a capolavori che appartengono al passato rielaborando argomenti e temi che appartengono alla contemporaneità».

Il romanzo è anche, non a caso, un’opera corale, dove come in una sinfonia ciascun personaggio interpreta e reagisce a modo suo agli eventi che cambiano il corso della storia italiana in cui la Chiesa si è mossa da protagonista. «Nella prima parte c’è un’adesione totale al sistema dei valori che era stato introdotto dal fascismo. Per cui sostanzialmente il sistema teocratico della Chiesa cattolica si sposava perfettamente con la dittatura. La caduta del fascismo segna la prima grande crisi interna al Vaticano. Con il rapido avvento della democrazia c’è il tentativo non perfettamente riuscito del Concilio vaticano II di adeguarsi alla nuova società, di rimodernarsi, di capirla meglio. Questo passaggio lascia insoddisfatta una parte del clero, specie quella che vive a contatto quotidiano con la società. Si realizza così un distacco sempre più marcato tra il clero minuto e le gerarchie vaticane che – come scrivo anche nel libro – proseguono quasi accecate nel loro viaggio verso il nulla. Scollegandosi irrimediabilmente dal resto della società civile». Nel 1985 (che solo per una coincidenza è l’anno in cui il governo Craxi rinnova i Patti con lo Stato d’oltretevere) si conclude la parabola dell’ultimo dei protagonisti, il quale pur essendo stato “educato” dalla figura, almeno in apparenza, più positiva del romanzo (don Oreste) finisce per diventare un brigatista. E qui è marcata l’analogia con altri integralisti, con un’altra parabola discendente. Quella che riguarda coloro che per cultura religiosa sono convinti di essere portatori di valori assoluti sui quali non è possibile mediare. La sesta stagione, a suo modo, allude pesantemente agli intrecci perversi tra Stato e Chiesa, ancora oggi molto attuali. Viene naturale chiedere a Pedini se scriverà un seguito. La risposta è “no”. «Non vedo un seguito positivo possibile – racconta -. Ho l’impressione che dal 1985 a oggi non sia successo nulla. Il peso che la Chiesa cattolica ha sulla società è diventato quasi prossimo allo zero. Anche se ne sentiamo continuamente parlare, anche se viene sempre data un’attenzione mediatica a tutto quello che le gerarchie vaticane dicono e fanno, il loro distacco dalla vita reale e dalla nostra società è oramai arrivato a livelli di non ritorno». Rimane un senso di oppressione che va risolto. Ma senza imbracciare il mitra.